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Resistenza vicentina

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Il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza.

La resistenza vicentina fu l'insieme delle iniziative politiche, civili e armate svolte nella provincia di Vicenza durante l'occupazione tedesca dell'Italia centro-settentrionale e la Repubblica Sociale Italiana, come parte della Resistenza italiana.[1][2] L'organizzazione politica iniziò tra la metà di giugno e il 25 luglio 1943 con la formazione del Comitato interpartitico antifascista, al quale parteciparono esponenti del Partito d'Azione, del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano.[3]

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il comitato antifascista vicentino incluse anche la Democrazia Cristiana e divenne il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) provinciale, mentre i tedeschi occuparono la provincia tra il 9 e l'11 settembre.[4][5] Tra l'autunno e l'inverno del 1943 si formarono i primi gruppi armati nell'area dell'altopiano di Asiago, a Thiene, nella fascia pedemontana, a Conco, al Tretto, a Recoaro Terme, ad Arzignano, a Malo, a Bassano del Grappa e a Rosà, mentre nel marzo 1944 la crescita del movimento partigiano si intrecciò con gli scioperi nei centri industriali e con le prime azioni dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) cittadini.[4][6] In pochi mesi i battaglioni partigiani vicentini divennero brigate, quindi gruppi di brigate, poi riuniti nelle divisioni Ateo Garemi, Monte Ortigara, Vicenza e Martiri del Grappa.[4][6][7]

Nel Vicentino la lotta di liberazione fu contrastata dai nazifascisti con rastrellamenti, rappresaglie e stragi, tra cui l'eccidio di Borga, l'eccidio di Valdagno, l'eccidio di Malga Zonta, il rastrellamento del massiccio del Grappa con l'eccidio di Bassano e la strage di Pedescala.[8][9] Nell'aprile 1945 le divisioni partigiane avviarono l'insurrezione generale nelle rispettive zone di attività e il 4 maggio fu annunciata la fine della guerra nel territorio vicentino.[4][10] Per il ruolo avuto nella guerra di liberazione, Bassano del Grappa e Vicenza furono insignite della Medaglia d'oro al valor militare.[11][12]

Durante la seconda guerra mondiale, fino al 25 luglio 1943, la città e la provincia di Vicenza furono coinvolte meno direttamente nei combattimenti rispetto a quanto era avvenuto durante il primo conflitto mondiale.[13] L'Alto Vicentino subì però la perdita di molti Alpini impegnati nelle campagne di Grecia e di Russia.[13] La presenza di campagne produttive e di un livello ancora discreto di occupazione rese meno grave la situazione economica locale.[13] Le sconfitte subite dall'Italia provocarono nella popolazione stanchezza, delusione e un'opposizione allo Stato e al regime non ancora organizzata in partiti o gruppi politici.[13] In questa situazione, comune alla maggior parte d'Italia, alcuni aspetti caratterizzavano il Vicentino:[13]

Dal 25 luglio all'8 settembre

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Il 25 luglio 1943, dopo la seduta del Gran consiglio del fascismo e la deposizione di Mussolini, vi furono manifestazioni di gioia sia a Vicenza sia in varie località del Vicentino.[3][5] Particolarmente intense furono le manifestazioni di Schio e Valdagno, dove durarono fino al 28 luglio e dove venne chiesto il rilascio di un gruppo di studenti arrestati in maggio per attività antifascista.[3] Negli avvenimenti ebbero un ruolo centrale gli operai dei due centri; una delegazione di lavoratori e partiti incontrò il prefetto per chiedere il ritorno delle libertà politiche, la liberazione dei detenuti politici e la fine del coprifuoco.[3][5] Si trattò della prima chiara azione politica antifascista nel Vicentino dopo la caduta del regime.[3]

Il quotidiano cittadino La Vedetta fascista fu trasformato ne Il Giornale di Vicenza e alla sua direzione fu posto Antonio Barolini.[3][5] Nella sua breve esperienza, il nuovo quotidiano pubblicò articoli e appelli di orientamento antifascista; dopo l'occupazione nazista, il Tribunale straordinario aprì procedimenti contro Barolini e Neri Pozza; il giornale non pubblicò la notizia dell'arresto di Mussolini, ma solo quella della sua liberazione il 12 settembre, e il 30 luglio Il Giornale di Vicenza pubblicò l'articolo "Ordine e libertà" di Mario Dal Pra.[3]

«Tutto resta da fare per la costruzione morale dell'Italia, per il suo trionfo come primato morale e civile. Chi si concede ora riposo, costituisce un peso insopportabile che ci trascina inesorabilmente verso il passato e ci precipita nella servitù. Occorre al contrario vigilare per noi, per la Patria, per quello che essa rappresenta oggi che abbiamo riguadagnato la libertà.»

Sempre in quei giorni, la sede del Partito Comunista Italiano (PCI) fu spostata da Schio a Vicenza, favorendo il contatto tra gli operai comunisti e gli intellettuali del Partito d'Azione e la diffusione degli appelli alla resistenza con il foglio ciclostilato Voce del Popolo, uscito con due numeri straordinari l'8 e il 9 settembre.[3][5] Il percorso del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza documenta il numero del foglio uscito il 9 settembre 1943, che proclamava l'armistizio e incitava gli italiani alla Resistenza.[4]

L'inizio della resistenza

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In seguito all'Armistizio di Cassibile, i tedeschi occuparono l'Italia centro-settentrionale, mentre il re e il governo Badoglio fuggivano verso il Sud.[14][15] L'esercito si ritrovò allo sbando, e gli ufficiali e i soldati che non riuscirono a raggiungere il Regno del Sud dovettero scegliere se arrendersi ai tedeschi o darsi alla macchia, cioè nascondersi per evitare la cattura.[5] Il 9 settembre 1943 nacque a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale, mentre il 23 settembre, dopo la liberazione di Mussolini, nell'Italia occupata dai tedeschi fu instaurato il regime fascista repubblicano che assunse il nome di Repubblica Sociale Italiana.[14][15]

Nei tre giorni successivi all'8 settembre 1943 i tedeschi occuparono il Vicentino, tra lo sconcerto della popolazione, che non sapeva che cosa sarebbe accaduto.[5][16] In un clima di generale avversione al fascismo e alla guerra, di sfiducia nelle autorità e nelle forze armate, la gente si preparava a resistere ma, quando si capì che gli alleati non sarebbero arrivati molto presto, l'entusiasmo iniziale diminuì.[17] A Schio si registrarono le prime vittime militari già dal 10 settembre.[18] A Vicenza, l'occupazione tedesca fu completata l'11 settembre 1943.[5]

