Tetto salariale

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Salary cap)

Il tetto salariale o tetto degli ingaggi, detto anche salary cap (in inglese americano), wage cap (nel Regno Unito) o plafond (alla francese) è, negli sport professionistici, la somma massima di denaro che una società può spendere complessivamente, per ogni stagione, per gli ingaggi della propria rosa sportiva. Per estensione, l'epressione è utilizzata per i tetti alle retribuzioni nel pubblico impiego, alle retribuzioni private o agli emolumenti per le cariche pubbliche[1].

Nello sport[modifica | modifica wikitesto]

Tale misura, adottata da numerose leghe sportive, può essere adottata sia per impedire la crescita incontrollata dei costi di gestione delle squadre sia per evitare squilibri tecnici tra società con più disponibilità finanziare e altre che ne dispongono di inferiori.

Nel mondo il tetto salariale è usato dalle principali leghe sportive:

In Italia un primo caso di tetto salariale applicato al calcio professionistico è quello del campionato di serie B 2013-14 su iniziativa del CONI e della FIGC. È stata regolamentata la parte fissa, quella variabile e delle varie casistiche contrattuali che riguardano gli ingaggi dei calciatori, predisponendo controlli e sanzioni – nei confronti dei contratti dei giocatori – per chi non rispettasse queste convenzioni prese anche con l'appoggio dell'AIC. Nella sostanza, per quanto riguarda i nuovi contratti firmati a partire da quella stagione, non saranno possibili contratti oltre i 300.000 euro annui (150.000 nella parte fissa, 75.000 per obiettivi di squadra e 75.000 per bonus come gol, rigori parati, presenze a partire dalla decima) senza ripercussioni sulla mutualità, restando entro il 60% del rapporto fra emolumenti (inclusi quelli dello staff tecnico) e valore della produzione; se si vorrà sforare questi limiti, le azioni dovranno essere giustificate, per esempio, dall'aumento del fatturato e dell'utile oppure presentando fideiussioni.[2].

Nel lavoro pubblico e privato[modifica | modifica wikitesto]

Mentre all'estero questo tipo di richiesta ha riguardato soprattutto i proventi degli amministratori di società[3] (pubbliche o private), in Italia la polemica si è rapidamente spostata dal salary cap nei contratti ai manager a quello nei rapporti di lavoro subordinato, soprattutto nel pubblico impiego che - sin dagli anni Settanta - è oggetto di ricorrenti polemiche sulla cosiddetta giungla retributiva[4].

Per la prima volta nella legge finanziaria del 2007, con sei articoli su lavoratori pubblici, amministratori di società di diritto privato, consulenti, Corte dei conti, in Italia si è affrontata la questione di conoscere queste situazioni e di limitarle. Nella successiva legislatura, in Senato, fu proposto l'ordine del giorno di Elio Lannutti al disegno di legge comunitaria sul tetto alle retribuzioni private[5].

In tema di statuizione legislativa di tetti massimi alla retribuzione, la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare che: «l'autonomia collettiva non è immune da limiti legali. ( .. ) Compressioni legali di questa libertà, nella forma di massimi contrattuali, sono giustificabili solo in situazioni eccezionali, a salvaguardia di superiori interessi generali, e quindi con carattere di transitorietà» (sentenza 18 marzo-26 marzo 1991, n. 124, relativa ad un meccanismo di indicizzazione stabilito per legge). Forte di questo precedente, il governo Monti fissò il limite massimo retributivo - per i dipendenti pubblici - alla retribuzione del primo presidente della Corte di cassazione, ai sensi degli articoli 23-bis e 23-ter del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni e integrazioni.

Il limite massimo retributivo - fissato alla retribuzione del Primo Presidente della Corte di cassazione, con l'articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2012; esso corrispondeva, come dichiarato da un successivo atto di accertamento del dipartimento della Funzione pubblica, a 317mila euro annui - fu poi abbassato al livello dell'appannaggio del Capo dello Stato (240 mila euro) con l'articolo 13 del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, emanato dal governo Renzi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.linkiesta.it/it/article/2015/11/06/e-vero-tutti-i-presidenti-di-regione-guadagnano-piu-di-renzi/28093/
  2. ^ Serie B, arriva il tetto salariale per tutte le squadre, in Gazzetta dello Sport, 26 marzo 2013. URL consultato il 28 giugno 2014.
  3. ^ http://www.ilpost.it/2013/03/04/il-tetto-agli-stipendi-dei-manager-in-svizzera/
  4. ^ L'OCSE nel Rapporto «Government at a Glance 2013» sulle retribuzioni dei senior manager dell'amministrazione pubblica centrale italiana, con dati aggiornati al 2011, afferma che i dirigenti italiani della pubblica amministrazione percepiscono una retribuzione di 632.000 dollari l'anno, quasi tre volte la media dei Paesi OCSE: sono cifre che - secondo il disegno di legge n. 1447 della XVII legislatura del Senato - "non sono in linea con gli stipendi dei lavoratori dipendenti e con lo stato di salute delle imprese".
  5. ^ A ciò reagì la relazione del disegno di legge Atto Senato n. 2168 della XVI legislatura, secondo cui "appare incongruo – oltre che diseconomico – inseguire proposte demagogiche sul tetto alle retribuzioni private, stante la miriade di meccanismi di elusione ed ancor prima la considerazione che l’assemblea degli azionisti, nel ben remunerare i suoi manager societari, suo iure utitur. Ma questo non è e non può essere il caso degli emolumenti che impingono sulle pubbliche finanze, che devono essere pubblici, riconoscibili da tutti ed espressione di una scala di priorità, che non può non mettere al vertice dei dipendenti non onorari dello Stato e degli altri enti pubblici il Primo presidente della Corte di cassazione (già utilizzato come riferimento per l’individuazione della parte retributiva del trattamento economico complessivo dei parlamentari)".