Referendum abrogativi del 1978 in Italia

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I referendum abrogativi del 1978 si svolsero in Italia nei giorni 11 e 12 giugno 1978: gli italiani furono chiamati a decidere se abrogare o meno la legge del 22 maggio 1975, n. 152 – «Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico» (legge Reale) – e se abolire il finanziamento pubblico ai partiti.

Il referendum Radicale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Referendum.
« Dall'antagonista radicale di oggi deve venire un contributo essenziale, se avranno successo le ulteriori lotte dei prossimi mesi per l'affermazione delle libertà e dei diritti civili, determinanti per la nascita del protagonista socialista di domani. »
(Mozione del XVII Congresso, Napoli, novembre 1976.)

Nel 1976 con l'ingresso di quattro radicali in Parlamento (Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini) e lo spostamento formale del PCI nell'area di governo, fallito il tentativo di creare uno schieramento unitario delle sinistre in opposizione alla DC, la strategia referendaria rispondeva alle esigenze della nuova collocazione del partito all'estrema opposizione dello schieramento politico del momento.

Il pacchetto referendario deciso dal XVII Congresso[1] del Partito Radicale, acquisiva il carattere di vero e proprio programma politico alternativo della sinistra libertaria di cui i radicali si consideravano oramai gli unici interpreti. Il ricorso ancora al referendum popolare abrogativo, apparve l'unico strumento utilizzabile dal partito per imporre all'agenda politica i temi dell'abrogazione del Concordato, della legge Reale, delle norme del Codice Rocco che ancora contemplavano i reati sindacali e di opinione, della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, del codice penale militare (2 quesiti), e dell'abrogazione della legge sui manicomi.

Sostegno alla campagna referendaria radicale non arrivava dal PCI che negli anni del compromesso storico portava avanti una politica (in quelle fasi molto più della Democrazia Cristiana) volta ad eliminare ogni elemento che poteva configurarsi come destabilizzatore degli equilibri politici.

A cento giorni dalla sentenza di ammissibilità della Corte costituzionale sugli otto referendum, il gruppo parlamentare radicale organizzò un convegno giuridico al Palazzo dei Congressi di Firenze l'8 e il 9 ottobre 1977, con importanti giuristi italiani (Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Paolo Barile, Gianfranco Pasquino e altri) di ogni tendenza politica. Il dibattito si muoveva dal presentimento del Partito Radicale che l'istituto del referendum, sottoposto a progetti di legge comunisti, socialdemocratici, democristiani, subisse revisioni più o meno decise o che comunque quel clima politico influenzasse le imminenti scelte della Corte costituzionale. Inoltre venne discusso il disegno di legge governativo in tema di ordine pubblico. Questi due temi venivano affrontati in relazione ai principi stabiliti dalla Carta Costituzionale[2].

A gennaio la giurisprudenza della Corte costituzionale dichiarò inammissibili quattro quesiti su otto.

In vista ormai dei referendum radicali, il Parlamento accelerò i tempi per superare la legge manicomiale del 1904 ancora in vigore, approvando la legge n. 180 (legge Basaglia) che disponeva la chiusura dei manicomi. Tuttavia in questo testo non era prevista alcuna forma alternativa di cura e assistenza per i malati psichici, così come proponevano i radicali, e per questo Marco Pannella fu l'unico deputato a votare contro in Commissione.

Le Camere intervennero anche sul quesito riguardante la Commissione Inquirente. Anche in questo caso, il Parlamento non prendeva le modifiche sottoscritte dagli 800.000 cittadini firmatari del quesito, che chiedevano di affidare il giudizio preventivo e l'ammissibilità di prove e testimoni sui reati compiuti dai ministri ad un organo veramente imparziale e non ad una Commissione formata da parlamentari.

Questi due interventi parlamentari riuscirono a sottrarre i quesiti dalla consultazione referendaria.

Marco Pannella, Emma Bonino e altri due esponenti radicali si presentarono in televisione imbavagliati, restando in silenzio totale per 20 minuti, per protestare contro le censure della televisione pubblica sugli imminenti referendum.

I referendum superstiti[modifica | modifica wikitesto]

L'11 giugno 1978 si è votato per i due quesiti «superstiti», quello sull'abrogazione della legge Reale e quello del finanziamento pubblico dei partiti.