A Vicenza, ai primi di ottobre si costituì la locale sezione del CLN.[4][5][16][19] Del Comitato provinciale di liberazione nazionale fecero parte rappresentanti del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), del Partito d'Azione, del Partito Comunista Italiano e della Democrazia Cristiana (DC).[20] Come nel resto del Veneto, il comando militare fu affidato a un militare di carriera, il colonnello D'Aiello, ma poco dopo venne istituito un comitato militare provinciale con il maggiore Malfatti, Gino Cerchio e Mario Dal Pra.[16][21]

Il 21 novembre 1943 a Marostica fu assassinato il sessantenne Alfonso Caneva, zio del federale di Vicenza Giovanni Battista Caneva, ucciso dal gruppo partigiano di Fontanelle di Conco e considerato la prima vittima della guerra civile in territorio vicentino.[22][23] Il 26 dicembre 1943 a Valstagna fu assassinato anche il tenente colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana Antonio Faggion, cui fu poi intitolata la XXII Brigata Nera "Antonio Faggion" di Vicenza.[23][24] Il 10-11 gennaio 1944, durante il rastrellamento contro il Gruppo di Fontanelle di Conco, già indebolito dalla faida interna in cui erano stati uccisi quattro garibaldini, molti partigiani caddero prigionieri.[25][26] Quattro partigiani catturati nel rastrellamento furono condannati a morte e fucilati il 14 gennaio 1944 a Marostica.[25]

La resistenza armata iniziò lentamente per le difficoltà organizzative, i primi rastrellamenti e il maltempo in montagna.[27] Alla fine del 1943 erano presenti nella fascia pedemontana e sull'altopiano alcune formazioni composte da vecchi antifascisti, renitenti alla leva, militari rientrati nelle loro case dopo l'8 settembre e militanti politici di diversi orientamenti.[4][6][27] Alcune di esse, come quelle di Conco, del Tretto e di Recoaro, durarono poco perché furono distrutte o disperse.[27]

Lo sviluppo del movimento resistenziale

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La Resistenza vicentina crebbe soprattutto nella primavera del 1944, quando le proteste sociali e politiche contribuirono alla nascita della lotta armata.[6][28]

Gli scioperi, che si susseguirono con motivi ed esiti diversi dal dicembre 1943 all'aprile 1944 in tutti i centri industriali, da Vicenza a Bassano, da Arzignano a Piovene Rocchette, favorirono la crescita della Resistenza.[6][28] In alcuni casi furono organizzati dagli operai; in altri furono influenzati dal PCI o dal CLN. Gli scioperi favorirono una partecipazione politica più ampia e coincisero con l'inizio della fase di maggiore attività partigiana.[28]

Queste formazioni trovarono appoggio da parte della popolazione soprattutto nelle zone di montagna, in particolare sull'altopiano dei Sette Comuni.[6] Gli interventi delle forze della Repubblica Sociale Italiana aumentarono il numero dei giovani che si unirono ai partigiani, inizialmente organizzati in piccoli gruppi armati e poi riuniti in brigate e divisioni.[6][29]

Le formazioni combattenti

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Nella primavera del 1944 nel Vicentino erano attive o ancora in fase di organizzazione diverse formazioni partigiane. Nel 1944-1945 i loro nomi e le loro aree di attività cambiarono più volte, quando i gruppi furono riuniti in brigate, gruppi di brigate e divisioni.[6][30][31]

  • il Battaglione garibaldino Stella, comandato da Luigi Pierobon e poi da Armando Pagnotti (nome di battaglia "Jura")[30][32]
  • il Battaglione garibaldino Ismene nella zona di Malo comandato da Ferruccio Manea (nome di battaglia "Tar"). Il battaglione prese il nome di Ismene Manea, fratello del comandante "Tar" dopo la sua fucilazione[30][33]
  • il Battaglione garibaldino Apolloni, attivo nella Val Leogra[29][30][31]
  • il Battaglione garibaldino territoriale F.lli Bandiera a Schio[30]
  • il Battaglione garibaldino Martiri di Grancona 2° nei Colli Berici[7][31]
  • il Battaglione garibaldino Luigi Pierobon, attivo nella zona del Corno d'Aquilio-Lessini; prese il nome di Pierobon dopo la sua fucilazione nell'agosto 1944.[31][34]
  • il Battaglione garibaldino La Pasubiana, attivo nell'altopiano di Tonezza-Folgaria e comandato da Germano Baron (nome di battaglia "Turco")[29][35]
  • il Battaglione garibaldino Panarotta-Trentino, attivo nella zona di Levico e Caldonazzo[31]
  • il Battaglione garibaldino Pasubio, attivo in Val Sarentino[31]
  • il Battaglione garibaldino Martiri della Libertà in Thiene e dintorni[7][31]
  • il Battaglione garibaldino Avesani, attivo nella zona del Garda e del Monte Baldo[29][30][31]
  • il Battaglione garibaldino Manara, attivo nell'area della montagna veronese[30][31]

Le formazioni garibaldine costituirono nell'aprile 1944 la Brigata "Ateo Garemi"; nell'agosto 1944 formavano il Gruppo brigate Garibaldi Ateo Garemi, che il 23 febbraio 1945 fu costituito in Divisione.[30] Nella riorganizzazione successiva entrarono nell'area della Garemi anche le formazioni Martiri della Val Leogra (zona di Schio; comandante Valerio Caroti, "Giulio"), Pino (Altopiano di Asiago; comandante Giovanni Garbin, "Marte") e Mameli (falde dell'Altopiano di Asiago; comandante Roberto Vedovello, "Riccardo").[7][30][35][36]

Nello stesso periodo erano attive altre formazioni:[6]

  • il Battaglione Guastatori operava in pianura, al comando di Nino Bressan[37][38]
  • il Battaglione Sette Comuni, al comando di Piero Costa, operava sull'altopiano (di area cattolica)[6][39]
  • la Brigata Mazzini, al comando di Giacomo Chilesotti, guidava una formazione di montagna e una territoriale, cioè attiva soprattutto nel controllo locale e nei collegamenti (di area cattolica)[6][29]
  • la Brigata Giovane Italia, organizzata nell'area di Marostica da Ermes Farina e poi aggregata alla Monte Ortigara[7][40]

Nel febbraio 1945 la Mazzini e la Vicenza, insieme ad altre formazioni, costituirono la Divisione Alpina Monte Ortigara, delle Brigate Fiamme Verdi.[6][41]

La Mazzini subì un rastrellamento in località Monte Corno-Granezza, dove si trova anche il "sentiero dei partigiani".[42]

Il Battaglione Valdagno nel luglio 1944 fu incorporato nella Brigata garibaldina Stella, ma nella primavera successiva ritornò autonomo.[7] Altre formazioni furono:

Lapide a ricordo dell'eccidio di Borga dell'11 giugno 1944, nel quale furono fucilati 17 civili.

