San Giovanni Battista (Caravaggio)

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San Giovanni Battista che nutre l'agnello, olio su tela, fine della prima decade del XVII secolo, cm 78x122

San Giovanni Battista (talvolta chiamato San Giovanni nel deserto) era un soggetto molto frequente nella pittura di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610), il quale realizzò almeno otto dipinti con questo tema.

La storia di Giovanni Battista è tratta dai Vangeli. Giovanni era il cugino di Gesù, e, sin da bambino, era stato chiamato a preparare la strada per l'arrivo del Messia. Visse nel deserto della Giudea tra Gerusalemme e il Mar Morto, "era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e si cibava di locuste e miele selvatico." Egli battezzò Gesù nel Giordano, e venne infine ucciso da Erode Antipa, a causa delle severe critiche che rivolgeva al re. Giovanni venne rappresentato frequentemente nell'arte Cristiana, solitamente insieme a una ciotola, una croce di canne, la pelle di cammello e un agnello. La scena più diffusa, prima della Controriforma, era il battesimo di Gesù da parte di Giovanni, o talvolta il Battista bambino insieme a Gesù bambino e a Maria sua madre, molto spesso accompagnata dalla madre del Battista, Santa Elisabetta. La figura di Giovanni da solo nel deserto non era molto comune, ma nemmeno del tutto sconosciuta. Per il giovane Caravaggio, Giovanni era solitamente un ragazzo o un giovane solo, nel deserto. Tale raffigurazione si basava su una breve affermazione del Vangelo di Luca "il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele."

Oltre a queste opere raffiguranti Giovanni da solo, datate prevalentemente nei primi anni dell'artista, Caravaggio dipinse tre grandi scene di carattere narrativo sulla morte di Giovanni - la grande Decollazione di Malta, e due scure opere raffiguranti Salomè che mantiene la sua testa, una a Madrid, e una a Londra.

Giovanni Battista, Toledo[modifica | modifica wikitesto]

San Giovanni Battista (Giovanni nel deserto)
San Giovanni Battista (Giovanni nel deserto)
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data c. 1598
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 169×112 cm
Ubicazione Museo Tesoro Catedralicio, Toledo
Sacrificio di Isacco, Caravaggio, c. 1598 (particolare della testa di Isacco). Collezione privata, Princeton, New Jersey - la somiglianza dei due volti suggerisce che il discusso Giovanni Battista di Toledo è opera dello stesso artista.

L'attribuzione di questo dipinto a Caravaggio è discussa, dato che l'opera viene spesso assegnata a Bartolomeo Cavarozzi, un giovane allievo. È conservata nella collezione del Museo Tesoro Catedralicio a Toledo (Spagna), e John Gash (vedi fonti successive) ipotizza che potrebbe essere stata una delle opere eseguite da Caravaggio per il priore dell'Ospedale della Consolazione, come ci riferisce Mancini, uno dei primi biografi dell'artista.
Stando al Mancini il priore "successivamente li portò con sé in patria"; sfortunatamente, una versione del manoscritto di Mancini afferma che la patria del priore era Siviglia, mentre altri parlano della Sicilia. I documenti riferiscono che nell'ospedale c'era un priore spagnolo sin dal 1593, il quale non avrebbe lasciato il luogo prima del giugno 1595. Gash menziona il giudizio dello studioso A.E. Perez Sanchez che vede nella figura del santo una grande affinità con lo stile del Cavarozzi, seppure il resto del dipinto non ne rispecchi affatto, "e l'estrema alta qualità di certi passaggi, specialmente i rami d'uva splendidamente dipinti... è molto più una caratteristica di Caravaggio." Gash indica anche il delicato chiaroscuro e il leggero trattamento dei contorni e delle sembianze, e le simili sembianze stilistiche nelle opere giovanili di Caravaggio, come il Concerto e San Francesco in estasi. Se questo e altri dipinti di Caravaggio erano davvero a Siviglia in quegli anni avrebbero senza dubbio influenzato Velázquez nelle sue opere giovanili. In ogni modo, gli argomenti a favore di Cavarozzi sono forti, e lo stesso artista è conosciuto per aver trascorso alcuni anni in Spagna, dal 1617 a al 1619.[1]

