Processi e decisioni giudiziarie sul G8 di Genova

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Fatti del G8 di Genova.

Processi[modifica | modifica wikitesto]

Un esponente delle forze di Pubblica Sicurezza, il sovrintendente Giuseppe De Rosa, è stato condannato in primo grado nell'ottobre 2004 (la prima condanna di un esponente dello stato nell'ambito dei processi sul G8) con il rito abbreviato a 20 mesi per aver picchiato un manifestante quindicenne, a sua volta denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ma assolto da ogni addebito, anche grazie al materiale video e fotografico della scena: ia scena era stata infatti ripresa dalla troupe del TG5 e del TG3 e da numerose fotografie e mostra de Rosa, insieme ad altri 5 agenti, di cui alcuni in borghese che colpiscono un ragazzo dopo averlo spinto a terra, con il manganello e prendendolo a calci; in seguito anche Alessandro Perugini, all'epoca vicecapo della DIGOS di Genova e successivamente promosso, sotto indagine anche per i fatti della caserma di Bolzaneto, e Sebastiano Pinzone cercano di colpire lo stesso ragazzo (nella sequenza si vede Perugini che prende la rincorsa per poterlo colpire, ma affermerà durante il processo di non averlo poi colpito), che sarà portato via da un medico del 118 che era riuscito ad interrompere il pestaggio[1][2][3][4].

Nel dicembre 2007 De Rosa è stato poi assolto dalla corte d'appello, in quanto l'identificazione tramite i filmati e foto (l'agente indossava casco e occhiali da sole) e tramite la testimonianza di altri agenti, che erano state ritenute sufficienti nella sentenza di primo grado, non garantirebbero l'assoluta certezza che il reato sia stato compiuto da De Rosa (art 530 comma 2 del codice di procedura penale). Per quell'episodio gli agenti che parteciparono erano indagati anche per falso e abuso di ufficio, a causa delle dichiarazioni relative ad una resistenza del ragazzo e dei suoi compagni che aveva reso necessario agire con violenza, poi rivelatasi inesistente.[5] Nell'ottobre del 2008 è stata chiesta dal PM la condanna per pene variabili dai 2 anni e 3 mesi e 1 anni e 8 mesi per i cinque agenti[6]. Nel dicembre successivo gli agenti vennero condannati con pene da 2 anni e 3 mesi a 1 anno e 10 mesi, in parte assorbite dalla condizionale e dal recente indulto.[7].

Il 10 novembre 2009 vi è stata la sentenza del processo di appello, che si è risolta con l'intervento della prescrizione per i reati di calunnia, percosse, minacce e ingiurie e con condanne da un anno a otto mesi per i reati di falso[8]. Durante il processo di appello è stato sentito anche il cantante Jovanotti, che ha confermato di aver posato per delle fotografie con uno dei ragazzi arrestati pochi minuti prima del fatto, mentre nelle ricostruzione che erano state presentate dalle forze dell'ordine il manifestante prima dell'arresto sarebbe stato tra quelli intenti a lanciare pietre e bottiglie contro la questura.[9] I condannati hanno deciso di non ricorrere in cassazione, rendendo così definitiva la sentenza di secondo grado[10]

Nel dicembre 2008, Vincenzo Canterini, ex comandante del VII Nucleo Sperimentale Antisommossa (indagato anche nel processo relativo all'irruzione nella Diaz), è stato condannato in primo grado quattro mesi per il reato di violenza privata per aver utilizzato uno spray urticante contro tre membri del Legal Social Forum[11]. Nel gennaio 2012 è stato poi assolto per intervenuta prescrizione[12][13], venendo però condannato al pagamento delle spese processuali e, in separato giudizio, all'eventuale risarcimento dei danni per le parti civili (l'Associazione Giuristi Democratici e i tre legali del Legal Social Forum).

Tra i manifestanti che riuscirono a entrare nella zona rossa in piazza Dante durante le proteste di Attac France (venendo subito arrestati), una giornalista francese di nome Valerie Vie è stata la prima (ed unica al giugno 2008) persona condannata con sentenza definitiva (cinque mesi di reclusione, condanna decisa in primo e grado nel giugno 2004 e confermata sia dalla corte d'appello nel luglio 2007 che in cassazione nel giugno 2008) nell'ambito dei processi relativi al G8. Valerie Vie sarà anche tra i primi manifestanti ad essere portati nella caserma di Bolzaneto, dove denuncerà di essere stata maltrattata e minacciata. Il documentarista francese Raymond Depardon ha seguito l'iter dei processi che la vedono imputata e persona offesa e da questi, oltre che dalle testimonianze della Vie, ha intenzione di realizzare un documentario sulla caserma di Bolzaneto e sui giorni del G8.[14][15][16][17]

Sono invece ancora in corso procedimenti giudiziari contro diversi manifestanti per gli incidenti, e contro diversi esponenti delle forze dell'ordine per le violenze a danno dei manifestanti esercitate nella caserma di Bolzaneto e nelle strade di Genova. Per l'episodio della scuola Diaz sono stati inizialmente rinviati a giudizio 28 esponenti delle forze dell'ordine e nel luglio 2012 la corte di Cassazione ha confermato 25 condanne. Sia 200 denunce penali per lesioni contro esponenti delle forze dell'ordine per violenze a danno dei manifestanti durante gli scontri[18], sia 60 denunce relative alla perquisizione della Diaz sono state archiviate (le prime già durante il 2003) per l'impossibilità di identificare gli agenti responsabili dei fatti, a causa del casco dell'uniforme e dei fazzoletti che molti di loro portavano sul viso.