Seppur i risultati non hanno determinato l'abrogazione delle due leggi, nota il professore di Scienza politica Gianfranco Pasquino che: «Effettuando i calcoli sulla base dei risultati elettorali del 20 giugno 1976 e tenendo conto della scissione provocata nei ranghi del MSI, si può affermare che, sulla carta, lo schieramento a favore dell'abrogazione della legge Reale potesse contare sul 14,5% dell'elettorato al massimo (radicali 1,1; demoproletari 1,5; missini 4,5; tre quarti dei socialisti 7,5). A sua volta, lo schieramento abrogazionista della legge sul finanziamento pubblico dei partiti si presentava ancora più ridotto, potendo contare al massimo su circa il 4% dei voti (radicali, demoproletari e liberali). [...] Rispetto a questi punti di partenza, è evidentissimo che i risultati complessivi rivelano che vi sono state massicce defezioni dai partiti del no allo schieramento del sì»[3].

Quadro sociale[modifica | modifica wikitesto]

La campagna referendaria cominciò in un periodo particolare dell'Italia repubblicana: il 9 maggio 1978 fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, rapito due mesi prima dalle Brigate Rosse, e cinque giorni dopo si svolsero le elezioni amministrative che premiarono la DC e punirono il PCI, che perse circa l'8% dei voti rispetto alle elezioni nazionali dei due anni prima. Proprio i comunisti, sulla legge Reale, erano colti in contraddizione: tre anni prima, al momento dell'approvazione, avevano votato contro, salvo poi cambiare idea e dichiararsi favorevoli al suo mantenimento, insieme a DC, PSI, PRI e PSDI[4].

Quanto al secondo quesito, quello sul finanziamento pubblico dei partiti, i radicali ne chiesero la cancellazione, insieme ai socialisti e a Democrazia Proletaria.

Posizioni dei partiti[modifica | modifica wikitesto]

Affluenza e risultati[modifica | modifica wikitesto]

Ordine pubblico[modifica | modifica wikitesto]

Referendum sull'abrogazione della legge Reale: norme restrittive in tema di ordine pubblico. Promosso dal Partito Radicale.

Quesito: «Volete voi che sia abrogata la legge 22 maggio 1975, n. 152, recante "Disposizioni a tutela dell'ordine pubblico", come modificata, nell'art. 5, dall'art. 2 della legge 8 agosto 1977, n. 533, "Disposizioni in materia di ordine pubblico"?».

Risultati[5]
Risposta Voti Percentuale
Si 7.400.619 23,54%
X mark.svg No 24.038.806 76,46%
Voti validi 31.439.425 93,88%
Schede bianche o nulle 2.050.263 6,12%
Voti totali 33.489.688 100%
Affluenza alle urne 81,19% (quorum raggiunto)
Totale elettori 41.248.657
Si 
7.400.619
(23,54%)
X mark.svg No
24.038.806
(76,46%)

50%

Finanziamento pubblico dei partiti[modifica | modifica wikitesto]

Referendum sull'eliminazione del finanziamento dei partiti da parte dello Stato (primo tentativo). Promosso dal Partito Radicale.

Quesito: «Volete voi che sia abrogata la legge 2 maggio 1974, n. 195, "Contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici", come modificata, nell'art. 3, terzo comma, lettera b, dall'articolo unico della legge 16 gennaio 1978, n. 11, "Modifiche alla legge 2 maggio 1974, n. 195, concernente norme sul contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici"?».

Risultati[5]
Risposta Voti Percentuale
Si 13.691.900 43,59%
X mark.svg No 17.718.478 56,41%
Voti validi 31.410.378 93,80%
Schede bianche o nulle 2.078.312 6,20%
Voti totali 33.488.690 100%
Affluenza alle urne 81,19% (quorum raggiunto)
Totale elettori 41.248.657
Si 
13.691.900
(43,59%)
X mark.svg No
17.718.478
(56,41%)

50%

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mozione generale approvata dal XVII Congresso del Pr, Napoli, 31 ottobre, 1, 2, 3 e 4 novembre 1976.
  2. ^ Convegno Referendum ordine pubblico Costituzione, Firenze, 8 e 9 ottobre 1977.
  3. ^ Gianfranco Pasquino, Con i partiti, oltre i partiti, il Mulino n. 4 del 1978.
  4. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  5. ^ a b Archivio Storico delle Elezioni – Referendum dell'11 giugno 1978, in Ministero dell'Interno. URL consultato il 10 aprile 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]