Roman Catholic Relief Act 1829

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Il Roman Catholic Relief Act 1829, passato in Parlamento nel 1829, fu il culmine del processo dell'emancipazione cattolica nel Regno Unito. In Irlanda abrogò il Test Act del 1672 e le rimanenti leggi penali che erano state in vigore sin dal passaggio del Disenfranchising Act del Parlamento irlandese del 1728. I suoi passaggi seguirono una vigorosa campagna che minacciava l'insurrezione guidata dall'avvocato irlandese Daniel O'Connell. I leaders britannici, con a capo il Primo Ministro, il Duca di Wellington e il suo principale aiutante Robert Peel, benché personalmente ostili, si piegarono per evitare il conflitto civile. L'Irlanda fu tranquilla dopo il passaggio della legge. L'Act permise ai membri della Chiesa Cattolica di sedersi nel parlamento a Westminster. O'Connell aveva vinto un seggio in un confronto con un anglicano. Sotto l'esistente legge penale, a O'Connel, in quanto cattolico romano, fu proibito di prendere quel seggio nel Parlamento. Robert Peel, il segretario di Stato per gli affari interni, fino ad allora fu chiamato "Orange Peel" poiché aveva sempre supportato la posizione Orange, ovvero anticattolica. Peel concluse: «benché l'emancipazione fosse un grave pericolo, la guerra civile lo era ancora di più». Temendo una rivoluzione in Irlanda, Peel stiò il Catholic Relief Bill e lo presentò alla Camera dei Comuni. Per superare la veemente opposizione sia della Camera dei Lords sia di Giorgio IV, il Duca di Wellington lavorò senza sosta per assicurare il passaggio nella Camera dei Lords, e minacciò di rassegnare la sua posizione come primo ministro se il re non avesse dato il suo reale assenso.

Agitazione[modifica | modifica wikitesto]

Daniel O'Connell

La campagna per l'emancipazione cattolica in Irlanda (1828-1829), fu guidata da Daniel O'Connell (1775-1847), organizzatore della Catholic Association, ma molti altri erano attivi, sia a favore che contro tale progetto.

Come Lord Lieutenant of Ireland (Lord Luogotenente d'Irlanda) dal 1822 al 1828, il Marchese Wellesly (fratello del Duca dI Wellington) giocò un ruolo critico nell'aver posto le basi per il Catholic Emancipation Bill. La sua politica riconciliatrice si proponeva di vedere restaurati i diritti civili dei cattolici, preservando al contempo quei diritti e considerazioni importanti per i Protestanti. Usò la forza nel mantenere la legge e l'ordine quando le rivolte minacciarono la page, e scoraggiò la pubblica agitazione sia della protestante Orange Order, sia della cattolica Society of Ribbonmen[1].

Il vescovo John Milner era un sacerdote inglese cattolico e scrittore attivamente impegnato nel promuovere l'emancipazione cattolica anteriore alla sua morte nel 1826. Fu un leader del pensiero avverso all'illuminismo ed ebbe una significativa influenza sia Inghilterra tanto quanto in Irlanda, e fu coinvolto nel rivedere la risposta cattolica ai primi sforzi del Parlamento per promulgare le misure per l'emancipazione cattolica[2].

Nel frattempo, i protestanti dell'Ulster si mobilitarono, dopo un inizio rinviato, per fermare l'emancipazione. A partire dalla fine del 1828 i Protestanti di tutte le classi sociali iniziarono ad organizzarsi dopo l'arrivo del sostenitore di O'Connell Jack Lawless che aveva l'intenzione di programmare una serie di incontri e attività a favore dell'emancipazione attraverso l'Ulster. La sua mossa galvanizzò i protestanti a formare dei clubs, a distribuire dei pamphlets e a raccogliere petizioni. Comunque le proteste dei protestanti non erano ben fondate e coordinate e mancò il supporto del governo britannico. Dopo che il Catholic Relief era stato garantito, l'opposizione protestante si divise in due posizioni basate sulla classe sociale: l'aristocrazia e la gentry divennero inattive, mentre la classe media e quella operaia manifestarono il dominio sopra i cattolici dell'Ulster attraverso delle manifestazioni Orange[3].

