San Lazzaro di Savena

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San Lazzaro di Savena
comune
San Lazzaro di Savena – Stemma
(dettagli)
Municipio di San Lazzaro di Savena
Municipio di San Lazzaro di Savena
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Emilia-Romagna-Stemma.svg Emilia-Romagna
Provincia Provincia di Bologna-Stemma.png Bologna
Amministrazione
Sindaco Isabella Conti (PD) dal 26-5-2014[1][2]
Territorio
Coordinate 44°28′N 11°24′E / 44.466667°N 11.4°E44.466667; 11.4 (San Lazzaro di Savena)Coordinate: 44°28′N 11°24′E / 44.466667°N 11.4°E44.466667; 11.4 (San Lazzaro di Savena)
Altitudine 62 m s.l.m.
Superficie 44,72 km²
Abitanti 32 124[3] (31-7-2015)
Densità 718,34 ab./km²
Frazioni Borgatella, Caselle, Castel de' Britti, La Cicogna, Colunga, Croara, Farneto, Idice, La Campana, La Mura San Carlo, Mirandola, Pizzocalvo, Ponticella, Pulce, Russo, Trappolone (Paleotto), Villaggio Martino
Comuni confinanti Bologna, Castenaso, Ozzano dell'Emilia, Pianoro
Altre informazioni
Cod. postale 40068
Prefisso 051
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 037054
Cod. catastale H945
Targa BO
Cl. sismica zona 3 (sismicità bassa)
Cl. climatica zona E, 2 210 GG[4]
Nome abitanti sanlazzaresi
Patrono San Lazzaro
Giorno festivo 17 dicembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Lazzaro di Savena
San Lazzaro di Savena
Posizione del comune di San Lazzaro di Savena nella città metropolitana di Bologna
Posizione del comune di San Lazzaro di Savena nella città metropolitana di Bologna
Sito istituzionale

San Lazzaro di Sàvena (San Lâzer in dialetto bolognese[5]) è un comune italiano di 32 124 abitanti[6] della città metropolitana di Bologna (ex provincia di Bologna), in Emilia-Romagna.

Indice

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

« E non pur io qui piango bolognese
anzi n'è questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer 'sipa' tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno. »
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XVIII)

La città[7] incrocia la via Emilia (opera disposta dal console romano Marco Emilio Lepido tra il 189 a.C. e il 187 a.C.), ed è sulla destra idrografica del torrente Savena, a 6 km dal centro di Bologna (in direzione sud-est). È saldata all'agglomerato urbano del capoluogo: la separa da questo solo il corso del Savena, sulla cui sponda sinistra sorge, fra l'altro, l'omonimo quartiere della città di Bologna.

Il territorio del comune si sviluppa in pianura e a ridosso delle prime colline bolognesi: è attraversato da alcuni corsi d'acqua come lo Zena, il torrente Idice ed il Savena.

Sono presenti la Grotta della Spipola, con la sua dolina e gli affioramenti gessosi del Farneto (nei cui antri furono rinvenute tracce d'insediamento umano risalenti all'Età del Bronzo) e della Croara, che formano un complesso carsico nei gessi (con circa 200 grotte note), il quale (formato dal corso d'acqua ipogeo del Rio Acquafredda), ha uno sviluppo complessivo di oltre 11 km ed è il maggiore dell'Europa Occidentale (esso è tutelato dal Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[8]).

Clima[modifica | modifica wikitesto]

San Lazzaro di Savena presenta un tipo di clima che è generalmente caldo e temperato e con una piovosità annua rilevante (il sistema di classificazione climatica di Köppen-Geiger, fa rientrare il suo territorio nel gruppo Cfa[9], ossia avente un carattere subtropicale umido).

Dal punto di vista legislativo (D.P.R. 26 agosto 1993, n. 412[10]), il comune fa parte della fascia climatica E, con 2.210 gradi giorno[11][12]: dunque il limite massimo consentito per l'accensione degli impianti di riscaldamento è di 14 ore giornaliere, dal 15 ottobre al 15 aprile[13][14].

BOLOGNA BORGO PANIGALE
(1991-2005[15][16])
Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic Inv Pri Est Aut
T. max. mediaC) 6,8 9,6 15,3 18,2 23,8 28,3 30,8 31,1 25,2 18,8 12,3 7,3 7,9 19,1 30,1 18,8 19,0
T. min. mediaC) 0,3 0,7 4,7 8,1 12,9 17,1 19,3 19,6 14,8 11,1 6,2 1,6 0,9 8,6 18,7 10,7 9,7
Giorni di gelo (Tmin ≤ 0 °C) 13,4 10,6 2,9 0,2 0,0 0,1 0,0 0,0 0,1 0,0 2,0 9,9 33,9 3,1 0,1 2,1 39,2
Giorni di ghiaccio (Tmax ≤ 0 °C) 0,4 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,4 1,0 0,0 0,0 0,0 1,0
Precipitazioni (mm) 29,1 32,9 35,0 74,7 57,0 62,8 34,1 34,7 66,4 77,5 68,2 63,4 125,4 166,7 131,6 212,1 635,8

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Preistoria ed epoca romana[modifica | modifica wikitesto]

Giulio Cesare
Bust of Gaius Iulius Caesar in Naples.jpg

Una leggenda raccontata che Gaio Giulio Cesare (allora triumviro), di ritorno dalla campagna militare in Gallia, il 9 gennaio del 49 a.C. (giorno che precedette lo storico attraversamento del fiume Rubicone, compiuto come deliberato atto di disobbedienza verso il senato romano, e che di fatto diede l'abbrivio alla Guerra civile di Cesare e Pompeo) alla testa del suo esercito s'accampò nei luoghi dove sarebbe in seguito sorta la comunità di San Lazzaro di Savena[17][18][19].

Abitato fin dall'antichità, nel territorio comunale sono stati rinvenuti numerosi reperti risalenti al Paleolitico e all'età del bronzo (frazioni Croara, Farneto e Castel de' Britti[20]); inoltre, insieme alla vicina Villanova di Castenaso, è stato testimone della civiltà villanoviana[21][22].

In età romana l'ambiente locale si mostrava per la sua vocazione prettamente agricola (in tal senso, testimonianze sono state trovate anche nel centro del comune), essendo, fra l'altro, nella zona che abbracciava Bononia, nel tratto della via consolare Emilia di congiunzione con la scomparsa città di Claterna[23].

Attorno al 190 a.C., nell'area dell'attuale frazione Colunga, si accampò parte dell'esercito romano del console Publio Cornelio Scipione Nasica, il quale, nei dintorni ove ora sorge la città di Castenaso sconfisse i Galli Boi. Successivamente, alcuni soldati rimasero in quelle terre, colonizzandole[24].

In località Pizzocalvo, la presenza romana si materializzò nella forma di un insediamento risalente al periodo fra il I e il II secolo d.C.[25]

Medioevo ed epoca napoleonica[modifica | modifica wikitesto]

Feudo di Matilde di Canossa, alla morte di questa (1115), il territorio che diverrà sanlazzarese entrò a far parte di quello felsineo.

Testimonianza, in lastra di arenaria, dell'antico lazzaretto (ingresso della casa parrocchiale della chiesa di San Lazzaro)[26]

All'epoca della prima cinta muraria di Bologna, presso la chiesa di San Michele dei Leprosetti, vi era anticamente un lebbrosario[27][28] (la via Emilia, percorsa frequentemente, era un vettore diffusore di epidemie e comportò la creazione di lazzaretti per isolarne i colpiti). Con l'espansione della città, l'ospedale venne trasferito: in effetti, tra il XII ed il XIII secolo fu eretto un lazzaretto (dislocato come usanza del tempo, proprio fuori dalle città popolose, in maniera da limitare la propagazione delle infezioni[29]) a tre miglia da Bologna, in una località di campagna chiamata Ronco Maruni[30] (un antico documento riporta come funzionante tale ospedale già nel 1214[17][31]). Nella disponibilità dell'edificio (governato da un rettore nominato dagli stessi ammalati, i quali gli conferivano il potere di rappresentarli e di amministrare i loro beni) vi erano anche un oratorio, un pozzo, un'area ortiva e una cimiteriale.

Per via del lebbrosario medioevale, col tempo, Ronco Maruni cambiò nome in San Lazzaro di Roncomaruno e successivamente in San Lazzaro[27].

L'ospedale diventò poi una commenda affidata a varie famiglie nobili (come quella Isolani o degli Albergati). In particolare, nel XVI secolo la famiglia Alamandini[32] (con il rettore Girolamo Alamandini) si rese protagonista della riedificazione dell'edificio ospedaliero e del restauro ed ampliamento di quello ecclesiastico (facendo erigere un campanile e un porticato)[33].

Carlo Berti Pichat: San Lazzaro divenne definitivamente autonomo per mezzo del suo interessamento. Fu anche il primo sindaco del comune[34]
Litografia ottocentesca della chiesa di San Lazzaro

Successivamente, con provvedimenti in motu proprio, prima Papa Sisto V, quindi Urbano VIII nel 1624 ed infine Innocenzo X, assegnarono la commenda ad altre famiglie gentilizie. Nel 1692 la struttura ospedaliera e la chiesa andarono sotto l'amministrazione dell'Opera Pia dell'Ospedale degli esposti di Bologna[33].

Verso il 1700 l'abitato si sviluppò con maggior intensità attorno alla chiesa e al nosocomio (la lebbra già da alcuni secoli aveva avuto una decisa riduzione[35]). Proprio l'ospedale fu soppresso durante la dominazione napoleonica, nel 1801[33][36] (le truppe francesi arrivarono nel 1796). In questo periodo San Lazzaro nacque ufficialmente (1802), divenendo un comune autonomo nel 1810. Dal 1817, causa il ripristino della dominazione pontificia, venne declassato e tornò parte del comune di Bologna, come suo appodiato (per inciso, il palazzo comunale, già lebbrosario e sede di commenda, fu affidato ai Frati dell'Osservanza, nel 1818[33][37]), ma riottenne l'autonomia a partire dal 1827 (con un motu proprio del pontefice Leone XII), grazie all'aiuto del politico Carlo Berti Pichat[38] (che nel 1828 divenne il priore dell'amministrazione comunale).

Nel XIX secolo San Lazzaro era scarsamente popolato (in rapporto alle sue dimensioni) ed importanti fenomeni di urbanizzazione o industrializzazione non lo coinvolsero: era ancora un borgo prettamente rurale[39].

Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Il comune di Bologna, prima nel 1927 e in seguito nel 1931, cercò di annettere a sé nuovamente il territorio di San Lazzaro, il quale rispose con un lungo contenzioso durato fino al 1935 e risoltosi a favore dei sanlazzaresi[40].