Nell'estate del 1944, dopo la liberazione di Roma, lo sbarco in Normandia e l'avanzata dell'Armata Rossa, le formazioni partigiane passarono all'attacco con il sostegno della popolazione.[43][44]

In luglio la Brigata Garemi, al comando di Nello Boscagli, creò una piccola zona libera, cioè un'area temporaneamente sottratta al controllo tedesco e fascista, in una parte della Val Posina, mentre le Brigate Sette Comuni e Mazzini, con circa un migliaio di uomini, controllarono tutto l'altopiano.[44] Nello stesso mese la Brigata Stella attaccò il Sottosegretariato alla Marina a Montecchio Maggiore; l'azione fu condotta da pattuglie guidate da Alfredo Rigodanzo "Catone", Luigi Pierobon "Dante", Benvenuto Volpato "Armonica" e Pietro Benetti "Pompeo", che prelevarono armi, munizioni e denaro.[6]

Nel territorio vicentino era presente dal novembre 1943 la Xª Flottiglia MAS con il gruppo Gamma, reparto di incursori, cioè militari addestrati ad azioni speciali, al comando di Eugenio Wolk e con vicecomandante Luigi Ferraro, stanziato a Valdagno, dove usava la piscina locale per l'addestramento subacqueo.[45] I nazifascisti risposero alla crescita delle azioni partigiane con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie.[44]

Da parte tedesca, l'Ost-Bataillon 263 fu trasferito nel Vicentino dal Cuneese nel maggio 1944 per contrastare le azioni partigiane; il reparto era costituito da quattro compagnie specializzate nella repressione antipartigiana, cioè nei rastrellamenti e nelle operazioni contro i partigiani, ed era composto da volontari provenienti dall'Europa orientale, in prevalenza georgiani, ucraini e tedeschi del Volga, arruolati dalla Wehrmacht e guidati da ufficiali e sottufficiali tedeschi; il comando e la parte principale del battaglione ebbero sede a Marano Vicentino sotto la direzione del capitano della Wehrmacht Fritz Buschmeyer, che il 2 luglio 1944 fu nominato comandante di sicurezza del settore Vicenza-Nord.[46]

In tale periodo si verificarono varie stragi naziste: l'eccidio di Borga dell'11 giugno 1944, con 17 vittime,[47] l'eccidio di Valdagno del 3 luglio 1944, rappresaglia seguita all'azione partigiana di Ghisa di Montecchio Maggiore,[48] e l'eccidio di Malga Zonta del 12 agosto 1944, avvenuto nel contesto dell'operazione Belvedere.[49] Nel complesso, le azioni partigiane furono abbastanza estese da limitare molto i movimenti di tedeschi e fascisti, costringendoli a restare nelle città e nei paesi della pianura.[44]

La controffensiva nazifascista dell'autunno-inverno

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Nell'autunno del 1944, quando venne meno la speranza di un rapido sfondamento della Linea Gotica, la situazione cambiò: i nazifascisti avviarono una controffensiva, cioè una serie di operazioni per riprendere il controllo del territorio, con pesanti rastrellamenti contro le forze partigiane e rappresaglie sulla popolazione.[6] La XXV Brigata Nera "Arturo Capanni", poco prima della conquista di Forlì da parte degli Alleati nel novembre, si trasferì nel Vicentino, stabilendosi a Thiene e a Fara Vicentino al comando del medico e scrittore Giulio Bedeschi, già ufficiale della Divisione "Julia" in Russia e poi autore di Centomila gavette di ghiaccio.[50][51]

Dal 6 all'8 settembre l'operazione "Hannover" colpì la zona meridionale dell'altopiano con un vasto rastrellamento concentrico, cioè condotto da più direzioni verso la stessa area, che si concluse con la battaglia di Granezza, nell'area montana del comune di Lugo di Vicenza, dove si trovavano circa 635 partigiani, in parte disarmati perché in attesa di aviolanci alleati di armi e munizioni, cioè rifornimenti lanciati dagli aerei, contro circa 5.000 nazifascisti.[42] Nel corso degli scontri caddero diversi combattenti partigiani, tra cui il comandante "Loris", Rinaldo Arnaldi, indicato nelle commemorazioni di Granezza come vicecomandante della brigata Mazzini.[52] Alla fine del rastrellamento i morti furono 18 e i prigionieri 16; i partigiani persero materiali e rifornimenti, ma la parte principale degli uomini e delle armi riuscì a sfuggire all'accerchiamento.[42]

Il 26 settembre 1944, durante l'Operazione Piave, si svolse un rastrellamento nell'intera area del massiccio del Grappa che terminò con l'eccidio di Bassano, con 31 partigiani impiccati in città e numerose altre vittime causate dagli scontri e dalle esecuzioni, per un totale di 264 morti e circa 400 prigionieri, la maggior parte dei quali deportati in Germania.[53]

I corpi delle vittime di Bassano del Grappa, rimasti impiccati per quattro giorni dopo l'eccidio del 26 settembre 1944

Molte brigate partigiane persero la propria organizzazione o si dispersero, la maggior parte dei dirigenti dei gruppi della Resistenza del capoluogo e dei centri di pianura furono arrestati e le formazioni di montagna si salvarono, anche se furono costrette a interrompere le azioni di guerriglia.[6]

Con l'arrivo dell'inverno, molti membri dei gruppi partigiani, soprattutto i giovani saliti in montagna per evitare la leva, andarono a lavorare per l'Organizzazione Todt, l'organismo tedesco che impiegava manodopera per opere militari e infrastrutture.[6] Nel Vicentino l'Organizzazione Todt operò durante l'occupazione tedesca attraverso forme diverse di lavoro volontario e di lavoro coatto, cioè imposto con la forza o sotto minaccia, per costruire strade, postazioni e altre opere militari nelle retrovie.[54] Questa scelta, per molti obbligata, fu contrastata dai capi partigiani garibaldini anche con attentati ai cantieri e agli operai.[6]

Nonostante l'interruzione dei mesi invernali, i gruppi partigiani riuscirono a restare organizzati e poterono riprendere le azioni nella primavera seguente.[6]

In questo periodo aumentò anche il peso delle scelte politiche dentro le formazioni partigiane e il PCI coordinò tutte le forze garibaldine - il 23 febbraio 1945 tutte le unità furono accorpate nella Divisione Ateo Garemi - imponendo in ogni formazione combattente la presenza di un commissario politico, cioè un responsabile dell'orientamento politico della formazione.[55] Le formazioni garibaldine adottarono ordini che puntavano a continuare le azioni militari anche durante l'inverno; nel contesto delle rappresaglie e delle requisizioni di viveri, cioè dei prelievi forzati di alimenti, i rapporti con una parte della popolazione civile divennero più difficili.[56]

