Riofreddo

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Riofreddo
comune
Riofreddo – Stemma Riofreddo – Bandiera
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Lazio Coat of Arms.svg Lazio
Provincia Città metropolitana di Roma Capitale - Stemma.png Roma
Amministrazione
Sindaco Giancarlo Palma (lista civica) dal 05-06-2016
Territorio
Coordinate 42°04′N 12°59′E / 42.066667°N 12.983333°E42.066667; 12.983333 (Riofreddo)Coordinate: 42°04′N 12°59′E / 42.066667°N 12.983333°E42.066667; 12.983333 (Riofreddo)
Altitudine 705 m s.l.m.
Superficie 12,38 km²
Abitanti 781[1] (31-12-2014)
Densità 63,09 ab./km²
Comuni confinanti Arsoli, Cineto Romano, Oricola (AQ), Roviano, Vallinfreda, Vivaro Romano
Altre informazioni
Cod. postale 00020
Prefisso 0774
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 058083
Cod. catastale H300
Targa RM
Cl. sismica zona 1 (sismicità alta)
Nome abitanti riofreddani
Patrono san Giorgio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Riofreddo
Riofreddo
Posizione del comune di Riofreddo nella città metropolitana di Roma Capitale
Posizione del comune di Riofreddo nella città metropolitana di Roma Capitale
Sito istituzionale
Panorama del centro storico di Riofreddo

Riofreddo è un comune italiano di 781 abitanti della città metropolitana di Roma Capitale, situato al confine con l'Abruzzo con la provincia dell'Aquila.

Indice

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Con inverni molto rigidi ed estati miti, Riofreddo proprio come si deduce dal nome è un luogo piuttosto fresco.

Le estati sono tipicamente mediterranee con giornate fresche e ventilate intervallate da notevoli ondate calde, talvolta a causa della presenza dei rilievi circostanti è possibile assistere a fenomeni temporaleschi di una certa rilevanza.

Gli Inverni sono tipici della fascia Tirrenica centrale; molto rigidi con frequenti episodi nevosi.

Non sono rare giornate soleggiate con tramontana o grecale che accentuano di molto la sensazione di freddo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Comune nato nel X-XI secolo intorno ad una antica fortezza costruita dalla famiglia Colonna posta in quel luogo a guardia dell'antica via Valeria della quale sono rimasti solo alcuni tratti con il tipico lastricato romano ed un ponte. Conserva siti archeologici in località Casal Civitella, come tre necropoli risalenti ad altrettante epoche ma, la più interessante e la più antica risalente al 1000 a./c. È di epoca Equa, dove sono stati riportati alla luce, con scavi abbastanza recenti, dei reperti molto interessanti tra i quali una daga di un guerriero Equo esposta insieme ad altri nel Museo delle Culture Villa Garibaldi.[2]
Riofreddo, noto nel medioevo come Rivus frigidus, appartenne fin dal principio del secolo XIII ai Colonna[3] con Landolfo che lo possedeva insieme ad altri abitati nei dintorni tra i quali Roviano, Vivaro e Pozzaglia, dando il nome ad uno dei rami di questa famiglia che lo tenne fino alla metà del secolo XV, tranne una breve parentesi durante il pontificato di papa Bonifacio VIII che lo confiscò ai Colonna per concederlo agli Orsini. Passata per matrimonio ai Caffarelli, questi, dopo un breve ritorno ai Colonna, la vendettero durante la prima metà del secolo XVI ai Del Drago[4] che ancora ne mantengono il titolo di marchese.

Preistoria [5][modifica | modifica wikitesto]

Duecento milioni di anni fa la porzione dell’odierno Mediterraneo su cui insiste gran parte dell’Italia peninsulare era occupata da un ambiente neritico, cioè da un mare poco profondo e relativamente calmo in cui si accumulavano organismi marini e precipitati carbonatici. Il processo di sedimentazione durò circa 120 milioni di anni, ma interrotto, integrato, complicato da trasgressioni marine, da subsidenze ed emersioni del fondo, laddove si accumulava la materia prima che avrebbe costituito l’attuale piattaforma carbonatica laziale-abruzzese. Un consistente processo di sollevamento iniziò nel Giurassico (150 – 140 milioni di anni fa), ebbe delle lunghe pause e riprese alla fine del Cretacico per continuare fino a tutto il Miocene (26 – 7 milioni di anni fa). La piattaforma carbonatica laziale-abruzzese costituisce la materia prima che ha dato vita ai monti Lepini, Ausoni, Aurunci, oltre ai Simbruini, Ernici ed ai massicci abruzzesi del Gran Sasso e della Maiella. Il territorio del Comune di Riofreddo si forma fondamentalmente nel miocene (tra 22 e 6 milioni di anni fa) ed è costituito da marne (argilla più calcare) e, in parte minore, da arenarie grigie e giallastre. Nella zona laziale le acque si sono ritirate del tutto solo alla fine del cenozoico (2 milioni di anni fa) quando finalmente apparvero le valli e le montagne non furono più degli isolotti sparsi su un mare poco profondo.

Con il prosciugamento del mare si vengono a formare specie animali adatte alla terraferma e l’intervallarsi di cinque glaciazioni con caldi periodi interglaciali ha permesso lo stanziamento e lo sviluppo di vari mammiferi che con la loro folta pelliccia e con la loro temperatura corporea omeoterma potevano meglio adattarsi a notevoli cambiamenti climatici. Comparvero tra l'altro gli ippopotamidi, i proboscidati (i primi elefantidi del genere Stegodon, discendenti dei mastodonti), gli sdentati (gliptodonti e Megatherium), gli ungulati (i primi veri cavalli del genere Pliohippus), i camelidi ed i bovidi. Nel 1879, nel territorio del comune di Vallinfreda, vengono trovati i resti fossili di un ippopotamo. Nel 1894, durante l’aratura di un campo posto a due km di distanza dalla scoperta precedente (ma stavolta nel territorio di Riofreddo), vennero alla luce resti fossili di animali. Fu interessato del ritrovamento il prof. Alessandro De Portis, ordinario di geologia all’università di Roma, che descrisse il complesso di reperti ossei come appartenenti allo scheletro di un elefante (Loxodon africanus), di un rinoceronte e un coprolito (una “cacca” fossilizzata...) di una iena del Pliocene. La scoperta era stata fatta a più di un km dalla stazione di Riofreddo in direzione Nord-Ovest, sulle pendici orientali del monte Pisciato, a 200 metri di distanza dalla sponda sinistra del fosso Riotorto. Nel vallone antistante il paese di Riofreddo, (la “valechetta”) ai piedi della rupe su cui si erge la rocca, nella primavera del 1980 si trovarono dei resti di un ippopotamo.

A partire da circa 200.000 anni fa gruppi di uomini iniziarono ad abitare stabilmente il territorio, andando ad abitare in grotte poste nelle vicinanze di corsi d’acqua o di sorgenti. Nel 1952 furono effettuati degli scavi dal prof. Radmilli che portarono alla scoperta di manufatti riferibili al paleolitico medio, trovati ai piedi del convento, ora diruto, di S. Giorgio, a poche centinaia di metri dal paese. In una piccola sezione stradale furono rinvenuti in uno straterello di terreno rossiccio posto a pochi cm dal piano di campagna, un molare di rinoceronte ed alcuni manufatti musterini, tutti su scheggia. Nelle colline intorno all’interessante giacimento si raccolsero, lungo le erosioni e nei campi arati, manufatti paleolitici e neolitici. Venne rinvenuto nei pressi del depuratore, vicino al cavalcavia autostradale, di un bel bulino riferibile al paleolitico superiore e di numerose schegge. In relazione all'area in contrada La Botte è originaria l'ascia levigata segnalata dal Pigorini come proveniente da Riofreddo.

Dall'Età del Bronzo all'Impero Romano[modifica | modifica wikitesto]

Spada in ferro, punta di lancia e lama di coltello dalla necropolì equa di Casal Civitella.

Gli Equi, VIII-III secolo a.C. [6]

L’archelogo Zaccaria Mari così ci presenta gli Equi, cioè la popolazione che occupava nell’Antichità il territorio: “Gli Equi, appartenenti al gruppo etnico osco-sannita, furono uno dei popoli dell’Italia preromana stanziati nelle zone centrali appenniniche: il Cicolano e l’alto corso dei fiumi Aniene e Turano. Confinavano con i Sabini, i Latini, gli Ernici, i Volsci e i Marsi. Virgilio ne ricorda l’ambiente montano e il costume agricolo-venatorio (Eneide VII, 744-749), allorché li inserisce la tra le popolazioni italiche che presero le armi contro Enea; in età romana sopravvivevano con il nome di Equicoli (gens Aequicula) nelle più interne vallate dell’Imella e del Salto (odierno Cicolano = ager Aequiculanus).

Sulla protostoria degli Equi scarse sono le notizie contenute nelle fonti letterarie e nelle poche iscrizioni in lingua finora note. Secondo la tradizione Roma, al tempo di Anco Marzio (VII sec. a. C.), avrebbe appreso dal re degli Equicoli Ferter Resius il ius fetiale (diritto internazionale relativo alle dichiarazioni di guerra).

Le ostilità con i Romani iniziarono già alla fine dell’età regia, poi durante il V-IV secolo si susseguirono una serie di scontri – spesso coloriti di leggenda – narrati da Tito Livio (libri 2-4, 6): nel 458 ad esempio il dittatore T. Quinzio Cincinnato liberò eroicamente l’esercito romano assediato all’Algido. La riconquista romana nel 431 di questo importante passo strategico sui Colli Albani verso la Campania, che sancì la fine della penetrazione equa in area latina alla ricerca di zone più adatte all’insediamento, fu registrata nel calendario come giorno fausto (19 giugno). Gli Equi furono di nuovo sconfitti nel 389 da M. Furio Camillo e definitivamente soggiogati nel 304 con la rapida distruzione di numerose roccheforti (31 secondo Livio, 40 secondo Diodoro Siculo). Seguirono la fondazione nel territorio conquistato delle colonie di Alba Fucens di 6000 coloni e Carsioli di 4000 (nel 303 e 298 a. C.) e l’iscrizione nelle tribù Aniensis e Claudia.