Il municipio bombardato durante la Seconda guerra mondiale

Dopo il 25 luglio 1943 (la caduta del Fascismo) il commissario prefettizio e il segretario del Fascio furono costretti alle dimissioni. I cittadini si ripresero le istituzioni locali[41]. Ma già dall'ottobre dello stesso anno, i soldati tedeschi (nell'ambito dell'Operazione Achse) occuparono il paese (stabilendo il loro quartier generale a Villa Rusconi-Rizzi, nell'odierna frazione Croara)[42]. Il neo Partito Fascista Repubblicano occupò gli uffici comunali.
In seguito, il sostegno dato dagli abitanti alla Resistenza, non rimase privo di conseguenze. L'episodio più grave si verificò il 2 luglio del 1944, quando otto civili furono rastrellati dai tedeschi delle SS (coadiuvati da fascisti locali delle Brigate Nere) dalle loro case site nella frazione Pizzocalvo, per aver vettovagliato i partigiani, e in località Croara subirono la fucilazione il giorno 3 luglio (vennero poi tumulati frettolosamente in una buca per far credere ad un loro trasferimento a Carpi, in attesa della deportazione definitiva in Germania): verranno ricordati come i "Martiri di Pizzocalvo"[43][44][45][46]. Per commemorarli, sul luogo dell'eccidio fu loro dedicata una lapide (il 3 luglio del 1946) ed eretta una stele (quest'ultima dello scultore Luigi Mattei).

Origini del nome

La natura del nome San Lazzaro di Savena è duplice[47]: la prima parte è da ricondurre al lazzaretto che nel Basso Medioevo era stato elevato a oriente dell'antica cinta muraria di Bologna e che attorno al quale, nei secoli, sorse la comunità sanlazzarese (l'agiotoponimo deriva dunque dal suo patrono, San Lazzaro mendicante e lebbroso[48]. Va ricordato che, in origine, la località ospitante il nosocomio era chiamata Ronco Maruni, la quale divenne San Lazzaro di Roncomaruno, proprio per la presenza dell'edificio, e in seguito abbreviato in San Lazzaro[27][27]); al fiume Savena (dall'etrusco Sàvena, "vena d'acqua"[49]), che oggi lambisce i suoi confini da nord a sud, la città deve invece l'altro tratto della propria denominazione[50] (attribuito a partire dal 1776, in seguito alla deviazione artificiale del corso d'acqua medesimo, operato per tutelare Bologna dalle sue inondazioni[51]).

Nella giornata del 15 aprile 1945[52], un massiccio bombardamento degli Alleati (ad opera della 15ª Forza Aerea degli Stati Uniti e nell'ambito delle operazioni Craftsman e Wowser[53]) portò la devastazione sul territorio comunale.

La città fu liberata ufficialmente dal nazifascismo, il 21 aprile del 1945, con l'arrivo delle truppe alleate della 3ª Divisione Fucilieri dei Carpazi del Secondo corpo polacco[41][54].

Cimitero militare polacco (al confine tra Bologna e San Lazzaro di Savena), ove riposano i soldati del Secondo corpo polacco, i quali, nel 1945, portarono la pace anche su suolo sanlazzarese

Conclusosi il conflitto, la città aveva subito vittime fra civili, partigiani e caduti sui campi di battaglia; il 65% degli edifici sul suo territorio risultavano rasi al suolo o fortemente danneggiati[55] (con un novero di sfollati pari a 5.500 unità circa), le infrastrutture-chiave quali ponti, acquedotti, linee telefoniche ed elettriche erano state abbattute o notevolmente colpite, come gran parte delle costruzioni scolastiche; le coltivazioni erano devastate, senza contare la presenza di estese zone in cui erano state posate mine[41].

Dopo la ricostruzione postbellica, arrivò l'espansione edilizia degli anni settanta, iniziata negli anni cinquanta e proseguita negli anni novanta, fino ai giorni nostri, che ha fatto del comune, una sorta di sobborgo residenziale di Bologna[56]. San Lazzaro di Savena risulta essere uno dei comuni più popolosi della provincia bolognese (il quarto per popolazione residente: conta oltre 30.000 abitanti[6]). Le origini di tale progetto espansivo sono ancora visibili, ad esempio, grazie al preciso impianto urbanistico della zona denominata Ponticella, la quale fu riqualificata dalla famiglia Brizzi-Nuccorini. Il complesso residenziale che è possibile osservare ancora oggi, sorse prevalentemente sui campi di proprietà di tale famiglia, la quale suddivise nel tempo i terreni circostanti la storica villa accanto al Savena, dando origine a strade e nuovi isolati. Le vie sono rimaste invariate e seguono ancora la disposizione geometrica definita all'epoca.

San Lazzaro è sede di industrie, dislocate in buona parte nella frazione La Cicogna, un insediamento artigianale-industriale nato negli anni settanta.

Oltre agli agglomerati urbani nei dintorni della via Emilia (San Lazzaro-capoluogo, La Cicogna, Idice, La Campana), ne esistono alcuni lungo la valle del fiume Idice (Castel de' Britti), del fiume Savena (Trappolone e Ponticella) e lungo la valle del torrente Zena (nel Farneto).

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

Stemma comunale di San Lazzaro di Savena

Lo stemma di San Lazzaro di Savena è del tipo scudo svizzero, separato da quattro parti: la prima, smaltata di bianco, reca la figura di un ponte ad un arco sormontato da quattro sirene sopra ad altrettante colonne, il tutto su di un fiume azzurro; il secondo e il terzo quarto sono tinti di verde e recano il motto in oro "LIBERTAS", posto in banda; l'ultimo quarto (su sfondo bianco) reca la figura di San Lazzaro mendicante seduto, con una veste azzurra e un cane accucciato alla sua sinistra. Sul cimiero, è presente una lupa che allatta Romolo e Remo. Lo stemma è completato da ornamenti esteriori di città e da una doppia fronda d'alloro in decusse, che lo chiude verso il basso[57].

Nel primo quarto, il ponte è posto a simbolo di quello reale che divise San Lazzaro dall'Appodiato pontificio degli Alemanni. Secondo e terzo spazio dello scudo fanno riferimento al periodo di assoggettamento alla città di Bologna (qui in verde, in correlazione alla campagna). Nell'ultima parte, vi è l'allegoria del nome del comune, strettamente legato alla figura evangelica di San Lazzaro Mendicante (ritratta in riva al torrente Savena, confine della città).

Lo stemma comunale[58][59] fu disegnato nel 1851, su richiesta dello Stato Pontificio, e approvato nel 1857[60]. Nel XX secolo, una circolare fascista (del 1927), disponeva che le prefetture esigessero da ciascun comune l'ufficializzazione del proprio stemma (o, in caso di assenza, che gli stessi ne richiedessero uno). Il 27 giugno del 1931, il podestà di San Lazzaro chiede al Governo di conservare lo stemma adottato oltre settanta anni prima. Ma la replica del prefetto di Bologna (del 1936) se da una parte riconosce a San Lazzaro l'esercizio del diritto alla conservazione dello stemma, dall'altra nega la possibilità che lo stesso abbia in sé anche la lupa romana (D.C.G. del 7 aprile 1937[61]), oramai effigie del Fascismo, quindi non reputata consona a una piccola comunità come quella sanlazzarese.
In seguito alla Liberazione, il comune recupera lo stemma del 1857, e a partire dal 21 dicembre 2007, ne ufficializza la revisione (ora emblema maggiormente moderno e stilizzato, pur con blasonatura identica), da accostare alla precedente versione, senza sostituirla.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città

Il comune di San Lazzaro di Savena si fregia del titolo di città, ottenuto con D.P.R. del 17 settembre 2001[7][62][63].

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa di San Lazzaro è la principale parrocchia comunale.

Non lontano da Bologna, già nei primi anni del 1200, era stato innalzato un ospedale destinato alla cura dei lebbrosi (area, in epoca moderna, occupata dal municipio), con la dedicazione a San Lazzaro. Vicino all'ospedale vi era stata costruita una cappella (XIII-XIV secolo). Al termine del Medio Evo, i focolai della lebbra in quella zona si erano esauriti, mentre andava aggregandosi una piccola comunità rurale attorno ai due edifici.

Chiesa di San Lazzaro (qui nel 2014)
Disegno del XVII secolo che ritrae la chiesa di San Lazzaro (sopra) e l'antico ospedale (sotto), oggigiorno palazzo comunale

Il 31 ottobre del 1924, il Cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano (Arcivescovo di Bologna), accolta una petizione della cittadinanza, elevò la cappella a parrocchia autonoma: Don Cesare Pizzirani divenne il primo parroco della chiesa. L'entrata principale era posta in posizione occidentale, mentre l'abside si profilava a oriente; un campanile e un portico perimetrale (quest'ultimo innalzato nel periodo del Cinquecento), completavano la struttura.

Il 15 aprile 1945[52], alle ore 13:37 un bombardamento anglo-americano della Seconda guerra mondiale[64] colpì duramente il comune e distrusse integralmente anche la chiesa e l'ex lebbrosario (unicamente la torre campanaria rimase in piedi, ma fu puntellata). Dalle macerie, vennero estratti il tabernacolo, l'effigie della Madonna del Suffragio, una Madonna dei lebbrosi in terracotta e una lapide in arenaria recante la dicitura: "In questo ospedale si medicano per carità quelli che hanno il male di San Lazzaro"[52].

La ricostruzione (la prima pietra fu posata il 5 maggio del 1946[52]) fu progettata dagli ingegneri Ferruccio Maglioni e Rodolfo Bettazzi (influenzati dalla basilica ravennate di Sant'Apollinare in Classe). Nel catino absidale fu affrescata, dal pittore Ilario Rossi, l'opera "Lazzaro e il ricco Epulone" (ispirata all'omonima parabola evangelica), sotto la quale fu riportata l'iscrizione rinvenuta su di un medaglione di gesso di una parete della vecchia abside: "Quìa recepit mala in vita sua nunc consolatur - Luca XVI" ("Poiché ricevette dolori nella sua vita ora è consolato"). Nel nuovo abside furono inseriti grandi bassorilievi di terracotta, opere dello scultore Carlo Pini (che creò anche l'altare maggiore), raffiguranti l'Assunzione di Maria e i santi patroni delle altre parrocchie comunali sanlazzaresi.

Il neo-edificio ecclesiastico fu consacrato in memoria di San Lazzaro mendicante il 16 luglio 1949, dal Vescovo ausiliare Monsignor Danio Bolognini. Nella medesima giornata, il Cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano, (il quale aveva posato la prima pietra, il 5 maggio del 1946)[52] celebrò la prima messa.

Nel 1956 la chiesa fu impreziosita con le Stazioni della Via Crucis, dei bassorilievi in terracotta, apporti dello scultore Cesarino Vincenzi. Su impulso del nuovo parroco Don Virginio Pasotti, nel retro della chiesa, nel 1962 venne fatta costruire la "Casa per giovani lavoratori" (in seguito denominata "Pensione Savena"), ovvero un alloggio economico per i meno abbienti e fu approntata anche una mensa popolare[52] (entrambe le attività furono poi chiuse il 30 giugno 2014[65]). Nel 1973, s'insediò il parroco Don Domenico Nucci (già segretario del Cardinale Giacomo Lercaro e in seguito, nel 1993, divenuto Monsignore[66]).