Il PCI cercò di orientare politicamente i singoli gruppi inserendovi propri "combattenti internazionali" e un "commissario politico", cioè militanti italiani che avevano già avuto esperienze di lotta politica e militare all'estero, soprattutto nella Guerra di Spagna, e che durante il fascismo furono sorvegliati o perseguitati con carcere, confino o controllo dei servizi segreti, ma dopo l'8 settembre erano tornati liberi; tra loro è ricordato Eugenio Piva, che nel primo dopoguerra avrebbe avuto un ruolo nell'eccidio di Schio.[56]

La Chiesa e la Democrazia Cristiana, presenti in molti paesi attraverso il clero, avevano una diversa idea della Resistenza, intesa come lotta popolare per la libertà, e decisero di appoggiare l'attività armata diventando un riferimento per le formazioni che non aderivano all'ideologia comunista delle formazioni garibaldine.[56] Il 22 febbraio 1945 presso la canonica di Povolaro fu decisa la costituzione della Divisione Alpina Monte Ortigara e della Divisione di pianura Vicenza.[38][41]

Il passaggio da "gruppo brigate" a "divisione" non dipese dal numero dei combattenti, che restava inferiore a quello di una vera divisione militare. Servì soprattutto ad aumentare il peso politico delle diverse componenti partigiane, in particolare dei garibaldini di orientamento comunista e dei mazziniani di orientamento centrista-cattolico.[56]

Il maggiore John Peter Wilkinson "Freccia" della missione inglese, dopo avere tentato per mesi di trovare un accordo tra le due componenti, partecipò alla riunione dell'11 novembre 1944 a Villa Rospigliosi, nella quale erano presenti o rappresentati i capi delle formazioni partigiane della zona.[57] La missione alleata "Freccia", composta dal maggiore Wilkinson, dal capitano J. H. E. Ore-Ewing "Dardo", dal capitano Christopher Woods "Colombo", dal caporalmaggiore Bill Deugnan "Bill" e dal marconista "Archie", si era spostata in zona Garemi dopo un primo periodo sull'altopiano di Asiago; dopo la fondazione delle divisioni mazziniane del 22 febbraio 1945, Wilkinson chiese al Comando militare regionale veneto di assumere temporaneamente il comando militare della zona tra Brenta e Lago di Garda, ma pochi giorni dopo, il 7 marzo 1945, fu ucciso in un agguato le cui circostanze non sono del tutto chiarite.[55]

L'insurrezione e la conclusione

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Dopo contrasti interni, le formazioni armate si divisero le aree di intervento militare: le valli e le montagne di Valdagno e di Schio ai garibaldini della Garemi, l'altopiano, il Grappa e Bassano ai cattolici della Monte Ortigara e la pianura alla Vicenza.[56]

Il 20 aprile 1945 il quartiere generale tedesco di Recoaro fu colpito da un bombardamento statunitense, interpretato dal comando tedesco come un segnale dell'urgenza di concludere le trattative di resa; il 22 aprile si riunirono a Recoaro i principali responsabili militari e politici dell'occupazione tedesca in Italia e il 29 aprile i delegati tedeschi autorizzati a firmare la resa firmarono a Caserta la resa senza condizioni, con cessazione delle ostilità prevista per il 2 maggio alle ore 14; il Corpo Volontari della Libertà proclamò l'insurrezione nazionale per le ore 8 del 26 aprile, mentre le formazioni partigiane del Veneto attaccavano le truppe tedesche e fasciste in ritirata o ancora presenti nei presidi locali della regione.[10]

Il 23 e il 24 aprile 1945 tutte le formazioni passarono all'attacco, con scontri che durarono fino al 4 maggio e provocarono morti tra i partigiani e tra i tedeschi.[10][56] Nel Vicentino la valle dell'Alpone insorse il 24 aprile e fu libera il 25; la valle del Chiampo insorse tra il 26 e il 27 aprile e fu completamente libera il 28; a Valdagno gli scontri continuarono fino al 27 aprile e nei dintorni di Recoaro fino al 28; Schio e la valle del Leogra furono considerate libere il 29 aprile, dopo la battaglia e l'accordo tra il comando tedesco del colonnello Schram e il comando della Divisione Garemi rappresentato da Nello Boscagli "Alberto"; a Thiene il 28 aprile il comando della Mazzini ricevette la resa della Xª MAS, mentre a Bassano del Grappa i partigiani entrarono il 29 aprile e la liberazione completa della città avvenne il 30 aprile; gli Alleati giunsero nei centri maggiori della provincia tra il 29 e il 30 aprile, trovando i partigiani impegnati a mantenere l'ordine pubblico, nella difesa di fabbriche e paesi e negli arresti di nazifascisti.[10]

Durante la ritirata, le colonne tedesche e fasciste[58] compirono ancora rappresaglie ed eccidi, come la strage di Pedescala (79 civili, 1 partigiano e 2 militi).[59] Una diversa classificazione delle vittime di Pedescala e Forni-Settecà registra 82 morti complessivi: 72 civili, 1 partigiano, 1 prigioniero di guerra, 1 internato militare italiano e 7 vittime classificate come "indefinito".[60]

Negli ultimi giorni della guerra, nel Vicentino vi furono l'insurrezione generale, scontri con reparti tedeschi e fascisti in ritirata e violenze successive alla liberazione.[59][61] La provincia di Vicenza fu, nel Veneto, quella in cui furono uccisi più fascisti o persone considerate fasciste; la maggior parte delle uccisioni avvenne nei giorni successivi alla liberazione.[61]

Nella seconda metà di maggio 1945 si verificò l'eccidio di Thiene: 27 militi della Brigata Nera "A. Capanni" furono prelevati dalle carceri di Thiene, nonostante il parere contrario del comandante della brigata Mazzini, da un gruppo armato partigiano forlivese, con la complicità di alcuni partigiani locali, e portati nei monti vicini, dove furono uccisi senza processo (15 a Lusiana e 12 ad Arsiero).[51]

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 avvenne l'eccidio di Schio: due mesi dopo la fine della guerra, 54 persone detenute nelle carceri di Schio furono uccise da un gruppo formato da ex appartenenti alla Divisione garibaldina "Ateo Garemi", allora inseriti nella Polizia ausiliaria partigiana.[62]

L'attività di soccorso umanitario

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La Resistenza vicentina comprese anche attività di soccorso. Famiglie, comunità e singole persone aiutarono, a rischio della vita, persone ricercate per motivi politici, ex prigionieri alleati e piloti di aerei abbattuti.[63][64][65]

Rinaldo Arnaldi percorse più volte il percorso verso la Svizzera per accompagnare ufficiali e soldati alleati fuggiaschi ed ebrei perseguitati, aiutato dalla sorella Mary, da Gino Soldà e da don Antonio Frigo; nel febbraio 1944 portò in Svizzera Alexander, Oscar e Agnes Klein, insieme con altri fuggitivi, e il 3 gennaio 1983 fu riconosciuto da Yad Vashem come Giusto tra le Nazioni.[63]

