Rupicapra pyrenaica ornata

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Camoscio d'Abruzzo
MG 1143 camoscio sul marsicano.jpg
Stato di conservazione
Status iucn3.1 VU it.svg
Vulnerabile
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Ordine Artiodactyla
Famiglia Bovidae
Sottofamiglia Caprinae
Tribù Rupicaprinae
Genere Rupicapra
Specie Rupicapra pyrenaica
Sottospecie Rupicapra pyrenaica ornata
Nomenclatura trinomiale
Rupicapra pyrenaica ornata
Neumann, 1899

Il camoscio d'Abruzzo o camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata Neumann, 1899) è un mammifero artiodattilo della sottofamiglia dei Caprini.

Si tratta di una sottospecie di camoscio a sé stante: i camosci appenninici, infatti, sono una popolazione ben distinta sia da quella alpina (Rupicapra rupicapra, alla quale un tempo questi animali erano accorpati come sottospecie -R. rupicapra ornata-), che da quella pirenaica (Rupicapra pyrenaica), alla quale tuttavia è ascritta col rango di sottospecie.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

Misura fino a 130 cm di lunghezza, per un'altezza al garrese che sfiora gli 80 cm. Il peso non è mai superiore al mezzo quintale. Le femmine hanno generalmente minori dimensioni e forma più slanciata.

Aspetto[modifica | modifica wikitesto]

Si differenzia dalle altre specie di camoscio principalmente per le corna, che pur avendo la caratteristica forma ad uncino sono assai più lunghe (fino a 30 cm ed oltre, contro i 20 cm di media delle altre specie) rispetto a quelle degli altri camosci. Le corna sono perenni come in tutti i Bovidi, ossia non cadono, e presenti in ambedue i sessi.

Il camoscio d'Abruzzo durante i mesi estivi presenta colorazione rossiccia con le parti ventrali e la testa che sfumano nel giallastro, mentre durante l'inverno il manto estivo muta per lasciare il posto al vello invernale, più lungo e folto e di colore bruno-nerastro su dorso, coda, ventre e zampe, mentre il posteriore, il muso, la fronte e l'area che va dalle guance alle spalle sono di colore giallastro. Sia d'estate che d'inverno il camoscio d'Abruzzo presenta una caratteristica fascia di pelo scuro che ricopre gli occhi a mo' di mascherina e di una macchia chiara sulla gola, accompagnata da una fascia di colore bruno lungo il collo: tali ornamenti sono esclusivi di questi animali e notata da Oscar Neumann osservando un esemplare impagliato presso il museo civico di Genova. Da questa fascia deriva il nome scientifico della sottospecie.

Branco di femmine e giovani sul massiccio della Camosciara

Grazie a questi ornamenti, il camoscio d'Abruzzo è stato definito "il camoscio più bello del mondo".

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di animali piuttosto schivi, che vivono isolati (i maschi) od in gruppi monosessuali coi cuccioli (le femmine). Saltano con apparente noncuranza attraverso burroni e crepacci profondissimi per trovare il cibo lungo le lastre rocciose semiverticali. In caso di pericolo, fuggono a grandi balzi, ma messisi a distanza di sicurezza si girano spinti dalla curiosità per spiare l'aggressore: tale abitudine è stata la loro rovina nei tempi passati ed in parte anche adesso, poiché fermandosi per girarsi a guardare il cacciatore od il bracconiere che vuole colpirlo, l'animale non fa altro che esporsi come ottimo bersaglio per il suo fucile.

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'estate, i camosci si nutrono perlopiù di erbe, in particolare le femmine prediligono il Festuco-Trifolietum thalii per la sua ricchezza di proteine, necessarie per l'allevamento della prole. Durante l'inverno, invece, essi ripiegano su muschi, licheni e germogli d'albero.

Riproduzione[modifica | modifica wikitesto]

I maschi, normalmente solitari, rompono il loro eremitaggio in autunno (solitamente verso la metà di ottobre), quando comincia il periodo estrale delle femmine. Per accaparrarsi il diritto all'accoppiamento, i vari maschi che si riuniscono attorno ad un gruppo di femmine in calore lottano in maniera molto cruenta, spesso procurandosi ferite anche gravi.

La gestazione dura circa sei mesi, al termine delle quali (di norma agli inizi di giugno) la femmina si allontana dal gruppo per dare alla luce un unico cucciolo in un luogo appartato. I piccoli sono molto precoci e nascono ben ricoperti di pelo e con gli occhi aperti, mentre sono in grado di camminare già qualche ora dopo la nascita. La loro crescita è piuttosto veloce, grazie al latte materno ricco di proteine, e nel giro di un anno i piccoli raggiungono l'indipendenza: a questo punto i maschi lasciano il gruppo per riunirsi in gruppi monosessuali con altri giovani maschi fino al terzo anno di vita, quando diverranno animali solitari, mentre le femmine tendono a restare nel gruppo natio anche dopo l'indipendenza.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Come intuibile dal nome comune di questi animali, si tratta di animali endemici dell'area appenninica centrale: in particolare, la specie vive quasi esclusivamente in Abruzzo, con una popolazione originaria nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (gruppi montuosi della Camosciara e della Meta, fra Opi, Civitella Alfedena e Settefrati) dalla quale sono poi stati fatti prelievi di esemplari da impiegare nell'ambito dei progetti di introduzione (peraltro perfettamente riusciti) che hanno coinvolto il Parco nazionale della Majella (27 individui introdotti fra il 1991 ed il 1997) ed il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (30 individui introdotti fra il 1990 ed il 1999[1]).

Recentemente la specie, a fronte del buon ripopolamento delle aree citate in precedenza, è stata introdotta con successo anche nel Parco nazionale dei Monti Sibillini ed è in fase di introduzione nel Parco naturale regionale Sirente-Velino, dove i primi individui sono stati per il momento immessi nell'area faunistica di Rovere.

