Rivoluzione astronomica

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La nuova visione eliocentrica del sistema solare, che diede avvio alla rivoluzione astronomica dell'età moderna.[1]

Con il termine rivoluzione astronomica si indica una nuova visione dell'universo che ha dato avvio a quel processo di più vasta portata noto come rivoluzione scientifica, contribuendo al passaggio dall'età medioevale a quella moderna. Sotto l'influsso di dottrine pitagoriche e neoplatoniche che riesumavano antiche mitologie solari,[2] essa ha coinvolto astronomia, filosofia e teologia.[3]

La cosiddetta visione «copernicana» dell'universo, infatti, non è solo il frutto di Niccolò Copernico e di altri astronomi e fisici quali Keplero e Galileo, ma deve molto anche all'impegno ed alle intuizioni di un filosofo come Giordano Bruno, che espresse, a partire dall'adesione al sistema astronomico di Copernico, una nuova visione del cosmo, del posto che vi occupa l'uomo, e della Divinità.[4]

La rivoluzione copernicana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Astronomia greca e Rivoluzione copernicana.

La teoria principale di Copernico, che pone il sole al centro del sistema di orbite dei pianeti componenti il sistema solare, riprende quella eliocentrica ipotizzata anticamente dal greco Aristarco da Samo, opposta al geocentrismo che voleva invece la Terra al centro del sistema. Il contributo decisivo di Niccolò Copernico non è dunque l'idea in sé, già espressa dai Greci, ma la sua rigorosa dimostrazione tramite osservazioni.

Raffronto sincronizzato dell'orbita di Marte fra la visione eliocentrica copernicana e quella geocentrica tolemaica: secondo quest'ultima il pianeta percorreva un epiciclo che giustificasse il suo apparente moto retrogrado visto dalla Terra.

Il nucleo centrale della teoria di Copernico fu pubblicato nel libro De revolutionibus orbium coelestium (Sulle rivoluzioni dei corpi celesti) nell'anno della sua morte. Il libro è il punto di partenza di una conversione dottrinale dal sistema geocentrico a quello eliocentrico, e contiene gli elementi più salienti della teoria astronomica dei nostri tempi, comprese una corretta definizione dell'ordine dei pianeti, della rotazione quotidiana della Terra intorno al proprio asse, della precessione degli equinozi.

In tal modo il movimento dei pianeti e altre configurazioni astronomiche come le elongazioni di Mercurio e Venere venivano spiegati con maggiore semplicità rispetto al sistema tolemaico, che pur offrendo un modello predittivo perfettamente funzionante e rispondente alle osservazioni astronomiche, aveva dovuto ricorrere ad un complicato sistema di orbite, chiamate sfere celesti, composto ad esempio da «epicicli» e «deferenti»[5] per giustificare alcune irregolarità apparenti come il moto retrogrado dei pianeti.[6]

Bruno e l'infinità dei mondi[modifica | modifica wikitesto]

Visione del cosmo con innumerevoli corpi celesti come sostenuto da Giordano Bruno.

Spinto dalla sua adesione alla religione solare degli antichi egizi,[7] Giordano Bruno difese l'astronomia copernicana attribuendole il valore di reale descrizione del mondo, e non di mero strumento di calcolo: egli anzi ne ampliò le implicazioni teoriche, non limitandosi a sostenere una posizione eliocentrica, ma allargando a dismisura i confini del sistema tolemaico, allora ristretto entro un numero finito di orbite, o «sfere celesti», componenti il sistema solare. In tal modo egli giunse a teorizzare il principio di omogeneità dell'universo e a prefigurare quello galileiano di relatività.