Aggiornamenti furono compiuti nel 1996, relativamente al tabernacolo (ne fu alloggiato uno nuovo), al battistero e alla cappella della Madonna. Quattro anni dopo (nel 2000), fu completata l'installazione di nuove vetrate per la navata, in occasione del Giubileo del 2000 (lavoro progettato da Padre Costantino Ruggeri) e che rappresentano la Storia della salvezza (in un percorso che va dalla Creazione, alla Redenzione)[52].

Nel corso del 2002 furono condotti a termine altri lavori di ristrutturazione che riguardarono essenzialmente la pavimentazione interna, la sostituzione dei marmi dell'altare maggiore e di quelli laterali. Il porticato e le gradinate vennero modificate impiegando granito e porfido, e furono realizzate rampe d'accesso al fine di rimuovere barriere architettoniche.

Altre chiese[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di San Francesco d'Assisi
Struttura moderna la cui costruzione è terminata fra il 1992 e il 1993[67] e dotata di un grande organo a 1.275 canne[68][69].
Chiesa di San Luca Evangelista
Piccola chiesa in località La Cicogna.
Chiesa di San Francesco d'Assisi
Chiesa della Sacra Famiglia
Chiesetta a pianta ottagonale, sita nella frazione La Cicogna (e nel cuore della comunità "Città dei Ragazzi", un'associazione laicale), nella cui cripta, dal 1980, sono custodite le spoglie del venerabile Don Olinto Giuseppe Marella (chiamato Padre Marella)[70], fondatore dell'omonima Opera Padre Marella[71].
Chiesa di Santa Maria Assunta
Chiesa collocata in zona centrale del territorio sanlazzarese.
Chiesa di Santa Maria Assunta e San Gabriele dell'Addolorata
Chiesa sita in località Idice[72].
Chiesa di Sant'Agostino
Chiesa situata nella frazione di Ponticella[73], costruita nel 1959 e un tempo al servizio di un collegio di Suore adoratrici ancelle del Santissimo Sacramento e della carità; fu elevata a parrocchia nel 1967[74].
Chiesa di San Giovanni Battista
Chiesa collocata in frazione Colunga, l'antica chiesa è traccia della civiltà villanoviana sul territorio, conserva infatti al suo interno una fonte battesimale che era un granaio di quell'epoca. Documentazione parrocchiale fa risalire la costruzione dedicata a San Giovanni Battista agli esordi del 1300. La "nuova" chiesa è stata invece edificata un secolo fa sopra a quella piccola preesistente (il nucleo originario fu ridotto a cappella) e possiede una facciata con elementi decorativi realizzati sia per il portale, che per il sovrastante finestrone, oltre a un timpano triangolare. Il campanile è formato da una grande guglia e da altre quattro angolari (di dimensioni minori). La parrocchia, al suo interno possiede quattro colonne di ordine ionico poste a sostegno della volta dell'altare maggiore (al centro del quale è presente un quadro, attribuito al pittore Giacomo Cavedone: La Natività di San Giovanni Battista). Nelle cappelle trovano spazio l'antica fonte battesimale, un quadro sulla crocifissione di Gesù (attribuito alla scuola del Tiziano), un altro sul Sacro Cuore di Gesù, un terzo dedicato a Santa Rita, un simulacro della Madonna (opera questa dello scultore cremonese Francesco Riccardo Monti) e quindici piccoli quadri che rappresentano i misteri del Santo Rosario (della scuola del Carracci)[75].
Chiesa di San Lorenzo del Farneto
Edificata nel 1733 (il campanile è invece anteriore, 1500), al suo interno è collocata un'opera del XVII secolo di un artista della scuola di Guido Reni, che rappresenta Gesù crocifisso, affiancato dai Santi Lorenzo e Lucia. È presente anche il dipinto della Madonna della Cintura con Gesù bambino[76], al cui culto viene annualmente dedicata la Festa della Madonna della Cintura, per la grazia ricevuta dagli abitati del Farneto, nel corso dell'epidemia di colera del 1855, dalla quale uscirono senza registrare decessi[77].
Chiesa e Abbazia di Santa Cecilia della Croara
Il complesso sorge a sud del comune (precisamente nella frazione Croara), faceva parte di un antico monastero benedettino[78] e nei secoli raggiunse un notevole potere economico e prestigio religioso[79]. Il più datato documento ufficiale che faccia menzione dell'abbazia, risale al 1095[79], tuttavia è possibile che l'edificio sia più antico[80].
Chiesa di San Biagio: immediatamente alla sinistra dell'edificio è possibile intravvedere i resti del profilo dell'arco d'accesso all'antica fortezza di Castel de' Britti
Il complesso (un tempo anche sede del Museo della Preistoria Luigi Donini), contiene opere come una Via Crucis (in cotto e del XVII secolo), due effigi create da Giovanni Andrea Donducci, detto il "Mastelletta" (uno su Santa Cecilia e l'altro raffigurante San Girolamo), un dipinto riconducibile alla scuola di Guido Reni, avente come soggetto Sant'Antonio di Padova, una statua in cotto appartenente al XV secolo, che riproduce l'immagine di Santa Cecilia e una pala d'altare con Gesù bambino, attribuito al pittore bolognese Annibale Carracci[81].
Nel 2005[82] l'abbazia ha ricevuto dai Club UNESCO il riconoscimento di "Patrimonio per la cultura di pace"[83].
Chiesa di Sant'Emiliano di Russo
Chiesa collocata nella frazione Russo del comune.
Chiesa di San Biagio di Castel de' Britti
Edificio ecclesiastico risalente al Trecento[84] e consacrato a San Biagio; è arroccato s'una rupe gessosa, in località Castel de' Britti. Dirimpetto ad essa, gli esigui resti di una fortificazione medievale.

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ai Caduti della Guerra 1915-1918 e 1940-1945[modifica | modifica wikitesto]

Col fine di onorare i caduti della Grande Guerra, il 24 ottobre del 1921, l'allora sindaco di San Lazzaro di Savena, Enrico Casanova, istituì il "Comitato Cittadino per le Onoranze ai Caduti in Guerra" (composto sia da autorità civili che religiose, associazioni, ma anche persone comuni) il quale diede l'avvio a una raccolta fondi. Dall'idea di partenza di una commemorazione fatta mediante il collocamento di una semplice lapide, si passò alla convinzione di dover erigere un monumento nel cuore della piazza principale.

Monumento ai Caduti (qui negli anni trenta, prima del suo spostamento dal centro al lato est della piazza principale di San Lazzaro). Sullo sfondo, il Palazzo Comunale
Monumento ai Caduti della Guerra 1915-1918 e 1940-1945

Il Comitato diede l'incarico all'architetto e scultore Riccardo Venturi di realizzare l'opera da lui proposta. Il 21 settembre 1922, il Ministero della Guerra Fascista, concesse tre quintali di bronzo recuperati da rottami, per concretare le decorazioni. Il 24 settembre 1922, si tenne la cerimonia della posa della prima pietra. Il monumento, terminato a fine maggio 1923, venne inaugurato il 24 giugno successivo.

Nel 1962-63, il comune designò l'architetto Ferdinando Forlay per la progettazione del rifacimento della piazza principale (nel frattempo intitolata al partigiano sanlazzarese Luciano Bracci). I risultati dello studio, contemplarono anche la variazione di posizione del monumento, dal centro, al lato orientale del piazzale.

L'opera è un'alta stele costituita di pietra calcarea ornata da decorazioni bronzee. Il monolito riporta elementi propagandistici rappresentazioni della "forza" e della "supremazia" del regime fascista.[85][86]

La costruzione architettonica è composta da un basamento con due gradini (per i due lati più estesi di tale base, furono previste due lampade votive) sul quale si appoggia un blocco (salvaguardato agli angoli da quattro elementi verticali sagomati) che ospita, frontalmente, tre rilievi circolari dotati delle iscrizioni: "PIAVE", "V. VENETO", "MONTELLO". Sul lato sinistro di tale blocco, in un altro cerchio è incisa la dicitura: "M. GRAPPA"; sul lato destro, in un ulteriore rilievo a forma di disco, si può leggere: "GORIZIA"; infine, sulla parte retrostante vi sono altri tre elementi (sempre di tipo circolare), all'interno dei quali sono visibili le parole: "S. MICHELE", "M. SANTO", "BAINSIZZA".

Il blocco fa da sostegno a due colonne di ordine dorico binate, le quali s'innestano in un parallelepipedo rettangolo (per uscirne alla sommità dello stesso) contenente frontalmente una doppia fila di nomi di caduti nel primo conflitto mondiale (al di sotto di tale elenco, c'era originariamente la seguente iscrizione, andata perduta: "MCMXV / MCM XVIII / VIRTU' DI POPOLO - AMOR DI PATRIA / EROI LI FECE / PER L'ITALIA IN ARMI / A GLORIOSA MORTE IMMOLATI / AD ETERNA VITA RINATI"). Nel lato sinistro del parallelepipedo, è presente un altro elenco di nomi; sulla parte destra, sono visibili sia un'ulteriore lista, che la data d'inaugurazione del manufatto: "24 GIUGNO 1923". Conclusa la seconda guerra mondiale, nella parte retrostante fu aggiunta la scritta: "CADUTI NELLA GUERRA 1940-1945", fornita d'una elencazione di vittime sanlazzaresi di quel conflitto, oltre che la dicitura: "PARTIGIANI" (con un ultimo insieme di concittadini periti nel corso della lotta partigiana).

Tornando alla parte frontale del grande blocco principale, in essa è presente una spada bronzea "gocciolante il sangue dei caduti" (con la dicitura "SPQR" sulla guardia), al di sopra della cui impugnatura, vi è un componente bronzeo decorativo a foggia di foglie di quercia e d'alloro (rispettivamente a significare la forza e l'onore).
Più in alto, su di un tratto di trabeazione, svetta un'aquila (in bronzo) ad ali semi-distese (emblema della forza).

In origine, il monumento ai caduti era delimitato da una bassa recinzione in metallo. Plausibilmente, la cancellata subì la rimozione per via delle leggi fasciste che, a partire dal 1940, imponevano la requisizione del ferro per destinarlo allo sforzo bellico[87]. In seguito, il perimetro fu definito nuovamente da un recinto (in pietra), poi anch'esso rimosso[86][88].

Dimore storiche[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio di San Lazzaro di Savena è disseminato di ville patrizie e palazzi storici, edificazioni di campagna degne di nota dal punto di vista architettonico e per la rilevanza delle famiglie nobiliari che le hanno commissionate.