Gli Equi erano divisi in vari gruppi facenti capo a circoscrizioni territoriali (pagi) articolate in villaggi-mercati (vici), che non raggiunsero mai il livello di vere città. Un vicus particolarmente importante era presso Borgorose, ove è stato scoperto il monumentale tumulo del Montariolo di Corvaro che ha restituito finora più di 100 tombe databili fra il IX sec. a. C. e l’età repubblicana. Elemento costitutivo dell’organizzazione paganico-vicana, in quanto punto di forte richiamo per la popolazione, erano i santuari rurali, di cui restano imponenti basamenti in opera poligonale (a Fiamignano, Civitella di Nesce, Corvaro e S. Anatolia di Borgorose). Sono attestati tra gli altri i culti di Ercole e di Marte. L’aspra regione ove sopravvisse la nazione equa, lontana dalle strade di traffico, piombò dopo la conquista romana in un lungo isolamento, che favorì la conservazione delle tradizionali strutture economico-sociali. Accanto ai vici, ormai quasi spopolati, gli unici centri urbani di una certa importanza, oltre alle colonie, furono Nersae, alla testa di un municipo territoriale detto Res publica Aequiculanorum, e Cliternia (Capradosso)”

Ma l’evidenza archeologica più complessa presente nel territorio è senza dubbio la necropoli equa di Casal Civitella, l’unica necropoli conosciuta del Lazio attribuibile a questo antico popolo italico. Il primo studioso a interessarsi di questo importante sito è stato l’archeologo Claudio Rossi Massimi che così ce lo descrive: “L’antico sepolcreto si trova nella parte più occidentale del territorio riofreddano, quasi al confine con quello del comune di Cineto, molto prossimo alla sommità del monte Morregare ed esattamente in una sella delimitata da due rilievi, posta a 764 m. slm. Gli scavi, condotti nel 1988 e 1989, permisero di mettere in luce un piccolo numero di sepolture. Queste sono poste a una media di circa 30 cm. dall’attuale piano di campagna e sono tutte a inumazione. Per quanto concerne la tipologia, esse si dividono in due diversi tipi di strutture: il primo tipo è costituito da cassoni in calcare spugnoso, formati da più blocchi lavorati e accostati, che racchiudono sia lateralmente sia posteriormente l’inumato; il secondo tipo è costituito da blocchi, sempre di calcare spugnoso, che foderano le pareti laterali della fossa dove il corpo è deposto direttamente sul terreno. Gli equi sepolti nella necropoli di Casal Civitella (37 individui, di cui 31 adulti e 6 infanti) possedevano una morfologia scheletrica complessivamente normolinea, tendente al longilineo, con arti moderatamente allungati e stature piuttosto alte con medie di 167 cm per i maschi e 158 cm per le femmine, che non differisce di molto da quella delle altre popolazioni coeve del centro Italia. I corredi delle tombe sono particolarmente ricchi e comprendono armi e oggetti ornamentali che testimoniano l’esistenza di un forte rapporto commerciale con la fascia medio-adriatica ma soprattutto con il popolo dei Sabini: gladi a stami, spade con elsa a croce (con relativo fodero con ghiera e puntale decorati secondo il metodo del traforo su fondo d’osso), punte di lancia e relativi sauroter, bulle in bronzo, una collana d’ambra, fibule ad arco e a riccio di bronzo”. Gli oggetti più belli della necropoli equa di Casal Civitella li possiamo ammirare nel settore archeologico del Museo delle Culture “Villa Garibaldi”.

I Romani, III secolo A.C. - V secolo d.C. [7]

L’archelogo Zaccaria Mari ci spiega così la presenza romana nel territorio di Riofreddo: “Dopo la lunga guerra del V-IV sec. a. C. vinta da Roma il territorio degli Equi nella valle dell’Aniene venne romanizzato con l’iscrizione degli abitanti superstiti nella tribù Aniensis (299 a. C.) e la deduzione della colonia di Carsioli (298 a. C.) i cui resti si possono osservare nella frazione Civita del comune di Oricola. Precedentemente era stata tracciata, su un antichissimo sentiero di transumanza, la via Valeria ad opera di M. Valerio Massimo (durante la censura del 307/306 o il consolato del 289, 286 a. C.): strada e colonia di cittadini servivano per favorire la trasformazione della zona di recente conquista. La Valeria risaliva la sponda destra del fiume fin sotto Roviano-Arsoli al bivio con la via Sublacensis (miglio XXXVI), quindi affrontava la salita verso Riofreddo (miglio XL), passando da quota 320 a 600. Si presentava con l’aspetto tipico delle strade romane: lastricato in pietra lavica, sostruzioni a blocchi nei tratti più disagevoli, ponti in muratura, suddivisione del tracciato in miliari. La via ‘consolare’ abbandonò un aspro percorso montano (cosiddetta Valeria vetus), che dalla statio di ad Lamnas (miglio XXXIII) sotto Cineto Romano raggiungeva più direttamente Riofreddo e che rimase come via secondaria (ancora oggi usata come mulattiera). Due ponti gemelli restano in buono stato di conservazione sul fosso Bagnatore lungo il tratto in salita della Valeria: il ponte Scutonico sotto Roviano e il ponte S. Giorgio sotto Riofreddo, entrambi in blocchi squadrati (opus quadratum) e con unica arcata a conci. Spettano probabilmente all’opera dell’imperatore Nerva che nel 97 d. C. fece eseguire, come per altre strade (Appia, Salaria ecc.), una generale opera di restauro, contrassegnata dall’erezione di nuovi miliari con la frase “faciendam curavit” (= ne curò la costruzione), di cui sono stati rinvenuti in zona i nn. XXXVI-XXXVIII. Non è escluso che proprio al ponte S. Giorgio si possa riferire l’importante frammento epigrafico con resti della titolatura di Nerva.

La Valeria fu soggetta a continui restauri fino alla seconda metà del IV secolo: lo testimoniano il miliario XXXVIII di Massenzio (307-312) da Arsoli, il gruppo di tre miliari rinvenuti nel 1882 al bivio con la Sublacensis (il XXXVI di Costanzo e Galerio del 305-306 e di Costantino e Licinio del 317-323, uno forse di Magnenzio del 350-353, uno di Valentiniano, Valente e Graziano del 373-374) e un frammento rinvenuto presso Riofreddo pertinente alla serie di miliari dei tre ultimi imperatori; è inciso su una colonna marmorea di spoglio, come in genere i miliari tardi, e denota più che un reale riadattamento della strada un intento celebrativo-propagandistico.

Dopo l’apertura della via Valeria si superò in parte, nel corso del III-II sec. a. C., l’antico assetto paganico-vicano del territorio mediante la fondazione della colonia di Carsioli (298 a. C.) e l’impianto di unità produttive sparse basate sullo sfruttamento della terra (villae rusticae). La ricerca topografico-archeologica nella zona di Riofreddo è ancora molto indietro, ma alcuni reperti sporadici e soprattutto le evidenze di contesti territoriali vicini consentono di affermare che anche lungo il tracciato della Valeria sorsero, soprattutto nel II sec. a. C.- I d. C., varie ville, le quali costituirono, insieme all’allevamento e allo sfruttamento del bosco, la principale attività economica della popolazione locale. Si trattava di fattorie con stanze d’abitazione per il proprietario (pars urbana) e ambienti destinati alla lavorazione-conservazione dei prodotti agricoli (pars rustica), in genere costruite su platee terrazzate e con cisterna separata per la raccolta dell’acqua piovana; una, di cui resta il perimetro a blocchi di pietra, sorgeva in località Antignano (zona “carticette”). Da altri siti provengono frammenti di pavimenti, intonaci ed elementi decorativi. La gestione era a conduzione familiare, essendo la proprietà di piccola o media estensione, integrata da pochi schiavi; le colture comprendevano modesti oliveti, frutteti, vigneti, campi a legumi e cereali, cui si affiancavano allevamento di greggi, produzione di legna (attestata da iscrizioni della vicina Carsioli), caccia. I prodotti erano destinati all’autoconsumo, ma potevano essere indirizzati anche – tramite la via Valeria – su Tibur (Tivoli) e Roma. La diffusione della villa è evidenziata altresì dal rinvenimento di parti di sepolcri, che sorgevano all’interno dei fundi agricoli, prefenzialmente lungo la strada: si segnalano blocchi di sepolcri con fregio dorico (fine I secolo a. C.-inizi I d. C.) e il cippo del recinto di una tomba, entrambi murati in paese. La costruzione di quattro importanti acquedotti pubblici (Anio vetus 272 a. C., Aqua Marcia 144 a. C., Aqua Claudia e Anio novus 38-52 d. C.), che seguivano il tracciato della Valeria, diedero alla valle dell’Aniene un ruolo di primo piano. L’arco di vita delle ville copre tutta l’età imperiale fino in epoca tarda, come documentano numerosi frammenti di vasellame di uso domestico in ceramica comune e fine e monete databili fino al III-IV secolo. Il diruto convento altomedioevale (IX secolo) di S. Giorgio, che riutilizza nelle sue strutture copioso materiale antico, fu l’ultimo erede della tradizione agricola delle villae.”

Alto Medioevo VI - XI secolo d.C.[modifica | modifica wikitesto]

Il ducato di Spoleto aveva nel territorio di Riofreddo i suoi confini come indica il toponimo riofreddano Staffari (Fonte Staffari, da una radice longobarda staff(a)(o)(u)l da cui l’italiano staffa e quindi Staffile con il significato di palo confinario). Lo stesso toponimo lo ritroviamo poi nelle più antiche pergamene del monastero sublacense a testimoniare confini delle terre ad esso appartenenti: perché nel territorio convergono gli interessi delle abbazie di Farfa e di Subiaco (e di quella “minore” di san Cosimato), perché Riofreddo si trova tra le diocesi di Tivoli, di quella dei Marsi, della reatina e della sabina.

Sempre terra di confine, il territorio di Riofreddo si ritrovò sotto la dominazione dei Franchi, come lo testimonia il toponimo Valle Marchigiana (da marca = terra di confine).

Con il medioevo si assiste ad un radicale cambiamento del modo di abitare; la crisi dell'impero romano d'Occidente e le conseguenze connesse a questo evento portarono allo spopolamento e all'abbandono delle grandi ville romane. Durante l'alto-medioevo l'intera zona dovette assistere ad un cambiamento nelle forme abitative: una serie di piccole unità insediative sparse ed aperte gravitavano nel territorio della valle; unico momento di ritrovo e collettività era intorno alla chiesa rurale della zona. Il territorio era caratterizzato da piccole abitazioni, presumibilmente costruite in materiale deperibile, scollegate tra loro e dedite principalmente ad attività di agricoltura e pastorizia.