Secondo Bruno, il nostro sistema solare non è che un'infinitesima parte dell'universo, in cui ci sono infiniti altri sistemi con pianeti abitati come la Terra, tutti composti dai quattro elementi, tutti irradianti luce, e nessuno inferiore agli altri per dignità: le meccaniche celesti non sono dovuti a un motore immobile esterno che trasmetta il movimento in maniera digradante secondo un ordine gerarchico, com'era nel sistema astronomico aristotelico, bensì a princìpi insiti nei corpi celesti stessi. E dato che l'universo è infinito, non può esservi nulla al di «fuori» di esso. Riprendendo così alcuni concetti cosmologici del neoplatonismo già anticipati da Nicola Cusano, Bruno sostenne che l'universo non ha né centrocirconferenza, né alto né basso.[8]

Il sistema ticonico[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema ticonico, in cui la Terra è situata al centro dell'orbita solare, nonché del cielo stellato, mentre le orbite degli altri pianeti circondano il Sole.

Non tutti gli astronomi che contribuirono alla rivoluzione scientifica condivisero però il modello eliocentrico: Tycho Brahe, ad esempio, ideò un nuovo sistema geocentrico, che da lui prese il nome di ticonico, perfettamente equivalente a quello eliocentrico in base al principio della relatività generale del moto.[9]

Brahe sostituì l'antico concetto di sfere cristalline rigidamente concentriche con una visione di orbite planetarie intersecate fra loro: la Terra infatti era per lui collocata immobile al centro dell'Universo, mentre attorno le orbitavano la Luna e il Sole, intorno al quale orbitavano a sua volta gli altri cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno).

Il sistema ticonico presentava alcuni vantaggi:

  • forniva riscontri più precisi tra previsioni matematiche e dati osservativi rispetto ai modelli geocentrici tradizionali;
  • escludeva i conflitti con le Scritture, mantenendo la Terra immobile e al centro dell'Universo;
  • risolveva l'apparente contraddizione che caratterizzava l'universo copernicano in relazione alla mancanza dell'effetto di parallasse e al problema delle dimensioni delle stelle;[10]
  • confermando sostanzialmente il sistema geocentrico, non aveva bisogno di dare una spiegazione fisica del movimento terrestre.[11]

Le leggi di Keplero[modifica | modifica wikitesto]

Schema della prima legge di Keplero, con il Sole che occupa uno dei due fuochi dell'orbita ellittica della Terra.

Si deve a Giovanni Keplero il ritorno ad una concezione eliocentrica, oltre all'enunciazione delle tre leggi che da lui prendono il nome, secondo cui il moto dei pianeti anziché essere circolare descrive un'ellisse, della quale il Sole occupa uno dei fuochi.[12]. Queste leggi, che gettarono le basi della moderna astronomia, nascevano pur sempre dall'esigenza neoplatonica di un universo armonico governato da gerarchie spirituali.[13]

Facendo del Sole la causa del moto dei pianeti, Keplero intendeva anzi riabilitare la concezione astrologica antica secondo cui il moto degli astri era portatore di un significato da interpretare in un'ottica animistica e finalistica, non come semplice meccanismo privo di scopo.

Con la pubblicazione del Tertius interveniens nel 1610, in particolare, Keplero recitò il ruolo del «terzo uomo che si interpone» fra coloro che accettavano acriticamente predizioni astrologiche grottesche da un lato, e quei critici che avrebbero «buttato via il bambino con il bagno» dall'altro, lanciando il seguente avvertimento:

«Avviso a vari teologi, medici e filosofi, [...] affinché, quando rifiutano a ragione la superstizione dell'osservazione delle stelle, non gettino il bambino con l'acqua sporca, e quindi inconsapevolmente agiscano in contraddizione con la loro professione.»