Villa Bellaria[modifica | modifica wikitesto]

Villa Bellaria è una costruzione cinquecentesca[89]. Già della famiglia dei Malvasia, andò in proprietà ai Pepoli, poi ai Boschi ed ai Mondani-Coltelli, quindi, all'azienda Furla. Attorno alla villa, nel corso del tempo furono espropriati diverse porzioni di terreno per consentire, negli anni venti, il collegamento del vicino ospedale Bellaria alla viabilità ordinaria e, in tempi recenti, per ragioni generali di assetto urbanistico[90].

Negli anni della seconda guerra mondiale Villa Bellaria fu requisita al fine d'essere convertita a centro meccanografico di un istituto bancario, poi trasformata negli ambienti redazionali del quotidiano L'Avvenire d'Italia, quindi subì, come tutta San Lazzaro, l'occupazione tedesca. Fu anche sottoposta a bombardamenti alleati.

Rimangano poche testimonianze dell'originale verde della proprietà, in quanto, per via dell'inverno ostile occorso fra il 1944-1945, una parte degli alberi fu abbattuta ad uso di riscaldamento. Il giardino ha avuto un parziale ripristino postbellico e, negli anni novanta (a seguito dell'acquisizione della società Furla), un restauro approfondito con la consulenza del paesaggista Paolo Pejrone)[91].

Villa Cicogna[modifica | modifica wikitesto]

Villa Cicogna

Villa Cicogna (o Villa Boncompagni alla Cicogna[92]) è una residenza cinquecentesca[92] (1570[93]) collocata in fondo a un lungo viale di tigli ed immersa in un parco dall'estesa superficie. È uno degli ultimi lavori dell'architetto Jacopo Barozzi (la villa, tuttavia, non è che ufficiosamente attribuita fra le opere del suo ideatore, a causa della sua morte, nel 1573; fra l'altro, lo studio iniziale prevedeva un secondo piano, mai realizzato[94])[95].

L'edificio fu commissionato dal marchese Giacomo Boncompagni, figlio legittimo di Ugo Boncompagni[96] (quest'ultimo salito al soglio pontificio nel 1572, con il nome di Gregorio XIII).

Nel seicento la proprietà (sino a qui inutilizzata[97]) passò alla famiglia fiorentina dei Falconieri[94] e nel 1743 ai Principi Colonna e da questi, per matrimonio ai Pepoli.
Eleonora Colonna (moglie del conte Sicinio Pepoli[98]) fece sottoporre a restauro la tenuta, riordinandone anche la cappella, disponendo affinché venissero realizzati stucchi e affreschi per la loggia e le sale[97]; commissionò le decorazioni al paesaggista Carlo Lodi e al figurista Antonio Rossi, i quali, attraverso la collaborazione con Giuseppe Buratti e Tertulliano Tarroni, completarono quaranta tempere a muro a favore delle undici sale interne. I soggetti rappresentati negli affreschi riguardano la storia biblica (Storie di Mosè), il mito (con la Storia di Telemaco, ispirata al romanzo Les aventures de Télémaque del filosofo francese Fénelon) e infine le vicende dei conflitti bellici europei verificatisi nel periodo del settecento[95]. Tali affreschi, nel corso degli anni furono sottoposti a rimozione e finirono in parte perduti[92].

Per una decina d'anni, nell'ottocento, il politico Gioacchino Napoleone Pepoli fu il proprietario di Villa Cicogna[97].

Vari passaggi di proprietà si susseguirono nel tempo: subentra la famiglia Paleotti, quindi gli Aldrovandi[99], Candida Cremonini (vedova Ferretti), nel 1883[100], e l'industriale di Crevalcore Gaetano Barbieri[101], nel 1920; negli anni ottanta, la tenuta venne rilevata dalla società "Villa Cicogna", che commissionò al pittore Dalla Volpe il ripristino degli spazi rimasti vuoti per via delle antiche tempere asportate[92].

La colonia elioterapica Assunta Panterna
Colonia Elioterapica Assunta Panterna San Lazzaro di Savena.jpg

La colonia elioterapica "Assunta Panterna"[102], fu inaugurata nell'estate del 1942 vicino al torrente Idice (nell'odierna via Ca' Bassa) come consolidamento di una precaria installazione fluviale preesistente dei primi del Novecento e su impulso del partito fascista locale. L'edificio (dall'architettura circolare, progettata dall'ingegniere Mario Agnoli[103]) fu il frutto d'una donazione alla Gioventù italiana del littorio da parte del commendatore Pompeo Panterna (in memoria della defunta consorte, Assunta Gruppi). La colonia estiva accoglieva ragazzi che vi trascorrevano periodi di cure elioterapiche o vacanze. Nel 1943, venne requisita prima dal 6º Reggimento bersaglieri del Regio Esercito, quindi da truppe di occupazione tedesche, per allocarvi una stazione radio dell'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, avente funzione d'interferenza delle trasmissione radiofoniche degli Alleati rivolte alla Resistenza partigiana[104]. Proprio le forze alleate ne fecero a più riprese un bersaglio fino a raderla al suolo nelle incursioni aeree del 1944-1945[105][106][107].

Dal 2012, la residenza appartiene al gruppo finanziario Unipol, la quale ha mantenuto la destinazione d'uso delle titolarità recenti (il Gruppo Di Mario nel 2005 l'aveva rilevata dalla società Belchi 86) e perciò vi organizza, mediante Una Hotels e Resorts, meeting ed eventi culturali[94][108][109].

La Belchi 86, nel 2010 aveva ceduto al comune di San Lazzaro di Savena, 122 ettari di parco, incluso un percorso ciclo-pedonale disteso lungo il tratto perimetrale della villa[110][111].

Villa Dolfi-Ratta[modifica | modifica wikitesto]

La villa nobiliare Dolfi-Ratta (o Castello Dolfi-Ratta), un tempo conosciuta anche come Villa Bosdari[112], collocata nella periferia sanlazzarese, era originariamente circondata da mura merlate che, connesse a due torri prospicienti l'edificio principale, creavano un aspetto d'insieme similare a quello di un castello[113]: in effetti, il complesso, risalente ad epoca quattrocentesca, era un lazzaretto e la sua struttura fortificata era stata studiata per assolvere sia a funzioni sanitarie, che difensive verso il brigantaggio[114].

La villa, nel XVI secolo passò alla ricca famiglia pavese dei Parati (in un antico dipinto custodito in una cappella che apparteneva al cavaliere Parati, sita nella Chiesa di Santa Maria della Misericordia a Bologna, è possibile scorgere l'edificio fortificato[114]). In seguito, la proprietà giunse ai conti Grassi[115], quindi a quelli Pallotta i quali, nel 1730, la vendettero al marchese Ludovico Ratta. Nell'ultima parte del XVIII secolo, la marchesa Maria Dolfi-Ratta (ereditata la struttura), ordinò alcune significative revisioni architettoniche, facendo tra l'altro atterrare le mura difensive. Eleonora Dolfi-Ratta, nel 1891 lasciò in eredità la dimora a sua nipote Eleonora Agucchi Legnani, sposa del conte Girolamo De Bosdari. All'inizio degli anni sessanta del Novecento, gli eredi del conte De Bosdari cedettero la villa alla famiglia d'imprenditori Borsari, i quali vendettero (nel 1977) agli immobiliaristi Marzaduri[113].

Intersecante un parco secolare (esteso oltre 180 000 m² e includente anche giardini all'italiana che accolgono una fauna composita: caprioli, daini, tassi, pavoni, pappagalli, fagiani e lepri), un lungo doppio viale funge da accesso alla Villa Dolfi-Ratta. L'edificio, di oltre 1 200 m² (che in tempi moderni ha subito un restauro durato 10 anni) è formato da un corpo centrale e dalle due torri laterali d'avamposto sopraccitate. L'ingresso è costituito da una ampia loggia con volta a botte ornata da affreschi rappresentanti scene di respiro mitologico. L’interno è corredato di decorazioni in stile Luigi XVI e tempere raffiguranti rovine[115]. Nella proprietà si trovano anche un auditorium, una cappella privata approntata nel 1777[115] e abbellita da stucchi (situata nella torre di levante) e un'antica conserva.

Villa storica, parco e giardini sono utilizzati parzialmente per varie tipologie di eventi mondani.

Villa L'Abbadia[modifica | modifica wikitesto]

« Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo". »
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXIII)
Villa L'Abbadia (qui negli anni sessanta)

Presso Castel de' Britti è ubicata Villa L'Abbadia (nota anche come Palazzo Montalto, e già Abbazia di San Michele), una costruzione millenaria che appartenne ai monaci camaldolesi fino al 1090 e ai Frati Gaudenti dal 1262 al 1586 (questi ultimi citati anche da Dante nella sua Divina Commedia[116][117]). Il complesso religioso passò in seguito all'ecclesiastico Collegio Montalto di Bologna.

Nel XVIII secolo, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, l'edificio fu della famiglia di Carlo Berti Pichat, la quale, all'inizio del XIX secolo, ne cambiò la destinazione d'uso in villa, facendo innalzare anche una torre ad orologio[118].

L'integrità di Villa L'Abbadia fu minata a causa del secondo conflitto mondiale[119].

L'edificio è oggigiorno in proprietà alla famiglia dei Barberi Pandolfini.

Villa Pepoli[modifica | modifica wikitesto]

In località La Mura San Carlo vi è ubicata Villa Pepoli (o Villa San Camillo ed ex Villa Seminario), costruita dalla famiglia nobiliare bolognese dei Pepoli alla fine del XVII secolo. La villa (era soprannominata "il serraglio", in quanto aveva una recinzione per via della numerosa e varia fauna tenuta al suo interno), passò poi ai Legnani, quindi ai Bovi e alla famiglia dei Bonora. Nel 1862[120] fu del Seminario Arcivescovile di Bologna (il quale fece eseguire modifiche strutturali all'unico corpo centrale dello stabile, aggiungendo due ali). Divenne luogo di villeggiatura per seminaristi fino al 1933, quando, per volere del cardinale Nasalli Rocca, fu ufficialmente inaugurato come ospizio (il San Camillo).

Durante la seconda guerra mondiale Villa Pepoli fu lesa seriamente, ma questo non impedì d'accogliere sfollati. Dal 1962 al 1973 la sua destinazione d'uso mutò in studentato teologico e successivamente in ospedale. Attualmente la tenuta ospita locali dell'Azienda USL di Bologna[121].

Villa Rodriguez[modifica | modifica wikitesto]

Villa Rodriguez edificata nel 1855 sulla via Emilia, era la residenza estiva della famiglia Rodriguez (di origine spagnola), e fu destinata dalla marchesa bolognese Laura Bevilacqua Ariosti (vedova del marchese Annibale Rodriguez y Laso De' Buoi, deceduto nel 1901) all'istituzione di un convalescenziario per donne non abbienti.