Le chiese attorno alle quali si ritrovava la popolazione furono quelle di San Giorgio, Sant'Elia, San Marco, Santa Maria Maddalena. Oggi sono quasi tutte scomparse ma rimane la loro memoria nei toponimi geografici e negli antichi documenti.

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

La facciata dell'oratorio della SS. Annunziata

Ospedale e Oratorio della Santissima Annunziata[8][modifica | modifica wikitesto]

La piccola chiesa annessa all’antico “ospedale” che troviamo all’ingresso di Riofreddo va “inquadrata nel novero delle istituzione ospedaliere diffuse sul territorio dello Stato della Chiesa e nel Regno di Napoli, soprattutto a partire dal Trecento. Sorte spesso in prossimità delle vie consolari e cresciute d’importanza soprattutto in relazione allo sviluppo della viabilità, esse furono per lo più create sull’esempio delle importanti strutture di Napoli, Capua, Aversa e Sulmona, costituitesi nel giro di pochi anni alla fine del secondo decennio del XIV secolo. Quasi sempre si trattava di fondazioni intitolate all’Annunziata, legate agli ambienti delle confraternite e finalizzate a pratiche devozionali e all’assistenza di poveri e pellegrini. L’ospedale di Riofreddo ne possedeva tutte le caratteristiche costituendo, anche in virtù della posizione limitale con l’Abruzzo, un importante anello nella catena di strutture assistenziali situate sulla Tiburtina Valeria, così come numerose altre similari sorte lungo l’Appia e le principali arterie di traffico verso Roma. Sebbene la presenza di confraternite sia documentata a Riofreddo solo in una fase successiva alla dominazione Colonna, è lecito ritenere che tali istituzioni esistessero anche in epoca tardo medievale e che a una in particolare, forse quella dedicata al SS.mo Sacramento, sia da attribuire la fondazione e la gestione dell’ospedale già a partire dal Trecento, quando il numero di tali congregazioni registrò ovunque un forte incremento. Tanto il blasone familiare con le iniziali di Antonio Colinna più volte ripetuto nei murali dell’interno, quanto l’anno 1422 riportato sul prospetto certificano che l’Annunziata fu edificata al tempo di Martino V su committenza del signore di Riofreddo. Tuttavia, in mancanza di ulteriori elementi, non è agevole precisare la natura dell’impresa e stabilire con sicurezza se la fabbrica sia stata costruita ex novo oppure riattando strutture preesistenti, benché una datazione al principio del terzo decennio del XV secolo appare decisamente ragionevole, tenendo conto che l’aspetto complessivo, con i semplici partiti architettonici e gli affreschi in facciata, risulta in linea con i canoni espressi dagli oratori tardogotici d’inizio Quattrocento di ambito rurale di ambito rurale o suburbano.

La parete di fondo dell'oratorio della SS. Annunziata di Riofreddo

Gli affreschi

Sulla parete d’altare è rappresentata l’Annunciazione, episodio centrale all’interno del ciclo nonché indispensabile riferimento all’intitolazione dell’oratorio. Raffigurati in primo piano, Gabriele e la Vergine campeggiano davanti a strutture architettoniche di gusto eclettico in cui convivono armoniosamente elementi stilistici tardogotici e protorinascimentali. Sulla sinistra l’Arcangelo, compostamente inginocchiato dinnanzi a Maria, si rivolge a lei con il gesto dell’indice alzato, a ricordare la venuta di Gesù e il compiersi di una superiore volontà divina. Nella zona opposta Maria, sollevatasi prontamente dallo scranno ricurvo, s'inchina di fronte al messo divino disponendosi in atto di accoglienza e di umile accettazione, con il capo reclinato e le mani incrociate sul petto. Nella lunetta che sovrasta l'ingresso, in mirabile sintesi, sono raffigurati il Cristo in croce tra la Vergine e Giovanni Evangelista, seduti in un paesaggio spoglio e roccioso. Chiusa in un ampio mantello verde, con il capo coperto, Maria è accovacciata in terra, ripiegata su se stessa. Nella gestualità dolente riprende la posa bizantina con il viso poggiato sulla mano ad esprimere, seppur in modo misurato, la sua sofferenza. Un contenuto patetismo caratterizza anche l'espressione del San Giovanni, rappresentato in atteggiamento di preghiera in prossimità di uno sperone roccioso. Le pareti laterali sono impreziosite da una decorazione a finte cortine con motivi geometrici e floreali realizzati a stampo su fondali di diverso colore. L'illusionismo del trompe l'oeil è potenziato da una serie di ganci di sostegno, disposti a intervalli regolari sotto una cornice con finte mensole dal profilo mistilineo e inserti in serpentino e in porfido. In corrispondenza del fianco occidentale verso il muro di fondo, si legge ancora il monogramma in caratteri gotici di Antonio Colonna, con le lettere «A» e «C» inserite all'interno di cornici ovali a elementi fogliati. Nella volta, seduto in posizione frontale e ieratica con la mano destra alzata in atto benedicente e la sinistra intenta a sostenere il libro, il Redentore riprende l'iconografia tradizionale della Maiestas Domini mediata attraverso il celebre modello lateranense del Sancta Sanctorum. Il Salvatore siede al centro dell'Empireo, circondato da una moltitudine di cori angelici gerarchicamente suddivisi in base al grado di partecipazione ai misteri divini. L'affermarsi di questa iconografia angelica trova pertanto piena giustificazione: oltre al caso di Riofreddo, lo attestano i coevi esempi di San Clemente a Roma e della cappella degli Angeli in Santa Scolastica a Subiaco, tutti accomunati dalla tipologia a cerchi concentrici. A Riofreddo ben otto delle nove schiere sono ripartite entro soli quattro anelli secondo un ordine decrescente a partire dal centro. Nei primi due, in contatto diretto con Dio, è la summa hierarchia composta da Serafini, Cherubini e Troni. Nella fascia seguente, disposte in gruppi di tre sono le schiere della media hierarchia: Dominazioni, Principati e Potestà. Le creature celesti che volano in coppie nell'ultimo cerchio rappresentano infine la terza gerarchia con le Virtù e gli Arcangeli. Subito fuori, otto Angeli suddivisi in coppie completano il numero delle schiere, in rappresentanza dell'ultimo coro. 'Traghettando' le animule dei beati, essi istituiscono un richiamo significativo al contesto ospitaliero dell'Annunziata, alludendo in maniera esplicita alla destinazione d'uso dell'oratorio, di certo impiegato anche come cappella funeraria. Ai lati dell'epifania divina s'inseriscono gli evangelisti e i dottori della Chiesa abbinati in coppie in corrispondenza dei quattro angoli: più vicini al Redentore coloro che per primi testimoniarono la Parola di Cristo, più lontani i grandi esegetì che ad essa si ispirarono per i propri commenti. 'Accogliendo' il devoto in prossimità dell'ingresso e veicolando messaggi mirati che rimandano a personaggi specifici e a un contesto culturale ben preciso, Gregorio Magno e Ambrogio assumono una posizione di rilievo. Nel caso di Gregorio, ta raffinatezza dell'esecuzione, come l'attenzione con cui sono definiti i caratteri del viso e l'ambientazione della scena tradiscono una motivazione sottesa: nelle vesti dell'unico tra i dottori della Chiesa ad aver raggiunto gli onori del pontificato, si nasconde infatti il ritratto del papa regnante Martino V. Nel ribadire una 'presenza' forte, esso costituisce un chiaro riflesso della politica di affermazione personale del pontefice, perseguita tramite la promozione 'indiscriminata' della propria immagine anche nello specifico contesto di Riofreddo. Nell'importanza che Ambrogio acquisisce in questo contesto, va rintracciata la spia di un interesse specifico finalizzato a chiamare in causa l'Ordine ambrosiano e a istituire così un esplicito rimando ai frati del vicino monastero di San Giorgio, a riprova della crescente ascesa della congregazione lombarda, insediatasi nel giro di pochi anni, oltre che a Riofreddo, anche nel cenobio romano di San Clemente e nel convento di San Cosimato a Vicovaro.

Chiesa di San Nicola[9][modifica | modifica wikitesto]

L'interno della chiesa di San Nicola

Il culto di S. Nicola perviene e si sviluppa conseguentemente all'incastellamento - quindi dopo la traslazione delle reliquie del santo a Bari (anno 1087) - aggiungendosi ai già presenti culti per Marco, Giorgio ed Elia. Il culto per il nuovo santo quindi non si sostituisce a quelli fino ad allora venerati ma, convivendo con i precedenti esiti cultuali, trova spazio nella devozione popolare che ad esso dedica la nuova chiesa sorta accanto al recente castello. Infatti nel culto a Nicola appaiono del tutto assenti quei legami con il mondo agricolo che invece si trovano evidenti nelle manifestazioni religiose dedicate agli altri santi di Riofreddo. Al santo titolare della chiesa del castello veniva affidata la funzione di coesione tra le varie componenti della comunità che si era andata a costituire. È per tale motivo che la scelta cadde su S. Nicola: nell'attualità di allora (XI sec.) esso era pervenuto ad un grado di diffusione e popolarità tale da ritenerlo adatto a questo scopo.

La chiesa antica

“L'antica chiesa arcipretale di Riofreddo dedicata a S. Nicola di Bari era situata dove ora esiste la moderna, vicino la Porta e fuori delle mura dell'antica Rocca. Le rozza facciata orientale aveva due porte che davano l'ingresso separato agli uomini ed alle donne: due archetti piantati nella sommità della facciata servivano di campanile, e le corde delle piccole campane, una del peso di libbre 50 e l'altra di libbre 7 pendevano allo scoperto nell'interno della chiesa: il cielo era a tetto; il pavimento tre palmi romani al di sotto la porta: era corredata di sette cappelle con altari senza sfondo, senza navate, e senza disegno. Oltre le sei seppulture delle famiglie distinte del paese, ve n’erano un filo di mezzo per la comune del popolo, i laterali dell'Altar maggiore davano l'ingresso nell'Oratorio delle compagnie del SS.mo Sagramento e Rosario, e nella povera sagrestia. Rimane incerta l'epoca della edificazione, e non vi sono documenti se era stata consagrata.”