(Giovanni Keplero, sottotitolo di Tertius interveniens, Francoforte sul Meno, in Verlegung Godtfriedt Tampachs, 1610 [14])

Teorie sul moto dei pianeti[modifica | modifica wikitesto]

Copernico e la conservazione della fisica aristotelica[modifica | modifica wikitesto]

Copernico per spiegare i moti dei pianeti nel proprio modello eliocentrico, cerca di applicare le tre forze della fisica aristotelica (dal centro, verso il centro, attorno al centro), con i pianeti incorporati su sfere di un perfetto elemento celeste, la cui natura si esprimeva in eterne rotazioni attorno al centro unico dell’universo, quindi con una speciale funzione causale. Tuttavia questa fisica era stata modellata su una struttura geocentrica dell’universo, dove tutti gli astri avevano come unico centro dei propri movimenti la Terra, e sorgevano varie incongruenze quando veniva applicata alla teoria copernicana, che esigeva che i corpi dei pianeti avessero più centri di rotazione: una particella della Terra doveva ruotare naturalmente attorno al centro mobile del pianeta e al centro dell’universo (il sole); un corpo sulla Luna doveva invece ruotare attorno al centro mobile del satellite, della Terra e dell’universo. Quindi la proposta di Copernico richiedeva che alcuni moti naturali fossero guidati da centri mobili, che non avevano funzione in forza della sola posizione geometrica. Galileo cercò di elaborare questa teoria fisica di Copernico, e la sostenne nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

L'anima motrix di Keplero[modifica | modifica wikitesto]

Le ricerche di Keplero resero possibile sottoporre ad una analisi fisica tutta la complessità delle apparenze celesti, non riducendo il moto dei pianeti ad un’orbita circolare media ma con una nuova concezione di orbite ellittiche. Questi nuovi moti però, asimmetrici e con continui cambi di velocità e di direzione in ciascun punto dell’orbita del pianeta, non potevano essere spiegati attraverso movimenti “naturali”. Queste variazioni parvero postulare l’introduzione di una forza nei cieli, una forza che agisse in continuità per modificare il moto del pianeta in ciascun punto della sua orbita; perciò applicò ai cieli l’antico concetto dei moti terrestri violenti e regolati da forze. Ispirato dalla sua sensibilità per il Sole, Keplero, per dare un fondamento causale al moto planetario, introdusse delle forze che scaturivano dal Sole e dai pianeti, modellando il sistema solare su di una macchina terrestre. La prima forza solare immaginata da Keplero fu l’anima motrix, immaginata come un sistema di raggi che si liberano dal sole sul piano dell’eclittica e che vengono portati in giro dalla continua rotazione del sole: quando i raggi arrivano su un pianeta gli imprimo una spinta e lo costringono a circolare continuamente attorno al Sole. La seconda forza, che aveva la funzione di far variare la distanza in differenti parti dell’eclittica, fu identificata da Keplero nel magnetismo, le cui proprietà erano da poco state studiate nel De magnete di William Gilbert, che aveva descritto per la prima volta la terra come un immenso magnete: Keplero estese questa generalizzazione a tutti i corpi del sistema solare. Non solo la terra, ma anche i pianeti ed il Sole sono magneti e le attrazioni e repulsioni dei loro diversi poli determinano i percorsi lungo i quali i pianeti si muovono. Questo modello non era esente da problemi, e alcuni concetti erano già stati superati quando Keplero li scrisse: il Sole ruota troppo lentamente per spiegare i periodi dei pianeti che risultano dall’osservazione, la direzione dell’asse magnetico, determinata con gli aghi magnetici, risulta diversa da quella richiesta per spiegare le osservazioni astronomiche. Tuttavia il modello di Keplero funzionava sempre indipendentemente dal centro di rotazione; e la sostituzione dei moti naturali con moti regolati da forze porterà poi allo sviluppo del sistema dei Principia di Newton.