Peter Robb, considerando il dipinto di Caravaggio, lo data intorno al 1598, nel periodo in cui l'artista faceva parte della famiglia del suo primo protettore, il Cardinale Francesco Maria Del Monte. Robb fa notare che il Battista è evidentemente lo stesso ragazzo che fece da modello per Isacco nel Sacrificio di Isacco, che potrebbe datarsi intorno a quello stesso periodo. Sfortunatamente questo Sacrificio di Isacco è ancora oggetto di discussione, e quindi il problema dell'attribuzione non è ancora risolto. La figura di Giovanni si staglia su uno sfondo di verdi viti e steli spinosi, seduta su un mantello rosso, reggendo una croce di esili canne e osservando un agnello, seduto ai suoi piedi. Il manto rosso è un elemento comune nelle opere di Caravaggio, avente molti precedenti nell'arte rinascimentale.[2]
Il Giovanni Battista riporta molte delle caratteristiche che si riscontrano nelle altre opere di Caravaggio a partire da questo periodo. Le foglie dietro la figura, e le piante e il suolo intorno ai suoi piedi, sono dipinti con accurato, quasi fotografico, senso del dettaglio, come si vede nella contemporanea natura morta Canestra di frutta, mentre il melanconico autoassorbimento del Battista crea un'atmosfera di introspezione. Le foglie di vite vogliono significare che dall'uva che è stata schiacciata è nato il vino dell'Ultima cena, mentre le spine riportano alla mente la Corona di spine, e l'agnello è un ricordo del Sacrificio di Cristo.

La scelta di Caravaggio di dipingere Giovanni Battista come un giovane era piuttosto insolita per l'epoca - il santo, infatti, fino ad allora, era rappresentato come un fanciullo, insieme a Gesù bambino e talvolta accompagnato dalla madre di Gesù; altre volte come un adulto, nell'atto di battezzare Gesù. Tuttavia non è assolutamente senza precedenti. Leonardo ha dipinto un Battista giovane ed enigmatico con un dito rivolto in alto (al Cielo?) e l'altra mano volta a indicare il proprio petto, mentre Andrea del Sarto lasciò un Battista che ha quasi del tutto preannunciato quello di Caravaggio. Sia Leonardo che Del Sarto hanno creato dalla figura di Giovanni qualcosa che accenna a un significato interamente personale, non accessibile allo spettatore, e Caravaggio non è da meno a questa scelta.

Giovanni Battista (Giovane con montone), Musei Capitolini e Galleria Doria Pamphilj, Roma[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: San Giovanni Battista (Caravaggio Capitolino-Pamphilj).
San Giovanni Battista (Giovane con un montone)
San Giovanni Battista (Giovane con un montone)
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1602
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 129×94 cm
Ubicazione Galleria Doria Pamphilj, Roma

Conosciuto anche come Giovane con un montone, questo dipinto esiste in due versioni quasi identiche, entrambe ritenute dell'artista. Entrambe le versioni sono a Roma, una ai Musei Capitolini e l'altra nella Galleria Doria Pamphilj.

Nel 1602 il Cupido di Caravaggio (conosciuto oggi come Amor Vincit Omnia), eseguito per il banchiere e protettore delle arti Vincenzo Giustiniani, impressionò il raffinato circolo dei ricchi imprenditori romani. Nello stesso anno Ciriaco Mattei, un altro banchiere, il cui fratello Asdrubale aveva aiutato Caravaggio prima del suo successo, commissionò un dipinto raffigurante Giovanni Battista per celebrare l'onomastico del suo figlio maggiore.

Era in precedenza parte della collezione Mattei, famiglia che commissionò diverse opere all'artista.