Nel giugno 2005 erano ancora in corso numerose cause in sede civile contro il Ministero dell'Interno. Inoltre, durante lo svolgimento del primo grado di giudizio, i PM del processo per le violenze nella caserma di Bolzaneto e dei processi contro gli esponenti delle forze dell'ordine, visto l'elevato numero di udienze previste, hanno evidenziato come questi rischiassero di concludersi con la prescrizione (i cui tempi sono stati ulteriormente ridotti dall'introduzione della legge Pecorella, ex-Cirelli) prima di una sentenza di primo grado. E uno sconto di pena di 3 anni, dovuto all'approvazione di un indulto il 29 luglio 2006, verrebbe applicato, in caso di condanna, a tutti i reati per cui risulta indagato il personale delle forze dell'ordine, e alla maggioranza dei reati per cui risultano indagati i manifestanti; verrebbero esclusi dell'indulto eventuali condannati per associazione sovversiva.

Diversi media hanno fatto notare come una norma introdotta con la conversione in legge del decreto-legge 12 novembre 2010, n.187[19][20][21], istituendo un "fondo di solidarietà civile" per le vittime di alcuni tipi di manifestazioni (tra cui potrebbero essere identificati anche gli incidenti del G8 genovese), potrebbe far sì che i risarcimenti dovuti dai rappresentanti dello stato che risultassero condannati (stimati dal Comitato Verità e Giustiza in un totale di 10 milioni di euro alla situazione del gennaio 2011) vengano invece pagati dal ministero dell'Interno, che potrebbe poi rinunciare alla rivalsa nei confronti dei responsabili.

Questa possibile interpretazione della legge è stata poi confermata ai giornalisti de La Repubblica dal procuratore generale di Genova Enrico Zucca, che ha evidenziato come i vari governi succedutisi durante i processi, indipendentemente dalla maggioranza di cui erano espressione, abbiano sempre impugnato i risarcimenti relativi alle condanne per i fatti del G8 che coinvolgevano forze dell'ordine e rappresentanti dello stato; il procuratore ha anche evidenziato come un comportamento opposto (il risarcimento garantito prima della sentenza definitiva) sia invece stato tenuto in altri eventi delittuosi, come il caso Aldrovandi.[22][23]

Gli scontri in piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Carlo Giuliani e Mario Placanica.

Sull'attacco ai Carabinieri in piazza Alimonda e sulla morte di Giuliani furono avviate diverse inchieste giudiziarie. Solamente tre degli assalitori, identificati dalle foto, furono rintracciati e interrogati: M.M. ed E.P. di Genova, e L.F. di Pavia. Massimiliano Monai si presentò agli inquirenti e si appellò agli altri affinché si presentassero a testimoniare[24], E.P. si presentò il 6 settembre, L.F., estraneo al gruppo, fu riconosciuto dalle foto dalla Digos di Brescia.

Essi non diedero chiare spiegazioni sulle motivazioni dell'assalto alla camionetta, ma descrissero l'elevata condizione di tensione creatasi in seguito alle cariche delle forze dell'ordine alle quali, secondo la versione di alcuni di loro, avevano cercato di sfuggire dirigendosi verso via Caffa dove furono nuovamente caricati. I carabinieri Mario Placanica e Filippo Cavataio furono indagati per omicidio. Il 5 maggio 2003 il procedimento sulla morte di Carlo Giuliani è stato archiviato: il GIP Elena Daloiso prosciolse Placanica per uso legittimo delle armi, oltre che per legittima difesa come richiesto dal PM Silvio Franz.[25] I tre aggressori identificati furono rinviati a giudizio per vari reati.

Nel giugno 2006 Haidi Giuliani, madre di Carlo, ha inviato una raccomandata a Mario Placanica per interrompere il decorso della prescrizione, lasciando aperta la possibilità di effettuare una causa civile nei confronti dell'ex carabiniere. Eletta nel frattempo senatrice della Repubblica, la signora Giuliani ha tuttavia dichiarato di non averlo fatto per chiedere un risarcimento danni a Placanica, ma al fine di ottenere un processo "che faccia luce non solo su piazza Alimonda, su chi ha effettivamente sparato, ma anche sulle responsabilità politiche e sulla catena di comando"[26].

Altre ipotesi su chi abbia sparato[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'esito delle indagini della magistratura, che hanno visto in Mario Placanica il responsabile dei due colpi sparati, ritenendo però la sua azione compatibile con l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa, rimangono tuttavia incongruenze sulla confessione del carabiniere Dario Raffone che era anche nei sedili posteriori del Defender, oltre al fatto che lo stesso Placanica ha nel tempo negato di aver sparato a Giuliani. Nell'udienza del 3 maggio 2005, alla domanda dell'avvocato Pagani, Raffone ammette che era sdraiato per terra: lui sotto e Placanica sopra, al momento degli spari.[27]

Lo stesso Placanica in un interrogatorio ammette:"Mi sono messo a gridare, dicendo all'autista di scappare ed urlandogli che ci stavano ammazzando. Eravamo infatti circondati e io ho inteso che ce ne fossero centinaia(...). Ho visto in difficoltà il mio collega e ho pensato che dovevo difenderlo. L'ho abbracciato per le spalle e ho cercato di farlo accucciare sul fondo della jeep."[28] Tutto questo ovviamente va in contrasto con alcune foto nella quale è chiaramente visibile un carabiniere che si alza mentre un altro tiene ancora in mano la pistola.[29]. Stando alle confessioni, Placanica non sarebbe certo colui che spara.