I magneti di Borelli[modifica | modifica wikitesto]

Un altro modello fu teorizzato dall’italiano Borelli, che pervenne alla conclusione che nessuna spinta fosse necessaria solo per impedire ai pianeti di fermarsi. Tuttavia egli conservò una specie di anima motrix per spiegare la variazione della velocità di un pianeta in funzione della sua distanza dal sole, e la immaginò sostanzialmente come un propulsore continuo. Si rese poi conto che nessuna spinta come quella dovuta all’anima motrix poteva continuare a far muovere un pianeta in un'orbita chiusa e, a meno che non ci fossero a disposizione altre forze in grado di attirare i pianeti direttamente verso il sole, ciascuno di essi si sarebbe allontanato lungo una linea retta tangente alla sua orbita e avrebbe così abbandonato del tutto il sistema solare. Per conservare la stabilità delle orbite Borelli introdusse una seconda forza in grado di far continuamente deviare verso il sole in pianeta che tendeva ad allontanarsene. Nel suo modello Borelli usò dei magneti per rappresentare questa forza, nei cieli mostrò come le concezioni aristoteliche conservassero una loro validità, sostituendo la forza con una tendenza naturale di tutti i pianeti a cadere verso il sole centrale.

Il corpuscolarismo e i vortici di Cartesio[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo atomismo[modifica | modifica wikitesto]

Con la rivoluzione copernicana l’atomismo cominciò ad essere più popolare tra i più eminenti ricercatori nel campo delle scienze fisiche: in parte a causa della sua affinità con il copernicanesimo e in parte perché era l’unica cosmologia elaborata in grado di sostituire la visione scolastica del mondo che andava perdendo sempre più credito. L’atomismo si fuse stabilmente con il copernicanesimo per costituire il nucleo fondamentale di quella nuova filosofia che determinò l’indirizzo dell’immaginazione scientifica. Si credeva che la terra fosse un pianeta in movimento ed impostarono i problemi che la concezione copernicana presentava con una serie di postulati corpuscolari, tratti dall’atomismo. Il corpuscolarismo violava i postulati dell’antico atomismo, ma era nondimeno atomistico. Si iniziò a ritenere che le ultime particelle fossero divisibili, ma furono tutti d’accordo che esse si dividevano raramente o mai si dividevano. Fu messo in dubbio anche il vuoto, che venne sostituito da un fluido etereo neutro e inattivo come il vuoto. Tutti concordarono che i moti, le azioni reciproche e le combinazioni delle diverse particelle erano governati da leggi imposte ai corpuscoli da Dio al momento della creazione. Cartesio fu il primo ad applicare sistematicamente il corpuscolarismo ai problemi di un universo copernicano. Egli cominciò chiedendosi come si muovesse nel vuoto un singolo corpuscolo. Poi si chiese come questo moto libero potesse essere modificato dall’urto con un secondo corpuscolo. Applicando ad un corpuscolo, posto bell’infinito spazio neutro della cosmologia atomistica, versioni contemporanee della teoria medievale dell’impulso, egli giunse ad una rima chiara formulazione della legge del moto inerziale. Un corpuscolo in riposo nel vuoto rimarrà in riposo ed un corpuscolo in moto continuerà a muoversi lungo una linea retta con la medesima velocità a meno che non sia deviato da un altro corpuscolo.

Cartesio e i vortici[modifica | modifica wikitesto]