Il S.Giovannino è ritratto mentre abbraccia un ariete, forse rappresentante il sacrificio di Cristo, giacché le corna di esso venivano viste come un disegno "astratto" della croce (ma abitualmente è sostituito dall'agnello). L'ariete veniva inoltre associato alla figura di Isacco nelle pitture delle catacombe paleocristiane; l'identificazione con Isacco è una recente via di attribuzione dell'opera: alcuni particolari sarebbero in tal senso rivelatori, quali l'espressione sollevata del giovane, nudo in quanto pronto per il sacrificio, il suo abbracciare l'ariete, ulteriore identificazione con la vittima sacrificale, il poggiare di entrambi i soggetti su una catasta di legna (la pira sacrificale), e insieme l'assenza degli attributi tipici del Battista, in primis la croce.

Grandi polemiche hanno recentemente dibattuto sull'identità del soggetto, che invece del San Giovannino sarebbe "un monello pagano non toccato dal sentimento religioso". In realtà, il sorriso del Santo rimanderebbe allo spirito di "Cristiana Letizia" che ispirava gli Oriatoriani, seguaci di San Filippo Neri (a cui i committenti Mattei erano vicini); non sarebbe difficile vedere nel Santo-ragazzino uno dei fanciulli che frequentavano l'oratorio.

Inoltre, il Santo siede su una tunica rossa ed una pelle di cammello, simboli di Cristo la prima, del Battista la seconda; se si aggiunge ad esse la posa del santo, che abbraccia fraternamente l'ariete, si può intendere che Caravaggio volesse sottolineare l'importanza del Battista, precursore e quasi fratello (più che cugino) del Cristo.

La posa, poi, rimanda ai tanti ignudi dipinti da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina, di cui Caravaggio fu sempre un grande ammiratore.

Per contro l'atmosfera disincantata più che le solitudini della Giudea, luogo di predicazione del Santo, richiama l'atmosfera disincantata dell'Arcadia e dei suoi abitanti pagani. Da qui il riferimento al quadro come "Giovane Ignudo" o "Pastor Friso" (Cfr. I Geni dell'Arte - Caravaggio, Mondadori, 2007, pag. 92)

La Galleria Doria Pamphilj di Roma conserva due copie di quest'opera: una attribuita al Caravaggio stesso, e l'altra ad autore ignoto.

Madonna col Bambino con san Giovanni Battista e un santo di Giovanni Bellini, c. 1500-1504. Gallerie dell'Accademia, Venezia.

Giovanni Battista, Kansas City[modifica | modifica wikitesto]

San Giovanni Battista
San Giovanni Battista
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1604 c.
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 173×133 cm
Ubicazione Museo Nelson-Atkins, Kansas City

Il Battista del Bellini è rappresentato attraverso un'iconografia convenzionale che il suo pubblico avrebbe potuto conoscere e condividere; quello del Caravaggio è al contrario impenetrabilmente privato. Il dipinto era stato commissionato nel 1604 dal banchiere genovese Ottavio Costa, in affari con Vincenzo Giustiniani, e per il quale il pittore aveva già eseguito Giuditta e Oloferne e Marta e Maria Maddalena. Costa voleva che fungesse da pala d'altare per un piccolo oratorio nel feudo Conscente di proprietà di Costa (un villaggio nei pressi di Albenga, sulla Riviera ligure), ma gli piacque al punto da spedire una copia all'oratorio e conservare l'originale nella sua collezione. È oggi conservato nel Museo Nelson-Atkins di Kansas City.

Giovanni Battista Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma[modifica | modifica wikitesto]

San Giovanni Battista
San Giovanni Battista
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1604 c.
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 94×131 cm
Ubicazione Galleria nazionale d'arte antica, Roma

La presente tela è una delle due che raffigurano San Giovanni Battista dipinte dal Caravaggio intorno al 1604 (o al 1605). È collocata nella Galleria nazionale d'arte antica di Palazzo Corsini alla Lungara. Come il San Giovanni eseguito per Ottavio Costa, la figura è stata spogliata dei consueti attributi che alluderebbero all'identità del santo, tra cui il "mantello con peli di cammello", e vi è appena accennata la croce con bastoncini di canna. Sulla sinistra si staglia il tronco di un cipresso. Il santo è sbilanciato a destra mentre guarda verso sinistra ed è avvolto dal panneggio rosso.