La chiesa attuale

“Questa fabrica così rozza, e malissimamente tenuta, che formava l'idea d'una chiesa rurale, cambiò alquanto d'aspetto per la pietà della famiglia Blasi di Riofreddo, e per la munificenza del sempre commendabile Arciprete de Felicibus, prese la nobil forma che ha presentemente. Nell'inverno del 1755 l'enorme peso della neve fece crollare i travi della chiesa”. Il De Felicibus assunse l'impegno, e disegnò una chiesa tutta nuova, di buon gusto, con volta, con ornamenti di stucco, con navate, in modo, che venisse a perdere affato l'idea di prima. Fatti i corrispondenti preparativi nella primavera del 1755 fu messo mano al lavoro; egli l'arciprete benedisse, e collocò la prima pietra fondamentale. L'esecuzione del grandioso disegno esiggeva gran somma di denaro. L'Arciprete oltre che v'impiego l'intiere rendite della cura, vi sacrifico anche quello dell'eredita paterna in Petescia [Turania] non ostante vi fu bisogno, di volontarie contribuzioni.” (B. Sebastiani, 156) “Mastro Bernardino Colozzi di Poggio Cinolfo (Mastro Bernardino Colozzi molto probabilmente non era di Poggio ma aveva lavorato nella chiesa di Poggio, nota di Gabriele Alessandri) regolò la fabrica in qualità di capo mastro. I lavori di stucco furono fatti dai migliori stuccatori di Roma. Mastro Bernardino Del Sole Scarpelino di Riofreddo travagliò le pietre della porta della chiesa; il Paliotto di marmo dell'altar maggiore; la gradinata ed il balaustro. I padronali delle sei cappelle fecero a conto loro tutti i lavori di stucco, di pietre, e di marmi, e lapidi nelle sei seppolture delle loro famiglie situate avanti le cappelle. Collocò ciascun di essi un banco di noce nei pilastri divisori le cappelle. Ebbero tutto l'impegno di provvederli di buoni candelieri e di migliori quadri. Il giorno 21 settembre 1771 fu consagrata a rigoroso digiuno, e si tenne in detto giorno nella nuova chiesa una piena ordinazione di chierici, di Suddiaconi, Diaconi, e Sacerdoti, con gran concorso di Preti, e Parochi dei vicini paesi. Nel giorno 22 sulle ore 10 si diede principio alla solenne consagrazione, che termino alle ore 18.

Altare maggiore

“Il quadro dell'altar maggiore è uno Stendardo antico tessuto tutto ad un telo dipinto dal cavaliere Orazio per scudi 45 nel 1695. Rappresenta S. Giorgio e S. Nicola.”

Cappelle laterali

“Il quadro della cappella delle compagnie rapresentante la Madonna Santissima del Rosario, S. Michele Arcangelo e S.Antonio Abate, è del pennello del cavalier Orazio lavorato l'anno 1695 per scudi 30 [subito dopo la 2° guerra mondiale questa cappella fu trasformata in quella della Madonna dei Fiorentini e tuttora ospita l’omonima statua. Del quadro si è persa ogni traccia]. Quello della cappella dei Sig. Roberti rappresenta la Madonna del Carmine e S. Caterina, è opera di Benedetto Fabiani; il quale dipinse ancora il quadro della cappella dei Sig.Mancini rapresentante S.Antonio di Padova. Il quadro della cappella dei Sig. De Sanctis rappresenta S. Lucia opera di Ambrogio Mattei. Quello della cappella dei Sig. Agostini rappresenta S. Agostino, S. Marco e S. Monica opera imperfetta del Bontempi Romano. Quello in fine della cappella dei Sig. Sebastiani rappresenta S.Giuseppe Sposo di Maria Vergine, S.Rocco e S.Bartolomeo.”

I confessionali

“Giovanni Paolo Araudino provvide la chiesa di due confessionali.” Questi sono stati recentemente restaurati da Carlo Sebastiani Del Grande.

Le acquasantiere

“l'Arciprete d'allora D. Pietro Mancini [1686] fece le due tazze per l'acqua santa, che ancora sono nella porta della chiesa moderna, nelle quali vi è il nome della famiglia Blasi.”

La sagrestia

“Dopo aver dato un sufficiente decoro alla chiesa [D.Nicolangelo De Felicibus] rivoltò i pensieri alla sagrestia, che trovò sprovista di tutto. La fece suffittare: la providde d’un magnifico credenzone, o paratorio di noce impellicciato, di due cassabanchi e genuflessori di noce, colla spesa in tutto di scudi 120. Occupò il pennello di Francesco Fabiani a dipingere il suffitto, ed i quattro Dottori della chiesa nei medaglioni di stucco nel corridore [oggi ne restano 3], e S.Giovanni Nepomaceno, e S.Filippo Neri nel muro sopra i due genuflessori per la preparazione della messa. [scomparsi]”

Il campanile[10]

“La Comunità volle ancora contribuire al decoro della [chiesa] medesima coll'edificare a spese pubbliche un grandioso campanile, il quale si tirò a perfezione nello spazio di un anno colla spesa di scudi 1000. Lo fornì ancora di un'ottima campana gettata in Roma del peso di libbre 2280, la quale fu benedetta da Monsig.Casteliri e collocata nel campanile l'anno 1759.”

Oratorio di S. Lucia[11][modifica | modifica wikitesto]

Interno dell'oratorio di Santa Lucia

Accanto alla chiesa sorge l’Oratorio di S. Lucia, con un affresco rappresentante la santa. L’altare dell’Oratorio è abbellito con 4 colonne (e due capitelli) provenienti dal ciborio della diruta chiesa romanica di S. Giorgio. Nel manoscritto di Don B. Sebastiani viene definito come “Oratorio delle compagnie del SS.mo Sagramento e Rosario”. Molto probabilmente nel Medioevo questa era la chiesa parrocchiale di Riofreddo. Anni or sono si è proceduto alla sua ristrutturazione e al suo restauro.

Chiesa di S. Maria del Soccorso o dell’Immagine[12][modifica | modifica wikitesto]

Fu costruita nel 1776 sul luogo di una edicola che conteneva una immagine della Madonna. La tradizione riferisce che il popolo di Riofreddo era molto devoto a questa sacra immagine e che “nelle occorrenze delle malattie, massime febbri, implorando il suo patrocinio, ne riceveva segnalate grazie” Ma nella seconda metà del XVII secolo “raffreddossi la divozione del popolo” al punto che anche l’edicola pian piano “andava all’ultima ruina”. Nel 1775, sotto lo stimolo di un fanciullo -“ispirato dalla Madonna SS. come pianamente credesi” - tornarono nuovamente i riofreddani a venerare questa sacra Immagine cosicché, crescendo sempre più nel popolo la devozione, fu deciso di trasformare l’edicola in una chiesa, poiché quella era divenuta ormai troppo angusta per contenere tutti i fedeli. Tra il 1965 e il 1967, per allargare la strada provinciale Riofreddo-Vivaro Romano, la chiesa venne abbattuta e l’immagine distrutta. Nel 1992, a cura della locale associazione Pro-Loco e del sig. Querino Conti, è stata costruita una cappella che ora conserva una riproduzione dell’antica immagine mariana.

Facciata della chiesa di Sant'Andrea

Chiesa di Sant'Andrea[13][modifica | modifica wikitesto]

La costruzione di questa piccola chiesa risale al 1638, quando Vespasiano Blasi la fece edificare come oratorio della sua famiglia, accanto alla propria abitazione. Estintasi la famiglia Blasi a causa della peste del 1656, gli eredi nel 1724 la cedettero ad Antonio Roberti. Il nuovo proprietario la restaurò, la ornò decentemente e la dotò altresì di una certa quantità di beni propri. Nel 1870 la chiesa venne nuovamente restaurata all’esterno e all’interno ad opera di Don Cesare Roberti, il quale affidò i lavori al pittore e decoratore Luigi Bagnani. Il quadro posto sull’unico altare, eseguito in quello stesso anno, è del pittore Ippolito Zapponi. Recentemente è stata restaurata dalla curia di Tivoli.

La chiesa di Santa Maria dei Fiorentini

Chiesa di Santa Maria dei Fiorentini[14][modifica | modifica wikitesto]

“La chiesa dedicata a Maria SS. delle Grazie in Plaga Florentilli e perciò chiamata comunemente S. Maria dei Fiorentini, sorge su quello che si ritiene fosse il tracciato più antico della romana Via Valeria. Il sito fu fino al secolo scorso molto frequentato perché vi transitavano tutti coloro che, provenendo dall’Abruzzo o dalla valle del Turano, si dovevano recare a Roma - e viceversa - e tanto più perché consentiva di abbreviare notevolmente il percorso, evitando di passare per Arsoli.” La leggenda vuole che, in una nicchia naturale della roccia sul retro della chiesetta, venisse trovata una statua lignea della Madonna di origine fiorentina la quale riportata a Firenze, dopo poco tempo, miracolosamente ritornò nella cavità di roccia nella quale era stata originariamente trovata. La statua venne poi trasferita nella chiesa parrocchiale da dove fu trafugata nella notte del 19 marzo 1980. Quella attualmente venerata è una copia fedele dell’originale, eseguita dallo scultore di Ortisei Giuseppe Stuflesser. Sulla chiave di volta dell’arco del portale d’ingresso della chiesa si trova la seguente rozza incisione: “A 1558 M”. “Come si apprende dalla visita pastorale del 1659 fatta dal vescovo Marcello Santacroce, in onore di S. Maria dei Fiorentini si organizzavano due processioni, una nel giorno della Rogazioni e l’altra in quello della natività della Beata Vergine. Queste due processioni sono le stesse che si celebravavano fino a pochi anni or sono quando il 24 aprile (il giorno dopo la festa patronale di S. Giorgio) la sacra immagine della Madonna veniva da questa piccola chiesa trasportata in quella parrocchiale, ove rimaneva esposta alla venerazione dei fedeli fino al lunedì seguente la prima domenica di settembre quando, sempre processionalmente, veniva ricondotta alla chiesa a Lei dedicata. I giorni in cui si svolgevano le due processioni danno a questo culto un carattere prevalentemente agrario che, nel caso delle Rogazioni, si riallaccia alle pagane Rubigalia. Le date delle due processioni risultano leggermente spostate rispetto a quelle ufficiali del 25 aprile (Rogazioni) e dell’8 settembre (giorno della natività della Vergine). Ciò si potrebbe attribuire al fatto che, nel primo caso, in quello stesso giorno si celebrava la festa di S. Marco, compatrono del paese, e nel secondo forse si voleva collegare l’avvenimento con la fiera che si svolgeva (e si svolge ancora) la prima domenica di settembre, alla chiusura della stagione dei raccolti. Nel 1752, con le rendite dell’ospedale di Riofreddo, venne costruita la fabbrica ad essa attigua dove solevano abitare gli eremiti. Sulla porta della chiesa una piccola lapide ricorda che la campana fu “fatta da’ bifolchi l’anno 1766”. Attualmente la campana è conservata nel Museo delle culture “Villa Garibaldi”. “Subito dopo la porta d’ingresso, a destra, era inserita una splendida acquasantiera in marmo bianco, datata 1754, che però è stata trafugata. Lungo le pareti vi erano delle incisioni che rappresentavano la Via Crucis, opere di Pietro Leone Bombelli, Angelo Campanella e Francesco Pozzi. Completavano l’arredamento alcuni candelieri, ex voto appesi alle pareti ed altri oggetti sacri (i quadri e questi arredi sono conservati nel convento delle suore per proteggerli dai furti).”