Torquato Fraccon fornì documenti falsi e accompagnò verso la frontiera italo-svizzera ebrei e aviatori inglesi in fuga; arrestato con il figlio Franco, fu deportato con lui a Mauthausen, da cui entrambi non fecero ritorno; nel 1955 l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane conferì a Torquato e Franco Fraccon una medaglia d'oro alla memoria per l'opera prestata in favore degli ebrei, e il 31 maggio 1978 Yad Vashem riconobbe Torquato Fraccon come Giusto tra le Nazioni.[64]

Michele Carlotto, cappellano a Valli del Pasubio, partecipò alla rete che aiutava gli ebrei slavi internati nel paese e, quando nel dicembre 1943 arrivò l'ordine di arresto, li aiutò a disperdersi e a nascondersi.[65] La documentazione raccolta dal Centro Studi Internamento Deportazione indica che i fratelli Bruno e Felice Spiegel furono ospitati anche nell'Istituto San Gaetano di Vicenza, il cui fondatore, don Ottorino Zanon, si prese cura dei due ragazzi per tutta la durata della guerra.[66] Il 22 agosto 1996 Yad Vashem comunicò l'assegnazione a Michele Carlotto del titolo di Giusto tra le Nazioni.[65]

Rinaldo Arnaldi, don Michele Carlotto e Torquato Fraccon sono riconosciuti da Yad Vashem come Giusti tra le nazioni.[67]

Persone della Resistenza vicentina

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Donne nella resistenza vicentina

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Le donne della Resistenza vicentina sono state censite, cioè raccolte in schede biografiche sistematiche, dall'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea della Provincia di Vicenza "Ettore Gallo" e poi dal Centro Studi Internamento Deportazione con l'Archivio di Stato di Vicenza. Il lavoro ha confrontato il fondo "Donne partigiane" dell'Archivio di Stato di Vicenza, il fondo Ricompart, l'Archivio centrale dello Stato, i fondi ISTREVI e pubblicazioni specialistiche sulla Resistenza vicentina.[68]

  • Madre Luisa Arlotti, religiosa, infermiera e direttrice dell'Asilo Rossi di Schio, fu attiva dal 15 gennaio al 1º maggio 1945 nella brigata "Silva" della divisione "Vicenza".[69] Nell'asilo nascose e curò partigiani e militari stranieri ricercati; arrestata, fu condannata a 25 anni di prigionia.[70] Nel 1975 ricevette il titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti resistenziali e nel 2024 fu ricordata tra i Giusti segnalati dalla società civile al Giardino dei Giusti di tutto il mondo Milano.[70][71][72]
  • Emilia Bertinato, nome di battaglia "Volontà" (Tezze di Arzignano, 8 aprile 1925 - Montecchio Maggiore, 13 dicembre 2006). Fu staffetta della brigata "Stella"; arrestata dalla Decima MAS, fu portata nelle baracche del Ministero della Marina a Montecchio Maggiore.[73][74]
  • Umbertina Brotto Salvalaggio; nella sua abitazione di via Bonaguro a Bassano del Grappa, nel giugno 1944, Gaetano Bressan "Nino" e Gino Cerchio addestrarono i primi gruppi partigiani bassanesi all'uso degli esplosivi.[75]
  • Eleonora Candia, "Cecilia" (Pergine Valsugana, 25 ottobre 1921). Fece parte della brigata "Loris" della divisione "Ortigara" e mantenne i contatti tra il CLN vicentino e l'altopiano; arrestata il 4 gennaio 1945, fu sottoposta a interrogatori e torture alla sede della Polizia ausiliaria di Porta Padova, poi trasferita a San Michele e nel carcere di San Biagio, e fu liberata il 27 aprile 1945.[76]
  • Luigina Castagna, "Dolores" (Recoaro Terme, 11 gennaio 1925). Fu partigiana combattente della brigata "Stella" della divisione "Garemi", battaglione "Romeo", e poi del battaglione femminile "Amelia"; fu una delle prime staffette a tenere i contatti tra i partigiani della montagna e Vicenza, ricoprì il ruolo di commissaria di distaccamento e ottenne la Croce al merito di guerra nel 1965.[76]
  • Alberta Caveggion, "Nerina" e "Maria" (Vicenza, 8 aprile 1924). Appartenente alla brigata "Argiuna" della divisione "Vicenza", si occupò di organizzazione, segreteria e collegamenti per il Comando Divisione Vicenza e il Comando Guastatori; catturata assieme a Gino Cerchio il 30 dicembre 1944, fu imprigionata e torturata per quattro mesi a Palazzo Giusti a Padova dagli uomini della banda Carità.[76]
  • Elena Cavion, operaia di Torrebelvicino, fece parte della brigata "Martiri di Val Leogra" della divisione "Garemi" e, dopo l'arresto, subì bastonature e scosse elettriche.[76] Le violenze contro Cavion sono state collegate ai militi della Legione Tagliamento, comandati dal colonnello Merico Zuccari.[77]
  • Gemma Filippi, nata a Valli del Pasubio il 29 febbraio 1928, combatté nella Brigata "Martiri di Val Leogra" della divisione "Garemi", battaglione "Apolloni", cadde durante la liberazione di Schio il 29 aprile 1945 e ricevette la Croce al merito di guerra.[78]
  • Maria Gallio, nata a Vicenza il 24 dicembre 1923, entrò nella Resistenza attraverso gli amici Berto e Giordano Stella, i Pasqualotto e i Paulon; il bar in cui lavorava con la madre, davanti al distretto militare di Vicenza, divenne un punto di appoggio per il gruppo di Dino Miotti, e fu arrestata su delazione di Giuliano Licini, ex partigiano del gruppo, rimanendo in carcere fino alla liberazione.[79]
  • Maria Erminia Gecchele, "Lena" (Zanè, 28 marzo 1904 - 7 maggio 1975). Comandante del Servizio Informazioni del Gruppo divisioni garibaldine d'assalto "Garemi", fu congedata con il grado di capitano e con l'assegnazione di due Croci di guerra; catturata il 13 dicembre 1944 nei pressi di Alte di Montecchio, fu condotta a Padova a villa Giusti e sottoposta a sevizie dalla Banda Carità fino all'aprile 1945, mentre nel dopoguerra le venne riconosciuto un alto grado di invalidità per cause di guerra e nel 2003 il comune di Zanè le dedicò un parco.[80]
  • Cornelia Lovato, "Amelia" (Arzignano, 22 marzo 1923 - Montecchio Maggiore, 28 aprile 1945). Fece parte della brigata "Rosselli" della divisione "Vicenza" come partigiana combattente, fu uccisa durante una ricognizione da nazifascisti a Montecchio Maggiore e le furono attribuite la Croce al merito di guerra e la proposta per la Medaglia di bronzo.[81]
  • Wilma Marchi, "Nadia". Partigiana della brigata "Stella" e commissario politico del battaglione donne "Amelia", svolse un lavoro di coordinamento tra le donne della Valle dell'Agno e, arrestata in seguito alla delazione di Maria Boschetti, fu torturata, trasferita in vari carceri ed evase dal campo di concentramento di Peschiera poco prima della Liberazione.[82]
  • Maria Matteazzi, impiegata al distretto militare, forniva a Maria Gallio permessi, licenze e altri documenti che potevano servire ai partigiani in montagna.[79] Fu riconosciuta come partigiana combattente della brigata "Argiuna" della divisione "Vicenza" dal 26 dicembre 1944 al 1º maggio 1945.[83]
  • Teresa Peghin, "Wally" (Selva di Trissino, 24 settembre 1924). Fu staffetta portaordini, cioè incaricata di portare messaggi, documenti o materiali tra i gruppi partigiani, della brigata "Stella", e si nascose in montagna perché ricercata per aver portato 18 000 000 di lire del tempo, in denaro e assegni, da Selva di Trissino al CLN di Padova.[84]
  • Wally Pianegonda, "Kira" (Valli del Pasubio, 28 novembre 1926). Fece parte della brigata "Martiri di Val Leogra" della divisione "Garemi" e fu arrestata il 18 novembre 1944 a Sant'Antonio di Valli del Pasubio.[85] L'arresto avvenne su delazione di Victor Piazza, ex partigiano passato nelle file della polizia trentina; fu condotta nel carcere di Rovereto assieme alle sorelle Adriana e Noemi, alla madre Bariola Bon Maria e a due zii materni, per essere poi internata nel campo di concentramento di Bolzano; poco dopo fu arrestato il fratello Walter, vicecomandante della Pasubiana, battaglione della Garemi, torturato e trasferito a Dachau.[86]
  • Maria Setti (Vicenza, 11 agosto 1899 - Vicenza, 6 febbraio 1996), staffetta della brigata di Antonio Giuriolo, è la partigiana Marta descritta ne I piccoli maestri di Luigi Meneghello; dopo le torture subite, si finse pazza e fu ricoverata all'ospedale psichiatrico di Montecchio Precalcino.[87] Dopo la guerra insegnò francese al Liceo Pigafetta di Vicenza, fu presidente dell'Alliance Française di Vicenza e venne insignita della Légion d'Honneur.[87][88]
  • Rina Somaggio (Altavilla Vicentina, 10 marzo 1925) fece parte della brigata "Argiuna" della divisione "Vicenza" come partigiana combattente e commissario politico di distaccamento, cioè responsabile dell'orientamento politico della formazione; entrò nel gruppo di Carlo Segato, tenendo i collegamenti con Vicenza, Brendola, Costabissara, Castelgomberto, Montebello, San Pietro in Gu e il Veronese e trasportando messaggi, esplosivi al plastico e armi; fu incarcerata dal 1º dicembre 1944 al 27 aprile 1945 a Vicenza, nelle carceri di San Michele e di Porta Padova presso la sede dell'Ufficio Polizia Investigativa, dove venne più volte interrogata e torturata.[89]

