Radiomarelli

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RadioMarelli
StatoItalia Italia
Fondazione1929 a Milano
Fondata daGiovanni Agnelli e Bruno Quintavalle
Chiusura1976


La Radiomarelli è stata un'azienda italiana di elettronica di consumo. È oggi un marchio[1]. il suo logo originario era costituito dalla scritta Radiomarelli in caratteri stampatelli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Radio Marelli di fine anni '30

Fu fondata il 19 novembre 1929 su decisione di Giovanni Agnelli e di Bruno Quintavalle presidente della Ercole Marelli, al fine di produrre e commercializzare apparecchi radiofonici in Italia. In origine era una divisione della Magneti Marelli specializzata in tale produzione[2]. La sede legale era a Milano in corso Venezia 51.

I primi modelli di radio di questa marca vennero prodotti con brevetti americani: molti di essi assomigliano a radio americane di marca American Bosch; gli stessi logo e slogan commerciale - Il meglio in radio - sembrano derivare da quest'ultima. Successivamente avviò anche una progettazione autonoma di apparecchi radio e televisori.

Nel 1936 effettuò ricerche sperimentali nella televisione elettronica.

Nel 1939 Radiomarelli e Magneti Marelli presentarono i primi apparecchi televisivi elettronici al mondo, infatti prima esisteva soltanto la televisione meccanica dell'inglese Baird.[senza fonte] Come molte altre industrie elettrotecniche italiane, la Radiomarelli conobbe un lungo sviluppo; la vendita - che venne fatta utilizzando anche diversi marchi commerciali - riguardò diversi prodotti e modelli, e una rete di servizio capillare in Italia costituita dalle cosiddette STARM (Sedi Servizio Tecnico Assistenza).

Gli anni cinquanta e sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni cinquanta e sessanta i cataloghi si ampliano con la presenza di prodotti sempre aggiornati. Seppure non fosse il suo core business, dalla metà degli anni cinquata, l'azienda sviluppò alcuni prodotti di design, in collaborazione con professionisti del settore. Un caso è il televosore portatile a 17 pollici Movision rv126[3], disegnato da Pierluigi Spadolini.

All'apice del successo, negli anni sessanta, il catalogo comprendeva, oltre agli apparecchi radiofonici, sviluppati secondo il sistema Supereterodina, anche televisori, nonché elettrodomestici (frigoriferi, lucidatrici, aspirapolvere, lavatrici e condizionatori)[4].

Gli anni settanta e la chiusura[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta, però, ebbe inizio l'invasione del mercato europeo da parte degli asiatici: i loro prodotti finiti (fra cui mangiadischi, televisori e radio), nonostante i dazi, arrivarono al consumatore finale a basso costo. Si trattava di tecnologie inizialmente parassitarie (nel senso che imitavano quelle occidentali), quindi sgravate anche dai costi di ricerca, anche se in poco tempo - grazie ai bilanci positivi - anche la ricerca straniera sopravanzò quella nazionale. Le aziende italiane di prodotti finiti, in una visione strategica errata, a loro volta avevano già iniziato a rifornirsi - per quanto riguarda la componentistica - presso gli asiatici, portando al fallimento i loro fornitori italiani. In questo modo, le stesse imprese italiane del settore (anche quelle che fino a quel momento avevano fabbricato tutti i pezzi in Italia), nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di componenti a basso costo, si trovarono costrette ad utilizzare parti acquistate in Asia, arrivando a dei costi complessivi superiori a quelli dei prodotti completamente d'importazione. I prezzi al consumo divennero non più competitivi con quelli d'oltreoceano (statunitensi e giapponesi), e le aziende italiane si trovarono - a catena - in una crisi irreversibile. Il tutto mentre, a causa delle minori entrate, enormi tagli venivano fatti alla sperimentazione, ed i prodotti erano sempre più obsoleti.[5].

In una simile spirale critica, alcune aziende si salvarono temporaneamente delocalizzando sempre più la produzione, o mantenendosi produttori di alto costo ma di nicchia; altre - ed è il caso della Radiomarelli - non riuscirono a modificare il proprio catalogo di prodotti di fascia media. Nel 1972, di fronte ad un invenduto eccessivo, fu arrestata la vendita di radio e televisori, proseguendo la sola distribuzione e vendita dei prodotti in magazzino[6].

La Radiomarelli venne ceduta dalla Magneti Marelli nel 1975 alla Seimart elettronica (Società Esercizio Industriale Manifatturiere Radio e Tv)[7]. Questa, in realtà, era una società costituita nel 1971 da una finanziaria piemontese con soci Cassa di Risparmio di Torino, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Banca Popolare di Novara, la Finanziaria Regionale Piemontese, FIAT, FINDI (Pianelli e Traversi), per rilevare l'attività della fallita INFIN-Magnadyne di Torino. Dietro la SEIMART, che rilevava via via imprese italiane "decotte" si trovava la GEPI (Società di Gestione Partecipazioni Industriali) fondata nel marzo del 1971 dall'IRI.

