Roccia dell'Elefante

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Roccia dell'Elefante
Elefantenfels01.jpg
Civiltà Prenuragica
Utilizzo Area funeraria
Epoca Neolitico
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Castelsardo-Stemma.png Castelsardo
Altitudine 181 m s.l.m.

Coordinate: 40°53′23.13″N 8°44′46.07″E / 40.889758°N 8.746131°E40.889758; 8.746131

La roccia dell'Elefante è un grosso masso trachitico e andesitico, dal forte color ruggine, notevolmente eroso dagli agenti atmosferici che gli hanno conferito il singolare aspetto di un pachiderma seduto.

La roccia, che ha un'altezza di circa quattro metri, si trova nel comune di Castelsardo in località Multeddu, al km 4,3 della SS 134 che collega il suddetto comune a Sedini. Originariamente il masso faceva parte del complesso roccioso di monte Castellazzu dal quale si distaccò rotolando a valle.

Oltre ad una certa importanza turistico-paesaggistica, la roccia dell'Elefante riveste anche una notevole rilevanza archeologica per le due domus de janas, risalenti al periodo prenuragico, che sono ospitate al suo interno.

La roccia[modifica | modifica wikitesto]

« Chi da Castelsardo percorre la via Nazionale che conduce a Sedini, d'un tratto si trova di fronte ad uno strano spettacolo. Un gigantesco elefante, tre volte più alto degli enormi mamhut preistorici, par che esca dalla giungla e s'incammini verso la montagna. »
(Edoardo Benetti)

Nel 1914 lo studioso Edoardo Benetti fu il primo ad associare ad un elefante l'originale forma della roccia, che sino ad allora era conosciuta, anche in documenti ufficiali, con il nome dialettale Sa Pedra Pertunta (la pietra traforata), evidente richiamo alla sua particolare conformazione.[1]

Le domus de janas[modifica | modifica wikitesto]

L'interno della domus con in rilievo la protome taurina

Le domus de janas, realizzate in due momenti successivi, sono posizionate su due diversi livelli. Quella superiore, la prima ad essere scavata, presenta soltanto tre vani e manca del padiglione coperto che la precedeva, probabilmente crollato insieme al prospetto della tomba. Le pareti, piane e diritte, non hanno motivi scultorei.

Il secondo ipogeo, che si apre più sotto, risulta al contrario molto ben conservato: è formato da quattro vani ed originariamente era preceduto da un dromos, ossia un breve corridoio, in parte coperto ed a cielo aperto nel tratto iniziale. È accessibile tramite uno stretto portello quadrangolare di 0,50 per 0,55 m. Di notevole interesse la presenza di una protome bovina, elemento decorativo comune a diverse domus de janas, scolpita in rilievo sulla parete di una celletta. Il suo particolare stile curvilineo, che denota una fase artistica piuttosto evoluta[2], permette di far risalire la costruzione della tomba alla prima metà del III millennio a.C.

Questo tipo di protome è stilisticamente assimilabile a quelle presenti nella Tomba maggiore della necropoli di S'Adde 'e Asile di (Ossi), nella Tomba V della necropoli di Montalè (Sassari), nelle tombe IV e VI della necropoli di Calancoi (Sassari) e nella domus dell'Orto del beneficio parrocchiale di Sennori.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edoardo Benetti, Il Sasso dell'elefante ed i simboli arcaici dell'agricoltura, in "Sardegna!", anno I, n. 1, 1914, p. 51.
  • Giuseppa Tanda, Arte Preistorica in Sardegna, Sassari, Dessì, 1977.
  • Paolo Melis, La domus dell'Elefante (PDF), Sassari, Carlo Delfino editore, 1991. URL consultato il 21 marzo 2012.

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