Cartesio, nei Principia philosophiae, si rese conto che, in natura, tutte le particelle mutano continuamente la loro velocità e direzione, variazioni necessariamente causate da spinte e trazioni esterne generate da altri corpi. Per spiegare questi urti corpuscolari teorizzò sette leggi, delle quali solo una fu ritenuta valida dai suoi successori; tuttavia la sua concezione del processo d’urto venne conservata. Dal corpuscolarismo di Cartesio derivarono la legge della costanza della quantità di moto e la relazione tra forza e variazione di quantità di moto. Cartesio poi introdusse il concetto di un universo pieno, con la materia che riempiva ogni punto dello spazio; ricorse costantemente all’uso del vuoto per determinare le leggi del moto e dell’urto relative a singole particelle, quindi per scoprire come queste leggi operassero in un universo pieno. Prima immaginò le particelle in moto libero in uno spazio vuoto dove i loro moti inerziali erano contrassegnati da urti; dopodiché egli eliminò gradualmente il vuoto dal sistema e portò le particelle infinitamente vicine, in modo che i moti delle particelle e gli urti si componevano in un unico processo. A Cartesio sembrava evidente che i soliti moti continuativi in uno spazio pieno dovessero verificarsi in correnti circolatorie. Ogni particella, spinge in avanti quella più vicina, e per evitare il formarsi del vuoto la spinta viene restituita in un movimento apparentemente circolare. Ritenne anche che qualunque spinta avesse dato Dio ai corpuscoli al momento della creazione, essi dovevano infine circolare in una serie di vortici sparsi per tutto lo spazio. I vortici cartesiani erano come dei sistemi solari, generati e governati dalle leggi dell’inerzia e dell’urto. Il costante e vorticoso moto di ciascun centro vorticale genera una vibrazione continua che si trasmette ondulatoria mente dal centro attraverso tutto lo spazio, vibrazione che Cartesio identifica nella luce. Gli urti corpuscolari non si limitavano però ai soli fenomeni celesti, ma furono utilizzati per spiegare anche i moti della meccanica classica, come le maree, il moto dei proiettili e la caduta delle pietre verso la Terra.

Hooke e il principio di attrazione[modifica | modifica wikitesto]

La concezione di Borelli venne elaborata da Robert Hooke, che dimostrò la piena affinità esistente fra i moti celesti e quelli di una macchina terrestre. Hooke adottò integralmente il concetto cartesiano di moto inerziale e dell’identità delle leggi terrestri e celesti. Come risultato, egli fu in grado di scartare sia l’anima motrix che i residui delle tendenze naturali al moto. Un pianeta in movimento, dovrebbe proseguire uniformemente nel suo moto su di una linea attraverso lo spazio, poiché i sensi non rivelano nulla che lo spinga o lo tiri. Non essendo il suo moto rettilineo, ma svolgendosi invece lungo una curva chiusa e continua che circonda il sole, L’evidenza immediate dei sensi deve essere ingannevole. Deve esistere un ulteriore principio di attrazione o una forza che operi tra il Sole e ciascun pianeta. Una tale forza farebbe continuamente deviare in direzione del Sole i moti inerziali rettilinei dei pianeti, e questo è tutto quel che richiedono le loro orbite copernicane. Il moto risultante descrive un poligono più che un’ellisse o un circolo ma il poligono si accosterà ora al circolo con maggiore approssimazione. Se si riduce la forza dei singoli impulsi e se ne aumenta il numero, l’approssimazione diventa ancora più grande, e con impulsi infinitamente piccoli e infinitamente numerosi, il pianeta viene fatto deviare verso il Sole in ciascun punto della sua traiettoria e la curva risultante sarà proprio l’ellisse o il circolo voluti. Hooke non poté dimostrare la funzionalità della sua ipotesi, il quale compito fu lasciato a Newton. Nella spiegazione di Hooke, più che in quella di Kepler e di Borelli, la spiegazione del moto planetario era diventata un problema di meccanica applicata, identico in linea di principio ai problemi terrestri del pendolo e del proiettile. [15]

La relatività galileiana[modifica | modifica wikitesto]

Fasi della Luna disegnate da Galileo nel 1616

A partire dal Seicento, la visione animistica di Keplero verrà tuttavia sostituita progressivamente da una puramente meccanicista; oltre a Cartesio, sarà anche Galileo Galilei a fornire una descrizione delle meccaniche celesti limitata all'aspetto quantitativo. Egli giustificò la possibilità che la Terra si muovesse nello spazio cosmico nonostante sembrasse immobile, prefigurando il principio di relatività del movimento che da lui prende il nome, secondo cui non si possono distinguere due sistemi di riferimento in moto rettilineo uniforme fra loro. Nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo del 1602 Galileo fece l'esempio di una nave in viaggio a velocità costante, senza scosse, su un mare perfettamente calmo: qualunque osservatore che faccia esperimenti sotto coperta non riuscirebbe a determinare se la sua nave sia ferma oppure in moto.[16]

A Galileo si deve inoltre il perfezionamento dello strumento del telescopio, con cui gli si rivelò un universo mai visto prima: la Luna aveva una superficie scabrosa, Giove era circondato da quattro satelliti, la Via Lattea era risolta in milioni di stelle, Saturno si mostrava con uno strano anello, mentre Venere aveva le fasi come la Luna.