Caravaggio non è stato il primo artista ad aver raffigurato il Battista come un nudo maschile criptico - come testimoniano esempi anteriori di Leonardo da Vinci, Raffaello, Andrea del Sarto e altri - ma vi ha introdotto una nuova nota di realismo e drammaticità. Il suo Battista ha le mani screpolate, rugose per la fatica e il suo torso pallido che contrasta con l'oscurità dello sfondo ricorda allo spettatore che è stato un vero ragazzo ad essersi spogliato per fare da modello al dipinto - al contrario del Battista di Raffaello, che è astratto e non individualizzato alla pari dei suoi cherubini.

San Giovanni Battista alla sorgente Collezione privata, Malta[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Battista alla sorgente.
San Giovanni Battista alla sorgente
San Giovanni Battista alla sorgente
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1608 c.
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 100×73 cm
Ubicazione Collezione privata, Malta

Il San Giovanni Battista alla sorgente, in una collezione privata a Malta, non è facilmente accessibile per cui solo pochi studiosi sono stati capaci di esaminarlo. John Gash lo attribuisce a Caravaggio, sottolineando la somiglianza nell'esecuzione della carne con l'Amorino dormiente, riconosciuto di mano dell'artista e datato nel suo periodo a Malta. Il dipinto è stato seriamente danneggiato, soprattutto nel paesaggio. L'opera è stata replicata in altre due versioni, leggermente differenti.

Il tema del Battista da giovane che si china a bere a una sorgente riflette la tradizione evangelica secondo cui il Battista beveva solo acqua durante il suo periodo di solitudine nel deserto. Il dipinto mostra l'estremo chiaroscuro tipicamente caravaggesco (uso di luce e ombra), ed anche la sua tipica consuetudine di ritrarre Giovanni Battista da piccolo, questa volta posto in un paesaggio scuro contro un minaccioso scorcio di cielo luminoso.

San Giovanni Battista (Caravaggio Borghese)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: San Giovanni Battista (Caravaggio Borghese).

San Giovanni Battista disteso[modifica | modifica wikitesto]

San Giovanni Battista disteso
San Giovanni Battista disteso
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1610
Tecnica Olio su tela
Dimensioni 106×180 cm
Ubicazione collezione privata, Monaco di Baviera
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: San Giovanni Battista disteso.

Il San Giovanni battista disteso (o sdraiato) è un dipinto a olio di Michelangelo Merisi da Caravaggio, realizzato nel 1610 e attualmente conservato in una collezione privata a Monaco di Baviera. Questa tela è una delle sette versioni che il pittore lombardo ha dedicato al tema di "San Giovannino", ossia Giovanni Battista ritratto da bambino o appena adolescente.

San Giovanni Battista che nutre l'agnello (Collezione privata, Roma)[modifica | modifica wikitesto]

Fine della prima decade del XVII secolo), olio su tela, 78 x 122 cm.

Il dipinto è vincolato dal 2012 dalla Soprintendenza di Roma, con attribuzione all'artista[3]. È emerso all'improvviso dal nulla, in modo alquanto rocambolesco, nel 1951; e ha alle spalle una vicenda assolutamente singolare. Il 6 settembre, una società di trasporti della Capitale lo presenta all'Ufficio esportazione di Roma come San Giovanni Battista con croce di canna ed agnello[4], senza un autore certo, e ne dichiara il valore in 30 mila lire. La commissione, diretta dal soprintendente Giorgio Castelfranco, capo dell'Ufficio, e composta dai funzionari Corrado Maltese e Federico Zeri, decide di esaminare l'opera separatamente l'indomani, «data l'evidente importanza e il basso valore dichiarato»[1]. E non soltanto nega l'esportazione, ma propone allo Stato di acquisirla, giunta «alla conclusione che si tratti di opera d'alto pregio, da attribuirsi a Michelangelo da Caravaggio nella sua piena maturità».