Questo, secondo alcune ricostruzioni, fa pensare che ci fossero quattro carabinieri nel mezzo, come hanno dichiarato alcuni testimoni.[30] A conferma di questa tesi Valerio Cantarella, perito d'ufficio del dottor Franz (che ordinò la prima perizia balistica), ipotizzò che a sparare furono due pistole.[31] Nell'agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l'omicidio di Carlo Giuliani. Secondo la tesi le perizie di parte effettuate su resti di Giuliani dimostrerebbero l'assenza di residui dovuti alla camiciatura del proiettile: essendo i proiettili usati da Placanica, come quelli in dotazione degli altri sottufficiali, camiciati, questo fatto escluderebbe che i colpi mortali siano partiti dalla sua pistola.

Taormina ha aggiunto che i colpi potrebbero essere partiti dall'arma di un ufficiale o da quella di un civile.[32] È da notare che un'ipotesi relativa al fatto che il colpo che ha ucciso Giuliani potesse essere partito dal di fuori della jeep era già stata formulata nei mesi immediatamente successivi agli eventi, ma poi era stata scartata da tutte le ricostruzioni, sia della magistratura, che di parte. Uno dei reporter presenti, Bruno Abile, un fotografo freelance francese, aveva affermato di aver visto un carabiniere senza scudo, presente nella piazza, forse un ufficiale, con una pistola in mano poco prima che Giuliani cadesse a terra.[33][34].

Uno dei primi esami balistici presentati alla magistratura nel dicembre 2001 (poi smentito da perizie successive del gennaio 2002) aveva ritenuto che i due bossoli ritrovati nella piazza appartenessero ad armi differenti[35][36]. Aveva anche fatto discutere il ritrovamento del segno lasciato da uno dei due colpi sulla facciata della chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda solo dopo mesi dal fatto e gruppi vicini al movimento No Global avevano ipotizzato che questa "prova" fosse un falso, realizzato a posteriori, per dimostrare che i colpi erano stati indirizzati in aria.

I fatti della scuola Diaz[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti della scuola Diaz.

Al processo per i fatti accaduti durante i giorni del G8 a Genova alla scuola media A.Diaz, il tribunale di Genova ha emesso una sentenza il 13 novembre 2008 comminando tredici condanne, per un totale di 35 anni e sette mesi (a petto di oltre 108 anni chiesti dall'accusa), e pronunciando sedici sentenze di assoluzione. Le condanne, di varia entità, hanno riguardato solo funzionari che ricoprivano all'epoca dei fatti cariche di minore rilievo all'interno della polizia[37]. Il processo di appello conclusosi il 18 maggio 2010 ha in parte ribaltato le sentenze di primo grado, condannando 25 imputati su 27, ivi compresi i vertici della catena di comando delle forze dell'ordine a Genova.[38].

In particolare, in base all'articolo 40 del codice penale, perché avevano l'obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto, sono stati condannati gli alti funzionari della polizia presenti alla irruzione alla scuola Diaz: il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri (a 4 anni), l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (a 5 anni), Giovanni Luperi (a 4 anni), Spartaco Mortola, dirigente della DIGOS di Genova, (a 3 anni e 8 mesi) Gilberto Calderozzi, vice direttore del Servizio Centrale Operativo (a 3 anni e 8 mesi)[39][40][41].

Il 5 luglio 2012 la Cassazione conferma in via definitiva le condanne per falso aggravato confermando l'impianto accusatorio della Corte d'Appello. Convalida così la condanna a 4 anni per Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia; convalida anche i 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, all'epoca della condanna capo del reparto analisi dell'Aisi. Tre anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, all'epoca della condanna capo servizio centrale operativo. Convalida anche in parte la condanna a 5 anni per Vincenzo Canterini, riducendola a 3 anni e 6 mesi (per l'intervenuta prescrizione del reato di lesioni), ex dirigente del reparto mobile di Roma. Prescrive, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile all'epoca dei fatti.[42]

I fatti di piazza Manin[modifica | modifica wikitesto]

Per quello che riguarda le cariche effettuate in piazza Manin verranno sporte dai manifestanti feriti circa sessanta querele per le lesioni subite: il Ministero dell'Interno verrà condannato a risarcire numerosi manifestanti, una volta appurato l'ingiustificato uso della violenza nei loro confronti, ma nessun responsabile delle forze dell'ordine verrà identificato a causa dei caschi della tenuta antisommossa e dei fazzoletti indossati davanti al viso. Sempre per i fatti di piazza Manin quattro agenti del reparto mobile di Bologna vennero indagati e rinviati a giudizio per falso, calunnia e abuso d'ufficio, in quanto avevano arrestato due giovani spagnoli con l'accusa di resistenza (secondo la versione degli agenti uno li avrebbero aggrediti con un tubo di ferro, mentre il secondo avrebbe lanciato una molotov) e il sospetto che facessero parte del "blocco nero", mentre un filmato acquisito dalla magistratura (di proprietà di Luna rossa, un'associazione di registi italiani indipendenti presenti durante il G8) mostrava uno dei due giovani che, senza apparente motivo, veniva arrestato e il secondo che, avvicinandosi per chiedere spiegazioni, subiva la stessa sorte.

