Quinta crociata

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La Quinta crociata fu indetta da Papa Onorio III e coinvolse eserciti franchi, ungheresi, ciprioti ed austriaci in una campagna militare che ebbe luogo in Palestina ed Egitto fra il 1217 ed il 1220. Sebbene lo scopo della crociata fosse di prendere la città di Gerusalemme, il conflitto si spostò in Egitto per occupare un porto importante da scambiare con territori in Terrasanta. La crociata si risolse con la presa di Damietta, ma dissidi all'interno del campo crociato e l'intransigenza del legato papale Pelagio portarono la spedizione all'insuccesso.

Preparazione della crociata[modifica | modifica wikitesto]

Durante il papato di Innocenzo III, il Concilio Lateranense IV aveva deciso l'indizione di una nuova crociata. Federico II, in occasione della sua incoronazione a Rex romanorum, nel 1215, giurò solennemente di prendervi parte, ma poi rimandò più volte, il che provocò tensioni con il papa. Papa Onorio III stabilì infine che la crociata dovesse aver inizio il 1º giugno 1217.

Robert Curson iniziò a predicare la crociata in Francia, ma con scarso successo; al contrario Oliviero da Paderborn destò l'entusiasmo popolare nelle regioni al di là del Reno, che fino a quel momento avevano fornito pochi soldati, in primo luogo l'Austria e l'Ungheria, i cui sovrani Andrea II d'Ungheria e il duca Leopoldo VI d'Asburgo furono riconosciuti capi della crociata. Gli eserciti ungherese ed austriaco proprio il 1º giugno 1217 salparono per Acri. I crociati, in gran parte, vennero trasportati via mare dai veneziani.

Svolgimento della crociata[modifica | modifica wikitesto]

 Giovanni di Brienne
Giovanni di Brienne (Picot, XIX sec.)

Campagna in Palestina[modifica | modifica wikitesto]

I primi crociati giunti in Terrasanta si riunirono ad Acri, dove le truppe di Andrea II, Leopoldo VI si uniscono con quelle di Ugo I di Cipro e di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme. Nell'ottobre 1217, viene presa la decisione di attaccare la fortezza di Monte-Thabor, da poco fatta edificare dal sultano Al-Adil nell'entroterra. I crociati iniziarono ad attaccare i musulmani, ma senza ottenere alcun risultato positivo, perché il nemico rimase asserragliato nelle sue fortezze, evitando scontri diretti[1].

Un distaccamento ungherese, senza il consenso di re Andrea II, ripartì il 29 novembre per stringere d'assedio Monte-Thabor, ma l'assenza di risultati dopo diversi assalti li portò a levare l'assedio e tornare ad Acri il 7 dicembre. Un ulteriore gruppo di ungheresi parte allora verso Marj Ayun, tentando di prendere Beaufort, ma vengono spazzati via dalle truppe avversarie: del distaccamento di 500 crociati, solamente tre riusciranno a riparare a Sidone. Molti crociati decisero allora di tornare in patria, seguendo l'esempio del re d'Ungheria, stancato dagli insuccessi[1]; quelli rimasti decisero di attendere rinforzi per attaccare in seguito e nel frattempo fortificarono la città di Cesarea ed iniziarono la costruzione della fortezza di Castelpellegrino. Dopo l'arrivo di nuove milizie provenienti da tutto l'Occidente, Giovanni di Brienne convinse i crociati che sconfiggendo il sultanato degli Ayyubidi in Egitto si sarebbe aperta la strada per la riconquista di Gerusalemme. La strategia era di occupare un importante porto in Egitto, per poi negoziare l'entrata in Gerusalemme[2].

Campagna in Egitto[modifica | modifica wikitesto]

I crociati, infatti, avevano stretto un'alleanza con il sultano dei Selgiuchidi, che all'epoca dominavano l'Anatolia: mentre i crociati si sarebbero diretti a sud, in Egitto, i Selgiuchidi avrebbero mosso le loro truppe verso la Siria, attaccando su due fronti il sultanato degli Ayyubidi. Il 29 maggio 1218 la flotta crociata raggiunse la città di Damietta, porto egiziano sul Mediterraneo, e la cinse d'assedio. Al-Adil I, sultano ayyubide d'Egitto, non si attendeva un attacco su questo fronte e ne fu preso alla sprovvista. Così, il 24 agosto, i crociati presero le torri esterne della città e ruppero le catene che bloccavano le navi, potendo quindi entrare sul Nilo e controllare l'entroterra della città, bloccandone i rifornimenti. Il sultano Al-Adil mosì qualche giorno dopo, il 31 agosto, e gli successe al-Malik al-Kāmil, che non riuscì però a contrastare l'attacco crociato.