Tra gli altri contributi di Galileo è da annoverare una nuova formulazione della legge di gravità: riprendendo un'antica idea di Filopono, egli teorizzò che facendo cadere due corpi di masse differenti nello stesso momento, entrambi sarebbero arrivati al suolo in contemporanea.[17]

Da Newton ad Einstein[modifica | modifica wikitesto]

Schema della curvatura della luce, dovuta all'effetto gravitazionale del Sole, per cui una stella posta dietro quest'ultimo risulta ciò nonostante visibile dalla Terra.[18]

La rivoluzione astronomica proseguì con Isaac Newton, che introdusse la legge di gravitazione universale nell'opera Philosophiae Naturalis Principia Mathematica del 1687. Facendo della massa, cioè della quantità di materia (data dal volume per la densità) il concetto fondamentale della meccanica celeste,[19] Newton intuì che la stessa forza che causa la caduta di una mela sulla Terra mantiene i pianeti in orbita attorno al Sole, e la Luna attorno alla Terra: quanto più è grande la massa di un corpo, tanto più potente è la sua forza di gravità.[20] In seguito Huygens, nel suo Horologium oscillatorium, chiarificò la natura delle forze centrifughe che impediscono ai pianeti di cadere sul sole pur essendone attratti.[19]

Restava aperto tuttavia il problema di spiegare l'azione a distanza tra i corpi celesti, priva di contatto materiale, al quale verrà data una soluzione soltanto ai primi del Novecento da parte di Einstein, che sostituì il concetto fisico di etere, allora in voga presso gli scienziati dell'epoca, con la tessitura dello spazio-tempo, cioè con una struttura quadridimensionale che permea tutti gli spazi cosmici:[21] quanto più grande è un corpo, tanto più esso è in grado secondo Einstein di modificare le proprietà dello spazio fisico che lo circonda, generando una curvatura nella suddetta tessitura, capace di arcuare la traiettoria di qualunque oggetto si trovi a transitare in questo suo «campo gravitazionale», fino a renderla ellittica.[22]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Illustrazione di Andreas Cellarius da Harmonia Macrocosmica, 1660 circa.
  2. ^ Eugenio Garin, La rivoluzione copernicana e il mito solare, in Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, pp. 255-295, Roma-Bari, Laterza, 1975.
  3. ^ Paolo Casini, Il mito pitagorico e la rivoluzione astronomica, in "Rivista di filosofia" 85, n. 1, pp. 7-33 (1994).
  4. ^ Fu soprattutto l'eliocentrismo della religione egizia, entrato a far parte del suo sapere magico ed ermetico, che in effetti spinse Giordano Bruno ad aderire al copernicanesimo (cfr. Giancarlo Infante, L'altra faccia del Sole, pag. 65, Armando Editore, 2013).
  5. ^ (EN) Eccentrics, Deferents, Epicycles, and Equants, su mathpages.com. URL consultato il 1º febbraio 2020.
  6. ^ Antonio Vincensi, L'uomo (e)' l'universo. Viaggio lungo il sentiero della scienza, Armando Editore, 2004, p. 102, ISBN 978-88-8358-654-5.
  7. ^ Franco Manganelli, La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno, Guida Editori, 2005, ISBN 978-88-6042-146-3. URL consultato il 4 agosto 2017 (archiviato il 5 agosto 2017).
  8. ^ Gatti 2002, pp. 99–104.
  9. ^ Thomas S. Kuhn, The Copernican Revolution, pag. 204, Harvard University Press, 1957.