Le indagini successive sui due giovani dimostrarono poi come questi non fossero presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente.[43][44][45][46] Nel luglio 2009 i quattro agenti sono stati assolti dal tribunale di Genova, a causa dell'intervenuta prescrizione per il reato di falso e con la formula del "ragionevole dubbio" (evoluzione della non più usata "insufficienza di prove") per gli altri reati.[47] Nel luglio 2010 la corte d'appello ha condannato a 4 anni gli agenti per il reato di falso ideologico in atti pubblici, dichiarando prescritti i reati di calunnia e abuso d'ufficio[48][49], condanna confermata poi in cassazione nel dicembre 2011[50].

Sempre relativamente a questi arresti, nel marzo 2013, si è registrata la condanna in primo grado per falsa testimonianza di un funzionario del reparto mobile di Bologna: il vicequestore aveva testimoniato durante il processo di aver assistito all'arresto dei due manifestanti, confermando che uno dei due stava maneggiando una spranga. Dopo la visione del filmato il funzionario aveva affermato che l'arresto a cui aveva assistito forse non era quello quello dei due spagnoli, ricordando anche lo stato di confusione in cui era avvenuta l'azione. La corte di appello nel 2010 aveva trasmesso gli atti alla procura, ipotizzando il reato di falsa testimonianza (stando a quanto riportato dai media, i giudici nella sentenza ricordavano anche che "oltre a quello dei due spagnoli non vi fu nessun altro arresto in piazza Manin"), da qui l'apertura del nuovo processo contro il funzionario nel giugno 2012[51][52] e la successiva condanna in primo grado (contro cui è venne subito annunciato ricorso e la rinuncia alla prescrizione) a due anni (pena coerente con quanto richiesto dal PM) con la condizionale. La condanna è poi stata confermata in appello, nel maggio 2014[53], e cassazione, nel maggio 2015[54].

Ascoltato nel gennaio 2013 il funzionario aveva sostenuto che l'arresto a cui aveva assistito era probabilmente relativo ad altri manifestanti, che poi dovevano essere stati erroneamente rilasciati dalla questura.[55][56][57][58] Nel maggio 2007 il giudice Angela Latella emette una condanna in sede civile per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti della Rete Lilliput avvenute in piazza Manin, ribadendo nelle motivazioni che "Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia".[59][60][61][62][63]. La condanna (5000€) non è però nei confronti degli agenti che commisero gli abusi (che avendo il volto coperto dal casco non sono stati identificati) né nei confronti dei loro superiori responsabili, bensì nei confronti del Ministero dell'Interno.

Processo ai manifestanti[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte dei manifestanti fermati durante le giornate della manifestazione sono stati rilasciati i giorni successivi e nella maggioranza dei casi sono stati ritenuti estranei agli scontri. In alcuni casi tuttavia i fermi hanno dato il via a dei processi. Nell'ambito di un procedimento, il 3 dicembre 2008, un manifestante francese, accusato di aver lanciato una molotov verso le forze di polizia durante le prime cariche all'inizio agli scontri del venerdì e di aver resistito all'arresto, è stato assolto (così come richiesto anche dal pubblico ministero), in quanto ritenuto estraneo alle accuse che gli erano state mosse. Il giudice ha disposto il trasferimento degli atti alla procura, per verificare se si debba procedere contro i poliziotti che lo arrestarono durante gli scontri per i reati di falsa testimonianza e calunnia.[64]

Il processo ai 25[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 maggio 2005 l'avvocato Vittorio Colosimo annuncia la volontà di Placanica di presentarsi in aula per testimoniare sui fatti ("Mario Placanica risponderà a tutte le domande dei cento avvocati dei no global, del pubblico ministero e del presidente del tribunale. Dirà tutto quello che sa come ha fatto fin dall'inizio")[65]. Il 26 settembre 2005, durante l'udienza del processo contro i No Global, Placanica si avvale tuttavia della facoltà di non rispondere, concessagli, pur essendo chiamato come testimone e non come indagato, in quanto già indagato a sua volta nel procedimento per la morte di Carlo Giuliani.

Sempre relativamente al procedimento contro i manifestanti, il 24 maggio 2007 il giudice, su richiesta dell'avvocato difensore di alcuni dei manifestanti Ezio Menzione, ha accettato di ascoltare come testimone Mario Placanica per l'udienza del 1º giugno. Pochi giorni dopo l'avvocato ha sporto denuncia contro ignoti per aver ricevuto minacce di morte rimaste registrate nella segreteria telefonica: "Lasciate stare a Placanica [sic], sennò vi faremo saltare in aria".[66] Lo stesso Placanica aveva ritrovato scritte con minacce di morte vicino alla sua abitazione alla fine dell'aprile 2007.

La sentenza di primo grado[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti (su 25 richieste di condanna da parte dei PM) sono stati condannati a complessivi 110 anni circa di reclusione per i fatti del cosiddetto blocco nero e quelli di via Tolemaide.[67] Tra i condannati 10 sono stati giudicati responsabili di devastazione e saccheggio, altri 13 per danneggiamento, 1 per lesioni.[68]. Il reato di resistenza è stato derubricato: la resistenza alla carica dei carabinieri è stata scriminata come reazione ad atto arbitrario e di conseguenza non costituisce reato (in altre parole, la reazione alla carica dei carabinieri è stata considerata legittima, solo per tre imputati, ma non i danneggiamenti successivi).