L'inaugurazione dell'istituto avvenne nel 1932. Nel 1943 l'Ospedale Maggiore di Bologna fu quasi completamente abbattuto da un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale[122] e in conseguenza di ciò, nel 1944 la villa accolse nei propri locali la sua Divisione di Medicina. Causa l'occupazione tedesca e in seguito per via degli alleati, l'attività fu sospesa. Nel 1945 anche il convalescenziario fu bombardato (venne distrutto, fra l'altro, il suo archivio). Concluso il periodo bellico, Villa Rodriguez fu convertita a nosocomio di zona. La struttura riprese la sua attività assistenziale solo nel 1964, finalità che successivamente mutò in casa di riposo riservata a donne anziane.

La proprietà ove è ubicata la villa (un amplissimo terreno agricolo completo di parco a carattere secolare) è stata dal comune parzialmente urbanizzata e in parte trasformata nel Parco della Resistenza. Nel 1984 l'edificio fu sottoposto ad un importante progetto di ristrutturazione ed ampliamento (lavori che si svolsero dal 1989 al 1992). Nel medesimo anno, le funzioni di casa protetta e di convalescenziario per persone anziane disabili o non autosufficienti furono ripristinate[123][124][125].

Villa Salina[modifica | modifica wikitesto]

Villa Bolognini (ora Salina), in un disegno del Cinquecento. Sono ancora visibili le antiche torri rimosse in seguito

Villa Salina, in località Farneto, è nel tempo appartenuta alle famiglie nobiliari dei Bolognini (i quali la fecero innalzare al termine del XV secolo), quindi degli Amorini, e del marchese Salina in seguito[126]. L'edificio, che originariamente era un palazzo dotato di quattro torri a base rettangolare, fu ristrutturato in forma di villa nel 1743, per volere di Taddeo Bolognini (e, fra l'altro, conserva tutt'ora statue in stucco, opere dello scultore Giovan Battista Bolognini, il Giovane[127]).

Il territorio sanlazzarese fu pesantemente bersagliato nell'atto conclusivo del secondo conflitto mondiale: la villa fu colpita e subì danni non lievi (e l'ampio giardino, dotato di siepi labirintiche, fu distrutto). Dopo un lungo periodo d'incuria, Villa Salina è stata sottoposta ad interventi di recupero. Attualmente essa è adibita a struttura di accoglienza per anziani[128], con un parco che ha un'estensione superficiale di circa un ettaro, comprensiva di un giardino all'italiana col suo parterre[129].

Altre ville storiche[modifica | modifica wikitesto]

Villa Scornetta (sita nel capoluogo) è una tenuta rinascimentale che apparteneva alla famiglia Bianchini (fu poi acquistata nel 1808 da Vincenzo Pasquale Rusconi e giunse, per eredità, alla famiglia Berti[130]). È attualmente di quella dei Paglia.

Nella frazione di Caselle, è presente Villa Rorà (in principio dei Gozzadini, poi dei Bonfioli, quindi dei Malvezzi e ora convertita parzialmente in stabile condominiale).

A Colunga vi è Villa Savioli, un complesso posseduto dai Pepoli e in seguito dai Savioli (ora è dei Marescotti).

In località Croara si trovano Villa Malvasia, costruzione del XVII secolo e Villa Rusconi-Rizzi (già degli Zambeccari, quindi dei Malvezzi), oggi divenuta condominio (durante l'occupazione tedesca era stata trasformata nella loro roccaforte a San Lazzaro).

Nella frazione di Pizzocalvo è collocata una villa del XVI secolo[131] soprannominata Palazzo del Bosco (per via del suo bosco perimetrale) appartenuta inizialmente alla famiglia dei Bovio, poi ai Boncompagni, quindi ai Berti Pichat; presentemente la famiglia proprietaria è quella dei Minutoli Tegrini[132].

A Castel de' Britti (non molto distante dai ruderi castellani) è visibile Villa Malvezzi (ora della famiglia Rangoni Machiavelli), un fabbricato in stile neomedievale (dall'aspetto affine ad un'opera fortificata, con tanto di torre) ultimato nel 1896.

Architetture militari[modifica | modifica wikitesto]

Rovine di Castel de' Britti[modifica | modifica wikitesto]

Menzionato nel 776 in un atto di donazione del duca di Persiceto Giovanni e di sua sorella Orsa (copia manoscritta risalente al XII secolo[133][134]), come castro Gissaro quod dicitur Britu[135] (ovvero, castello Gissaro - in quanto eretto su di un rilievo gessoso - dei Britti), Castel de' Britti (a volte citato come Castrum Britonum[136][137]), era in origine un borgo fortificato rientrante fra i vasti possedimenti della Grancontessa Matilde di Canossa.

Nel corso della storia, per un certo numero di volte fu sottoposto a devastazione: in particolare, nel 1137 fu assediato ed espugnato, saccheggiato e distrutto dall'imperatore Lotario III; nel 1175, fu incendiato da truppe dell'arcivescovo Cristiano di Magonza, arcicancelliere dell'imperatore Federico I Barbarossa; nel 1361 i soldati del comune di Bologna lo abbatterono[138]. In seguito fu ricostruito e distrutto nuovamente.

Del castello rimangono pochissime testimonianze, porzioni delle mura di cinta e lo scheletro dell'arco d'entrata situato davanti alla chiesa trecentesca consacrata a San Biagio[135][138].

Altro[modifica | modifica wikitesto]

Ponte Savena[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte Savena è una costruzione posta sul torrente Savena che congiunge a est il territorio della città di Bologna a quello di San Lazzaro di Savena. Tra il 1776 e 1777, fu edificato in quanto funzionale a una deviazione del Savena. Il ponte (riprodotto anche all'interno dello stemma del comune, disegnato nel 1851) era anticamente dotato di quattro pilastri le cui cime erano corredate da altrettante statue raffiguranti sirene (chiamate "sfingi" secondo alcuni documenti di quel periodo)[60][139]. Pilastri e sculture furono rimossi in base a un progetto del 13 maggio 1885 e rimpiazzati da pilastri bassi sormontati da sfere (della cui esistenza tuttavia, non v'è più traccia già nelle fotografie dei primi anni del Novecento)[60], il tutto per seguire i piani d'ampliamento della sede stradale del ponte, consentendo la circolazione della tranvia a vapore Bologna-Imola, a quel tempo in fase di costruzione.

Il ponte Savena, adeguato nell'Ottocento, nella seconda guerra mondiale subì l'abbattimento e venne sostituito dall'attuale (dallo stile architettonico anodino)[139][140].

Siti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Scavi di via Montebello[modifica | modifica wikitesto]

Un accidentale ritrovamento in località Pizzocalvo (via Montebello, sulla sponda sinistra del torrente Idice e nel cuore del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa) ha dato l'abbrivio a due campagne di scavo del 2001 e del 2007 che hanno rivelato l'esistenza d'un importante insediamento d'epoca romana. In particolare, l'impianto rustico rinvenuto consta di una serie di ambienti, uno dei quali era un magazzino per la conservazione di generi alimentari. L'attività archeologica ha individuato sostanzialmente tre fasi d'insediamento dell'edificio, risalenti ad un periodo compreso fra il I e il II secolo d.C., e messo in luce come quella zona non fosse rilevante solo per il suo ruolo agricolo, ma anche per quanto concerne il governo dei traffici commerciali che si svolgevano tra l'Emilia e l'Etruria (attraverso la valle dell'Idice)[141].

Area della ex Cava a Filo[modifica | modifica wikitesto]

Area d'interesse paleontologico è quella della ex Cava a Filo, nei pressi della frazione Croara (localizzata nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa), ove si presenta un paleo-inghiottitoio, scoperto attorno al 1960. Studi sono stati portati avanti anche a partire dal 2006 e fino al 2011. La datazione del sito varia fra gli 11.000 e i 20.000 anni a.C. Parte dei ritrovamenti fossili consistono in volpi, lupi, ermellini, cinghiali, lepri, uri, bisonti delle steppe, resti di pini, ontani, betulle, olmi e querce[142].

Camposanto del lazzaretto[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio del 2015 gli archeologi (a seguito di lavori di rifacimento della via Emilia, causa il cantiere stradale "BOBO", per il trasporto pubblico), si sono imbattuti in sepolture di pertinenza dell'antico camposanto della chiesa medievale andata distrutta (a sua volta correlata all'ex lebbrosario della zona)[143].

Precedenti scavi (1987[144]), compiuti nel cortile municipale (nel corso di una ristrutturazione), misero in luce alcuni resti delle fondazioni dell'antico edificio di culto. Furono scoperte anche una cinquantina di tombe, la cui fattura varia a seconda del ceto sociale dei defunti: inumazione in semplici fosse, entro bare lignee o in cassoni in muratura (questi ultimi collocati all'interno del perimetro della chiesa oppure accostati alla sua facciata).

Gli scavi del 2015 nel centro del comune hanno portato al rinvenimento di tombe basso-medievali (una decina), le quali ampliano i limiti di quella che si pensava potesse essere l'area cimiteriale, coinvolgendo anche l'ambito della via Emilia. A pochi centimetri dalla superficie sono state individuate spoglie adagiate nella nuda terra (ma anche alcuni resti di bare di legno) con, in molti casi, sovrapposizioni di seppellimenti.

Aree naturali[modifica | modifica wikitesto]

Grotta del Farneto[modifica | modifica wikitesto]

La Grotta del Farneto (un tempo chiamata anche del Farnè[145], o dell'Osteriola[146], nominata monumento nazionale sotto il Regno d'Italia[147]) è una cavità del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[148]. L'antro gessoso, che si trova nel territorio di San Lazzaro di Savena (località Farneto), venne scoperto nel 1871 dallo studente di geologia Francesco Orsoni[149] (insieme al contadino Filippo Dorelli[146]) e fu esplorato fino ai primi del Novecento.

Negli anni cinquanta gli scavi per accedere alla grotta ripresero, ma dopo alcuni decenni di abbandono, l'ambiente fu chiuso al pubblico (a seguito di eventi franosi all'ingresso[148], di cui l'ultimo nel 1991[146]) e solo dopo l'esecuzione d'interventi di consolidamento e messa in sicurezza, fu riaperto nel 2008[150].

Campagne di scavi evidenziarono come la caverna venne frequentata dall'Età del Bronzo[146], con tracce rinvenute che vanno da sepolture, al vasellame vario, frammenti d'ossa d'animali e resti di vegetali bruciati.

Risalente all'epoca del Messiniano, la Grotta del Farneto si addentra nella terra per uno sviluppo complessivo di oltre un chilometro (e un dislivello massimo di 44 m)[146]. La parte visitabile della cavità conta tre sale principali: la prima ha il pavimento cosparso di massi bianchi precipitati dalla volta; la seconda ha dimensioni più ridotte, mentre la terza è particolarmente estesa, ma dal soffitto basso e cristalli di gesso infissi in ogni direzione[151].

Grotta della Spipola[modifica | modifica wikitesto]

Lo speleologo Luigi Fantini ritratto al vecchio ingresso della Grotta della Spipola

La Grotta della Spipola, nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abadessa (comune di San Lazzaro di Savena, frazione Croara), venne scoperta nel 1932 dallo speleologo bolognese Luigi Fantini[152], pioniere dell'esplorazione dei gessi bolognesi (con un primo, infruttuoso sondaggio eseguito nel 1903, da parte di Giorgio Trebbi, della Società Speleologica Italiana[8]).