Compromesso[modifica | modifica wikitesto]

John Jackson, Il primo duca di Wellington, 1831

Il Parliamentary Elections Ireland Act 1829 (10 Geo.IV, c. 8)[4], che accompagnò l'emancipazione e ricevette il suo assenso reale nello stesso giorno, era l'unica maggior "sicurezza" richiesta alla fine per l'emancipazione. Quest'Act spoliò del diritto di voto i piccoli proprietari terrieri dell'Irlanda, i cosiddetti Forty Shilling Freeholders, e quintuplicò il censo per votare. Cominciando con l'iniziale base che garantiva il voto attraverso il Parlamento Irlandese nel 1793, qualsiasi uomo affittuario o proprietario di terre del valore di almeno 40 scellini (due pounds), aveva il permesso di votare. Sotto l'Act, questo fu inalzato a 10 pounds[5].

L'Act proibì anche l'uso dei titoli episcopali già in uso nella Chiesa d'Inghilterra (10 Geo. IV, c. 7, s. 24). Si impose una penalità di 100 sterline su "qualsiasi persona, non autorizzata dalla legge, che doveva assumere il titolo qualsiasi di arcivescovo, vescovo o decano' ed estendeva i benefici «all'assunzione di titoli ecclesiastici derivati da qualsiasi città o luogo in Inghilterra e Irlanda, e che non c'erano in una sede esistente»[6][7][8]. Questo fu rinforzato con il Ecclesiastical Titles Act 1851, che minacciava la confisca di propriietà di chiunque al di fuore della «Chiesa Unita d'Inghilterra e Irlanda» ad usare qualunque titolo episcopale «di qualunque città, luogo, o di qualunque territorio o distretto (sotto qualunque designazione o descrizione), nel Regno Unito». Il 1851 Act non fu mai imposto e fu perciò revocato nel 1871.

Risultati politici[modifica | modifica wikitesto]

J.C.D.Clark (1985) dipinge l'Inghilterra antecedente al 1828 come una nazione in cui la vasta maggioranza della popolazione credeva nel diritto divino dei re, nella legittimità della nobiltà ereditaria e nei diritti e privilegi della Chiesa Anglicana. Nell'interpretazione di Clark, il sistema rimase virtualmente intatto finché esso collassò nel 1828, poiché l'emancipazione cattolica minò il suo centro nevralgico, la supremazia anglicana. Clarck sostiene che le conseguenze furono enormi: «Il disastro di tutto l'ordine sociale [...] Ciò che fu perso in quel momento...non era solamente una disposizione parlamentare, ma l'ascendenza intellettuale di una visione del mondo, l'egemonia culturale della vecchia elite»[9]. L'interpretazione di Clark e stata ampiamente dibattuta nella letteratura accademica, e soprattutto ogni storico che ha isaminato il saggio ha evidenziato la sostanziale continuità tra i periodi prima e dopo il 1828 e il 1832[10].

Eric J. Evans (1996) enfatizza che l'importanza politica dell'emancipazione fu che essa divise gli anti-riformatori e diminuì la loro abilità di bloccare le future leggi di riforma, specialmente il grande Reform Act of 1832. Paradossalmente, il successo di Wellington spinse molti degli Ultra-Tories a domandare la riforma del Parlamento. Loro dicevano che i voti dei rotten boroughs avevano dato al governo la sua maggioranza. Perciò, fu un ultra-tory, il Marchese di Blandford, che nel febbraio 1830 introdusse il primo, maggiore Reform Bill, chiedendo il trasferimento dei seggi parlamentari dai borghi alle contee e alle grandi città, la privazione dei diritti civili per i votanti non residenti, l'impedimento che i titolari di uffici della Corona siedano in Parlamento, il pagamento di un salario per i parlamentari, e la generale franchigia per gli uomini che possedevano proprietà. Gli ultras ritenevano che un'ampia base elettorale potesse essere invocata per radunare l'anticattolicesimo[11].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ DeMichele, pp. 254-267.
  2. ^ Leighton, pp. 345-360.
  3. ^ Kingon, pp. 137-155.
  4. ^ William David Evans, Anthony Hammond e Thomas Colpitts Granger (a cura di), Parliamentary Elections (Ireland) Act 1829, in A Collection of Statues Connected with the General Administration of the Law, vol. 8, Third, London, W. H. Bond, 1836.
  5. ^ Hilton, pp. 384-391.
  6. ^ Reports from Committees, Great Britain. Parliament. House of Commons, Oxford, Oxford University Press, 1867, p. 87.
  7. ^ Hansard's Parliamentary Debates, CXIV, London, 1851, p. 1145.
  8. ^ Bowyer, pp. 1-30.
  9. ^ Clark, p. 90; 409.
  10. ^ O'Gorman.
  11. ^ Evans, p. 216.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]