San Martino (poesia)

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San Martino
Autore Giosuè Carducci
1ª ed. originale 1883
Genere poesia
Lingua originale italiano

San Martino è una poesia di Giosuè Carducci. Fa parte della raccolta Rime nuove, che raccoglie liriche scritte dal 1861 al 1887. Il testo autografo riporta il titolo Autunno con la data «8 dicembre 1883: finito ore 3 pomeridiane». La poesia con il titolo San Martino (in maremma pisana) fu pubblicato nel supplemento Natale e Capo d'anno dell'Illustrazione Italiana del dicembre 1883. Il titolo definitivo fu inserito nelle Rime nuove e nell'edizione nazionale delle Opere (vol.IX). [1]

Una lirica di Ippolito Nievo, antecedente a quella del Carducci di circa venticinque anni, contiene una serie di termini (nebbia, colli, mare, pensieri, uccelli, vespero, rosseggiare, ecc.) e immagini presenti anche in San Martino.[2] Questo ha fatto avanzare l'ipotesi che Carducci, che aveva viaggiato in Toscana dal 17 al 26 settembre 1883 diretto a Roma e tornato a Bologna alla fine d'ottobre [3], nella sua visione lirica dei luoghi visitati si sia ispirato direttamente proprio alla poesia di Nievo, composta nel 1858, e l'abbia poi trasfigurata poeticamente secondo la sua sensibilità.

Il testo[modifica | modifica sorgente]

La nebbia a gl'irti [4] colli
piovigginando sale [5],
e sotto il maestrale [6]
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini [7]
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi [8]
stormi d'uccelli neri,
com'esuli [9] pensieri,
nel vespero [10] migrar.

La parafrasi[modifica | modifica sorgente]

La nebbia, dissolvendosi e lasciando il posto ad una leggera pioggerella, risale per le colline rese ispide dalle piante ormai prive di foglie e, spinto dal freddo vento di maestrale, il mare rumoreggia frangendosi sulla scogliera con imponenti onde bianche di spuma. Ma per le vie del paesello si propaga dai tini, dove fermenta il mosto, l’odore aspro del vino nuovo che allieta l'umore dei paesani del borgo. Nel frattempo sui ceppi che bruciano nel focolare scoppietta il grasso che cola dallo spiedo; e il cacciatore fischiettando se ne sta sull'uscio a guardare stormi di uccelli che, in contrasto con le nubi rosseggianti per l'imbrunire, appaiono neri come quei cupi pensieri che volano via nella quiete del tramonto.

Analisi dell'opera[modifica | modifica sorgente]

La poesia adotta la metrica dell'odicina anacreontica (quattro quartine di settenari).[11]

Si descrive un paesaggio in bianco e nero con l'eccezione del colore rossastro al termine della poesia che serve a far risaltare ancora di più il volo degli uccelli neri.

Evidente il contrasto tra l'atmosfera del borgo e il suono del mare in tempesta agitato dal maestrale, simbolo di un'inquietudine che, a mano a mano che si sale con fatica verso la cima del colle, quasi svapora attraverso la nebbia [12] che vela la realtà, che non ci fa capire cosa veramente vogliamo, finché si giunge alla chiara allegrezza del borgo dove il rumore del mare è ormai lontano e dove si diffondono gli odori del vino che si sta facendo e della carne che gira sullo spiedo. Questi sono i suoni della pace, il vino che bolle nelle botti, la legna dello spiedo che scoppietta contrapposti alla furia del vento che agita il mare dell'esistenza umana.

Al termine della faticosa salita per la conquista della tranquillità ci attendono il vino e il cibo, una consolazione e un modo per raggiungere serenità, lasciare alle spalle, giù in basso il mare agitato della vita.

La serenità, oltre che negli odori, qui tinta di tristezza, è nel suono: nello zufolare del cacciatore che appoggiato alla porta di casa guarda pensoso le nuvole rosse per il tramonto dove si stagliano uccelli neri che volano via come i foschi pensieri.

È una pace questa che si percepisce durerà poco, poiché ancora si sente là, in basso, il mare della vita rumoreggiare e poiché il poeta è ormai al tramonto che precede le tenebre della notte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giosuè Carducci, Poesie, a cura di William Spaggiari, Giangiacomo Feltrinelli editore Milano, 2007 pp.131 e sgg.
  2. ^ Dante Isella, Due lucciole per San Martino,in «Strumenti critici», febbraio 1967.
  3. ^ G. Carducci, op. cit. ibidem
  4. ^ Ispidi, irsuti poiché gli alberi hanno perso le foglie
  5. ^ Nel senso che si dirada salendo verso l'alto trasformandosi in una sottile pioggerella
  6. ^ Vento freddo di direzione nord-ovest
  7. ^ Per il mosto che fermenta
  8. ^ È il sole al tramonto che tinge le nuvole di rosso
  9. ^ Che si allontanano e fuggono via
  10. ^ Nell'ora che segue il tramonto
  11. ^ Le fonti principali per l'analisi critico-estetica della poesia sono: Storia generale della Letteratura Italiana, Federico Motta Editore, Milano 2004, Vol. X pp. 566 e sgg. del saggio di Raffaele Sirri e il testo indicato nella bibliografia.
  12. ^ Furono notati, anche da Giovanni Pascoli, degli errori meteorologici riguardo alla nebbia che dovrebbe scendere e non salire e così anche per il vento che agita il mare che dovrebbe essere il libeccio e non il maestrale. (G. Carducci, op. cit. ibidem)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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