La facciata della chiesa di Sant'Atanasio

Chiesa di Sant'Atanasio detta di San Liberatore[15][modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa sulla cui facciata esterna è ancora visibile uno stemma dei Colonna, sorge alla confluenza del fosso Bagnatore con il fosso delle Pantane. Vi si celebrava e vi si celebra la Messa solo il giorno della festa del Santo titolare (2 Maggio). “I malviventi che nel 1587 infettavano tutto lo stato Pontificio, sorpresero ancora, ed apportarono del guasto in Riofreddo. Gli abitanti sforniti di mezzi umani per la difesa implorarono gli ajuti di Dio e l'ottennero mediante il ricorso a S. Atanasio come protettore dei perseguitati, e furono liberati da questa perniciosissima orda di assassini. In memoria di questo particolarissimo beneficio trovò il Vescovo Diocesano nel 1675 eretta in Riofreddo una Chiesa Campestre a S. Atanasio chiamato per antonomasia S. Liberatore.”

“Il piccolo edificio, di pianta quasi quadrata, ha una semplice facciata sormontata da un campaniletto a vela. L’interno è ad aula con volta a botte”.

Plastico del monastero di San Giorgio, Museo delle Culture Villa Garibaldi.

Ruderi del convento di San Giorgio[modifica | modifica wikitesto]

Un codice del monastero benedettino di Subiaco, detto Regesto sublacense del secolo XI, conserva memoria della storia dell’abbazia e dei suoi possedimenti. Fra i beni descritti è nominato già dal IX secolo come possesso dell’abbazia anche un “Fondo che viene chiamato di s. Giorgio, o del Monte Sasso detto Sicco o Malo che sta sopra la chiesa di s. Giorgio (…) con tutti gli altri luoghi annessi”. Questo era situato presso il torrente chiamato comunemente nel medioevo “Acqua Frigida” sul quale l’imperatore Nerva aveva fatto costruire il ponte sulla via Valeria nelle antiche carte spesso indicato col nome di “Arco di s. Giorgio”. Frequentemente nominato nelle lettere papali riguardanti l’abbazia di Subiaco, il possedimento di s. Giorgio fungeva da importante snodo di comunicazione dominando il crocevia commerciale e culturale sulla Valeria ai confini fra il territorio marsicano, cicolano, reatino, tiburtino e sublacense. La sua funzione, ancora assai viva sotto la dominazione Colonna e nel XVI secolo, venne progressivamente decadendo nel corso del Sei e Settecento: l’antico possedimento benedettino venne prima eretto in commenda sotto Innocenzo X (1645) e unito alla basilica romana di s. Pancrazio di cui era titolare il cardinal Maidalchini, e poi dato in enfiteusi alla famiglia Roberti nel 1750.

L’antica fondazione risalente all’VIII secolo, oggi un rudere ricoperto dai rovi, fu oggetto di vari rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Il più importante data alla fine del XII secolo, quando sia la chiesa che l’annesso edificio monastico vennero in gran parte riedificati. A questa data si possono far risalire le pietre squadrate della cornice del portale in pietra (oggi conservato nel Museo delle Culture di Riofreddo), i resti dell’antico Ciborio di cui la Parrocchiale di s. Nicola conserva due colonne portanti, ed altri avanzi della decorazione architettonica sparsi nel territorio di Riofreddo. Nel corso del Quattrocento l’interno della chiesa ad aula unica venne rimaneggiato con l’aggiunta di tre cappelle sulla sinistra dell’abside che in antico dovettero essere affrescate probabilmente dallo stesso pittore attivo nel 1420 nell’Oratorio dell’Annunziata per volere dei Colonna. Ancora oggi si possono vedere i resti del campanile che si erge sul lato sinistro della chiesa, le mura perimetrali dell’insediamento monastico e parte della facciata della chiesa che all’interno conserva visibile la struttura dell’abside e la cripta, luogo di sepoltura nel corso dei secoli.

Il plastico esposto nel museo di Riofreddo offre un’ipotesi di ricostruzione degli edifici della chiesa e del monastero annesso basata sul rilievo planimetrico delle strutture murarie ancora esistenti e sul confronto con la tipologia di altre costruzioni benedettine presenti nel territorio laziale. Rispetto al disegno della pianta del complesso proposto dall’architetto Enrico Paniconi e pubblicato da Federico Hermanin nel 1950 [16], il rilievo messo a punto nella campagna di studi promossa in occasione dell’apertura del Museo della Villa Garibaldi, ha permesso di rettificare e chiarire l’articolazione in pianta degli spazi interni della chiesa e degli annessi locali cenobitici configurando la disposizione degli edifici secondo un’ipotesi che ha trovato conferma nella pianta catastale del territorio di Riofreddo dell’inizio del XIX secolo.

“La più antica menzione che si ha di questa chiesa si ricava dal Regesto Sublacense. Nel General Privilegio di papa Niccolò I (20 agosto 867), che conferma la proprietà di quel monastero, si dice infatti: 'Fundum qui vocatur sancti georgii - seu sassa montis qui vocatur sicco seu malo - qui stat supra ecclesia sancti georgii - una cum aqua qui vocatur frigida seu timida'. Accanto alla chiesa era un monastero che l’Hermanin dall’esame delle strutture murarie fa risalire all’VIII secolo. Appartenne quasi sicuramente ai Benedettini. Landolfo Colonna di Riofreddo fece supplica al papa Bonifacio IX onde far venire nella chiesa i frati Agostiniani Eremitani. Ma sembra che la richiesta del Colonna non venisse accolta, non si sa per quale motivo. Nel 1470 bensì, si ha notizia che in S. Giorgio officiassero gli Ambrosiani. Soppresso quest’ordine nel 1643, la chiesa e il monastero passarono sotto la giurisdizione del vescovo di Tivoli, quindi nel 1645, come tutti i monasteri di quell’ordine, anche quello di Riofreddo fu posto alle dipendenze delle chiese riunite dei Santi Pancrazio e Clemente in Roma, erette in Commenda. I beni e gli edifici di S. Giorgio furono dati dall’Abate commendatario in enfiteusi nel 1750 alla famiglia Roberti di Riofreddo. Della chiesa e del convento oggi rimangono solo poche mura in pessime condizioni, mentre il suo archivio è andato completamente perduto.” [17]

“Della più antica costruzione, ch’io credo risalga al secolo ottavo, ci restano interessanti indizi: la pianta della chiesa, un frammento d’iscrizione ed una scultura. […] I muri sono stati tirati su alla meno peggio ed in gran parte non risalgono più in là della seconda metà del secolo dodicesimo, quando come è certo, la chiesa ed il monastero furono rifabbricati. Allora la primitiva abside fu rialzata, ricostruite le porte d’ingresso ed innalzato il campanile romanico. […] Molto più tardi, probabilmente nel quattrocento, furono costruite le pareti di divisione delle tre cappelle, appoggiate al muro di sinistra dell’unica navata. […] Queste cappelle erano decorate di affreschi, ora scomparsi, che Giuseppe Presutti assegnava allo stesso pittore che nel 1422 decorò per Landolfo Colonna, signore di Riofreddo, la piccola chiesa dell’Annunziata. [18]

Chiesa e romitorio di Sant'Elia (non più esistente)[19][modifica | modifica wikitesto]

“Questa chiesa era posta sul culmine del monte omonimo a quota 990 s.l.m., proprio al confine del territorio di Riofreddo con quello di Roviano. Se ne attribuisce la nascita sia ai monaci basiliani che ai benedettini. La chiesa è citata per la prima volta nel 1055 in un privilegio del papa Vittore II. Compare poi nel 1255 (statuto di Roviano) e nel 1297 (elenco dei beni confiscati da Bonifacio VIII ai Colonna). Negli “Atti di sacra visita” del vescovo Andrea Croce del 1581, la chiesa viene trovata senza tetto e con l’altare “spogliato”, mentre nella visita del 1659 apprendiamo che nella chiesa degit Heremita. Il vescovo Marcello Santacroce nel 1674 ci dà notizia dell’esistenza di un romitorio annesso alla chiesa ma conclude tam ecclesia quam Domus maximum minantur ruina. Nel 1681 il cardinale Galeazzo Marescotti la visitò, la trovò “diruta”, ma in essa - annotò - remanit campana. Grande era la devozione per il luogo: lo testimonia l’arciprete di Roviano Don Paolo Petricci, il quale lasciò scritto nel 1653 che ai 3 del mese di maggio, festa della S. Croce, il popolo di Roviano e quello di Riofreddo erano soliti partecipare uniti nella chiesa alla Messa, essendo ambedue, per naturale opposta direzione, saliti processionalmente sulla sommità del monte. Distrutta la chiesa nel 1680, essa venne nuovamente fatta edificare dal canonico Mario Del Drago, sicché nel 1699 il vescovo di Tivoli Antonio Fonseca la trovò in buono stato. Ma già nel 1717 la ritrovò derelicta e spoliata finché dal 1726, essendo male stato reducta, non fu più oggetto di visita pastorale. La chiesa e il relativo romitorio rovinarono sempre di più e così, nel primo decennio di questo secolo, scomparvero del tutto.” Attualmente restano alcune tracce di muratura e molti frammenti di tegole e mattoni. Nel 1934 sulla cima del monte fu posta una croce in ferro.

