Runit

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Runit
municipalità
Runit – Veduta
Vista satellitare dell'isola Runit da cui si può notare, nella parte settentrionale, la cupola in cemento.
Localizzazione
StatoIsole Marshall Isole Marshall
ArcipelagoEnewetak
Territorio
Coordinate11°32′42″N 162°21′10.8″E / 11.545°N 162.353°E11.545; 162.353 (Runit)Coordinate: 11°32′42″N 162°21′10.8″E / 11.545°N 162.353°E11.545; 162.353 (Runit)
Superficie0,436 km²
Abitanti0
Densità0 ab./km²
Altre informazioni
Fuso orarioUTC+12
Cartografia
Runit – Localizzazione

Runit è una delle 40 isole che compongono l'atollo di Enewetak, situato all'estremità occidentale dell'arcipelago delle Isole Marshall.

Sito di diversi test nucleari statunitensi, l'isola, larga al massimo 263 m e lunga circa 3,1 km, è situata nella parte centro-orientale dell'atollo e, a causa del forte livello di radioattività mantenuto dal suo suolo e dalle acque ad essa circostanti, è del tutto disabitata. Solo sporadicamente alcuni abitanti delle isole vicine (in tutto l'atollo solo tre isole solo state considerate abitabili dalle autorità) si recano sull'isola per prelevare rottami di rame lasciati dagli statunitensi da rivendere.[1]

La cupola[modifica | modifica wikitesto]

Nella parte settentrionale dell'isola è presente una cupola in calcestruzzo, chiamata comunemente "Cupola Cactus" o "La Tomba", avente un diametro di 115 m[2], uno spessore di 46 cm e una superficie di oltre 9.000 m2. Situata sul livello del mare, la cupola è costituita da 358 blocchi di cemento e ricopre un volume stimato di 73.000 m3 di scorie radioattive, incluso il plutonio-239. Tali scorie sono il risultato dei vari test nucleari condotti sull'atollo di Enewetak dagli Stati Uniti d'America negli anni compresi tra il 1946 e il 1962.[3][4]

Una ventina di anni dopo la conclusione dell'ultimo test nucleare statunitense nella regione pacifica, il governo degli Stati Uniti d'America decise di ripulire quanto possibile i terreni di prova dalle scorie radioattive che si erano venute a creare. Così, tra il 1977 e il 1980, da sei diverse isole facenti parte dell'atollo di Enewetak furono raccolte, ad opera di oltre 4.000 persone (militari e non) statunitensi, centinaia di tonnellate di rifiuti radioattivi sparsi e di terreno superficiale. Il tutto veniva man mano mescolato con calcestruzzo e ammassato in un cratere derivato da un test nucleare (il test "Cactus", facente parte dell'operazione Hardtack I, condotto il 6 maggio 1958) situato sull'isola Runit. Nel 1980, infine, sul cratere fu costruita la già citata cupola di calcestruzzo, a mo' di vero e proprio sarcofago, ponendo in atto la cosiddetta strategia del tombamento nucleare.[5]

Già nel 1982, però, una commissione appositamente istituita dal governo americano portò alla luce il problema che la cupola si sarebbe probabilmente fratturata in caso di impatto con un uragano di forte intensità.[6]