Perché, nel frattempo (pochi mesi prima, a Milano, si era svolta la celebre mostra curata da Roberto Longhi su Caravaggio, l'opera era stata assegnata alla Galleria nazionale d'Arte antica di Roma, a Palazzo Corsini, dove resterà esposta fino al 1958, senza tuttavia essere mai restaurata. Poiché, lo spedizioniere agiva per conto di Franco Russo, antiquario il cui nipote Fabrizio ha ora negozio a via Alibert, a Roma, [il quale] e quegli intendeva vendere l'opera, come di un ignoto caravaggesco, ad un'asta di New York, lo stesso Franco Russo contesta la prelazione e rivendica la propria buona fede: «Se avesse mai pensato che il quadro fosse stato attribuibile al maestro, non avrebbe mai cercato di esportarlo», racconta Maurizio Lupoi, figlio del legale, ormai scomparso, che lo assisteva. Alla fine, la giustizia dà ragione all'antiquario, e gli restituisce la tela.

Da allora fino a pochissimi anni fa, nessuno l'ha più vista; quindi, molti ne hanno scritto, ma senza averla potuta studiare direttamente, dal vivo. Infatti, «nel 1960, nonno improvvisamente se ne va; non ha nemmeno potuto raccontarci qualcosa del quadro», dice Fabrizio Russo; e, per vari motivi, il San Giovanni resta in cassaforte. Quando ancora era nelle pessime condizioni in cui lo descrive il “Bollettino d'Arte”, è inserito in una mostra a Palazzo Barberini, nel 1955; e diventa di un «Anonimo caravaggesco, stretto imitatore di Caravaggio». Nel 1979, lo pubblica il Nicolson, come «Ignoto caravaggesco romano». Ma nel 1986, sempre senza vedere il quadro, Giovanni Papi lo attribuisce a Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino (1585 – ante 1653); ripete poi questa assegnazione nella monografia sull'artista. [Però] Tuttavia, nel 1997, per Jean-Pierre Cuzin torna ad essere di un anonimo seguace di Merisi. Confermando il giudizio nel 2003 (sempre senza aver visto la tela), Papi lo accosta all’Angelo custode della chiesa di San Ruffo a Rieti, per «l'anatomia del nudo e il cromatismo caldo», e al Narciso alla fonte della Galleria Borghese, tuttora esposto e assegnato a Caravaggio; come, del resto, riteneva[no] Longhi e credono numerosi altri.

L'opera compare finalmente in una mostra nel 1998, per i cent'anni dalla fondazione della Galleria Russo: cominciano gli accertamenti, e il quadro può essere studiato dal vero ed esaminato. Prima, è pulito da Marcello Lanci «che lo trovò già foderato, parzialmente pulito, “anche se in maniera maldestra”, con stuccature “goffamente ridipinte” e notevoli sollevamenti della pellicola pittorica, tanto da richiedere una nuova foderatura, effettuata dopo la pulitura». Nel 2010, la tela è nuovamente pulita da Bruno Arciprete, esperto restauratore di Caravaggio (suoi gli interventi sulla Flagellazione, Napoli, Capodimonte e sulle Sette opere della Misericordia, Napoli, Pio Monte della Misericordia), «che mise in luce le piante sul fondo, prima totalmente occultate. Le piante apparse sulla parte sinistra del dipinto, appena accennate, ricordano quelle del San Francesco in preghiera della Pinacoteca Civica di Cremona, o quelle sulla parte destra del San Giovanni della Galleria Corsini di Roma». «La presenza di alcune incisioni quasi sicuramente eseguite in tempi diversi, a causa della maggiore o minore profondità, riporta a quelle della Madonna dei Palafrenieri, Roma, Galleria Borghese». I due [noti] celebri restauratori osservano ancora che «la postura del San Giovannino ricorda, almeno in parte, quella del san Gerolamo di Malta, a La Valletta, Cattedrale di san Giovanni dei Cavalieri, dipinto intorno al 1608».