Chiesa di San Marco (non più esistente)[20][modifica | modifica wikitesto]

“Scarse e di poco conto sono le notizie su questa chiesa che era posta sui contrafforti della Serra Rotonda e che dovette essere importante nella storia di Riofreddo se non altro perché il santo titolare fu assunto, insieme a S. Giorgio, quale patrono del paese. Negli ultimi anni del 1600 era già ridotta alle sole vestigia. Oggi nulla si può rintracciare dell’antica costruzione poiché sono scomparsi anche gli ultimi resti ed il solo toponimo rimane unica testimonianza della sua esistenza.”

Chiesa di Santa Maria Maddalena (non più esistente)[21][modifica | modifica wikitesto]

“La cappella campestre di S. Maria Maddalena si trovava ai confini tra i comuni di Riofreddo e Vallinfreda e le popolazioni dei due paesi erano solite recarvisi in processione nel giorno della festa della Santa titolare (22 luglio). Già nel 1681 risulta indecentissimamente tenuta.” “La presenza di questa chiesa serviva forse anche a rendere pacifico il comune sfruttamento della fonte Staffari, copiosa sorgente che sgorga nel territorio di Vallinfreda, ma che nel passato fu usata anche dai riofreddani. La chiesa e la sorgente furono legami che unirono le due popolazioni: residui forse di una comune origine dei due popoli che, nonostante si fossero in seguito separati per dar vita ai paesi di Riofreddo e Vallinfreda, rimasero però così esemplarmente uniti intorno a una fonte di vitale importanza e a un simulacro religioso.”

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Castello Colonna prima del rifacimento moderno (fotografia di Carlo Sebastiani Del Grande fatta nel 1970 circa)

Castello Colonna[modifica | modifica wikitesto]

Eretto nell’XI o XII secolo. La forma originaria era forse a quadrilatero con torri cilindriche agli angoli e il maschio nella parte frontale. Nel corso dei vari e numerosi rimaneggiamenti che il castello ebbe a subire nei secoli, due delle quattro torri cilindriche furono eliminate. Appartenne alle casate nobiliari dei Colonna, dei Del Drago e dei Pelagallo.

La porta Santa Caterina

Porta e chiesa di S. Caterina[22]

Costituiva la monumentale porta di accesso al borgo per chi proveniva da Roma lungo il tracciato della via Valeria vetus. Realizzato con blocchi di calcare bugnati costituisce uno dei simboli del paese. Recentemente è stato restaurato. Prende il nome dalla chiesa “situata nell’ingresso della Terra (cioè del paese)” che anticamente era di pertinenza dell’Ospedale della SS. Annunziata che se ne serviva anche per seppellire coloro che in esso morivano; Il vescovo di Tivoli, Marcello Santacroce, quando nel 1659 si recò a Riofreddo, trovò la chiesa chiusa perché in essa erano stati tumulati i morti della peste. Successivamente la chiesa riacquistò le sue funzioni come attesta il vescovo Antonio Fonseca il quale nel 1693 riferisce che il popolo di Riofreddo ogni sesto giorno del mese di marzo vi si recava in processione, in omaggio ad un’antica tradizione. Lo stesso vescovo trovò in S. Caterina la campana di S. Elia e decretò che fosse restituita al suo luogo di origine. La chiesa continuò a esistere fino al 1856, anno in cui, ormai crollato il tetto, vennero tolti la campana ed il quadro raffigurante la santa titolare e ne furono interrate le sepolture. Nel 1866 il sito ove sorgeva la fabbrica venne concesso in enfiteusi ad un privato cittadino poiché dell’edificio ormai non rimaneva nulla.”

Piazza Gaetano Donizetti

Piazza Donizetti[modifica | modifica wikitesto]

Costituisce la piazza principale del borgo. Era anticamente sede del forno panicolare della Comunità e perciò era chiamata Piazza del Forno. Cambiò di nome in onore del grande operista bergamasco che sposò Virginia Vasselli, la cui famiglia era originaria di Riofreddo e che probabilmente visitò il paese. Vi si affacciano i palazzi delle famiglie più importanti (quella dei Blasi e dei De Sanctis) e la chiesetta di S. Andrea.

Via Valeria[modifica | modifica wikitesto]

Prolungamento della via Tiburtina (da Roma a Tivoli), fu costruita su un antico percorso nella valle dell'Aniene da M. Valerius Maximus durante il suo consolato (289 o 286 a. C.) o la sua censura (307/6 a. C.); negli stessi anni furono fondate nel territorio degli Equi le colonie di Carsioli (a. 298) - presso la vicina Carsoli - e Alba Fucens (a. 303), entrambe raggiunte dalla strada, che quindi costituì l'asse di penetrazione romana nella regione appena conquistata. La via Valeria risaliva la sponda destra del fiume Aniene fin sotto l'attuale paese di Roviano, ove divergeva la via Sublacensis, quindi iniziava a salire verso Arsoli-Riofreddo, da cui si dirigeva verso Carsoli. In questo tratto sono stati rinvenuti i cippi miliari XXXVII e XXXVIII, posti dall'imperatore Nerva nel 97 d. C., il quale eseguì una generale opera di risistemazione e restauro della via Valeria al punto che in questi miliari dichiara addirittura di "aver fatto costruire la strada" (faciendam curavit). L'intervento si spiega con la necessità di assicurare perfetto funzionamento a un'importante via di traffico e comunicazione che, attraverso la zona appenninica, raggiungeva l'Adriatico e che nel tratto aniense costituiva anche la via di servizio di quattro importanti acquedotti pubblici (Anio vetus 272 a. C., Aqua Marcia 144 a. C., Aqua Claudia e Anio novus 38-52 d. C.). Del tracciato si conservano resti di muri sostruttivi e due ponti simili per struttura e tecnica muraria: il ponte Scutonico sotto Roviano e il ponte S. Giorgio di Riofreddo. La Valeria Vetus si staccava dopo il bivio per Cineto, all’altezza dell’Osteria della Ferrata, risaliva le pendici del Colle Cacione, passava vicino la chiesa di S. Maria dei Fiorentini e poi dopo Fonte Limosa entrava a Riofreddo attraverso l’Arco di S. Caterina. Attraversava quindi Riofreddo (non per nulla ancor oggi il tratto urbano interessato si chiama “Via Valeria”) per ricongiungersi all’altro tracciato della Valeria dopo il monastero di S. Giorgio. (testo tratto in parte dal cartello messo vicino al ponte S. Giorgio dalla Sovrintendenza Archeologica per il Lazio).

Palazzo Zampi

Palazzo Zampi[modifica | modifica wikitesto]

L’immobile si trova nella Piazza della Chiesa di S.Nicola in pieno centro storico. Tale immobile presenta le murature verticali portanti, soprattutto quelle aggettanti verso la piazza, di notevole spessore (circa 2.00 ml) degradanti verso l’interno con un angolo di scarpa che lascia ipotizzare la primitiva presenza di un contrafforte, torre o muro di cinta annesso al vicino castello Colonna-Del Drago. Tale lettura prospettica lascia intendere la sua nascita intorno all’anno 1000 forse come naturale prosecuzione della muratura del castello citato. Da sempre è di proprietà del Comune di Riofreddo che lo ha utilizzato, fino all’inizio degli anni ’70 come edificio scolastico con annesso alloggio per le Suore Adoratrici del Prez.mo Sangue di Cristo, e fino alla fine degli anni ’70 come sede comunale . Alla fine degli anni ’70 la sede comunale è stata trasferita in altro luogo e le Suore hanno trovato alloggio all’interno dell’edificio scolastico in un’ala dello stesso a loro destinata. Recentemente tale immobile è stato fatto oggetto di un accurato restauro al fine di trasformarlo in quattro alloggi per edilizia economica e popolare compreso un ampio spazio destinato a scopi socio-culturali riservato al Comune di Riofreddo.

Palazzo De Santis-Sebastiani Del Grande su Via Valeria

Palazzo e cappella De Sanctis-Sebastiani[23][modifica | modifica wikitesto]

“Costruito sulla via Valeria alla fine del Settecento, con una lunga teoria di finestre architravate e portale ad arco con stemma” (Aglietti) Fu acquistato dai Sebastiani Del Grande nei primissimi anni del ‘900. Cappella: “[…] fu portata in processione la reliquia di S. Teofilo, il di cui Sacro corpo si venera nella Domestica Cappella de’ Sig.ri de Sanctis, che non fu portato in processione, per non poter estrarsi dal suo luogo”

Palazzo Blasi Roberti su Via Valeria

Palazzo Blasi-Roberti (dove molto probabilmente fu ospitato Gaetano Donizetti)[24][modifica | modifica wikitesto]

“Edificio cinquecentesco ristrutturato tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, come testimoniano le incorniciature delle finestre e il balcone mistilineo”.

Fonte Limosa

Fonte Limosa[25][modifica | modifica wikitesto]

In dialetto riofreddano limosina significa elemosina e così veniva anticamente chiamata questa sorgente perché probabilmente i poveri o i religiosi mendicanti chiedevano la carità presso questo luogo (un terreno adiacente era chiamato “della misericordia”) dove i viandanti che provenivano dalla Spiaggia si fermavano per dissetarsi. “In quest’anno 1779 essendosi seccata l’acqua di fonte Limosia, perché si vedeva che intorno al condotto di perdeva l’acqua[…] si credé di poterla rimediare, turando tutte le crepature con calce e pece navale, ma ciò non ostante alla fonte non ci andava l’acqua. Allora fu risoluto di mandare a pigliare un Matematico Portoghese, che si trovava in Tivoli chiamato Stefano Cabral, che venne qui a’ 26 maggio […] Tuttavia fece tali dilig.e che mandò per di d.a acqua alla fonte, e anche oggi, che siamo a 30 luglio mantiene, nonostante la grande e straordinaria secca.” Negli anni venti e trenta del Novecento fu oggetto di restauri e nel 1973 fu completamente rifatta e ampliata.

