Processo Enimont

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« Sono sempre stato al corrente della natura non regolare dei finanziamenti ai partiti e al mio partito. L'ho cominciato a capire quando portavo i pantaloni alla zuava [...] In Italia il sistema di finanziamento ai partiti e alle attività politiche in generale contiene delle irregolarità e delle illegalità, io credo, a partire dall'inizio della storia repubblicana. Questo è un capitolo, che possiamo anche definire oscuro della storia della democrazia repubblicana, ma da decenni il sistema politico aveva una parte, non tutto, una parte del suo finanziamento, che era di natura irregolare o illegale; e non lo vedeva solo chi non lo voleva vedere e non ne era consapevole solo chi girava la testa dall'altra parte. I partiti erano tenuti ad avere dei bilanci in parlamento, i bilanci erano sistematicamente dei bilanci falsi, tutti lo sapevano, ivi compreso coloro i quali avrebbero dovuto esercitare funzioni di controllo [...] »
(Bettino Craxi, deposizione al processo Cusani-Enimont, 17 dicembre 1993)

Per processo Enimont s'intende il principale processo giudiziario della stagione di Mani pulite, svoltosi a Milano tra il 1993 e il 2000, che vide coinvolti i maggiori esponenti politici della Prima Repubblica accusati, insieme ad alcuni imprenditori (tra cui molti del gruppo Ferruzzi, padrona della Montedison), di aver versato e aver intascato una maxi-tangente di circa 150 miliardi di lire: soldi utilizzati per finanziare i partiti in maniera illegale (il cosiddetto finanziamento illecito). Buona parte di quei soldi si scoprì (circa 2/3) passò per conti detenuti presso lo Ior, ivi pervenuti sotto forma di titoli di Stato.

Il reato[modifica | modifica wikitesto]

Le tangenti vennero pagate dal finanziere Raul Gardini[1] perché si arrivasse alla conclusione di un accordo che non andava in porto, l'affare Enimont (fusione dei due poli della chimica, l'Eni, a controllo statale, e la Montedison, privata),[2] attraverso l'intermediario Sergio Cusani, dirigente del gruppo Ferruzzi (azionista di maggioranza della Montedison). La "tangente" passò per buona parte (circa 2/3, pari a 90 miliardi di lire), sotto forma di titoli di Stato (in gran parte CCT), attraverso conti speciali detenuti presso lo IOR (che garantiva le giuste coperture per la sua natura off shore), avendo come destinatari personaggi di rilievo della politica, o legati a tale personaggi indirettamente, come nel caso di Giulio Andreotti[3] (che si è scoperto dopo il processo detenere un conto attraverso prestanome nella banca vaticana, intestato a "Fondazione Cardinale Francis Spellman") e Arnaldo Forlani (anche attraverso il suo cassiere Severino Citaristi), al PSI di Bettino Craxi (con l'intermediazione di Mauro Giallombardi).[4][5] Va precisato tuttavia che la figura di Andreotti rimase sempre estranea al processo.

Il numero di politici, ministri, partiti (quasi tutti quelli dell'arco parlamentare, compreso il PCI e la Lega Nord), intermediari, membri del CDA dell'ENI coinvolti fu molto numeroso. La gestione del passaggio di denaro venne affidata direttamente all'allora direttore de facto dello IOR, Monsignor Donato De Bonis (che si occupò di trasformare gran parte dei titoli in denaro liquido da stornare su banche estere, utilizzato come provvigione ai politici), e a diversi intermediari tra cui Carlo Sama (appartenente al gruppo Ferruzzi), il costruttore Domenico Bonifaci (che ricavò la gigantesca plusvalenza trasformata poi in titoli di stato che servì per le tangenti), Sergio Cusani (consulente Montedison) e il giornalista piduista Luigi Bisignani.[4][6] In una lettera del direttore dello IOR Sergio Caloia (dopo la sostituzione di De Bonis) al cardinal Sodano si legge:

« Mi trovo di fronte a un problema che è di dimensioni enormi e finora non immaginabili. Oltre a quello che Lei già conosce (e che all'ordine di una quarantina di miliardi) è emersa, da approfondimenti in corso, l'esistenza di una lista di titoli di credito che lo IOR potrebbe aver acquistato nel 1991 per un importo molto più elevato [...] ciò che rende gravissima la situazione è che la lista proviene da Cusani (dirigente Motedison, ndr) che ha informato i giudici sui titoli passati attraverso lo IOR. Sono il risultato di pagamenti di tangenti a uomini politici, per importi certamente ritornati a loro in forma pulita. È l'esatta replica di meccanismi del passato. »
(Gianluigi Nuzzi, Vaticano Spa, Chiarelettere, Milano 2012, p. 93)

Le chiamate in correità che alimentarono le indagini vennero, una volta venuta alla luce la trama, dai dirigenti di Montedison Carlo Sama e Giuseppe Garofano.

Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della Sanità), Umberto Bossi, leader della Lega Nord, Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, segretario del PRI, Claudio Martelli (vicesegretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini, segretario del PSDI. Personaggi dell'opposizione come Bossi e Alessandro Patelli[7], tesoriere della Lega Nord, e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.