Per Maurizio Calvesi, «i numerosi “pentimenti” rivelati dal recente restauro e dalle analisi radiografiche escludono che il San Giovannino tornato alla luce possa essere una copia», e altri dati «documentari e tecnici (come le abituali “incisioni”), nonché alcune caratteristiche di esecuzione sembrano confermare che questo originale spetti al Caravaggio»; nota «isolato in alto a sinistra il simbolico (della Resurrezione NdA) tasso barbasso già noto agli iconologi del Caravaggio, al pari di altri simboli analogamente isolati in alto come l'uccellino in gabbia del secondo Suonatore di liuto».

Ma i dati forse più interessanti provengono dalle indagini diagnostiche e da una rivelazione. I primi, eseguiti dall'ingegner Claudio Falcucci, dell'Università La Sapienza di Roma, che ha al suo attivo l'esame di 30 opere del Merisi e [che] ha indagato «questo quadro tre volte, l'ultima nel 2011»: la stesura delle pennellate lo accomuna a «molte opere caravaggesche, quali la Giuditta di Palazzo Barberini, il San Giovannino della Galleria Corsini, la Madonna dei Pellegrini di Sant'Agostino, la Flagellazione di Capodimonte, e il San Girolamo (La Valletta, S. Giovanni)»; e aggiunge: «Non c'è un disegno, ed è abbastanza solito in Caravaggio; ci sono invece quelle incisioni nella tela abituali per lui. Vari pentimenti e correzioni: non è una copia. Tipici i profili a risparmio: zone non dipinte, in cui l'artista sfrutta la preparazione della tela. Tante le compatibilità e analogie: per come è dipinta, una gamba è analoga al quadro Corsini; anche certe incisioni li accomunano». Tra i pentimenti, uno in particolare attira la sua attenzione: «Sul torace, una fascia scura in radiografia, chiara all'infrarosso, che verso il basso assume la forma di una striscia della pelliccia poi ricoperta; è possibile che la pelle animale rivestisse dunque maggiormente la figura del santo, fino a sormontarne la spalla destra, in modo simile al San Giovannino di Kansas City».

Infine, l'importante scoperta documentale, che è di Sergio Guarino, dei Musei Capitolini: «Nell'inventario del 1681 dei beni del cardinale Giacomo Filippo Nini, conservati a Palazzo Lanci al Corso, a Roma, e reso noto da Daniela Simone, compare un “S. Gio. Battista tela grande, che colla destra porge l'herba all'agnello vestito di pelliccia, e manto rosso mano del Caravaggio corn.e liscia dor.a” (cfr. Getty Provenance Index, inventario I – 5042, item 0126), una descrizione che sembra coincidere pienamente con il quadro qui in esame».

Insomma, il quadro compare con il nome dell'autore già in antico; sparisce, e riappare nel 1951, quando Federico Zeri lo fa acquistare dallo Stato; sporco, non restaurato e non visto, lo perde poi di nuovo; e lo ritrova, forse definitivamente, dopo la pulitura e gli esami: a oltre quattro secoli da quando fu dipinto. Quando è accreditato allo Spadarino, anche Federico Zeri [fu] viene tratto in inganno: nella fototeca del famoso studioso che attribuì l'opera a Caravaggio, bloccandone l'esportazione, esiste [una foto] un'immagine del dipinto, sotto la voce Spadarino. Sul verso, un'annotazione, come egli usava sempre a matita: riporta gli estremi del numero di “Paragone”; stavolta, senza che [egli] lo stesso famoso studioso rivedesse il quadro, gli aveva forse fatto mutare idea, a distanza di 35 anni. Chissà, però, che cosa direbbe adesso (Fabio Isman).


[1] Università di Bologna, Fondazione Federico Zeri, Fototeca, Serie Pittura italiana, busta 0477, scheda 45927. Allo Spadarino, la Fototeca Zeri attribuisce anche il Narciso.


[1] Sergio Guarino, Appunti documentari, in Caravaggio e i suoi seguaci, cit, pagg. 122- 123.


