Quel che resta del giorno (film)

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Quel che resta del giorno
Quel che resta del giorno 1993.png
Anthony Hopkins ed Emma Thompson in una scena del film
Titolo originaleThe Remains of the Day
Paese di produzioneRegno Unito
Anno1993
Durata134 min
Generedrammatico
RegiaJames Ivory
Soggettodall'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro
SceneggiaturaRuth Prawer Jhabvala, Harold Pinter (non accreditato)
FotografiaTony Pierce-Roberts
MontaggioAndrew Marcus
Effetti specialiGarth Inns
MusicheRichard Robbins
ScenografiaLuciana Arrighi, Ian Whittaker
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Quel che resta del giorno (The Remains of the Day) è un film del 1993 diretto da James Ivory, tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro (1989).

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La storia viene raccontata dal protagonista nel 1956, il quale durante un viaggio, fa un bilancio dei momenti più significativi della propria vita.
Nella magione di Darlington Hall, negli anni 20-30, estremamente compìto e molto compenetrato nel proprio ruolo, il maggiordomo Mr. Stevens conduce la servitù della casa dello scapolo lord Darlington con impeccabile professionalità. Apparentemente privo di sentimenti personali, votato solo al servizio del proprio padrone, sacrifica al suo lavoro qualunque aspirazione personale. Sotto la sua direzione il ménage[1] di casa Darlington procede con la precisione di un orologio svizzero, con piena soddisfazione del lord, che stima e rispetta il suo collaboratore, tenendolo tuttavia alla debita distanza, cosa che non amareggia Stevens. Anche l'arrivo della nuova governante, miss Kenton, donna esperta e intelligente, non muta la situazione, salvo qualche piccola scintilla fra i due, data la somiglianza efficientista dei rispettivi caratteri.

Anche il decesso del padre di Stevens, ex maggiordomo in altra casa e ora aiutante del figlio in casa Darlington, non ne scuote l'aplomb:[2] il fatto avviene durante un importantissimo ricevimento politico, cui lord Darlington tiene molto, mentre Stevens dirige impeccabilmente tutta l'organizzazione dell'ospitalità (molti degli ospiti, eminenti personaggi inglesi e stranieri, risiedono per l'occasione nella splendida casa patrizia) mentre il padre sta morendo in solitudine, nella sua camera del sottotetto, nella zona riservata alla servitù. La governante avvisa il maggiordomo, di venire per l'estremo saluto ma Mr. Stevens si rifiuta adducendo il motivo che il servizio che sta svolgendo è più importante.

Un notevole aiuto nei vari frangenti del servizio, gli viene però dalla nuova governante. La quale, piano piano, si innamora di Stevens e cerca di farglielo capire con omaggi floreali e altre piccole attenzioni. Ma questi, tutt'altro che insensibile, non lascia però trasparire alcun interesse: nella sua concezione della vita di maggiordomo non c'è spazio per i sentimentalismi personali e inalbera una maschera imperturbabile. Stufatasi di tanta apparente freddezza, la governante se ne va, accettando la corte di un altro domestico, Mr. Benn che presta servizio presso un'altra casa, con il quale spera di mettere su un piccolo albergo in una cittadina di villeggiatura.

Mr. Stevens indossa sempre una maschera per non risolvere le sue crisi, nascondendo le passioni, l'amore e i dolori, sfoggiando sempre durante ogni occasione un'egoistica e studiata indifferenza.

Intanto grosse nubi si addensano sull'Europa: siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale e l'ingenuo lord Darlington, politicamente schierato all'estrema destra e permeato di sentimenti politici filogermanici, licenzia due cameriere in base a pregiudizio religioso, perché ebree.
Il lord cerca in tutti i modi di ricomporre la frattura fra la Gran Bretagna di Chamberlain e la Germania di Hitler. Le frequentazioni di ultraconservatori a casa del lord si moltiplicano e questi organizza in extremis persino un incontro fra il primo ministro inglese e l'ambasciatore tedesco a Londra, che si tiene nel massimo segreto in casa Darlington. Tutto, però, si rivelerà inutile. Interrogato sul giudizio che Mr. Stevens potrebbe dare su queste frequentazioni, da un giornalista ospite in casa, il maggiordomo risponde che lui nelle sue mansioni non c'è il dovere di ascoltare e dato che il proprio padrone è un uomo superiore, non solo per ceto e ricchezza ma anche per levatura morale, lui non ha bisogno di giudicarlo. Qui si rivela un tratto caratteristico del maggiordomo: davanti alle discutibili scelte di gestione della servitù e di vita sociale del padrone troviamo la mancanza di giudizio del servitore.

Dopo la guerra, lord Darlington viene bollato dalla stampa inglese come nazista e collaborazionista; una sua citazione per diffamazione contro l'ennesima accusa giornalistica viene respinta dal giudice, dando così ragione a quanto su di lui pubblicato dai giornali. Amareggiato dalle accuse infamanti rivoltegli e dall'ostracismo che gli viene riservato, lord Darlington muore in solitudine, privo di eredi. Darlington Hall rimane invenduta e andrebbe distrutta per rivendere i materiali di recupero ad un imprenditore edilizio, senonché la compra Jack Lewis, un ricco americano.

Dopo 20 anni, nel 1956 Mr. Stevens viene contattato da Mrs Kenton, che ha divorziato e che lo invita ad un incontro.
I due pranzano insieme e trascorrono qualche ora ricordando i bei tempi andati, entrambi assumnedo con un comportamento cordialmente formale che non indulge ad alcun sentimentalismo.
L'incontro sembrerebbe di buon auspicio quando, dopo aver riconosciuto l'errore di non avere seguito la via suggerita dal cuore, Mrs. Benn esprime il desiderio di ritornare a lavorare come governante. Si accende una speranza per Mr. Stevens ma quando Mrs. Benn soggiunge che non vuole tornare a Darlington Hall perché è troppo lontana e l'allontanerebbe dal proprio impegno di essere nonna.
Dopo di che si lasciano con un sincero e caloroso saluto (nei limiti consentiti al carattere impersonale di Stevens) e un pianto di disperazione della donna, senza che l'incontro sortisca alcun effetto per il futuro. Tutto ormai è passato, il servitore torna al padrone e in una soffitta come il padre, finirà la propria vanitosa vita.

Mr. Stevens torna a casa solo, apprestandosi a servire fedelmente e con la solita professionalità il nuovo padrone: il ricco statunitense Lewis, che era già stato ospite del precedente proprietario, lord Darlington, prima della guerra, in qualità di delegato degli Stati Uniti, e che ora ne ha acquistato la casa.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1999 il British Film Institute l'ha inserito al 64º posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ménage. Treccani. francesismo: dal latino mansionatĭcum ciò che concerne la magione.
  2. ^ aplomb. Treccani. francesismo: diritto come un filo a piombo.
  3. ^ (EN) The BFI 100, su bfi.org.uk. URL consultato il 18 giugno 2008 (archiviato dall'url originale il 23 giugno 2008).

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