L’areale di distribuzione del camoscio appenninico un tempo era molto più esteso: comprendeva l’Appennino centro meridionale, dai Monti Sibillini fino ai Monti del Pollino. L'habitat naturale del camoscio d'Abruzzo è costituito dalle aree montane caratterizzate dall'alternanza di pareti rocciose scoscese, prati alpini ed aree boschive con ricco sottobosco. Durante l'inverno, per far fronte alla scarsità di cibo dovuta alle abbondanti nevicate, le femmine ed i giovani tendono a spostarsi a quote più basse (anche al di sotto dei 1000 m), mentre i maschi adulti paiono preferire le aree boscherecce e rocciose durante tutto l'anno[2].

Areale del camoscio appenninico nel 2016

Conservazione[modifica | modifica wikitesto]

Il camoscio appenninico ha rischiato l'estinzione più volte tra XIX e XX secolo, a causa delle continue uccisioni seguite all'abolizione della Riserva reale dell'Alta Val di Sangro. Tra la fine del 1912 e l'inizio del 1913, su interessamento del deputato Erminio Sipari, del botanico Pietro Romualdo Pirotta e dello zoologo Alessandro Ghigi, l'allora ministro dell'Agricoltura Francesco Saverio Nitti sottopose alla firma del Re un apposito decreto per il divieto di caccia ai camosci, il primo del genere in Italia, al fine di tutelare il «rarissimo ed endemico Camoscio dell'Abruzzo». Immediatamente operativo, il Regio Decreto 9 gennaio 1913, n. 11 venne convertito con Legge 11 maggio 1913, n. 433[3].

Nel 2015 la popolazione del Camoscio d'Abruzzo ha raggiunto i 2 700 esemplari con un incremento della popolazione pari al 45% rispetto al 2014[4]:

Il camoscio appenninico - consistenza
Area Numero di esemplari Anno stima Tendenza Anno reintroduzione
Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e sua Zona di Protezione Esterna circa 600 2017 stabile
Parco nazionale della Majella circa 1000 2017 stabile 1991
Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga oltre 1 000 2015 in aumento 1992
Parco nazionale dei Monti Sibillini oltre 150 2018 in aumento 2008
Parco naturale regionale Sirente-Velino circa 50 2018 in aumento 2013
Lama dei Peligni, dove sorge il centro naturalistico Maurizio Locati per la conservazione del camoscio

A Lama dei Peligni e a Civitella Alfedena hanno sede i centri naturalistici del Museo naturalistico archeologico Maurizio Locati e il parco museo della Camosciara.

Nel territorio di Opi oltre al museo del camoscio è stata allestita un'area faunistica localizzata in circa 20 ha del monte Marsicano[5].

Nonostante l'incremento numerico, la specie non è immune al rischio di estinzione in quanto le popolazioni restano isolate e di numero ridotto, il che determina un pool genetico molto limitato.

Allo stato attuale, la legislazione italiana in materia di caccia (Legge 157 dell'11 febbraio 1992), definisce la specie particolarmente protetta e punisce molto severamente a livello penale l'abbattimento, la cattura e la detenzione della specie. Essa prevede l'arresto da 3 mesi ad un anno ed un'ammenda da 1032 euro a 6195 euro, oltre che la revoca della licenza di caccia e divieto di rilascio per 10 anni, divieto che diventa permanente in caso di recidiva[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Camoscio appenninico, gransassolagapark.it. URL consultato il 23 agosto 2016.
  2. ^ Spagnesi M., De Marinis A.M. (a cura di), Mammiferi d'Italia - Quad. Cons. Natura n.14 (PDF), Ministero dell'Ambiente - Istituto Nazionale Fauna Selvatica, 2002 (archiviato dall'url originale il 9 july 2011).
  3. ^ Al centenario della legge di tutela del camoscio d'Abruzzo è stato dedicato il numero 18/2003 (numero online) di «Natura protetta», periodico istituzionale del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, con articoli di G. Rossi, D. Febbo, L. Arnone Sipari, M. Mancini e S. Lovari.
  4. ^ Il ritorno del camoscio appenninico, popolazione in aumento del 45% nel 2015, Adnkronos, 28 luglio 2016. URL consultato il 23 agosto 2016.
  5. ^ Museo e centro visita Il Camoscio in Opi, Terre Marsicane, 17 ottobre 2011. URL consultato il 17 ottobre 2018.
  6. ^ Legge 157/92

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bruno D'Amicis, Ornata. Il camoscio più bello del mondo, Darwin, Roma 2011
  • Lorenzo Camerano, Ricerche intorno ai camosci, estratto, Bocca, Torino 1915
  • Alessandro Ghigi, Ricerche faunistiche e sistematiche sui mammiferi d'Italia che formano oggetto di caccia, estratto, Pavia 1911
  • Sandro Lovari, Il popolo delle rocce, Rizzoli, Milano 1984
  • Oscar Neumann, Die Gemse der Abruzzen, in «Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova», serie II (1899), vol. XX, pp. 347 ss.
  • Luigi Piccioni, Il volto amato della Patria. Il primo movimento per la protezione della natura in Italia, 1880-1934, (L'uomo e l'ambiente, 1999), Università degli Studi di Camerino, Camerino 1999, p. 202.
  • Erminio Sipari, Relazione del Presidente del Direttorio Provvisorio dell'Ente autonomo del Parco nazionale d'Abruzzo alla Commissione amministratrice dell'Ente stesso, nominata con Regio decreto 25 marzo 1923, Maiella, Tivoli 1926, pp. 30–4
  • Ente Parco Nazionale della Majella, Piano di conservazione Post-LIFE, 2014

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