Ponte di Nerva detto anche di San Giorgio[modifica | modifica wikitesto]

Ponte di San Giorgio

È il monumento romano più importante del territorio di Riofreddo e prende nome dalla chiesa-convento posta nelle vicinanze (nel medioevo era chiamato Arco S. Georgi) e risale all'epoca dell'imperatore Nerva (97 d. C.). Il ponte si compone di un'unica arcata (largh. m. 4,50, prof. m. 7,50, alt. tot. m. 3 ca.) sul fosso Bagnatore realizzata a conci di pietra calcarea su bassi piedritti anch'essi in blocchi squadrati (opus quadratum). Dalle imposte sporgono cinque modiglioni che servirono per armare la centina lignea in fase costruttiva. Gli archi laterali, i cui conci (alternativamente singoli e doppi) presentano piccoli incassi per il sollevamento, sono oggi inseriti in un massiccio viadotto ottocentesco con speroni di rinforzo, che conserva l'andamento leggermente curvo del tracciato, ma che ha notevolmente rialzato il piano stradale antico. Alcune pietre del lastricato (basoli) sono state riutilizzate in parete come materiale da costruzione. Nel 1999 la Soprintendenza Archeologica per il Lazio è intervenuta con una generale opera di ripulitura dalla vegetazione e dagli scarichi abusivi che rendevano inaccessibile il monumento. Dopo i lavori è stato apposto un pannello didattico da cui ho tratto questo testo. Anche molti oggetti del periodo “romano” di Riofreddo li possiamo ammirare nel settore archeologico del Museo delle Culture “Villa Garibaldi”.

Ingresso del Museo delle Culture Villa Garibaldi

Villa Garibaldi e Museo delle Culture[modifica | modifica wikitesto]

Ricciotti Garibaldi, quarto figlio di Giuseppe e Anita, nato a Montevideo, sposò in Inghilterra la nobildonna Costance Hopcraft. Si racconta che Ricciotti fosse transitato nel 1867, insieme al padre Giuseppe nella disastrosa ritirata dopo la battaglia di Mentana, passando per Orvinio, Vallinfreda, Riofreddo, Arsoli. Fu dunque in quella occasione che egli conobbe, per la prima volta, Riofreddo, dove tornò nel 1881 per costruire, per sè e per la propria famiglia, una villa con un ampio parco a giardino ed orto. L’edificio venne dichiarato monumento nazionale, ma con la morte di Ezio, ultimo figlio di Ricciotti, ebbe inizio il degrado e l’abbandono. Negli ultimi anni, per iniziativa di Annita Garibaldi-Jallet e del Comune, una parte della villa è stata restaurata e nei suoi locali è stato allestito il Museo delle Culture.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[26]

Con il 9% sulla popolazione totale a Riofreddo sono presenti etnie e minoranze straniere, quella rumena quest'ultima è la più vasta con 73 unità su un totale di 82 persone straniere.

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

  • San Giorgio e Madonna dei Fiorentini a fine aprile

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Musei[modifica | modifica wikitesto]

  • Museo delle Culture

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Il piatto tipico riofreddano è denominato Sagnozzi.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

  • Festa di settembre "In Vino Veritas", legata alla vendemmia
  • Sagra della castagna, il 1º novembre
  • Sagra degli Asparagi a maggio
  • Sagra degli Gnocchi a fine marzo
  • Sagra dei Sagnozzi a ferragosto

Persone legate a Riofreddo[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Conti[27][modifica | modifica wikitesto]

(Riofreddo 10 aprile 1766 o 1777 - Roma 12 febbraio 1840)

“Fra que' che onorarono la patria, devesi far menzione onorevole di d. Andrea Conti professore di fisico-matematica, ed astronomo nel collegio romano uno de' 40 della societa' italiana delle scienze, autore di molte memorie di astronomia e di matematica ,che fanno parte de' così detti Opuscoli astronomici dati in luce dagli astronomi della specola di detto collegio, cioè i professori Calandrelli e Richebach; profondo scienziato, i cui distinti meriti si leggono nell'elogio esistente negli atti dell'encomiata società italiana, e nella biografia pubblicata dal Giornale Arcadico, scritta dal principe d. Baldassare Boncompagno Ludovisi.” “Nativo di Riofreddo fu pure l’insigne astronomo ab. Andrea Conti che tenne in Roma la cattedra di scienze fisico-matematiche per quaranta anni al Liceo Gregoriano; e, prima discepolo poi amico e collega inseparabile del famoso ab. G. Calandrelli, diresse insieme con lui la nuova specola fino al 1824. Presidente del Collegio filosofico, socio dell’Accademia italiana dei Quaranta, morì a Roma nel 1840”.

Domenico De Sanctis[28][modifica | modifica wikitesto]

L’Abate Domenico De Sanctis nacque a Riofreddo il 29 aprile 1721 e morì a Roma il 31 dicembre 1798 (la tomba è nella chiesa dei Santi Simone e Giuda). Fu avvocato curiale, archeologo, letterato, arciprete della Cattedrale di Tivoli e dal 17 giugno 1767 beneficiario della Basilica Vaticana. Nel 1761 pubblica la Dissertazione sopra la villa di Orazio Flacco. Altre sue opere: Del Sepolcro de’ Plauzi in Tivoli, D’Antimo città e municipio de’ Marsi.

D. Domenico De Sanctis (n. in Riofreddo ai 29 apr. 1721 e morto in Roma ai 31 dec. 1798) arciprete della cattedrale di Tivoli, poi beneficiato della basilica Vaticana e valente avvocato della Curia; il quale tuttavia deve la sua fama alla Illustrazione della villa d'Orazio, presso Licenza; del sepolcro de' Plauzi in Tivoli; d'Antimo, città e municipio de' Marsi (R. Salomoni, 1761 e l'ediz. di Ravenna del 1784, con piante), mostrandosi, nelle varie sue opere, sommo archeologo e coltissimo letterato. Il Metastasio in una lettera al march. Valenti, del 14 ottobre 1761, scriveva da Vienna: «Il signor abate De Sanctis con l'eruditissima sua dissertazione mi ha condotto gentilmente per mano a passeggiar la villa d'Orazio. Supplico Vostra Eccellenza, di congratularsi a mio nome col dottissimo autore».

Luigi Fabiani[29][modifica | modifica wikitesto]

Luigi Fabiani, da Riofreddo, esimio pittore d'ornati e d'animali, onde arricchì la prima galleria della biblioteca Vaticana nell'edifizio di Paolo V, tra l'appartamento di s. Pio V e la galleria di Gregorio XIII. Quei disegni eseguiti pel re d'Inghilterra, che li pagò, ognuno, 35 luigi d'oro nel concorso di cento otto artisti! Furono poi acquistati da Gregorio XVI.

“A' nostri giorni di Riofreddo inoltre fiorì Luigi Fabiani valente pittore, che si distinse negli ornati e nell'esprimere al vero gli animali, e perciò lodai nel vol. L, p. 269.”

Nato nel 1741 arricchì la prima galleria bella Biblioteca Vaticana, nell’edificio di Paolo V, tra l’appartamento di S. Pio V e la galleria di Gregorio XIII.

Don Bartolomeo Sebastiani[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Riofreddo il 7 ottobre 1754, fu arciprete di Roviano. Autore del manoscritto Memorie principali della terra di Roviano, insieme con altre notizie su Riofreddo, e, meno diffuse, sopra Anticoli, Arsoli, Subiaco, regione Equicola e via Valeria scritto intorno al 1830.[30]

Antonio Sebastiani[31][modifica | modifica wikitesto]

“Nato a Riofreddo il 14 giugno 1782, morto in Aversa nel 1821, fu professore di botanica nell’università Romana e direttore dell’Orto Botanico universitario. Scrisse diverse opere, tra le quali Romanarum plantarum - fasciculus primus (1813); fasc. alter (1815); l’Enumeratio plantarum amphiteatri Flavii (Ro. 1815), e Florae Romanae prodromus, in collaborazione con E. Mauri (1818). Questa la prima opera completa sulla flora Romana, al dire del ch. prof. R. Pirotta della università Romana; il quale illustrerà l’altra inedita del Sebastiani, cioè Catalogus syntomaticus plantarum quae sponte luxuriantur in Romana provincia non che l’erbario del medesimo nella Bibliografia e storia della Botanica in Roma in corso di pubblicazione. In onore di A. Sebastiani i botanici intitolarono il genere Sebastiania.

Gaetano Donizetti, Luigi, Antonio e Virginia Vasselli[32][modifica | modifica wikitesto]

Il legame del compositore Gaetano Donizetti (Bergamo 1797 - 1848) con Riofreddo è dovuto a due fratelli: Antonio (detto Tòto, Roma 1793 - 1870) e Virginia Vasselli (Roma 1808 - Napoli 1837). Il primo divenne uno dei più cari amici del compositore, la seconda sua moglie. Entrambi erano nati a Roma come il loro padre Luigi Vasselli (1765 – 1832) che era però figlio dell’avvocato Francesco Vasselli, nativo di Riofreddo. La famiglia di Luigi Vasselli, sebbene residente nella capitale, mantenne sempre stretti rapporti con Riofreddo. Donizetti visitò certamente il paese di sua moglie: il periodo più probabile è quello del febbraio 1828. Il compositore, fidanzato ormai ufficialmente con la giovane Vasselli, doveva recarsi a Genova per l’inaugurazione del teatro Carlo Felice. Da Napoli fa tappa a Roma dove arriva il 2 febbraio. Nella capitale viene solo per rivedere Virginia che il 1° giugno diventerà sua sposa. Nell’archivio parrocchiale di Riofreddo, risulta che Virginia il 17 febbraio è la madrina di battesimo del piccolo Domenico Lucilla, e si trovava quindi in paese. Probabile che Gaetano, che era venuto a Roma esclusivamente per Virginia, abbia perciò accompagnato o raggiunto la fidanzata a Riofreddo fermandosi qualche giorno.

