Residuo fiscale

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Il residuo fiscale è la differenza tra tutte le entrate (fiscali e di altra natura come alienazione di beni patrimoniali pubblici e riscossione di crediti) che le Pubbliche Amministrazioni (sia statali che locali) prelevano da un determinato territorio e le risorse che in quel territorio vengono spese.

Nel caso delle regioni il residuo fiscale è calcolato come differenza tra le tasse pagate (al netto di entrate regionali anche non fiscali a seconda di come viene calcolato) e la spesa pubblica complessiva ricevuta, ad esempio sotto forma di trasferimenti o in generali di servizi pubblici.[1][2]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il termine residuo fiscale viene introdotto dal premio Nobel James M. Buchanan, nel suo saggio Federalism and fiscal equity (American Economic Review, vol. 40, n. 4, 1950, pp. 583-599). Buchanan, al fine di trovare una giustificazione di tipo etico ai trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti, individuò nel residuo fiscale (inteso come il saldo tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che riceve sotto forma di spesa pubblica) il parametro in base al quale valutare l’adeguatezza dell’attività redistributiva complessiva dell’operatore pubblico. Egli sosteneva che, in base al principio di equità orizzontale (trattare in modo uguale gli uguali), l’attività pubblica (considerando tutti i livelli di governo) avrebbe dovuto garantire l’uguaglianza dei residui fiscali per individui uguali (sotto il profilo del reddito). Ne consegue che "un individuo dovrebbe avere la garanzia che dovunque egli desideri risiedere nella nazione, il trattamento fiscale complessivo che egli riceverà sarà approssimativamente lo stesso" (p. 589). Sulla base di questo principio, residui fiscali di un territorio che derivano semplicemente dal fatto che in quel territorio sono concentrati cittadini con redditi relativamente più elevati (come, in buona parte, è il caso delle regioni italiane) sono eticamente giustificati. Ciò che conta è che cittadini con lo stesso reddito ma residenti in regioni diverse siano trattati nello stesso modo.

Studi sul residuo fiscale[modifica | modifica wikitesto]

Il sacco del Nord[modifica | modifica wikitesto]

Nel contesto italiano, il residuo fiscale è balzato agli onori delle cronache in seguito alla pubblicazione del saggio di Luca Ricolfi "Il sacco del Nord", nel 2010. In esso si metteva in evidenza come l'intervallo del residuo fiscale per le Regioni del Nord Italia variasse tra i 50 e gli 80 miliardi di Euro all'anno, mentre quello per le Regioni meridionali fosse negativo per una cifra tra i 41 e i 79 circa. Era inoltre mostrato come i livelli dei consumi procapite non corrispondessero ai livelli di PIL pro capite di ogni singola Regione (quindi, i territori che beneficiavano del residuo fiscale avevano un rilevabile aumento dei consumi in modo più che proporzionale al proprio prodotto interno lordo.[3]

Eupolis - 2014[modifica | modifica wikitesto]

Uno studio, presentato il 5 novembre del 2014, dall'Istituto Eupolis (Istituto superiore per la ricerca, la statistica e la formazione di Regione Lombardia) quantificava in oltre 47 miliardi di Euro il residuo fiscale lombardo, per l'anno 2013, e in oltre 70 miliardi la somma del residuo fiscale per le Regioni del Nord Italia.[4]

CGIA di Mestre - 2015[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2015 la CGIA di Mestre ha quantificato di oltre 100 miliardi di euro il residuo fiscale delle regioni del Nord Italia, di cui 53,9 per la sola Lombardia, 18,2 il Veneto, 17,8 per l'Emilia Romagna e 10,5 per il Piemonte. Anche la Toscana, sempre secondo lo studio della CGIA di Mestre, presenta un consistente residuo fiscale pari a 8,3 miliardi di euro.[5][2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]