Riguardo carica e operato delle forze dell'ordine le testimonianze di due ufficiali dei Carabinieri e due funzionari della Polizia (Antonio Bruno, Mario Mondelli, Paolo Faedda e Angelo Gaggiano) sono state trasmesse ai pubblici ministeri per valutare l'ipotesi di un'accusa per falsa testimonianza (avrebbero riportato nelle loro descrizioni fatti rivelatisi non veri per giustificare il loro operato).[69] I media locali, nel marzo 2011, hanno evidenziato come da questi fatti non sia tuttavia nata nessuna nuova inchiesta e che, essendo el dichiarazioni del 2004, l'eventuale reato sarebbe comunque stato ormai prescritto[70].

La sentenza di secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

In appello, nell'ottobre 2009, 15 dei manifestanti (tra cui Massimiliano Monai, noto giornalisticamente come "l'uomo con la trave", relativamente agli scontri di piazza Alimonda) sono stati prosciolti, sia per l'intervento della prescrizione, sia perché la carica dei carabinieri in via Tolemaide è stata nuovamente valutata come illegittima e quindi la reazione a questa è stata considerata una forma di legittima difesa, sia con assoluzione piena per la manifestante già assolta in primo grado. Ai 10 condannati (accusati di devastazione e saccheggio) sono state applicate pene sensibilmente più gravose rispetto a quelle irrogate in primo grado, per un totale di 98 anni e 9 mesi di carcere (i PM avevano chiesto complessivamente pene per 225 anni per i 25 manifestanti).[71][72][73][74]

L'aumento delle pene, che mantiene gli anni di carcere complessivi quasi inalterati nonostante la forte riduzione dei condannati, è stato pesantemente criticato dalle forze politiche e dalle organizzazioni vicine al movimento no-global, che hanno evidenziato come alcune delle pene inflitte (fino a 15 anni) fossero più elevate di quelle che, usualmente, in Italia vengono date per reati ben più gravi come l'omicidio.[75]

Il ricorso in Cassazione[modifica | modifica wikitesto]

In attesa del verdetto della cassazione è nata una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica chiamata "10x100"[76] (10 i manifestanti ancora sotto processo, poco meno di 100 gli anni di pena complessivi inflitti in appello), a cui hanno aderito diverse personalità pubbliche, tra cui Margherita Hack, Moni Ovadia e Dario Fo, Franca Rame, Curzio Maltese, Caparezza, Valerio Mastandrea, Don Andrea Gallo ed altri[77][78][79] La tesi della campagna e della relativa raccolta firme sostiene la spoporzione tra le pene inflitte ai 10 manifestanti (definiti capri espiatori[80]), in base al reato di devastazione e saccheggio art. 419 C.P. (introdotto durante la dittatura fascista), che ha un tempo di prescrizione di 15 anni, tale da rendela ben difficilmente applicabile in questo caso[81], e che (sempre secondo la tesi di 10x100) al più potevano essere accusati di danni materiali, rispetto a quelle ben più lievi previste per gli esponenti delle forze dell'ordine responsabili di avvenimenti in cui furono invece causate lesioni a numerose persone, gran parte dei quali non identificati e, quando identificati e processati, quasi sempre assolti proprio grazie ad una prescrizione che per quei reati era prevista in tempi minori.

Durante le settimane precedenti la sentenza, a detta degli organizzatori, sono state raccolte circa 30.000 adesioni, consegnate ai giudici della Corte di Cassazione[79][82]. La campagna ha avuto ampio risalto mediatico anche in virtù della senztenza definitiva per i fatti della Diaz, di pochi giorni precedente rispetto a quella sui manifestanti. Il 13 luglio 2012 è avvenuta l'udienza in corte di Cassazione. I difensori hanno chiesto alla corte di non applicare il reato di devastazione e saccheggio, ma quello più lieve di danneggiamento. Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto la conferma delle condanne di secondo grado e, relativamente all'applicazione del reato di devastazione e saccheggio, ha sostenuto durante la requisitoria che[83]:

« Non c'è dubbio che durante il G8 di Genova fu messa in discussione, dal profondo devastamento subito dalla città, la vita pacifica dei genovesi. Dove c'è devastazione, non ci può essere altra libera manifestazione del pensiero, quindi questo reato è perseguito da una norma garantista a tutela delle garanzie costituzionali dei cittadini. »

e che i manifestanti avevano[84]:

« la consapevolezza di partecipare a un'azione delittuosa comune e di porre in essere fatti il cui esito supera la gravità ordinaria del delitto di danneggiamenti [...] Nel momento in cui si rompe una vetrina e si lancia una molotov nel negozio, si è consapevoli che tale gesto è più grave del fatto in sé, del danneggiamento provocato dall'azione. Tutto è stato concertato »