[1] Fabio Isman, cit.

[2] Claudio Falcucci, Analisi diagnostiche e tecnica di esecuzione, in Caravaggio e i suoi seguaci, cit, pagg. 123- 127.

[3] Fabio Isman, cit.

[4] Claudio Falcucci, Analisi diagnostiche, cit.


[1] Maurizio Calvesi, Un nuovo Caravaggio, ivi, pag. 129.


[1] Ivi.

[2] Ivi.


[1] Carlo Giantomassi e Donatella Zari, Stato di conservazione e interventi di restauro, in Caravaggio e i suoi seguaci, conferme e problemi (cat. portoghese dell'omonima mostra, a cura di Rossella Vodret, Giorgio Leone e Fábio Magalhães, Casa Fiat della Cultura di São Paulo de Brasil, 22.5 – 15.7 e Museu de Arte Assis Chataeubriand de São Paulo 2.8 – 30.9, Museo Nacional de Bellas Artes, Buenos Aires, 15,10 – 15.12.2012), Edições de Arte, São Paulo de Brasil, 2012, pag. 127.

[2] Ivi.


[1] Colloquio con l'A., Roma, 6.1.2013.

[2] Caravaggio e i Caravaggeschi (cat. della mostra omonima a cura di Nolfo di Carpegna, Roma, Palazzo Barberini, aprile-maggio 1955), Roma, Del Turco, 1955, pag.8. Carpegna (1913 – 94) dal 1950 al 1960 ha diretto la Galleria nazionale di Roma.

[3] Benedict Nicolson, The international Caravaggesque movement, Oxford, 1979, pag. 37.

[4] Giovanni Papi, Una precisazione biografica e alcune integrazioni al catalogo dello Spadarino, in “Paragone” n.435, 1986, pagg. 20 – 39.

[5] Giovanni Papi, Spadarino, Soncino, Edizioni del Soncino, 2003, pagg. 372 – 3.

[6] Jean-Pierre Cuzin, Georges de la Tour, histoire d'une redécouverte, Parigi, Gallimard, 1997, pag. 271

[7] Giovanni Papi, Spadarino, cit, pag. 373.


[1] Colloquio con l'A., Roma, 6.1.2013; si veda: Fabio Isman, Il Caravaggio riscoperto, “Il Messaggero”, 9.1.2013, pag. 24.


[1] Mostra del Caravaggio e dei Caravaggeschi, a cura di Roberto Longhi (cat. della mostra, Milano, Palazzo Reale, aprile – giugno 1951), Firenze, Sansoni, 1951.


[1] Ivi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gash, Caravaggio, p. 44.
  2. ^ Robb, M.
  3. ^ Comunicazione di avvio del procedimento, a firma della Soprintendente Rossella Vodret, del 2.5.2012
  4. ^ “Verbale per esercitare il diritto di prelazione sul quadro oggetto della dichiarazione n. 47 del 7 settembre 1951”, a firma Giorgio Castelfranchi, Federico Zeri, Corrado Maltese. Castelfranchi (1896 – 1978) già collaborava con il ministro Rodolfo Siviero nel recupero delle opere sottratte dai nazisti durante la guerra; dal 1951, era a capo dell’Ufficio; diverrà anche Ispettore centrale dell’Amministrazione, redattore del “Bollettino d’arte” e direttore del Gabinetto fotografico nazionale (Ministero per i Beni e le attività culturali, Dizionario biografico dei soprintendenti storici dell’arte, 1904-1974, a cura di Maria Grazia Bernardini, Bologna, Bononia University Press, 2007, pagg. 158-171, scheda di Paola Nicita Misiani). Maltese (1921 - 2001), allievo di Pietro Toesca ed autore di una Storia dell’arte in Italia 1875-1943 per Einaudi, segretario di Ranuccio Bianchi Bandinelli, è stato poi docente alle Università di Genova e Roma La Sapienza. Di Zeri (1921 – 98) non occorre dire nulla: è stato tra i massimi studiosi del nostro Paese.

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