La Seimart, supportata da ampi contributi pubblici, si doveva già preoccupare di tentare una mediazione fra la prosecuzione dell'attività produttiva delle altre imprese d'elettronica affidatele (tra le quali la INFIN-Magnadyne di Torino, la LESA, la Gallo Condor di Concorezzo ed altre) e che, in quel periodo, fallivano a ruota, ed il ricollocamento del personale dipendente di queste.[8] Nel 1976 la Radiomarelli - intesa come azienda -cessò ogni attività produttiva.

Il marchio Radiomarelli[modifica | modifica wikitesto]

La GEPI - una volta sacrificate una serie di aziende e poli produttivi (fra le quali Radiomarelli) - mantenne solo i capannoni di Sant'Antonino di Susa già della Magnadyne. A tal scopo fu fondata la ELCIT - Elettronica Civile S.r.l., dove ex dipendenti Magnadyne e Radiomarelli assemblavano solamente televisori marchiati con il nome Elcit associato a quello originario. Se non mancarono prodotti e soluzioni interessanti (fra le quali il sistema "black matrix" ed il "controllo automatico della frequenza" nei propri televisori a colori, presentati nel 1977),[9] la produzione degli anni ottanta era troppo modesta e troppo polverizzata per poter competere con le altre aziende del settore. Dopo una serie di riduzioni di personale e di ricorsi a integrazioni salariali, la Elcit - nel 1990 - occupava solo 360 dipendenti, con una produzione di apparecchi televisivi declinati nei marchi Magnadyne e Radio Marelli per un totale annuo di soli 80.000 televisori[10].

Nel 1991 la Elcit - ridotta a 116 unità - fu rilevata dalla Sandretto, con un tentativo di diversificare la produzione. A quel punto il marchio Radiomarelli cessò di essere utilizzato; la stessa Elcit, assieme al marchio Magandyne, avrebbe chiuso nel 1998 e lo stabilimento demolito nel 2001[11].

Nel corso degli anni successivi, il marchio Radiomarelli è stato riutilizzato in svariate occasioni, e con diverse denominazioni (Radiomarelli Multimedia, etc.) da imprenditori italiani e stranieri, a partire dagli anni 90, per il rebadging di prodotti d'importazione (oltre a televisori anche cellulari e prodotti multimediali) o per operazioni di diverso genere. Alcuni imprenditori hanno fondato nuove aziende utilizzando lo stesso nome. Fra i tanti usi, una società svizzera acquisì il marchio[12] - ridenominandosi Radiomarelli SA - fallendo però nel 2014[13]. È stata registrata a Roma - presso un indirizzo residenziale[14] - la Radiomarelli S.r.l. che dovrebbe trattare apparecchi d'elettronica ed il cui sito web non risulta però operativo.[15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ministero dello sviluppo economico, su cultura.mise.gov.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  2. ^ (EN) Homepage | Magneti Marelli, su www.magnetimarelli.com. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  3. ^ MOVISION: by Pierluigi Spadolini for Radiomarelli | Mu.De.To. - Museo del Design Toscano, Museo Design Toscana, su www.mudeto.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  4. ^ Catalogo Radiomarelli del 1965
  5. ^ LESA: dove dalle idee nascevano i giradischi Archiviato il 11 maggio 2013 in Internet Archive.
  6. ^ Admin, GIRADISCHI RADIOMARELLI - Radio Museo!, su www.radiomuseo.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  7. ^ Archivio Storico Magneti Marelli: cento anni di attività, su Portale per il Turismo del Comune di Milano. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  8. ^ La GEPI e l'industria radio
  9. ^ Il Mondo, vol. 29, nº 2, 1977.
  10. ^ CSI-Piemonte, RESOCONTI CONSILIARI, su www.cr.piemonte.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  11. ^ Tornano le televisioni Magnadyne ma arrivano dalla Cina e dall'Europa dell'est - La Valsusa - settimanale della Val di Susa e Val Sangone, in La Valsusa - settimanale della Val di Susa e Val Sangone, 17 marzo 2017. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  12. ^ Rispunta la Radiomarelli: da Lugano a Termini Imerese Il marchio ora svizzero punta all'ex impianto Fiat, in ilGiornale.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  13. ^ MediaTI, È fallita la Radiomarelli - Ticinonews, su www.ticinonews.ch. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  14. ^ (EN) Apply for a Trademark. Search a Trademark, su trademarkia.com. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  15. ^ www.radiomarelli.com, su www.radiomarelli.com. URL consultato il 28 febbraio 2018.

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