La corte ha riconosciuto tutti i manifestanti come colpevoli del reato di devastazione e saccheggio. In particolare ha confermato in toto due condanne, Ines Morasca (6 anni e 6 mesi) e Alberto Funaro (10 anni), ha rinviato al tribunale d'appello di Genova cinque manifestanti perché venisse rivalutato il passato dinnego dell'attenuante di aver agito per suggestione di una folla in tumulto (tra questi le condanne in appello erano di otto anni di reclusione per Carlo Arculeo e Carlo Cuccomarino, dieci anni e nove mesi per Luca Finotti, a otto anni ad Antonino Valguarnera e sette a Dario Ursino). È stata annullata senza rinvio la condanna per il reato inerente alla detenzione di molotov a Francesco Puglisi (che ha visto diminuire quindi la condanna da 15 a 14 anni), Marina Cugnaschi (da 13 anni a 12 anni e tre mesi), Vincenzo Vecchi (da 14 anni a 13 anni e tre mesi) e Luca Finotti (che, come scritto precedentemente, dovrà comunque essere nuovamente giudicato dalla corte d'appello).[84][85][86]

I fatti della caserma di Bolzaneto[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni agenti[87][88], così come alcuni infermieri presenti a Bolzaneto[89], affermarono sia di aver assistito (o per lo meno percepito) ad episodi di violenza, sia di aver visto arrivare nella caserma manifestanti già pesantemente feriti. Il 4 febbraio 2004 il magistrato Alfonso Sabella, durante un interrogatorio, disse che la caserma di Bolzaneto doveva servire per un piano anti-black-block, elaborato durante un vertice in prefettura svolto il 7 luglio: in base a questo piano la caserma doveva essere operativa entro il 17 luglio o anche prima, subito dopo (e quindi prima dell'inizio del vertice) sarebbero dovuti avvenire dei fermi preventivi contro i "black bloc" già noti, e poi, grazie ad un'apposita scansione dei tempi della giustizia (24 ore di fermo di polizia, sommati a due giorni per effettuare gli interrogatorio da parte del pm e ad altri due giorni per essere ascoltati davanti al gip) li si sarebbe potuti trattenere fino al termine della manifestazione (Sabella sosterrà di non essere stato molto favorevole ad usare la contestazione di reati per giustificare questi fermi preventivi, ma che il tutto veniva giustificato col permettere di bloccare i gruppi più violenti in modo da far svolgere la manifestazione in maniera pacifica, anche per la sicurezza stessa dei manifestanti).

In base a questa pianificazione, la caserma di Bolzaneto doveva servire solo per arrestare e immatricolare questi piccoli gruppi, da trasportare poi nelle carceri tradizionali, mentre nei fatti il piano non verrà messo in atto, nessuno dei sospetti già noti verrà fermato, e in caserma il primo arrestato arriverà solo il 20 luglio, quando ormai gli scontri erano già iniziati, mentre nei giorni seguenti riceverà centinaia di fermati, un numero ben maggiore rispetto a quello per cui ne era stato pensato l'utilizzo. Alessandro Garassini, l'avvocato che assisteva Sabella, dichiarerà ai giornalisti a proposito delle dichiarazioni del suo assistito: "La domanda che mi pongo dopo aver sentito il racconto del mio assistito non solo da avvocato ma anche da cittadino è chiara: perché nessuno ha fermato i violenti prima del vertice? Eppure ci sono state le riunioni preparatorie, che confermano come le segnalazioni fossero correttamente arrivate. C'era anche un piano studiato nei dettagli. Ma al momento giusto non è accaduto nulla"[90].

Nel luglio 2007 la Procura di Genova ha messo in dubbio l'autenticità di alcune delle dichiarazioni ufficialmente firmate da alcuni dei fermati stranieri che erano presenti nella caserma. Secondo il perito che ha analizzato i documenti (delle "dichiarazione di primo ingresso") vi sarebbero due modelli precompilati, in cui vi era scritto che i manifestanti dichiaravano, tra le altre cose, di non temere per la propria incolumità personale e di non volere che il consolato o l'ambasciata dei loro paesi fossero avvertiti del loro stato di detenzione. Il giudice Renato De Luchi ha tuttavia respinto la richiesta dei pm di acquisire questi documenti (in quanto già agli atti del processo) e di ascoltare il perito calligrafico che sosteneva la falsificazione del documenti.[91][92]

Alla ripresa del processo, all'inizio di ottobre, i due ispettori della polizia penitenziaria che avevano sottoscritto i verbali dei 67 stranieri arrestati nella scuola Diaz e portati nella caserma di Bolzaneto hanno sostenuto di non aver assistito agli interrogatori e di essersi limitati a firmarne i verbali prima che fossero imbustati, quando gli interrogatori erano già terminati. Alla richiesta dei PM se non era anomalo che tra gli arrestati nessuno chiedesse di parlare con il consolato uno degli ispettori ha sostenuto che, per la sua esperienza quindicennale, normalmente nessun straniero arrestato chiedeva di essere messo in contatto con il proprio consolato.[93]

Sentenza di primo grado[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 luglio 2008 si è concluso il processo di primo grado, con 15 condanne (variabili tra i 5 mesi e i 5 anni, per un totale di circa 24 anni) e trenta assoluzioni. L'accusa aveva chiesto la condanna di tutti e 54 gli imputati. In base alla sentenza, i condannati e i ministeri dell'Interno e della Giustizia dovrebbero pagare anche circa 4 milioni di euro tra risarcimenti alle parti civili (155, con risarcimenti tra i 2.500 e i 15.000 euro) e spese legali (solo queste corrispondenti a circa 2,5 milioni di euro, cifra elevata a causa delle 180 udienze effettuate in tre anni). Parte del dibattito che si è sviluppato intorno alle richieste dell'accusa e delle relative sentenze verteva sul fatto che il reato di tortura non esisteva in Italia (né all'epoca dei fatti né a quella della sentenza), per cui i PM avevano chiesto condanne per (tra le altre accuse) abuso d'ufficio (art. 323 del codice penale).