La grotta è considerata tra i maggiori complessi ipogei carsici dell'Europa occidentale, limitatamente alle formazioni gessose (è parte del sistema carsico chiamato "Acquafredda-Spipola-Prete Santo", con oltre 11 km di sviluppo[8])[152][153]. Vi si accede da un ingresso artificiale costruito nel 1936 più in basso rispetto a quello naturale (detto Bus d'la Speppla, in bolognese, o "Buco del Calzolaio").

Dal 1940, la Spipola subì danni ricorrenti e spoliazioni, in parte dovuti anche al suo impiego come rifugio per sfollati[154] verso il termine della seconda guerra mondiale, ma provocati anche da curiosi, vandali e collezionisti (con asportazione di cristallizzazioni, imbrattamenti delle pareti, abbandono di immondizie, ecc.)[155]. L'ultima opera di bonifica terminò nel 1995[152].

All'interno della spelonca si trovano doline minori e inghiottitoi da cui si accede ad altre cavità. La Grotta della Spipola è lunga 4 km, con un dislivello di 50 m[153].

Oasi fluviale del Molino Grande[modifica | modifica wikitesto]

Gessi bolognesi dell'Oasi del Molino Grande

Nella frazione Idice di San Lazzaro di Savena, è possibile trovare l'Oasi fluviale del Molino Grande[156]. L'oasi (collocata nell'ambito del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[157]) include una zona umida, un lago e un tratto di bosco igrofilo (che si estende lungo le rive del torrente Idice) ed è zona di nidificazione per alcune specie di uccelli non comuni[158].
Nell'area vi trova rifugio un'avifauna golenale che comprende il gruccione, il martin pescatore, la rondine topino, l'airone cenerino, la nitticora e la garzetta.

Sulla riva sinistra del corso d'acqua Idice sono visibili i resti di un vecchio mulino[159].

Oltre agli uccelli, è possibile incrociare caprioli, cinghiali, daini, lepri, ma anche tassi e fagiani[160].

Nella zona sono presenti piante di pioppo, roverella, orniello, acero campestre, robinia, salice, farnia, frassino meridionale e di rovo bluastro.

Sulla superficie di un lago (la conca di un'ex cava di ghiaia[161]) si trovano anche rarità botaniche (a livello regionale) di genere acquatico come il nenufaro e la ninfea sfrangiata. Nell'oasi sono osservabili anche la salcerella, il giaggiolo acquatico e la tifa.

Area di Riequilibrio Ecologico Parco Fluviale Lungo Idice[modifica | modifica wikitesto]

In zona Idice, è visitabile la cosiddetta Area di Riequilibrio Ecologico Parco Fluviale Lungo Idice, una fascia territoriale delle dimensioni di 30 ettari in cui la vegetazione è prevalentemente formata da pioppi, robinia, amorpha e tifa.

Tale progetto di riqualificazione ambientale è affidato dal comune al WWF e la sua superficie è connessa a nord al Parco Fluviale Lungo Idice di Castenaso e a sud all'Oasi fluviale del Molino Grande e al Parco di Ca' de Mandorli, sempre ad Idice (il tutto nell'ambito perimetrale del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa)[162].

Parco Belpoggio[modifica | modifica wikitesto]

Il Parco Belpoggio (attiguo alla frazione Ponticella) ha un'estensione di oltre tre ettari ed è inserito nel Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa[157]. Dal 2010 l'area naturalistica è gestita dal WWF[163] ed è dotata di uno stagno per la riproduzione degli anfibi.

Parchi pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Parco della Resistenza
Intitolato alla Resistenza italiana, questo parco è la zona di verde pubblico principale del capoluogo-comune sanlazzarese. È confinante con il territorio di Bologna (Parco dei Cedri) ed è stato realizzato all'inizio degli anni settanta (ha un'estensione di oltre 17 ettari), ricavandolo da una delle proprietà della marchesa Laura Bevilacqua Ariosti (vedova di Annibale Rodriguez y Laso De' Buoi)[123].
Parco 2 agosto
Quest'area è stata portata a termine nel periodo 1979-1980, in pieno centro cittadino, ed è stata dedicata alle vittime della strage della stazione di Bologna. Ospita un palco in muratura con attorno un anfiteatro naturale, che la rende adatta ad accogliere all'aria aperta esibizioni pubbliche o cerimonie religiose.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[164]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2014, i cittadini stranieri residenti a San Lazzaro di Savena risultavano essere 2.518[165] (il 7,9% della popolazione totale), così suddivisi per nazionalità (sono indicati unicamente i dati superiori alle 100 unità[166]):

  1. Romania: 591
  2. Moldavia: 258
  3. Albania: 209
  4. Ucraina: 202
  5. Marocco: 171
  6. Pakistan: 113
  7. Bangladesh: 111
  8. Filippine: 109

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito del carnevale locale, Lazzarone[167][168] è la maschera ufficiale del comune, nata per iniziativa dell'istituzione culturale "Prometeo" e dalla collaborazione del burattinaio bolognese Riccardo Pazzaglia (oltre che dal coinvolgimento degli alunni di due scuole elementari)[169].

Lazzarone (nel nome vi è sia un riferimento allo stesso comune, che all'espressione dialettale generalmente impiegata per indicare un monello, un giamburrasca) incarna un sanlazzarese quindicenne nato nei primi del Novecento; è un personaggio privo di desiderio per lo studio, ma al contempo curioso (suole prendere appunti di ciò che vede e sente), smaliziato, vanitoso, amante del divertimento e degli scherzi.

La maschera di Lazzarone, impersonato per la prima volta da Pazzaglia, esordì pubblicamente il 10 febbraio del 2002, in occasione della festa carnevalesca sanlazzarese, tenendo uno strambo discorso dal balcone del municipio[170].

Qualità della vita[modifica | modifica wikitesto]

Anno Qualità della Vita (Sole 24 Ore[171][172]) Qualità della Vita (Italia Oggi) Rapporto Ecosistema Urbano (Legambiente)
2014 40° -- --

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Scuole[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio si trovano due Istituti comprensivi, denominati I.C. 1 e I.C. 2.[173][174]

Nel comune si trovano inoltre i seguenti istituti superiori:

ITC Teatro[modifica | modifica wikitesto]

L’ITC Teatro è il teatro comunale di San Lazzaro di Savena e venne ufficialmente inaugurato nel 1983[175]. Originariamente, la sua destinazione d'uso era di Aula Magna dell'Istituto Tecnico Commerciale "E. Mattei" (ora I.I.S. "E. Mattei"), da cui la costruzione prende il suo nome[176] e nelle cui immediate vicinane è ubicata. L'edificio fu convertito su iniziativa dell'Assessorato alla Cultura del Comune.

Nel corso degli anni ottanta, artisti e compagnie teatrali fra cui Annibale Ruccello e il Teatro delle Albe, vi si esibirono. Ospitando il festival/concorso per comici La Zanzara d’oro[177] (nato nel 1985, poi divenuto di rilevanza nazionale), e grazie all'incontro con lo spettacolo cabarettistico bolognese Gran Pavese Varietà (ideato da Patrizio Roversi e Syusy Blady), calcarono il palcoscenico sanlazzarese anche gli allora esordienti Antonio Albanese, Gene Gnocchi, Daniele Luttazzi, Paolo Hendel, Fabio De Luigi e Alessandro Bergonzoni[178].

Dal momento della sua riapertura (avvenuta nel 1998, in seguito alla chiusura forzata di alcuni anni per via di lavori di ristrutturazione), il teatro fu affidato alla gestione del cast artistico e tecnico della Compagnia del Teatro dell’Argine[176].

L’ITC Teatro ha una capienza di 220 posti (120 in platea e 100 in gradinata)[179], conta su una media di 30 000 spettatori all'anno (nella stagione teatrale 2007-2008, è risultato essere il terzo teatro in Italia per dati d'afflusso di pubblico, considerato fra quelli aventi una capienza al di sotto dei duecentocinquanta posti[180]) e negli ultimi anni ha ospitato artisti come Paolo Rossi, Ascanio Celestini, César Brie, Marco Baliani, Valerio Binasco, Paolo Nani e Emma Dante[180].

Museo della Preistoria Luigi Donini[modifica | modifica wikitesto]

Museo della Preistoria Luigi Donini ingresso.jpg PreistoPark riproduzione di mammut.jpg
Museo della Preistoria Luigi Donini (ingresso): nella foto di destra, la riproduzione in scala 1:1 di un mammut del "PreistoPark" annesso al museo

Il Museo della Preistoria "Luigi Donini" era originariamente una struttura museale archeologica dedicata alla memoria del naturalista e speleologo sanlazzarese Luigi Donini. Fu istituito nel 1971[181] all'interno dell'Abbazia di Santa Cecilia della Croara, dell'XI secolo, sulle colline di San Lazzaro di Savena (Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa).

Il comune di San Lazzaro, nel 1985[181] subentra nella gestione del museo, spostandone la collocazione nell'abitato cittadino. È in tale sede che venne dato un nuovo assetto alla custodia e l'allestimento dei reperti, incrementati grazie a nuove testimonianze del passato remoto, fra cui le ossa fossilizzate di mammiferi ritrovati nel giacimento dell'ex Cava Filo di gesso (nella frazione Croara).

In seguito al continuo accrescimento delle collezioni ricavate dalla geologia costituente l'Appennino bolognese, la struttura venne sottoposta a lavori d'ampliamento e nel 2003, riaprì i battenti al pubblico con la denominazione di "Museo della Preistoria"[181].

L'allestimento mescola reperti originali con ricostruzioni scenografiche dettagliate in scala 1:1 di una panoramica antropologica degli uomini primitivi, la narrazione dell'habitat ricostruito di una grotta dei Gessi Bolognesi in cui vivevano le popolazioni[182], la presenza di una palafitta e l'istantanea delle grandi faune estinte della Glaciazione Würm (come il megacero e il bisonte delle steppe).

La realtà museale è articolata su due piani (l'estensione superficiale complessiva supera i 500 m²) e il percorso didattico e pedagogico si caratterizza per una dislocazione su sezioni espositive, le quali descrivono i principali fenomeni concatenati al territorio (nelle sue origini) a livello geologico, paleoecologico e antropologico. Le tematiche trattate vengono sottolineate dalla presenza di fossili (bivalvi, molluschi, gasteropodi e litodomi, a titolo d'esempio) e raccolte archeologiche (come le tracce della civiltà villanoviana), ricostruzioni di tipo dioramico e l'installazione di pannelli pittorici[183].
Le tre sale della mostra sono rispettivamente intitolate, "Ambienti e Animali prima della Storia", "Uomini delle Origini" e "La Civiltà del Ferro".

