Referendum abrogativo del 1985 in Italia

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Referendum sul taglio della scala mobile
StatoItalia Italia
Data9 e 10 giugno 1985
Tipoabrogativo
Esito
  
45,68%
No
  
54,32%
Yes check.svg quorum raggiunto
(affluenza: 77,85%)

Il referendum abrogativo del 1985, meglio noto come referendum sul taglio della scala mobile, tenutosi il 9 e 10 giugno 1985 in Italia. Gli elettori furono chiamati a decidere se abrogare la norma che aveva comportato il taglio di 3 punti della scala mobile nel corso del 1984.

Il 14 febbraio 1984 il governo presieduto da Bettino Craxi varò un decreto per il contenimento dell'inflazione nell'anno 1984 che, tra l'altro, congelava 3 punti della scala mobile. Il provvedimento, in termini economici, rallentava il processo di adeguamento degli stipendi e dei salari dei lavoratori dipendenti all'aumento del costo della vita. Questo taglio era correlato all'introduzione di agevolazioni fiscali, blocco dell'aumento dell'equo canone, blocco delle tariffe pubbliche e varo di norme di maggior severità contro chi evadeva le tasse[1].

Quadro sociale[modifica | modifica wikitesto]

Prima di varare il decreto, Craxi aveva avuto l'assenso alle proposte di contenimento dell'inflazione avanzate dal suo governo da parte delle associazioni di categoria degli imprenditori e della CISL e della UIL, mentre la CGIL, su pressione della componente comunista maggioritaria, decise di ritirarsi dalle trattative proprio alla vigilia della sua definizione. Il 24 marzo arrivarono a Roma una trentina di treni speciali, con centinaia di migliaia di manifestanti mobilitati dal PCI. Successivamente Democrazia Proletaria iniziò a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, che si tenne il 9 e il 10 giugno 1985[1].

Durante la campagna referendaria il pentapartito – con l'appoggio di CISL e UIL, ma anche della componente socialista della CGIL e degli ambienti industriali – fronteggiò il PCI, Democrazia Proletaria, il MSI, il Partito Sardo d'Azione e la componente comunista della CGIL[1].

Posizioni dei partiti[modifica | modifica wikitesto]

[modifica | modifica wikitesto]

No[modifica | modifica wikitesto]

Indennità di contingenza[modifica | modifica wikitesto]

Quesito: «Volete voi l'abrogazione dell'articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 163 del 14 giugno 1984), che ha convertito in legge il decreto-legge 17 aprile 1984, n. 70 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 107 del 17 aprile 1984), concernente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza, limitatamente al primo comma, nella parte che ha convertito in legge senza modificazioni l'art. 3 del decreto-legge suddetto, articolo che reca il seguente testo: "Per il semestre febbraio-luglio 1984, i punti di variazione della misura della indennità di contingenza e di indennità analoghe, per i lavoratori privati, e della indennità integrativa speciale di cui all'art. 3 del decreto-legge 29 gennaio 1983, n. 17, convertito, con modificazioni, nella legge 25 marzo 1983, n. 79, per i dipendenti pubblici, restano determinati in due dal 1º febbraio e non possono essere determinati in più di due dal 1º maggio 1984"; nonché al penultimo comma, limitatamente a quelli di cui all'art. 3 di quest'ultimo decreto-legge, che reca il seguente testo: "Restano validi gli atti ed i provvedimenti adottati e sono salvi gli effetti prodotti ed i rapporti giuridici sorti sulla base del decreto-legge 15 febbraio 1984, n. 10" (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 47 del 16 febbraio 1984)?».

Le ragioni della lotta di classe e della difesa dell'interesse economico dei lavoratori lasciavano prevedere che la maggioranza degli italiani si sarebbe schierata per il «sì», il che, secondo calcoli di Confindustria, avrebbe determinato un aggravio di spesa di 7.500 miliardi l'anno, e un aumento dell'1,2% del costo del lavoro.

Gli elettori, che in quel momento credevano in Craxi, nel suo Governo, e nella sua volontà di rimettere a posto le finanze dello Stato, scelsero invece di mantenere il provvedimento e il 54,32% votò «no». Il successo del «no» fu in gran parte dovuto all'impegno diretto nella campagna elettorale referendaria del Presidente del Consiglio Bettino Craxi, che attribuì al «sì» effetti traumatici sulla vita del Paese e dell'esecutivo[2], e al dinamismo del segretario della CISL Pierre Carniti[1].

La decisione ostinata di intraprendere la via del referendum abrogativo sulla scala mobile è visto da alcuni storici come un grave errore politico del suo segretario dell'epoca Enrico Berlinguer, e come segnale evidente della crisi del PCI, costretto all'isolamento dopo la rottura con i socialisti di Craxi, che riteneva i comunisti massimalisti ed ancora legati alle vecchie concezioni marxiste-leniniste[3].

Affluenza e risultati[modifica | modifica wikitesto]

Risultati[4]
Risposta Voti Percentuale
Si 15.460.855 45,68%
X mark.svg No 18.384.788 54,32%
Voti validi 33.845.643 96,81%
Schede bianche o nulle 1.113.761 3,19%
Voti totali 34.959.404 100%
Affluenza alle urne 77,85% (quorum raggiunto)
Totale elettori 44.904.290
Si 
15.460.855
(45,68%)
X mark.svg No
18.384.788
(54,32%)

50%

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  2. ^ Giuliano Parodi, L'Italia diffidente, Mondoperaio, n. 1/2017, p. 12. «Si sarebbe dimesso Craxi in caso di sconfitta? Risposta naturalmente impossibile: certamente la sconfitta di un certo modo di interpretare la lotta a sinistra rappresentò il momento migliore della presenza socialista al governo del paese, e forse un precedente importante rispetto alle politiche di là da venire del New Labour britannico e della socialdemocrazia tedesca alla Schroeder».
  3. ^ Simona Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Roma-Bari, Laterza, 2011.
  4. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Referendum del 9 giugno 1985, in Ministero dell'interno. URL consultato il 9 gennaio 2017.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]