Comandanti, organizzatori militari e combattenti

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Esponenti politici, del CLN e dell'organizzazione clandestina

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  • Gino Cerchio partecipò al Comitato militare provinciale e ne assunse la direzione insieme a Mario Dal Prà; nella divisione segreta delle zone di attività mantenne il coordinamento su Vicenza.[5][10]
  • Mario Dal Pra, filosofo e militante del Partito d'Azione, partecipò all'organizzazione politica e militare della Resistenza vicentina.[3][21]
  • Romeo Dalla Pozza fu responsabile del Comitato militare provinciale Dalla Pozza, gruppo clandestino della sinistra vicentina che poi entrò nel Comitato militare provinciale ufficiale.[5]
  • Luigi Faccio, socialista, fu tra i promotori del CLN vicentino; arrestato nel dicembre 1944 e detenuto a Villa Giusti, fu nominato dal CLN sindaco di Vicenza dopo la liberazione.[123]
  • Torquato Fraccon, esponente della Democrazia Cristiana vicentina, prese parte al CLN provinciale e all'attività di soccorso agli ebrei; Yad Vashem lo ha riconosciuto come Giusto tra le nazioni.[64][67]
  • Ettore Gallo, avvocato e militante del Partito d'Azione, rappresentò il partito nel CLN provinciale ed ebbe un ruolo nell'organizzazione della Resistenza vicentina.[3][124]
  • Giordano Campagnolo organizzò la rete clandestina nella Valle dell'Agno e fu tra i membri del CLN provinciale e del Comitato militare arrestati tra novembre e dicembre 1944.[5][10]
  • Antonio Emilio Lievore mantenne i collegamenti clandestini con Schio e Bassano e, dopo la liberazione, presiedette il CLN provinciale.[5][125]
  • Mariano Rumor, esponente della Democrazia Cristiana, rappresentò il partito nel CLN del Veneto.[126][127]

Clero e soccorso umanitario

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  • Michele Carlotto, sacerdote a Valli del Pasubio, aiutò la rete che nascondeva e trasferiva ebrei perseguitati e fu riconosciuto da Yad Vashem come Giusto tra le nazioni.[65][67]
  • Franco Fraccon, figlio di Torquato Fraccon, partecipò all'aiuto agli ebrei e fu deportato a Mauthausen, dove morì nel 1945.[64]
  • don Antonio Pegoraro, cappellano militare, entrò nella Resistenza e fu deportato a Dachau.[128]
  • Gino Soldà, alpinista, contribuì alla rete che mise in salvo ebrei perseguitati nel Vicentino.[129][130]
  • Ottorino Zanon, fondatore dell'Istituto San Gaetano di Vicenza, partecipò al salvataggio dei fratelli Spiegel nascosti con l'aiuto di don Michele Carlotto.[65]