  10. ^ Secondo gli antichi modelli geocentrici dell'universo, le stelle si trovano poco oltre i pianeti; in questa situazione le loro dimensioni stimate con un semplice calcolo geometrico risultavano abbastanza simili a quelle del Sole. Applicando la teoria eliocentrica di Copernico le stelle dovevano essere estremamente lontane e quindi, applicando lo stesso sistema di calcolo, risultavano troppo grandi, di dimensioni pari a migliaia di volte quelle del Sole (cfr. l'articolo di D. Danielson e C. M. Graney, Processo a Copernico, Le Scienze, marzo 2014).
  11. ^ Le dimensioni della Terra erano all'epoca sufficientemente note, ci si chiedeva quindi quale forza avrebbe potuto far muovere questa pesantissima sfera di roccia, polvere e acqua. Era al contrario facile spiegare il moto dei pianeti e del sole perché fin dai tempi di Aristotele gli astronomi avevano sostenuto che i corpi celesti fossero formati da una particolare sostanza "eterea", inesistente sulla Terra, e che aveva la naturale tendenza al rapido moto circolare (cfr. D. Danielson e C. M. Graney, Processo a Copernico, op. cit.)
  12. ^ La Rivoluzione scientifica: i protagonisti. Johannes Kepler, in Storia della scienza, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2001-2004.
  13. ^ Andrea Albini, L'autunno dell'astrologia, pag. 39, Odradek, 2010.
  14. ^ Tertius interveniens, cit. in Wolfgang Pauli, Writings on Physics and Philosophy, trad. ingl. di R. Schlapp, Springer Science & Business Media, 2013, p. 237.
  15. ^ Thomas S. Kuhn, La rivoluzione copernicana.
  16. ^ Stillman Drake, La mela di Newton ed il Dialogo di Galileo, trad. it. di L. Sosio, "Le Scienze", n. 146, ottobre 1980.
  17. ^ L'esperimento sulla torre di Pisa della caduta libera, su focus.it..
  18. ^ Esperimento condotto durante un'eclissi solare nel 1919.
  19. ^ a b Giacomo De Angelis, Il concetto di forza Archiviato il 30 novembre 2020 in Internet Archive., in L'universo testuale della scienza, pp. 41-46, "Atti dello Alexander von Humboldt", Kolleg, Pisa 23-25, Ottobre 2009.
  20. ^ Giuliano Pinto (a cura di), La seconda legge di Newton, su phy6.org, 2005.
  21. ^ Respingendo le concezioni meccanicistiche e grossolane dell'etere elettromagnetico formulate nell'Ottocento, Einstein rilevò che «con la parola etere non si intende nient'altro che la necessità di rappresentare lo spazio come portatore di proprietà fisiche», quelle proprie cioè della struttura quadrimensionale dello spaziotempo (Angelo Baracca, Mira Fischetti, Riccardo Rigatti, Fisica e realtà: forze, campi, movimento, vol. 2, pag. 152, Cappelli, 1999).
  22. ^ Sandra Leone, Lo spazio e il tempo, su scienzapertutti.infn.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eugenio Garin, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Roma-Bari, Laterza, 1975.
  • Paolo Casini, Il mito pitagorico e la rivoluzione astronomica, in "Rivista di filosofia" 85, n. 1, pp. 7-33 (1994).
  • Giancarlo Infante, L'altra faccia del Sole, Armando Editore, 2013.
  • Franco Manganelli, La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno, Guida Editori, 2005.
  • Hilary Gatti, Giordano Bruno and Renaissance science, Cornell University Press, 2002, ISBN 0-8014-8785-4.
  • Thomas S. Kuhn, La rivoluzione copernicana, Einaudi, 1957[1]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Thomas S. Kuhn, La rivoluzione copernicana, ISBN 978-8806156558.