All'esterno del Museo Donini (e ad integrazione di esso), è operante dal 2008[184][185] il PreistoPark, piccolo parco tematico sui grandi mammiferi estinti, che si avvale di riproduzioni fedeli e a grandezza naturale del mammut, del leone delle caverne, l'orso delle caverne e la iena delle caverne[186].

Mediateca[modifica | modifica wikitesto]

Mediateca S Lazzaro di Savena.jpg Mediateca S Lazzaro di Savena tetto.jpg
Mediateca di San Lazzaro di Savena: nella foto di destra, in evidenza la particolare copertura isolante erbosa del tetto

Con a capo l'Assessorato Cultura e Ambiente del Comune, la Mediateca di San Lazzaro di Savena[187][188] è stata inaugurata il 31 marzo 2007[189], alla presenza dell'allora sindaco Marco Macciantelli e di Romano Prodi e accompagnata da un assolo del trombettista Paolo Fresu[190][191].

Fra le prime costruzioni del suo genere ad essere stata edificata in Italia[190], è una biblioteca di circa 1550 m² disposti su due piani, ove sono conservati libri, giornali, audiovisivi e risorse multimediali in genere.

La mediateca consta di circa 40.000 documenti, 5.500 media audiovisivi e di 50 fra giornali quotidiani e periodici[189].

A livello architettonico, il tetto della mediateca è obliquo e rivestito da un tappeto vegetale per incrementarne l'inerzia termica e sviluppare un effetto isolante verso le temperature invernali ed estive[192]. La copertura è dotata anche di pannelli fotovoltaici, al fine di ridurre il fabbisogno energetico della biblioteca stessa[193].

La struttura è integrata nel distretto culturale di San Lazzaro di Savena, di cui fanno parte anche Loiano, Monghidoro, Monterenzio, Ozzano dell'Emilia, Pianoro e Rastignano[194].

Corpo Bandistico Musicale Città di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1853 e il 1855[195][196] nacque la Banda del Comune di San Lazzaro di Savena[197], la quale diede inizio alla propria attività adoperandosi nel corso di manifestazioni civili e religiose.

Il 6 giugno dell'anno 1859[197], il complesso bandistico musicale fu aggregato alla Guardia nazionale italiana. A partire dal 1860 mutò l'originaria denominazione in Banda Nazionale del Comune di San Lazzaro di Savena e come tale, e a fini patriottici, la più antica istituzione culturale sanlazzarese[198] accompagnò i militari nelle marce ed eseguì servizi d'onore nelle riviste delle piazze d'armi[199].

In seguito, per via dello scioglimento della Guardia nazionale italiana, il gruppo bandistico variò in Musica di San Lazzaro di Savena e continuò ad operare per ulteriori 20 anni sotto tale nome[196].

Il 25 febbraio del 1890[197], la banda si legò alla Società di Mutuo Soccorso fra i Superstiti della guerra per l’Unità d’Italia (diventando Banda di San Lazzaro di Savena e Superstiti) e per essa fornì servizi d'onore e accompagnamento per le salme dei combattenti della guerra risorgimentale per l'Unità d'Italia. Successivamente, il gruppo musicale trasferì la propria sede a Bologna (ove tuttora opera con il nome di Corpo Bandistico Gioacchino Rossini[196]). Nel 1920 la banda assunse la denominazione di Società Musicale Risorgimento, svincolata dalla Società di Mutuo Soccorso fra i Superstiti della guerra per l’Unità d’Italia.

Nel frattempo, a San Lazzaro di Savena si era formato un altro corpo musicale, composto anche da alcuni membri che avevano deciso di non spostarsi nel capoluogo emiliano assieme alla banda, e che divenne il nucleo del gruppo bandistico sanlazzarese.

Nell'arco delle due guerre mondiali, fu sospesa l'attività della seconda banda nata a San Lazzaro.

L'odierno Corpo Bandistico Musicale Città di San Lazzaro si articola in un organico di una quarantina di elementi[200].

In tempi recenti (il 9 maggio del 1997), la banda ha partecipato al concerto di Jovanotti, tenutosi all'Unipol Arena (all'epoca PalaMalaguti) di Casalecchio di Reno, nel bolognese[200].

Nel corso degli anni, la divisa appartenente al corpo musicale fu aggiornata diverse volte: la prima fu di color grigio, corredata di cappello piumato "alla bersagliera", in seguito assunse la livrea nera (seguendo il modello stabilito allora per gli ufficiali medici dell'Esercito Regio), fino a diventare l'uniforme corrente, composta da pantaloni grigi abbinati ad una giacca in tinta blu.

Media[modifica | modifica wikitesto]

Stampa[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio comunale è collocata la redazione del mensile nazionale dedicato allo sport Guerin Sportivo.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

La Fiera di San Lazzaro[modifica | modifica wikitesto]

« A sòn stè ala Fîra d' San Lâżar, oilì oilà... »
(Nel 1973 il cantautore Francesco Guccini riprende, parzialmente modificata, una canzone popolare e goliardica: "La Fiera di San Lazzaro", inserendola nell'album Opera buffa)

Istituita ufficialmente il 28 aprile del 1830[201] (ma con origini più antiche), la Fiera di San Lazzaro (La Fira ed San Lazer, in dialetto bolognese) è un mercato tradizionale (nato come fiera di bestiami e merci[202][203]) che si tiene annualmente nel periodo estivo, nel capoluogo di comune.

Cresciuta d'importanza nel corso del tempo (seppur perdendo di rilevanza a partire dalla fine del XX secolo[202]), della manifestazione contadina, nel 1882, il comune stabilì un secondo appuntamento all'anno, da tenersi a settembre (ma che dagli inizi del XX secolo non ebbe più seguito).

Oggigiorno la festa vede la presenza di stand di ambulanti, artisti, antiquari, di appuntamenti gastronomici e di espositori in genere[204]. Nel corso dell'evento e all'interno di apposite aree, si svolgono anche spettacoli d'intrattenimento (nel 2004 vi si esibirono i Blues Brothers[205][206]).

Premio Lazzarino d'oro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2004 è nato il Lazzarino d'oro, premio comunale istituito per gratificare coloro che, con la propria opera, abbiano onorato la città[207]. Il premio viene assegnato annualmente da un'apposita commissione in occasione della ricorrenza della festa del patrono (il 17 dicembre)[208]. Il nome "Lazzarino", scelto per via della somiglianza con quello della città, proviene dal frutto azzeruolo (presente in regione), il quale in dialetto bolognese viene pronunciato "lazzarein"[208].[Premio di recente costituzione...chiarire la rilevanza con fonti autorevoli di livello nazionale]

Persone legate a San Lazzaro di Savena[modifica | modifica wikitesto]

Sono nati a San Lazzaro di Savena:

Hanno scelto San Lazzaro di Savena come luogo di residenza:

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Frazioni[modifica | modifica wikitesto]

San Lazzaro di Savena nasce in via ufficiale nel 1802, unito alle frazioni di Caselle e Russo e si arricchisce, nel 1810, di ulteriori località: Castel de' Britti, Croara, Miserazzano (ovvero l'attuale Ponticella) e Pizzocalvo[209].

Nell'epoca presente, il territorio comunale è complessivamente formato dai seguenti nuclei amministrativi:

Borgatella
Piccola frazione situata a nord-est di San Lazzaro (capoluogo), confinante con il torrente Idice e posta a 46 metri di altitudine sul livello del mare.
Caselle
Frazione molto prossima al centro e vocata anche a zona artigianale. È immediatamente confinante con il Savena ed è a 51 metri sul livello del mare.
Vi è nato il pittore paesaggista Luigi Bertelli.
Castel de' Britti
A sud-est del capoluogo e a 101 metri di altitudine sul livello del mare, la frazione collinare di Castel de' Britti era in origine un borgo fortificato il cui castello, nel corso della storia, fu distrutto e riedificato più volte. Della fortezza non sono rimaste che misere tracce.
Sempre in questa frazione è presente Villa L'Abbadia (ex Abbazia di San Michele), costruzione millenaria religiosa, secolarizzata nel XVIII secolo.
Castel de' Britti ha dato i natali allo sciatore pluri-campione del mondo ed olimpico Alberto Tomba.
La Cicogna
Principalmente, è un nucleo artigianale (a est del centro), progettato negli anni settanta/ottanta e ancora in ampliamento.
Colunga
Nel 190 a.C. circa, si accamparono (nei luoghi in cui sarebbe sorta Colunga), soldati dell'esercito romano a cui faceva capo il console Publio Cornelio Scipione Nasica, vittorioso poi definitivamente sui celtici Galli Boi. Al termine delle ostilità, alcuni ufficiali di quell'esercito acquisirono quelle terre feconde per colonizzarle[24] (a pagamento dei loro servigi). Il toponimo, nel tempo, da "colonia" cambiò in "Cologhna" e infine in Colunga. Questa frazione e a 50 metri s.l.m.
Calanchi di Monte Calvo (Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa, confine tra San Lazzaro di Savena e Pianoro)
Croara
In questa località collinare (a 216 metri sul livello del mare) si trova la Grotta della Spipola, accreditata fra i più estesi complessi carsici ipogei del lato occidentale europeo[210]. Sopra ad un'altura di natura gessosa sono presenti i resti del Castello di Croara.
A questi luoghi (durante un soggiorno estivo nel 1915), il pittore e poeta Filippo De Pisis s'ispirò per scrivere I Canti de la Croara[211].
Farneto
Confinante con la Croara, in questa frazione posta a quota 87 metri dal livello del mare (il cui toponimo deriva dalla folta presenza di boschi di farnia) è locata la Grotta del Farneto, cavità gessosa del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa.
Idice
Prende la sua denominazione dal vicino torrente Idice (è a 63 metri s.l.m.). Vi trovano collocazione le aree naturali dell'Oasi fluviale del Molino Grande e l'Area di Riequilibrio Ecologico Parco Fluviale Lungo Idice.
La Campana
Collocata in periferia sanlazzarese (tra Idice e il comune di Ozzano dell'Emilia), e a 64 metri di altitudine s.l.m., nella sua area è presente la "Zona Industriale la Campana".
Miserazzano: la leggenda del cavaliere Azzano

Secondo una leggenda[212], nell'anno mille viveva in un castello sull'altopiano della Croara, il cavaliere Azzano, noto per il suo ardimento in guerra e segnatamente per la sua invincibilità. La reputazione di Azzano, giunta a Bologna, destò ammirazione e invidia. Dalla città felsinea stessa e da altri centri abitati, giunsero sette cavalieri per sfidarlo, ma subirono la sconfitta. Un giorno Azzano si cimentò in duello con un giovane proveniente da sud, forte e in armi leggere (all'opposto di Azzano, il quale soleva indossare un equipaggiamento piuttosto pesante). Per tre dì la valle del Savena rimbombò dei clangori dell'aspro scontro. Proprio al terzo giorno, il cavaliere Azzano, venne colpito brutalmente e cadde dalla cavalcatura, vinto. Per il disonore, il nobile cominciò ad errare per la Croara senza darsi pace; finché avvenne il tragico epilogo: si lanciò a cavallo da un'altura sulla valle del Savena. Si dice che nella corsa abbia pronunciato, gridando in latino, le parole: "Misere Azzano!"; il racconto narra che proprio da quell'urlo trasse il nome la località di Miserazzano[213].