Nel 2013, in un rapporto del Dipartimento dell'energia degli Stati Uniti d'America[2] fu riportato come il calcestruzzo della cupola avesse iniziato a mostrare i danni dovuti alle intemperie, con la formazione di piccole fessure nella struttura della cupola.[7] Tuttavia, fu anche evidenziato come il suolo attorno alla cupola fosse comunque più contaminato di quello che si trovava sotto di essa, cosicché una frattura della stessa non avrebbe fatto innalzare più di tanto i livelli di contaminazione. Le operazioni di bonifica degli anni settanta, infatti, rimossero solo circa la 0,8% del totale dei rifiuti transuranici presenti nell'atollo di Enewetak, tanto che il suolo e l'acqua della laguna circostanti la cupola hanno oggi un livello di radioattività più alto del materiale coperto dal sarcofago e quindi, come detto, anche nell'eventualità di un totale collasso di quest'ultimo, la dose di radiazioni cui sono sottoposti l'ambiente e la popolazione circostanti non dovrebbe significativamente cambiare. La preoccupazione maggiore risiede invece principalmente nel fatto che, poiché all'inizio la sistemazione dei rifiuti all'interno del cratere era stata pensata come soluzione temporanea, per mantenere i costi[3] il fondo dello stesso non era stato rivestito con calcestruzzo ma lasciato praticamente così com'era. Si ritiene quindi che, durante i picchi di marea, il fondo del cratere, permeabile, sia raggiunto dall'acqua che permea da sotto, con una potenziale contaminazione da radionuclidi della fornitura di acqua proveniente da falde freatiche.[3] Tuttavia, anche in questo caso, stando al già citato rapporto del ministero dell'energia, i radionuclidi rilasciati verrebbero rapidamente dispersi e diluiti, senza causare un elevato aumento del rischio radioattivo per l'ambiente marino (livello che attualmente è dalle 1.000 alle 6.000 volte più alto rispetto a quello riscontrabile in mare aperto).[2] Tuttavia, va detto che una spaccatura nella cupola potrebbe portare anche alla dispersione di plutonio, un metallo pesante radioattivo altamente tossico.[8]

Dal 1983, anno in cui fu firmato il Trattato di Libera Associazione (COFA) con gli USA, il quale garantiva alla nazione insulare la facoltà di governarsi da sola ma che prevedeva anche, tra l'altro, un risarcimento di 150 milioni di dollari per i test atomici effettuati nel passato in cambio della rinuncia ad ogni procedimento a riguardo, la manutenzione della cupola è passata nelle mani delle Isole Marshall. Il governo delle Marshall ha però recentemente fatto sapere, in occasione di un incontro svoltosi nel maggio 2019 tra il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e il presidente delle Isole Marshall, Hilda Heine,[9] di non avere fondi sufficienti per provvedere ad una sicura gestione della cupola e di temere per la contaminazione dovuta ai rifiuti da essa coperti a causa del pericolo derivante dall'innalzamento dei mari dovuto al cambiamento climatico in atto.[10][11]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Umberto Mazzantini, La cupola dell'inferno nucleare è in paradiso, Green Report, 28 novembre 2017. URL consultato il 2 giugno 2019.
  2. ^ a b c Terry Hamilton, A Visual Description of the Concrete Exterior of the Cactus Crater Containment Structure (PDF), Lawrence Livermore National Laboratory, Ottobre 2013. URL consultato il 2 giugno 2019.
  3. ^ a b c Mark Willacy, A poison in our island, ABC (Australia), 28 novembre 2017. URL consultato il 3 giugno 2019.
  4. ^ Emma Reynolds, Deadly dome of gorgeous Pacific island leaking radioactive waste (News.com), 7 luglio 2015. URL consultato il 3 giugno 2019.
  5. ^ Marshall Islands Dose Assessment & Radioecology Program, Enewetak, Lawrence Livermore National Laboratory, 7 aprile 2015. URL consultato il 3 giugno 2019.
  6. ^ Michael B. Gerrard, A Pacific Isle, Radioactive and Forgotten, The New York Times, 3 dicembre 2014. URL consultato il 3 giugno 2019.
  7. ^ Jan Hendrik Hinzel, Coleen Jose e Kim Wall, This dome in the Pacific houses tons of radioactive waste – and it's leaking, The Guardian, 3 luglio 2015. URL consultato il 3 giugno 2019.
  8. ^ Mark Willacy, The Dome, ABC (Australia), 27 novembre 2017. URL consultato il 3 giugno 2019.
  9. ^ La bara nucleare perde scorie radioattive, Focus, 31 maggio 2019. URL consultato il 3 giugno 2019.
  10. ^ Susanne Rust e Carolyn Cole, High radiation levels found in giant clams on Marshall Islands near U.S. nuclear dump (Press Herald), 29 maggio 2019. URL consultato il 3 giugno 2019.
  11. ^ Le Isole Marshall hanno un serio problema di rifiuti radioattivi, Il Post, 2 giugno 2019. URL consultato il 3 giugno 2019.
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