Una testimonianza importante del soggiorno riofreddano di Donizetti fa bella mostra di se su via Valeria, sopra il portone al numero 60. L’edificio su cui sorge l’epigrafe è uno dei più belli del paese e si svolge su via Valeria dal numero civico 56 fino al 66. Donizetti nella sua visita a Riofreddo fu ospitato qui perché Luigi Vasselli era il proprietario di uno degli appartamenti del palazzo. Quasi tutto il resto dell’edificio era, ed è tuttora, proprietà della famiglia Roberti fin dal 1649, anno in cui fu acquisito dai precedenti possessori, i Blasi. I riofreddani dedicarono all’illustre ospite la loro piazza più bella, quella che da sempre era semplicemente chiamata piazza del forno e che ancora oggi si chiama “Piazza Donizetti”.

Ricciotti Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Antonino Bernardini[modifica | modifica wikitesto]

Calciatore militante in squadre di serie A quali: A.S. ROMA. A.S. TORINO, A.S. ATALANTA, nonché campione europeo under 21.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

  • Fa parte del club dei borghi autentici d'Italia[33].

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Il comune si raggiunge facilmente tramite l'autostrada A24 Roma-Teramo con uscita a Carsoli-Oricola oppure tramite la Strada statale 5 Via Tiburtina Valeria provenendo da Arsoli.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2014.
  2. ^ Michela Vanni, Antonio Viesti, Mudecu.it - Museo delle Culture di Riofreddo, su www.mudecu.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  3. ^ Giuseppe Presutti, Le origini del castello di Riofreddo ed i Colonna sino a Landolfo 1, etc. (I Colonna di Riofreddo.), in: Archivio della R. Deputazione Romana di Storia Patria. vol. 32, 33, 35, nuova serie vol. 4. 1909, 10, 12, 38.
  4. ^ Roberto Vergara Caffarelli, La grande lite (1673-1700); 2012.
  5. ^ G. Alessandri, “L’elefante di Riofreddo (noterella geopaleontologica)” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 12, Riofreddo, marzo 1989, pp. 13-5. Pietro Ceruleo, “Nuovi contributi alla conoscenza della preistoria” in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, vol. LV, 1982, pp. 34-5. A. De Portis, Contribuzioni alla storia fisica del bacino di Roma e studi sopra l’estensione da darsi al Pliocene Superiore, Torino, 1896, vol. II, parte V, pp. 221-9. A. Innocenzi, F. Rosa, “Per un museo di storia naturale a Riofreddo” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 71, Riofreddo, settembre 1999. L. Pigorini, La paleotnologia in Roma, Napoli, nelle Marche e nelle Legazioni, Parma, 1867. A. M. Radmilli, “Esplorazioni paletnologiche nel territorio di Tivoli” in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, vol. XXVI, 1953, p. 5.
  6. ^ AA.VV. (a cura di Sandra Lapenna), Gli Equi tra Abruzzo e Lazio, Synapsi, 2004. C. Rossi Massimi, “La necropoli equa di Casal Civitella a Riofreddo”, in Aequa n.35, ottobre 2008, pp 5-14. M. Rubini, “La necropoli arcaica di Casal Civitella (Riofreddo, Roma, Lazio)” in Identità e civiltà dei Sabini, Atti del XVIII Convegno di Studi Etruschi ed Italici, Rieti - Magliano Sabina, 30 maggio - 3 giugno 1993, Firenze, Leo S. Olschki, 1996, pp. 363-73. P. Sebastiani Del Grande, “Per una definizione storico-geografica del territorio degli Equi con particolari riferimenti alla media valle dell’Aniene”, in Aequa n.0, agosto 1998. P. Sebastiani Del Grande, “Ulteriori condiderazioni per la definizione dei confini del territorio degli Equi”, in Aequa n.1, settembre 1999.
  7. ^ Zaccaria Mari, “Evidenze archeologiche ed epigrafi nei territori di Roviano e Riofreddo”, in Aequa n. 9, aprile 2002 F. Crainz, C. F. Giuliani, “I due tracciati della Via Valeria fra ad Lamnas e Carseoli” in Atti e Memorie della Soc. Tib. di Storia e Arte, vol. LVIII, Tivoli, 1985, pp. 71-88. g.j. pfeiffer-th. Ashby, “Carsioli”, in SupPapAmSchRome, I, 1905. P. Sebastiani Del Grande, “La Via Valeria da Tivoli a Collarmele” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 1, Riofreddo, novembre 1984, pp. 9-11. P. Sebastiani Del Grande, “Itineraria della Via Valeria” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 2, Riofreddo, febbraio 1985, pp. 3-5. P. Sebastiani Del Grande, “I miliari della Via Valeria” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 3, Riofreddo, gennaio 1986, pp. 7-10.
  8. ^ Laura Di Calisto, Devozione per immagini al tempo di Martino V – I murali dell'Oratorio dell'Annunziata a Riofreddo, Pescara, ZiP Adv, 2012
  9. ^ Gabriele Alessandri, “S. Giorgio nel territorio di Riofreddo” in Quaderni di varia umanità dell’Accademia nazionale dell’Ussero in Pisa 1, 1992, Roma, 1994 Bartolomeo Sebastiani, Memorie principali della terra di Roviano, insieme con altre notizie su Riofreddo, e, meno diffuse, sopra Anticoli, Arsoli, Subiaco, regione Equicola e via Valeria, Ms. del 1830 ca., (la parte del manoscritto che riguarda Riofreddo è stata ripubblicata a cura di P. Conti in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 62-65, Riofreddo, marzo 1999; la parte del manoscritto che parla di Roviano è stata ripubblicata dall’Ass. “La Marzella” nel settembre del 1998; tutto il manoscritto è stato ripubblicato dall’Ass. Lumen nel luglio 2001 a cura di Michele Sciò).
  10. ^ Vedi anche Dall’abbandono al riuso, il recupero dei beni architettonici e gli spazi per la cultura 1976-1990, a cura di Gennaro Farina, Roma, Savelli, 1990, pp. 220-2.
  11. ^ In Dall’abbandono al riuso, il recupero dei beni architettonici e gli spazi per la cultura 1976-1990, a cura di Gennaro Farina, Roma, Savelli, 1990, pp. 222: “XV sec. circa. Probabile costruzione dell’Oratorio di S. Lucia (Praline, schedatura della Soprintendenza, 1924)”.
  12. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989
  13. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989
  14. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989.
  15. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989 Cristina Aglietti, voce Riofreddo in Atlante del Barocco in Italia, Lazio 1, Provincia di Roma, Roma, De Luca, 2003, pp. 202-3.
  16. ^ Federico Hermanin, “La chiesa e il monastero di S. Giorgio presso Riofreddo” in Rendiconti della Pont. Accademia Romana di Archeologia, vol. XXV-XXVI, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1949-1950, 1950-1951, pp. 231-45.
  17. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989, pp. 32-4.
  18. ^ Federico Hermanin, “La chiesa e il monastero di S. Giorgio presso Riofreddo” in Rendiconti della Pont. Accademia Romana di Archeologia, vol. XXV-XXVI, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1949-1950, 1950-1951, pp. 231-45
  19. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989. Luca Verzulli, Aldo Innocenzi, S. Elia un monte una chiesa una casa, Subiaco, Fabreschi, 2000.
  20. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989.
  21. ^ Gabriele Alessandri, “Le chiese di Riofreddo alla fine del XVII secolo” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 8, Riofreddo, gennaio 1988, pp. 9-12. Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989.
  22. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989. Gabriele Alessandri, “Le chiese di Riofreddo alla fine del XVII secolo” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 8, Riofreddo, gennaio 1988, pp. 9-12.
  23. ^ Cristina Aglietti, voce Riofreddo in Atlante del Barocco in Italia, Lazio 1, Provincia di Roma, Roma, De Luca, 2003, pp. 202-3. G. Ramos, Diario, Ms., 1768-1801.
  24. ^ Cristina Aglietti, voce Riofreddo in Atlante del Barocco in Italia, Lazio 1, Provincia di Roma, Roma, De Luca, 2003, pp. 202-3.
  25. ^ Gabriele Alessandri, Toponomastica sacra nel territorio di Riofreddo (Lazio), Roma, Centro Studi di Toponomastica Sacra, 1989. G. Ramos, Diario, Ms., 1768-1801.
  26. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  27. ^ G. Moroni, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, Venezia, Tipografia Emiliana, 1857, vol. LXXVI alla voce “Tivoli”, pp. 23-4. Giuseppe Presutti, Le origini del castello di Riofreddo e i Colonna fino a Landolfo I (sec. XIII - XIV), Roma, Soc. Rom. di Storia Patria, 1909. Pierluigi Conti, “Biografia di Abate Andrea Conti matematico e astronomo”, in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 74-75, Riofreddo, aprile 2000.
  28. ^ Giuseppe Presutti, Le origini del castello di Riofreddo e i Colonna fino a Landolfo I (sec. XIII - XIV), Roma, Soc. Rom. di Storia Patria, 1909.
  29. ^ Giuseppe Presutti, Le origini del castello di Riofreddo e i Colonna fino a Landolfo I (sec. XIII - XIV), Roma, Soc. Rom. di Storia Patria, 1909. G. Moroni, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, Venezia, Tipografia Emiliana, 1857, vol. LXXVI alla voce “Tivoli”, pp. 23-4.
  30. ^ B. Sebastiani, Memorie principali della terra di Roviano, insieme con altre notizie su Riofreddo, e, meno diffuse, sopra Anticoli, Arsoli, Subiaco, regione Equicola e via Valeria, Ms. del 1830 ca., (la parte del manoscritto che riguarda Riofreddo è stata ripubblicata a cura di P. Conti in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 62-65, Riofreddo, marzo 1999; la parte del manoscritto che parla di Roviano è stata ripubblicata dall’Ass. “La Marzella” nel settembre del 1998; tutto il manoscritto è stato ripubblicato dall’Ass. Lumen nel luglio 2001 a cura di Michele Sciò). P. Sebastiani Del Grande, “La Via Valeria da Tivoli a Collarmele” in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 1, Riofreddo, novembre 1984, pp. 9-11.
  31. ^ Giuseppe Presutti, Le origini del castello di Riofreddo e i Colonna fino a Landolfo I (sec. XIII - XIV), Roma, Soc. Rom. di Storia Patria, 1909.
  32. ^ Luca Verzulli, “Donizetti a Riofreddo” in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, vol. LXXI, 1998, pp. 219-48.
  33. ^ Sito borghi autentici d'Italia

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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