Ritratto di Galeazzo Sanvitale

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Ritratto di Galeazzo Sanvitale
Ritratto di Galeazzo Sanvitale
Autore Parmigianino
Data 1524
Tecnica olio su tavola
Dimensioni 109×81 cm
Ubicazione Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
Dettaglio
Dettaglio

Il Ritratto di Galeazzo Sanvitale è un dipinto a olio su tavola (109x81 cm) del Parmigianino, databile al 1524 e conservato nel Museo nazionale di Capodimonte di Napoli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il breve ma intenso periodo di lavoro del Parmigianino alla corte dei Sanvitale alla Rocca di Fontanellato (oggi in provincia di Parma), si data al 1524 (anno riportato sul retro del dipinto), mentre l'artista iniziava a farsi una fama da maestro prima di partire per Roma l'anno successivo. Alla rocca realizzò la famosa Stufetta di Diana e Atteone, un ciclo di affreschi in una stanza privata di Paola Gonzaga, moglie di Galeazzo Sanvitale.

L'opera si trovava già nelle collezioni Farnese nel 1587, quando è menzionata per la prima volta con certezza, durante la redazione di un inventario: "un ritratto del conte Galeazzo Sanvitale [...] di mano del Parmigianino]". Secondo il Bertino l'opera era probabilmente arrivata nella quadreria Farnese nel 1561, quando il duca Ottavio Farnese aveva acquistato dal vescovo Eucherio Sanvitale il casino di Codiponte, per ingrandire il proprio giardino. Eucherio infatti, figlio di Galeazzo a Paola, aveva ereditato i beni familiari alla morte del padre nel 1550 e non è escluso che durante la compravendita dell'edificio avesse alienato anche i dipinti ivi contenuti[1].

Nel 1784, con tutta la collezione Farnese, il dipinto lasciò Parma per Napoli. Fu requisito dai Francesi nel 1799 e lasciato in deposito a Roma per un anno. Da qui venne spedito a Palermo a Ferdinando IV Borbone, che lo tenne presso di sé per un decennio, dal 1806 al 1816, prima che tornasse nel capoluogo partenopeo[1].

Nei vari passaggi di proprietà si era nel frattempo persa l'identità del soggetto e dell'autore. Si parlava infatti ormai della scuola di Raffaello e di un ritratto di Cristoforo Colombo, probabilmente per un'interpretazione fantasiosa del cammeo sul cappello, raffigurante le Colonne d'Ercole. Fu un discendente dei Sanvitale, Luigi, a riconoscere in base alle carte ancora in possesso della famiglia la figura del suo antenato, nel 1857, mentre per ristabilire la paternità del Parmigianino si dovette attendere il 1894, quando se ne occupò il Ricci[1].

Ne esistono disegni preparatori al Cabinet des Dessins (6472 recto e verso) e in collezione Tobley[1].

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un "ritratto da parata", destinato cioè a magnificare l'immagine del conte presso i suoi ospiti, non un'effigie privata: ciò si deduce dalla ricchezza di oggetti che ne qualificano i nobili interessi e la raffinatezza dei costumi[1].

Si tratta di uno dei più celebri ritratti di Parmigianino, col conte, allora ventottenne, raffigurato seduto su una sedia Savonarola, col corpo di tre quarti verso sinistra e il volto ruotato frontalmente, che direziona un intenso sguardo verso lo spettatore. Indossa un'ampia giubba nera, secondo la moda del tempo, da cui escono due maniche di pesante stoffa rossa decorate da tagli sequenziali, che scoprono la vaporosa camicia bianca, con ricami sul polsino. Il berretto è dello stesso colore scarlatto, con tagli eleganti lungo il bordo, perline dorate, una piuma e un cammeo a decorare. Si tratta di un vestito alla francese, che in quei tempi poteva intendere anche la particolare fede politica del protagonista[2].

La sinistra è poggiata sul bracciolo e, con un anello d'oro con pietra al mignolo, regge un guanto, vicino all'elsa della spada. L'altra è invece ancora inguantata e mostra allo spettatore una medaglia bronzea, recante due simboli. Questi ultimi sono stati letti come una "C" e una "F", allusive al titolo di "Comes Fontanellati", o come un "72" (Ricci, 1894, basandosi anche sulle descrizioni inventariali antiche). Sul significato del numero sono state fatte varie ipotesi, legate soprattutto all'alchimia (Fagiolo Dell'Arco, 1969 e 1970; Mutti, 1978), che vedono nei due numeri allusioni alla Luna e a Giove; oppure alla congiunzione fra Sole e Luna, che alluderebbe all'unione matrimoniale fra Galeazzo e la moglie Paola Gonzaga. Tutte ipotesi che però contrastano con le fonti antiche, che in nessun caso ricordano il conte come alchimista (lo fu invero con tutta probabilità il Parmigianino, ma non è questa una ragione perché egli inserisse messaggi in codice in un dipinto ritraente un suo committente)[1].

Il volto con uno sguardo magnetico, è illuminato incisivamente da destra, evidenziando l'incarnato chiaro e liscio, la soffice barba, i lunghi favoriti e i ricci leggeri della capigliatura. La fronte è spaziosa, gli occhi chiari ed espressivi, il naso dritto. Una certa intimità tra pittore e soggetto dovette essere necessaria per poter restituire così efficacemente la giovanile bellezza, la fiera baldanza e la ricchezza di interessi del conte, guerriero e gentiluomo al contempo[2].

Su un tavolino dietro ad esso si trovano appoggiati i pezzi di un'armatura lucente e una mazza ferrata, simboli evocativi della sua indole guerriera. Oltre un muro, a destra, si apre poi una veduta di un albero frondoso, elemento piacevole e decorativo, con le foglie lumeggiate con sapiente maestria. Questa vegetazione è così fitta da bloccare lo spazio, assumendo una funzione di variazione di colore dell'ambiente chiuso.

Il dipinto, di raffinatissima fattura, segue solo apparentemente i canoni della ritrattistica cinquecentesca; in realtà presenta un elaborato gioco di piani e di effetti. La sedia è posta di traverso, mentre il busto è in posizione frontale, ed il muro di sfondo si colloca in obliquo. Quest'ultimo viene presentato scialbo, in netto contrasto con la lussureggiante vegetazione che si intravvede dalla vicina finestra. Anche la luce illumina sostanzialmente solo il volto e le braccia del Sanvitale, mentre uno sprazzo si riflette sull'armatura lucidata, interrotto soltanto da una piccola ammaccatura decentrata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Di Giampaolo-Fadda, cit., p. 57.
  2. ^ a b Viola, cit., p. 23.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luisa Viola, Parmigianino, Grafiche Step editrice, Parma 2007.
  • Mario Di Giampaolo ed Elisabetta Fadda, Parmigianino, Keybook, Santarcangelo di Romagna 2002. ISBN 8818-02236-9

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