La Mura San Carlo
Toponimo dovuto a un antico oratorio[214], La Mura San Carlo è una frazione periferica del comune ove si trova, fra l'altro, l'edificio localmente noto come "Ospedale San Camillo"[78], una villa originariamente edificata nel XVII secolo e adibita a ricovero per anziani nel 1933[121] (oggi la struttura ospita ambulatori dell'Azienda USL di Bologna).
Mirandola
Frazione a sud-est del capoluogo, locata a 56 metri di altitudine sul livello del mare.
Pizzocalvo
Antico borgo del XXIII secolo (a 83 metri sopra il livello del mare) e sede di un castello andato perduto, il suo nome era Picco Calvuli, mutato poi nell'attuale toponimo. Si unì a San Lazzaro nel 1810[215].
Nel 1944 fu teatro dell'eccidio dei "Martiri di Pizzocalvo", perpetrato dalle SS su alcuni cittadini accusati di sostegno ai partigiani.
Ponticella
Anticamente conosciuta come Miserazzano[216], negli anni settanta questa frazione (un tempo borgata) prese il nome di Ponticella. Il suo confine ovest è determinato dal letto del fiume Savena. È a 72 metri sul livello del mare.
Pulce
Questa frazione, posta a 84 metri di altitudine sul livello del mare, ha cambiato aspetto negli anni ottanta, quando, attraverso l'acquisto di terreni ecclesiali da parte del comune, fu destinata all'ubicazione di alloggi popolari[217].
Russo
Frazione a nord del capoluogo e confinante con Borgatella.
Trappolone (Paleotto)
Località posta a sud-est del centro sanlazzarese (e confinante con Bologna e Pianoro), la quale prende il nome da un'antica locanda con stazione di posta[218]. Erroneamente, è chiamata anche Paleotto[219] (nome invece dato a un insediamento residenziale ivi presente e che risale alla fine del XX secolo[220][221]. Per inciso, l'autentico Paleotto è un parco del comune di Bologna, il cui nome deriva dalla ricca famiglia medioevale bolognese dei Paleotti[222]).
Villaggio Martino
Frazione confinante con Croara e Ponticella.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Il marchio dell'OSCA, la casa automobilistica sportiva sanlazzarese, operante dal 1947 al 1967[223]

A San Lazzaro di Savena hanno a tutt'oggi sede alcune importanti aziende, quali ad esempio Conserve Italia (marchi Valfrutta, Cirio, DeRica, Derby, Derby Blue, Yoga e Jolly Colombani), Furla (sede legale), Conti Editore e Macro Group S.p.A. (Information Technology), mentre hanno avuto la loro sede storica anche Malaguti, Italjet e Grimeca, poi trasferite altrove, e l'OSCA.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Oltre che dalla via Emilia, dalla quale è attraversata, San Lazzaro è raggiungibile tramite l'uscita dell'autostrada A14 Bologna - San Lazzaro e all'uscita della tangenziale di Bologna numero 13 (San Lazzaro).

Il servizio di trasporto pubblico è assicurato dalle autocorse urbane, suburbane e interurbane svolte dalla società TPER. Il comune è inoltre servito dalla stazione urbana di San Lazzaro di Savena (inaugurata il 16 dicembre 2008[224]), parte del Servizio Ferroviario Metropolitano di Bologna.

Dal 1885 al 1935 San Lazzaro disponeva di una stazione della tranvia Bologna-Imola la quale svolgeva un servizio con trazione a vapore gestito dalla Società Veneta. Il 31 luglio 1948 San Lazzaro fu nuovamente collegata a Bologna tramite la linea 20 della rete tranviaria urbana[225]; tale linea fu soppressa il 1º luglio 1961, sostituita da autobus[226].

Secondo un progetto degli anni novanta, un filobus a guida ottica denominato Civis avrebbe dovuto collegare San Lazzaro con il centro di Bologna; tale progetto è stato poi aggiornato in seguito ad alcune vicende giudiziarie prevedendo la sostituzione con veicoli Crealis, modelli più evoluti a guida ordinaria[227].

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune:

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
1828 1831 Carlo Berti Pichat Priore Fu il primo sindaco (priore municipale) del

neo-autonomo comune[228]

12 luglio 1914 12 giugno 1922 Enrico Casanova PSI Sindaco Fu sospeso per l'intera durata della

prima guerra mondiale[229][230]

21 aprile 1945 aprile 1950 Alfredo Nadalini PSI Sindaco [231]
aprile 1950 maggio 1951 Dante Madini PSI Sindaco [232]
1951 1970 Paolo Poggi PSI Sindaco [232]
1980 1983 Nerino Veronesi PSI Sindaco Si dimise anzitempo per l'interruzione

della collaborazione tra il PCI e PSI[233]

18 maggio 1988 19 luglio 1990 Sonia Parisi PCI Sindaco [234]
19 luglio 1990 24 aprile 1995 Sonia Parisi PCI, PDS Sindaco [234]
24 aprile 1995 14 giugno 1999 Aldo Bacchiocchi PDS Sindaco [234]
14 giugno 1999 14 giugno 2004 Aldo Bacchiocchi centro-sinistra Sindaco [234]
14 giugno 2004 8 giugno 2009 Marco Macciantelli centro-sinistra Sindaco [234]
8 giugno 2009 27 maggio 2014 Marco Macciantelli centro-sinistra Sindaco [234]
27 maggio 2014 in carica Isabella Conti centro-sinistra Sindaco [234]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Impianti sportivi[modifica | modifica wikitesto]

PalaSavena
  • PalaSavena: palazzetto dello sport con una capienza di 2700 posti, che oltre ad eventi sportivi ospita anche spettacoli e congressi.
  • Stadio Comunale Kennedy: è dotato di un campo da calcio regolamentare (oltre a un campo da calcetto). Vi giocano il Real San Lazzaro A.S.D. e il FC San Lazzaro A.S.D.
  • Piscina Comunale Kennedy: è dotata di una vasca coperta di 25x16 m e una profondità cha varia da 1,50 m fino a 1,80 e un'ulteriore vasca coperta di 15x6 m, profonda 0,80 m.
  • Bowling Polisport San Lazzaro: opera dal 1986 un centro bowling da 40 piste che annualmente ospita diverse finali nazionali per varie categorie (Esordienti, Singolo, Doppio, ecc.).


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Elezioni amministrative, i risultati definitivi
  2. ^ Elezioni 2014
  3. ^ Popolazione residente nel comune di San Lazzaro di Savena anno 2015
  4. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF) (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  5. ^ Luigi Lepri, Daniele Vitali (a cura di), Dizionario Bolognese Italiano / Italiano-Bolognese, Bologna, Pendragon, 2007, pp. 348-354, ISBN 978-88-8342-594-3.
  6. ^ a b Popolazione residente nel comune di San Lazzaro di Savena anno 2015
  7. ^ a b Statuto comunale PDF
  8. ^ a b c Le Grotte Protette - Grotta della Spipola
  9. ^ Clima: San Lazzaro di Savena
  10. ^ D.P.R. 26 agosto 1993, n. 412 PDF
  11. ^ Comune di San Lazzaro di Savena - Clima di San Lazzaro di Savena
  12. ^ Zone climatiche italiane
  13. ^ Accensione degli impianti di riscaldamento nel territorio comunale
  14. ^ Classificazione climatica di San Lazzaro di Savena
  15. ^ Bologna Borgo Panigale temperature quindicennio 1991-2005
  16. ^ Bologna Borgo Panigale precipitazioni quindicennio 1991-2005
  17. ^ a b San Lazzaro di Savena PDF
  18. ^ Cenni Storici PDF
  19. ^ S. Lazzaro di Savena PDF
  20. ^ Insediamenti preistorici e romani
  21. ^ Le vicissitudini del fiume Savena PDF
  22. ^ Gli Etruschi e Bologna
  23. ^ Il pozzo di San Lazzaro di Savena (Bologna): contributo alla conoscenza della cultura materiale e del popolamento nel territorio di Bononia tra II e III secolo d.C.
  24. ^ a b 109 - Chiesa di S.Giovanni Battista di Colunga
  25. ^ Gli scavi di via Montebello a San Lazzaro di Savena (BO) Testimonianze di vita romana dal Parco dei Gessi Bolognesi
  26. ^ Storia della chiesa di S. Lazzaro
  27. ^ a b c d Piazza Bracci, che metamorfosi nei secoli PDF
  28. ^ Le curiosità di Bologna
  29. ^ Notizia desunta dalla rete civica di Bologna
  30. ^ In Piazza San Lazzaro PDF
  31. ^ Dieci anni insieme PDF
  32. ^ Cronologia di famiglie nobili di Bologna
  33. ^ a b c d Palazzo Comunale - San Lazzaro di Savena
  34. ^ Da sindaco a star del Risorgimento PDF
  35. ^ L'origine di San Lazzaro
  36. ^ Articolo di «In Piazza San Lazzaro», Anno 38, numero 4, novembre-dicembre 2015, p. 5
  37. ^ San Paolo in Monte, Osservanza, Bologna
  38. ^ Fondi archivistici
  39. ^ Quaderni del Savena Rivista di strumenti, studi e documenti dell’Archivio storico comunale Carlo Berti Pichat, n.13 del 2013 PDF
  40. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, p. 46
  41. ^ a b c San Lazzaro di Savena, (BO)
  42. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, p. 48
  43. ^ Eccidio di Pizzocalvo
  44. ^ Contadini uccisi a Pizzocalvo
  45. ^ La strage di Pizzocalvo
  46. ^ Werther Romani e Mauro Maggiorani, Guerra e Resistenza a San Lazzaro di Savena, Edizioni Aspasia, San Giovanni in Persiceto, 2000
  47. ^ Origine e significato dei toponimi Lazzaro e Savena
  48. ^ San Lazzaro, protettore dei poveri PDF
  49. ^ Il Savena PDF
  50. ^ L'origine di San Lazzaro
  51. ^ Quando sul ponte c'erano le sirene PDF
  52. ^ a b c d e f g Storia della chiesa di S. Lazzaro
  53. ^ 15 aprile 1945, una tragica domenica PDF
  54. ^ Pier Luigi, Letizia e Gianni Marchesini, Maria Trebbi, una vita per San Lazzaro, Gianni Marchesini Editore, San Lazzaro di Savena, 2009, pp. 37 e 48
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  • La Banda Musicale di San Lazzaro di Savena. 1853-2013: 160 anni di musica insieme, Michelangelo Abatantuono, Pier Luigi Perazzini, Bologna, Costa Editore, 2013
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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