Pterodaustro

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Pterodaustro
Stato di conservazione: Fossile
Periodo di fossilizzazione: Cretacico inferiore
Pterodaustro guinazui.jpg
Scheletro di Pterodaustro guinazui
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Sauropsida
Ordine Pterosauria
Famiglia † Ctenochasmatidae
Sottofamiglia † Ctenochasmatinae
Genere Pterodaustro
Specie P. guinazui
Nomenclatura binomiale
Pterodaustro guinazui
Bonaparte, 1969

Lo Pterodaustro è un genere di pterosauro pterodactyloide, vissuto nel Cretaceo inferiore circa 105 milioni di anni fa, nell'attuale Sud America.

Scoperta e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Fossile di P. guinazui, al Muséum national d'Histoire naturelle, Parigi

I primi fossili di questo animale, tra cui l'olotipo PLV 2571, composto da un singolo femore, furono scoperti e descritti verso la fine degli anni sessanta, da José Bonaparte nella Formazione Lagarcito, nella Provincia di San Luis, in Patagonia, Argentina, e risalente all'era dell'Albiano. Altri resti furono ritrovati in seguito anche in Cile, nella Formazione Santa Ana. In un sito argentino, di soli 50 m², ribattezzato "Loma del Pterodaustro ", sono stati ritrovati ben 750 esemplari di Pterodaustro, di cui 288 catalogati fino al 2008, rendendo lo Pterodaustro uno degli pterosauri più noti, di cui si conoscono anche le varie fasi di crescita ed i vari comportamenti.

Il genere fu descritto nel 1969 da José Bonaparte, nominandolo per la prima volta nel 1970 con il nome di Pterodaustro guinazui.[1] Il nome del genere deriva dal greco "ptero" che sta per "ala" e dal latino "auster" che sta per "sud". In etimologia il nome vuol dire appunto "Ala del Sud". Il nome specifico, invece, onora il paleontologo Román Guiñazú.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione del cranio

La caratteristica più evidente dello Pterodaustro era il suo bizzarro cranio allungato, che presentava una leggera curvatura all'insù e che poteva misurare fino a 29 centimetri di lunghezza. Solo porzione del cranio posta di fronte alle orbite comprende l'85% della lunghezza dell'intero cranio. Nella mascella inferiore questo animale ospitava circa un migliaio di setole elastiche disposte come i peli di una spazzola, che secondo i paleontologi servivano all'animale per filtrare le piccole creature acquatiche, come crostacei, plancton o alghe, di cui si nutriva.[2] Questi denti-setole non erano alloggiati in alveoli lungo la mascella come nei normali denti dei vertebrati, ma crescevano in lunghe scanalature parallele ai bordi della mandibola. Queste setole potevano raggiungere una lunghezza di circa tre centimetri, presentando una struttura ovale in sezione trasversale e una larghezza di soli 0,2-0,3 millimetri. In un primo momento i paleontologi pensavano che queste strutture non fossero dei veri e propri denti, ma successive ricerche hanno dimostrato che come tutti i denti dei vertebrati anche le setole dello Pterodaustro erano formate da smalto, dentina e polpa. Pur essendo costituite da materiale duro, probabilmente queste strutture erano molto flessibili, arrivando a piegarsi in una curva massima di 45°.[3] Anche la mascella superiore era dotata di denti ma questi erano invece molto più piccoli, con base conica piena e una corona a spatola. Questi denti erano tenuti insieme da speciali legamenti, costituiti da piastre ossee.Molto probabilmente la funzione di questi minuscoli denti palatali era quella di frantumare il cibo quando questo era stato filtrato dalle setole.

La parte posteriore del cranio era piuttosto allungata e bassa; si pensa che questa struttura potesse ospitare una piccola cresta paritale che stranamente non è ancora stata ritrovata.

Uno Pterodaustro adulto poteva sfoggiare un'apertura alare di circa 2,50 metri (8,20 ft).[4] Caratteristiche anatomiche insolite di questo animale, sono le gambe forti e i piedi larghi, prova del fatto che lo Pterodaustro trascorreva molto tempo a terra. Altra caratteristica insolita per uno pterodactyloide era la coda allungata, contenente fino 22 vertebre caudali, mentre in altri membri di questo gruppo le vertebre non sono più di sedici.

Paleobiologia[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione di Pterodaustri guinazui

Secondo i paleontologi, lo Pterodaustro frequentava le acque poco profonde come stagni, paludi o saline dove ,come i moderni fenicotteri, filtrava piccoli organismi marini con le sue lunghe setole, con un metodo chiamato "alimentazione a filtro".[5] Una volta catturato il cibo, probabilmente lo Pterodaustro lo schiacciava con i piccoli denti globulari della mascella superiore.

Il paleontologo Robert T. Bakker ipotizzò, erroneamente, che avendo un'alimentazione simile a quella dei moderni fenicotteri, anche lo Pterodaustro potesse essere di colore rosa.[6] Tale ipotesi si basava sul fatto che il colore rosa dei fenicotteri è dovuto alla loro alimentazione a base di piccoli organismi acquatici. Tuttavia, studi recenti, dimostrano che solo gli uccelli possono acquisire i carotenoidi presenti nel cibo, e cambiare la tonalità del piumaggio, piuttosto che nella pelle e nel becco,[7] inoltre è piuttosto improbabile che uno pterosauro potesse sfoggiare una pigmentazione rosa.[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bonaparte, J. F., Pterodaustro guinazui gen. et sp. nov. Pterosaurio de la Formacion Lagarcito, Provincia de San Luis, Argentina y su significado en la geologia regional (Pterodactylidae) in Acta Geologica Lilloana, vol. 10, 1970, pp. 209–225.
  2. ^ Peter Wellnhofer, The Illustrated Encyclopedia of Pterosaurs, New York, Barnes and Noble Books [1991], 1996, p. 132, ISBN 0-7607-0154-7.
  3. ^ John D. Currey, The design of mineralised hard tissues for their mechanical functions in Journal of Experimental Biology, vol. 202, nº 23, 1999, pp. 3285–3294, PMID 10562511.
  4. ^ Mark P. Witton (2013), Pterosaurs: Natural History, Evolution, Anatomy
  5. ^ Palmer, D. (a cura di), The Marshall Illustrated Encyclopedia of Dinosaurs and Prehistoric Animals, London, Marshall Editions, 1999, p. 104, ISBN 1-84028-152-9.
  6. ^ Jinny Johnson, Fantastic Facts About Dinosaurs, Parragon Book Service, 2000, ISBN 978-0-7525-3166-3.Template:Page needed
  7. ^ Hill, G.E. (2010). National Geographic Bird Coloration. National Geographic Books.
  8. ^ Shawkey MD, Hill GE, Carotenoids need structural colours to shine in Biology Letters, vol. 1, nº 2, June 2005, pp. 121–4, DOI:10.1098/rsbl.2004.0289, PMC 1626226, PMID 17148144.

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