Fin dall'inizio delle operazioni militari nacque il dissidio tra Giovanni di Brienne e Pelagio, il legato pontificio, aggregatosi da poco alla crociata. Quest'ultimo si volle dichiarare comandante supremo, appena arrivato a Damietta nel settembre 1218, ed inoltre si oppose all'annessione al regno di Gerusalemme delle terre egiziane eventualmente conquistate.

Il 9 ottobre, Al-Kāmil lanciò una potente offensiva contro il campo crociato, ma Giovanni di Brienne riuscì a valorosamente respingere l'attacco. Un secondo attacco venne poi respinto il 26 ottobre. Queste sconfitte danneggiarono il prestigio del sultano, tant'è che dovette lasciare il conflitto precipitosamente il 5 febbraio 1219 per contrare al Cairo un tentativo di colpo di stato da parte di Al-Fa’iz, uno dei suoi fratelli[3].

Fu durante lo stesso mese di febbraio che un distaccamento di cavalieri ciprioti venne a rafforzare l'esercito crociato, al quale poi si unì anche un contingente franco comandato da Ugo X di Lusignano e da Simone di Joinville.

Nel frattempo, Al-Kāmil riuscì ad eliminare Al-Fa’iz grazie all'aiuto di al-Mu'azzam, emiro di Damasco, per poi stabilirsi a Fariksur, di fronte all'accampamento crociato[3]. Per allontanare la minaccia crociata, Al-Kāmil propose di scambiare la città di Gerusalemme (ormai senza mura, fatte abbattere da al-Mu'azzam) e le terre di Ascalona, Tiberiade, Laodicea, Jable, contro la partenza dell'esercito franco dall'Egitto. Giovanni di Brienne, i crociati e i baroni siriani erano unanimemente favorevoli alla proposta di Al-Kāmil, ma il legato pontificio Pelagio, sostenuto dai Templari, rifiutò l'offerta. Dopo alcuni successi crociati nei mesi di luglio e agosto, Al-Kāmil propose un altro accordo sullo scambio di Gerusalemme, anch'esso rifiutato da Pelagio[4].

 La cattura di Damietta
La cattura di Damietta (Cornelis Claesz van Wieringen)

La guarnigione di Damietta, indebolita dalla dissenteria e da altre epidemie, opponeva una resistenza sempre più debole agli assalti crociati; grazie ai mangani degli Ospitalieri che martellarono le mura, il 5 novembre 1219 la città di Damietta fu conquistata dai crociati e Al-Kāmil riparò alla fortezza di Manṣūra[5]. Nell'anno successivo si provvide a rafforzare le difese di Damietta.

L'intervento di San Francesco[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1219 San Francesco d'Assisi si portò in Oriente, sorretto da una precisa concezione missionaria che si scontrava con la diversificata strategia crociata condotta nelle terre del Medio Oriente[6]. Dopo aver chiesto il permesso al legato pontificio di avventurarsi nei territori musulmani, che Pelagio gli concesse a malincuore solo dietro forti pressioni, si recò dal sultano al-Kāmil per dare testimonianza della fede cristiana. Ricevuto con grande cortesia dal Sultano, ebbero un lungo colloquio, al termine del quale Francesco dovette tornare nel campo crociato.

Pelagio fautore della disfatta dei crociati[modifica | modifica wikitesto]

Pelagio
Pelagio d'Albano

La vittoria portò gravi contrasti tra le file crociate per il controllo della città. Il 21 dicembre 1219, gli italiani tentarono di cacciare i franchi da Damietta. Il 6 gennaio 1220, questi si presero la loro rivincita e cacciarono a loro volta le truppe italiane. Una tregua venne accettata da ambo le parti il 2 febbraio 1220, ma i contendenti non si misero d'accordo su chi dovesse controllare la città. Gli italiani speravano di stabilirvi una colonia che aprisse loro lucrosi commerci, mentre i franchi speravano di scambiarla con Gerusalemme e con altri territori perduti nel 1187. Un quartiere di Damietta fu assegnato a Giovanni di Brienne, ma Pelagio -già in aperto contrasto con il re di Gerusalemme- minacciò di scomunicare i cristiani che vi si dovessero stabilire[7]. Capendo bene che non poteva lucrarne alcun vantaggio, Giovanni di Brienne abbandonò la partecipazione attiva alla Crociata, lasciandone la direzione completa a Pelagio[8].