Secondo i PM nella caserma erano state "inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'". È stato osservato in chiave critica come i reati in questione cadranno in prescrizione nel 2009, quando presumibilmente i procedimenti penali saranno ancora in corso, e che comunque - grazie all'indulto approvato nel 2006 - anche nel caso di condanne definitive difficilmente vi sarà chi sconterà l'eventuale pena inflitta.[94][95][96][97]

Nelle motivazioni della sentenza, vengono elencati numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti (tra cui alcuni di quelli provenienti dalla scuola Diaz): "lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni" al punto da doversi urinare addosso, "distruzione di oggetti personali", "insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne [...], a quelli razzisti [...] a quelli di contenuto politico" e varie minacce, "spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle", "percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali [...] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli" anche senza motivo, l'obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide. I giudici commentano anche il fatto che l'assenza di uno specifico reato di tortura nell'ordinamento italiano ha costretto i pubblici ministeri a riferirsi al reato di abuso di ufficio, non adeguato alle condotte degli accusati ritenuti colpevoli, pur essendo le loro azioni "pienamente provate" e potendo esse "ricomprendersi nella nozione di "tortura" adottata nelle convenzioni internazionali". Nel testo delle motivazioni si legge che:

« L’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini. »
(Estratto dalle motivazioni della sentenza di primo grado sui fatti della caserma di Bolzaneto)

ma anche che:

« purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell’indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell’ufficio del P.M., ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo") la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto »
(Estratto dalle motivazioni della sentenza di primo grado sui fatti della caserma di Bolzaneto)

Nelle motivazioni si riporta anche che dopo la morte di Carlo Giuliani il venerdì pomeriggio era stato deciso che i carabinieri presenti a Genova non avrebbero più svolto servizio in strada, per cui il sabato furono mandati a Bolzaneto. Secondo alcune testimonianze, rese nel processo e riportate nelle motivazioni, la condizione dei manifestanti trattenuti durante il periodo in cui di guardia alle celle vi erano i carabinieri (dal sabato sera all'alba di domenica) era meno vessatoria e si erano registrate meno violenze (per la giornata di sabato una relativa intermittenza del trattamento vessatorio accompagnato in diverse occasioni da un atteggiamento, definito più umano dalle stesse parti lese, tenuto dagli appartenenti all'Arma, i quali sono intervenuti in diverse occasioni, per quanto hanno potuto, al fine di impedire le vessazioni), oltre al fatto che ai detenuti era stato concesso di sedersi ed era stata data dell'acqua, mentre vi erano stati dei battibecchi tra dei poliziotti che volevano entrare nella zona delle celle e carabinieri che avevano l'ordine di non farli passare.[98][99][100]

Sentenza di secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 marzo 2010 i giudici d'appello di Genova, ribaltando la decisione di primo grado, hanno emesso 44 condanne per i fatti di Bolzaneto nel processo di secondo grado. Per quanto per la maggior parte prescritti per la componente penale del reato (solo in 7 non risulteranno prescritti), i condannati dovranno risarcire le vittime. Condannati a risarcire vittime e parti civili anche i ministeri di riferimento del personale presente nel carcere (ministero della Giustizia, dell'Interno e della Difesa), per una cifra complessiva superiore ai dieci milioni di euro. Sette imputati sono stati condannati penalmente: 3 anni e due mesi all'assistente capo della Polizia di stato Massimo Luigi Pigozzi, che, in base alle accuse, divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati di Bolzaneto. Ad un anno sono stati condannati gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia, mentre due anni e due mesi sono stati inflitti al medico Sonia Sciandra.

Un anno ciascuno sono stati condannati gli ispettori della polizia di Stato Mario Turco, Paolo Ubaldi e Matilde Arecco, che avevano deciso di rinunciare alla prescrizione.[101][102][103] Amnesty International ha sottolineato l'importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani». È stato fatto notare da diversi media che la prescrizione sarebbe stata impedita se l'Italia avesse già introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come da obblighi derivanti dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.[104]

L'avvocatura dello Stato, ritenendo eccessive le somme liquidate alle parti civili (comprensive di spese legali), ne ha sospeso il pagamento e ha fatto ricorso alla corte di Cassazione per chiedere la sospensione delle condanne civili. La quinta sezione penale della Cassazione ha tuttavia rigettato il ricorso, ritenendo legittimi i risarcimenti.[105]

Cassazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 giugno 2013 la sentenza della Corte di Cassazione, sottolineando la gravità dei fatti, tali da avere comportato una sostanziale gravissima sospensione dello stesso Stato di diritto, ha in parte confermato la sentenza di appello emettendo 7 condanne, 4 assoluzioni (relative ad indagati che avevano deciso di ricorrere in cassazione nonostante la prescrizione in appello[106]) e confermando (come richiesto anche dal PG) le prescrizioni, riducendo però i risarcimento dovuti in sede civile. Il ricorso della Procura generale di Genova, relativo al fatto che l'Italia non avesse ancora adottato il non prescrittibile reato di tortura sancito dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del 1987, è stato respinto. In base alle decisioni della cassazione ed alle richieste del PG, molti dei risarcimenti dovuti alle associazioni che erano stati erogati in appello, pur non avendo queste appellato la sentenza di primo grado, saranno vagliati ed eventualmente rimodulati in un ulteriore giudizio in sede civile.[107]