Prima dello svolgimento del processo in cui i politici erano imputati, gli stessi furono tutti interrogati come imputati in reato connesso nel processo-stralcio contro Cusani, svoltosi in anticipo rispetto al troncone principale per l'adesione di questo solo imputato alla procedura di rito immediato.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Mani_pulite § Il_processo_Cusani.

Il processo Cusani ebbe un grosso effetto mediatico, tanto da essere trasmesso in TV sulle reti Rai, e diede molta popolarità a uno degli accusatori, il sostituto procuratore Antonio Di Pietro, che durante le udienze utilizzò, fatto innovativo in Italia, strumenti informatici e si distinse per l'impiego di una loquela e di modalità espressive sue proprie che lo caratterizzarono come personaggio pubblico di successo, poi divenute note, con il suo successivo impegno politico, come "dipietrese".

Assai meno seguito - anche perché svoltosi in buona parte durante la Seconda Repubblica e costellato da tecniche dilatorie degli imputati, pochi dei quali accettarono di comparire in aula - fu il troncone principale del processo Enimont, dal quale derivarono le condanne per i restanti imputati.

Sentenze[modifica | modifica wikitesto]

Sentenza di 1º grado[modifica | modifica wikitesto]

La sentenza di primo grado[8] venne emessa il 27 ottobre 1995 con le seguenti condanne;

Il 21 febbraio 1996 venne emessa la sentenza riguardo alla posizione di Carlo Vizzini (PSDI), che venne condannato a 10 mesi.

Sentenza di 2º grado[modifica | modifica wikitesto]

La sentenza d'appello[9] del processo ENIMONT venne emessa il 7 giugno 1997, con le seguenti condanne:

Accolti i seguenti patteggiamenti[9] tra la Procura e gli imputati:

Il 12 luglio vennero condannati Bettino Craxi (4 anni), Claudio Martelli (1 anno), Michele D'Adamo (6 mesi) e Michele Viscardi (4 mesi). La posizione di Carlo Vizzini venne archiviata per prescrizione del reato.

Sentenza di Cassazione[modifica | modifica wikitesto]

Il primo verdetto della Cassazione arrivò il 21 gennaio 1998, condannando in via definitiva Sergio Cusani a 5 anni e 10 mesi.

Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;[11][12]

Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d'appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma si ebbe l'estinzione del reato per decesso dell'imputato quando, in pendenza di pronuncia della Cassazione, il 19 gennaio 2000 Craxi morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d'appello.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Una prima rimessa finanziaria, che sarebbe avvenuta nel 1989 a ridosso della mancata approvazione del decreto-legge sulla defiscalizzazione delle operazioni di fusione tra ENI e Montedison, non è mai venuta in rilievo nel processo come autonomo capo di imputazione: v. Giampiero Buonomo, Lo scudo di cartone, Rubbettino Editore, 2015, p. 38, ISBN 9788849844405., nota 63.
  2. ^ La scalata di Enimont (società paritetica per il 40% statale e per un altro 40% dei Ferruzzi) da parte di Gardini non era andata in porto e si era giunti a una guerra legale e finanziaria tra lo stesso Gardini e l'Eni per aggiudicarsi l'intera azienda. Nel novembre 1990 il governo Andreotti per porre fine alla vicenda decide l'acquisizione da parte dello stato di Enimont: l'Eni rileva così il 40% della Montedison a un prezzo nettamente superiore a quello di mercato per 2805 miliardi di lire (2,1 miliardi di euro) e il gruppo ravennate esce di scena. I sospetti si concentrarono sulla defiscalizzazione della quota di Enimont che l'Eni compra ai Ferruzzi, per ottenere la quale Gardini sborsa una "maxi-tangente".
  3. ^ Il nome di Andreotti presso lo Ior era adeguatamente coperto sotto "omissis" e il deposito che vi faceva riferimento non era in alcun modo legato al suo reale intestatario. Sotto la denominazione di "Fondazione Cardinale Francis Spellman" e la facciata delle finalità benefiche, si svolgeva una grossa movimentazione di somme di denaro; i miliardi del conto residui sarebbero dovuti andare al senatore a vita Andreotti nel 2001, alla morte di De Bonis (dominus dello IOR), come espressamente indicato nelle volontà testamentarie dello stesso inizialmente, ma nel 1993 le disposizioni testamentarie di De Bonis vennero modificate e fu deciso che i soldi sarebbero rimasti nella banca vaticana.
  4. ^ a b Gianluigi Nuzzi, Vaticano S.P.A, Chiarelettere, Milano 2012, p. 74 ss e passim
  5. ^ Eric Frattini, I corvi del Vaticano, books.google.it. URL consultato il 13 giugno 2013.
  6. ^ Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, Milano 2008, pp. 92-93
  7. ^ Patelli, idraulico diplomato e leghista che si è dato del " pirla "
  8. ^ Sentenza di 1º grado
  9. ^ a b Confermate tutte le altre condanne
  10. ^ Al processo Enimont assoluzione per Pillitteri
  11. ^ Enimont, definitive le condanne, Corriere della Sera, 14 giugno 1998
  12. ^ Enimont: tutti condannati, ma niente carcere, La Stampa, 14 giugno 1998

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]