Quest'ultimo impose allora una vera tirannia sui Crociati e su Damietta. Rapidamente, pone l'embargo sui navigli, poi proibisce ai Crociati che lasciano la città di portar via qualsiasi cosa, persino gli effetti personali, poi vieta loro ogni partenza senza la sua autorizzazione. Le navi sono lasciate nell'abbandono e gli Egiziani ayyubidi ne approfittano per far costruire e armare dieci galee. Spie informano Pelagio che trascura l'avvertimento ricevuto, lasciando ai musulmani il dominio del mare, consentendo loro di colare a picco numerose navi cristiane tra il delta del Nilo e Cipro.[9] Rifiutò ancora una nuova offerta di scambio di città, avanzata dal sultano egiziano, pretendendo il versamento di 300.000 scudi d'oro e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme[10], sperando anche nell'arrivo dell'esercito dell'Imperatore Federico II di Svevia[11].

Nel maggio del 1221, arrivò solo un magro contingente, condotto dal duca Ludovico I di Baviera e il Gran Maestro dell'Ordine Teutonico Hermann von Salza. Pelagio decise comunque di partire all'offensiva chiamando Giovanni di Brienne, il quale si trovò costretto a partecipare alla spedizione per evitare che gli sia attribuita la responsabilità dell'eventuale fallimento dell'impresa. L'esercito lasciò Damietta il 7 luglio e si presentò sotto Manṣūra il 24 luglio, dopo qualche scaramuccia con le avanguardie musulmane che arretrarono, attuando la tattica della terra bruciata. La piena del Nilo stava cominciando e i musulmani ne approfittarono per rompere argini e dighe, inondando la pianura e isolando gli impantanati crociati su una stretta striscia di terra. Pelagio, contando su una conquista rapida di Manṣūra, aveva trascurato di far portare sufficienti viveri e la ritirata ed i rifornimenti gli fu impedita dalle galee musulmane che controllavano il Nilo[10]. Il 27 agosto 1221, i crociati vennero sconfitti a Manṣūra da truppe fresche provenienti dalla Siria e dalla sagace strategia del sultano e dei suoi fratelli al-Ashraf di Harran e al-Mu'azzam di Damasco e del nipote Nasser di Humab figlio di Al-Mansur Mohammed, che erano arrivati in sostegno assieme a Bahram schah, principe di Baalbek e Schyrkouh, principe di Emesa[10]. Costretti dalla fame e dai crescenti problemi logistici, i crociati non poterono far altro che arrendersi e negoziare la loro libertà in cambio della cessione di Damietta[12]. La città fu sgomberata in settembre ed i crociati si ritirarono senza aver raggiunto alcun risultato.

Federico II, per via della sua mancata partecipazione, si vide addossare la responsabilità del fallimento dell'impresa. Con il trattato di San Germano, del 1225, si impegnò ad intraprendere una crociata, al più tardi entro il 1227, la cosiddetta sesta crociata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Grousset 1936, pp.230-231.
  2. ^ Grousset 1936, pp.236-238.
  3. ^ a b Grousset 1936, pp. 242-248.
  4. ^ Gousset 1936, pp.247-254.
  5. ^ Gousset 1936, pp.254-256.
  6. ^ A. Cacciotti e M. Melli (a cura di), I Francescani e la crociata, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2014, ISBN 978-88-7962-219-6.
  7. ^ Ernoul, Cronaca, XII secolo.
  8. ^ Gousset 1936, pp. 254-259.
  9. ^ Tredicimila uomini morti in tali naufragi, secondo la Cronaca di Ernoul, ma la cifra è ampiamente esagerata.
  10. ^ a b c (FR) Cronologia delle crociate del cavaliere e storico curdo Abul-Fida (1206-1227) su Histoire Islamique, 13 settembre 2014. URL consultato il 2015-08-24.
  11. ^ Gousset 1936, pp. 259-261.
  12. ^ Gousset 1936, pp. 261-267.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

La quinta Crociata

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