Intellettuali, scrittori e testimoni

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Bassano del Grappa e Vicenza ricevettero la Medaglia d'oro al valor militare.[11][12]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Fra Brenta e Piave, per i 20 mesi d'occupazione nazista, i suoi volontari della libertà hanno combattuto in epiche gesta di guerra la lotta contro il nemico invasore. La nobile città col territorio del Grappa sacrificava sulle forche 171 giovani vite e immolava 603 suoi figli davanti ai plotoni d'esecuzione, sopportava il martirio di 804 deportati e di 3212 prigionieri e la distruzione di 285 case incendiate. Sanguinante per tanta inumana ferocia, ma non domo, il suo popolo imbracciava le armi assieme ai partigiani e nelle gloriose giornate dal 25 al 29 aprile 1945 fermava il nemico sul Brenta costringendolo alla resa. Esempio purissimo di ardente italianità, confermava ancor una volta, nella guerra di liberazione, col sangue dei suoi figli migliori le eroiche tradizioni di cospirazione e di sacrificio del '48 e del '66 e le fulgide giornate del '17 e del '18. [136]»
 Bassano - settembre 1943 - aprile 1945.
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Già insignita della massima onorificenza al valore militare per la strenua difesa opposta agli austriaci nel maggio-giugno 1848, la città non smentì mai, nel corso di due guerre mondiali, le sue elevate virtù patriottiche, militari e civili. Nel periodo della lotta di liberazione occupata dalle truppe tedesche, costituì subito, fra le sue mura, il comitato di resistenza della Regione Veneta che irradiò poi, in tutta la Provincia ed oltre, quella trama di intese e di cospirazioni che furono necessarie premesse di successive e brillanti operazioni militari. Le sue case, i suoi colli, le sue valli servirono allora da rifugio ai suoi figli migliori che, da uomini liberi, operarono per la riscossa e che, braccati e decimati da feroci rappresaglie, sempre tornarono ad aggredire il nemico, arrecando ingenti danni alle sue essenziali vie di comunicazioni ed alla sua organizzazione logistica e di comando. I primi nuclei partigiani e dei G.A.P., operanti in città, e, in seguito, le numerose Brigate delle Divisioni "Vicenza", "Garemi" e "Ortigara", gareggiando in audacia e valore, pagando un largo tributo di sangue alla causa delle Liberazione, mentre gran parte della popolazione subiva minacce, deportazione, torture e morte e centinaia di altri suoi cittadini in divisa combattevano all'estero, per la liberazione di altri paesi d'Europa. Benché devastata dai bombardamente aerei, che causarono altre 500 vittime e che d'altrettante straziarono le carni, mutilata nei suoi insigni monumenti, offesa nei suoi sentimenti più nobili, la città mai si arrese al terrore tedesco, ma tenne sempre alta la fiaccola della fede nel destino di una Patria finalmente redenta.[137]»
 Vicenza - (10 settembre 1943 - 28 aprile 1945)

Asiago ricevette la Medaglia d'argento al valor militare e la Croce di guerra al valor militare.[138] Schio è decorata con la Medaglia d'argento al valor militare per la Resistenza opposta all'occupazione nazista tra l'8 settembre 1943 e il 29 aprile 1945.[139] Crespadoro risulta negli atti comunali come Comune decorato di Medaglia d'argento al valor militare.[140] La medaglia d'argento conferita a Valdastico per la strage di Pedescala fu rifiutata da una parte della popolazione nel 1983.[60][141] Anche Conco è stata decorata con la Croce di guerra al valor militare.[142]

Influenza culturale

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Letteratura e memorialistica

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Lo scrittore Luigi Meneghello, autore di I piccoli maestri.
Lo scrittore Goffredo Parise fotografato da Paolo Monti.

I piccoli maestri, di Luigi Meneghello (1964; edizione rivista 1976), è un romanzo autobiografico che racconta l'esperienza partigiana dello scrittore nel gruppo legato ad Antonio Giuriolo, attivo sull'Altopiano dei Sette Comuni.[133][143][144] Nel romanzo l'esperienza partigiana è raccontata con ironia e understatement, con un tono volutamente dimesso, senza il tono celebrativo usato spesso nei racconti sulla Resistenza.[145]

Sui sentieri dei Piccoli maestri di Luigi Meneghello. Un pellegrinaggio civile nel centenario della nascita dello scrittore, a cura di Chiara Visentin (2022), è un volume pubblicato da Ronzani nel centenario della nascita di Meneghello.[146][147] Il volume comprende il saggio di Francesca Caputo La funzione "Altipiano" nella vita e nell'opera di Luigi Meneghello, dedicato al ruolo dell'Altopiano di Asiago nella vita e nei libri dello scrittore.[146][148]

Umanesimo e Resistenza. Storie di altri Piccoli maestri, di Carla Poncina Dalla Palma (2024), è un libro pubblicato da Ronzani e dedicato alle vicende di Giorgio Mainardi e Renato Dalla Palma nella provincia vicentina degli anni quaranta, tra vita culturale, politica e scelte morali.[149]

Il ragazzo morto e le comete, di Goffredo Parise (1951), fu pubblicato da Neri Pozza, il cui archivio editoriale, donato nel 2002 alla Biblioteca civica Bertoliana dall'omonima casa editrice, conserva materiali relativi all'attività editoriale dal 1946 al 1988.[150] Durante l'occupazione tedesca di Vicenza, Parise collaborò con il Partito d'Azione e riprese nelle sue opere l'esperienza della guerra civile.[134][135]

Arti visive e memoria pubblica

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Il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza conserva documenti e oggetti sulla storia italiana e vicentina dalla fine del Settecento alla lotta di Liberazione.[4] La sezione del museo dedicata al periodo 1920-1945 comprende documenti cartacei, fotografie, abiti, armi e mappe relativi al fascismo, alla seconda guerra mondiale e ai venti mesi della lotta di Liberazione.[4]

Nostra legge la libertà. Canti dell'antifascismo e della Resistenza nel vicentino, del Canzoniere Vicentino (2023), è un album promosso dal Comitato provinciale ANPI di Vicenza e presentato come raccolta di canti antifascisti e della Resistenza nel Vicentino.[151][152] L'album raccoglie canti trasmessi oralmente nel Vicentino, tra cui Nella cantina un tanfo, riferito alla detenzione di partigiane nelle carceri di Bassano.[152]

Film e documentari

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  • I piccoli maestri, regia di Daniele Luchetti (1998), film tratto dall'omonimo romanzo di Luigi Meneghello.[153][154]
  • I giorni veri. Le ragazze della Resistenza, a cura di Luisa Bellina e Maria Teresa Sega, regia di Manuela Pellarin (2005), documentario con testimonianze di donne venete che parteciparono alla Resistenza come staffette e combattenti.[155][156]
  • Dalla parte giusta. Storie di partigiane vicentine, regia di Manuela Pellarin (2015), documentario realizzato da rEsistenze e ISTREVI per il settantesimo anniversario della Liberazione, costruito con testimonianze di partigiane e documenti di archivi pubblici e privati vicentini.[68][157]
  • La religione della libertà, regia di Marco Zuin e Giulio Todescan (2025), documentario sulla vita di Antonio Giuriolo.[158][159]
  • L'Altro '900. Luigi Meneghello, puntata del programma televisivo Sciarada - Il circolo delle parole (2022), dedicata allo scrittore vicentino e ai suoi libri Libera nos a malo e I piccoli maestri.[160]
  • Luigi Meneghello, puntata di Wikiradio (2023), con Francesca Caputo e con materiali d'archivio tratti dai programmi televisivi Ritratti e Mizar e dal programma radiofonico Pagine da... Le parole della Resistenza. I piccoli maestri.[161]
  • Antonio Giuriolo, puntata del programma radiofonico Patria e Libertà - Vite di donne e uomini antifascisti (2026), dedicata al partigiano vicentino e al suo rapporto con il gruppo dei "piccoli maestri" attivo sull'Altopiano dei Sette Comuni.[162]
  1. Brunetta, 1991, pp. 155-178
  2. Cisotto, 2003, p. 537
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Brunetta, 1991, pp. 158-161
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Museo del Risorgimento e della Resistenza, su memoranea.it, Memoranea - Museo storico della Liberazione. URL consultato il 2 giugno 2026.
  5. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Mario Faggion, La Resistenza Vicentina, su anpi-vicenza.it, ANPI Vicenza, 2004. URL consultato il 2 giugno 2026.
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 Resistenza e lotta di Liberazione nel vicentino, su anpi-vicenza.it, ANPI Vicenza. URL consultato il 2 giugno 2026.
  7. 1 2 3 4 5 6 7 8 Divisioni e brigate partigiane vicentine, su internamentoveneto.it, Centro Studi Internamento Deportazione. URL consultato il 2 giugno 2026.
  8. Cisotto, 2003, pp. 547-548
  9. Cisotto, 2006, pp. 74-83
  10. 1 2 3 4 5 6 La liberazione nel vicentino, su anpi-vicenza.it, ANPI Vicenza. URL consultato il 2 giugno 2026.
  11. 1 2 Bassano del Grappa Città di, su quirinale.it, Presidenza della Repubblica. URL consultato il 2 giugno 2026.
  12. 1 2 Vicenza Comune di, su quirinale.it, Presidenza della Repubblica. URL consultato il 2 giugno 2026.
  13. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Brunetta, 1991, pp. 155-158
  14. 1 2 CLN, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 2 giugno 2026.
  15. 1 2 Repubblica sociale italiana, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 2 giugno 2026.
  16. 1 2 3 Brunetta, 1991, p. 163
  17. Scrisse Meneghello: "restammo ciò che eravamo abituati ad essere: quattro gatti" (Meneghello, 1976, p. 53).
  18. Episodio di caserma Cella Schio 10-09-1943 (PDF), su straginazifasciste.it, Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. URL consultato il 3 giugno 2026.
  19. AISRV, Padova, b. 63, cart. Documenti versati da Maistrello Annita.
  20. Con rappresentanti del PSIUP (Segala, Luigi Faccio e De Maria), del Partito d'Azione (Ettore Gallo e Rigoni), del PCI (Marchioro) e della DC (Torquato Fraccon). Altre testimonianze indicano che in precedenza si era già costituito un Comitato unitario antifascista, che aveva tentato di riunire diversi gruppi. Brunetta, 1991, p. 163
  21. 1 2 Giulio Giorello, Mario Dal Pra vero maestro, su Corriere della Sera, 22 gennaio 1992, p. 5. URL consultato l'11 gennaio 2025 (archiviato dall'url originale il 26 ottobre 2015).
  22. Scabio, 2025, p. 175
  23. 1 2 Lab.ISTREVI - XXII Brigata Nera "Antonio Faggion", su istrevi.it, ISTREVI. URL consultato il 5 giugno 2026.
  24. Scabio, 2025, p. 127
  25. 1 2 Pierluigi Dossi, Episodio di Marostica 14-1-1944 (PDF), su straginazifasciste.it, Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. URL consultato il 2 giugno 2026.
  26. Giancarlo Zorzanello, Malga Silvagno, l'eliminazione della componente comunista del Gruppo di Fontanelle di Conco (PDF), su istrevi.it, ISTREVI, 1º febbraio 2014. URL consultato il 2 giugno 2026.
  27. 1 2 3 Brunetta, 1991, pp. 163-164
  28. 1 2 3 Brunetta, 1991, pp. 164-168
  29. 1 2 3 4 5 Ettore Gallo, Malga Zonta 15 agosto 1984 (PDF), su istrevi.it, ISTREVI, 15 agosto 1984. URL consultato il 2 giugno 2026.
  30. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 1ª Divisione Garibaldi Ateo Garemi, su siusa-archivi.cultura.gov.it, SIUSA - Sistema informativo unificato per le soprintendenze archivistiche. URL consultato il 2 giugno 2026.
  31. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Nello Boscagli "Alberto". La Resistenza come scelta di vita (PDF), in Il Patriota, n. 1, settembre 2022, pp. 40-41.
  32. 1 2 Brigata Stella, su internamentoveneto.it, Centro Studi Internamento Deportazione. URL consultato il 2 giugno 2026.
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  43. Meneghello, 1976, p. 218
  44. 1 2 3 4 Brunetta, 1991, pp. 168-171
  45. Cisotto, 2003, pp. 551-552
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  • Benito Gramola e studenti della V classe del Liceo scientifico di Thiene (a cura di), Per capire la Resistenza nell'Alto Vicentino, Thiene, 1985.
  • Benito Gramola (a cura di), Le donne e la Resistenza. Interviste a staffette e a partigiane vicentine, Vicenza, La Serenissima, 1994.
  • Benito Gramola e Annita Maistrello, La divisione partigiana Vicenza e il suo battaglione guastatori, Vicenza, La Serenissima, 1995.
  • Benito Gramola, La formazione del Partito d'Azione vicentino. La Brigata Rosselli, Novale di Valdagno, Gino Rossato, 1997, ISBN 9788881300587.
  • Benito Gramola, Sulla giacca ci scrissero IMI. Testimonianze e ricerche sugli ex internati vicentini, Vicenza, Associazione Nazionale Ex Internati, 2003.
  • Benito Gramola, Monte Grappa tu sei la mia Patria. La Resistenza nel Bassanese nel periodo dall'8 settembre 1943 fino alla costituzione della Brigata "Martiri del Grappa" e sua storia, Vicenza, Associazione Volontari della Libertà, 2003.
  • Benito Gramola, San Pietro in Gù, una piccola capitale della Resistenza. Testimonianze e memorie sulla storia resistenziale dal 1918 al 1948, San Pietro in Gu, Comune di San Pietro in Gu, 2004.
  • Benito Gramola, La 25ª brigata nera "A. Capanni" e il suo comandante Giulio Bedeschi. Storia di una ricerca, Sommacampagna, Cierre-Istrevi, 2005, ISBN 8883143310.
  • Benito Gramola, Cattolici nella Resistenza. Fraccon e Farina, 2ª ed., Vicenza, La Serenissima, 2005.
  • Sarah Morgan, Rappresaglie dopo la Resistenza. L'eccidio di Schio fra guerra civile e guerra fredda, Milano, Bruno Mondadori, 2002, ISBN 9788842495581.
  • Paolo Savegnago, L'ombra della Todt sulla provincia di Vicenza. Novembre 1943-aprile 1945. Appunti e primi risultati della ricerca, Sommacampagna, Cierre, 2008, ISBN 9788883144288.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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