Risarcimento danni[modifica | modifica wikitesto]

Tutti gli imputati, sono stati condannati in Cassazione[108] al pagamento di 23.000 euro alle parti civili che si sono costituite: la Banca Carige (l'agenzia 84 di piazza Tommaseo, presa di mira da un gruppo di squadristi del Blocco Nero), Filippo Cavataio (il carabiniere alla guida del Defender dal quale Mario Placanica sparò uccidendo Giuliani), i ministeri degli Interni e della Difesa, e la Presidenza del Consiglio, che ha chiesto il risarcimento per i danni subiti all'immagine dallo Stato.[109]

Corte dei conti[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio 2016 i media danno notizia che, secondo le stime della procura della Corte dei conti, i danni patrominiali, erariali e di immagine subiti dallo stato per i fatti di Bolzaneto ammontano a 12 milioni di euro (di cui 5 di danno d'immagine). Tra i soggetti ritenuti responsabili di parte del danno anche persone che erano state assolte nei processi penali precedenti, tra cui il magistrato Alfonso Sabella, che coordinava le attività detentive durante il vertice, ed il generale Oronzo Doria, al tempo del G8 capo area della Liguria degli agenti di custodia, ritenuti co-responsabili del danno erariale per "omesso controllo".[110][111][112][113]

Eventi successivi[modifica | modifica wikitesto]

L'Arma dei Carabinieri pose Placanica in "congedo assoluto" perché considerato "permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto" e nel 2005 Placanica fece richiesta di essere reimpiegato in ruoli civili statali, in ragione della "infermità permanente residuatagli in conseguenza delle lesioni e dei traumi da lui riportati a causa della violentissima aggressione". Placanica si candiderà nelle elezioni comunali del maggio 2005 nella lista civica "Catanzaro con Sergio Abramo". Nell'ottobre 2006 il gruppo di Rifondazione comunista al Senato decise d'intitolare a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza, suscitando la disapprovazione di esponenti del centro-destra.

Alcune dichiarazioni di Placanica[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 2006 Placanica fu intervistato dal quotidiano Calabria Ora[114][115][116]. Nell'intervista confermò nuovamente di aver sparato in aria, per due volte, ma solo dopo aver constatato l'inerzia dei colleghi e dei poliziotti nell'intervenire per allontanare i manifestanti ("potevano intervenire perché c'erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia. Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e invece non hanno fatto niente. Quel momento è durato una vita") e dopo aver di conseguenza intimato ai manifestanti di allontanarsi.

Placanica riferì del clima di forte tensione della piazza ("i superiori ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra"), dei "festeggiamenti" che ricevette in caserma dai colleghi, che lo soprannominarono il killer salutandolo con il "benvenuto tra gli assassini" e che gli regalarono un basco del Tuscania deridendo la morte di Giuliani ("dicevano: "morte sua vita mia", cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone anche su Carlo Giuliani") e che lui, ancora sotto shock, rimase in disparte senza prendere parte a tali manifestazioni.

Nell'intervista Placanica sostenne anche di essersi ritrovato in "un ingranaggio più grande di me" e che sul G8 non sarebbe stata detta tutta la verità, confermando ad esempio l'ipotesi formulata da alcune inchieste indipendenti, secondo cui qualcuno oltraggiò il corpo ormai esanime di Giuliani colpendolo con un sasso alla testa, dopo che le forze dell'ordine avevano già circondata e resa inaccessibile l'area circostante. In un'intervista concessa a GrNews.it il giorno dopo la pubblicazione dell'intervista su Calabria Ora, Placanica si disse d'accordo sulla necessità di istituire una commissione d'inchiesta per fare chiarezza sui fatti del G8[117].

Commissione parlamentare d'inchiesta[modifica | modifica wikitesto]

Il programma dell'Unione delle elezioni politiche del 2006 prevedeva l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui "fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l'Unione propone, per la prossima legislatura, l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta."[118]

La proposta di legge di istituire tale commissione di inchiesta è stata votata il 30 ottobre 2007 in prima commissione alla Camera, ma è stata respinta (22 voti a favore e 22 contrari) a causa del voto contrario della Casa delle Libertà, dell'UDEUR e dell'Italia dei Valori, oltre all'assenza dei deputati della Rosa nel Pugno[119]. Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha motivato il voto del senatore IdV Carlo Costantini dichiarando di non voler avallare un'inchiesta finalizzata ad indagare unicamente sull'operato delle forze dell'ordine e non anche su quello dei manifestanti[120].

Nonostante tale voto, accolto con rabbia e sconcerto da parte da alcuni dei partiti componenti la maggioranza di governo, l'allora presidente del consiglio Romano Prodi annunciò che la commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova avrebbe dovuto essere istituita ("è un impegno preso con il programma di governo che non intendiamo disattendere")[121].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Genova, prima condanna per i fatti del G8, articolo de "Il corriere della Sera", del 29 ottobre 2004
  2. ^ G8, il giorno della vergogna, articolo de "La Repubblica", del 22 dicembre 2005, riportato da supportolegale.org
  3. ^ Vicecapo della Digos e agenti contro un manifestante: ecco tutte le immagini, articolo de "Il Corriere della Sera", del 4 agosto 2001
  4. ^ G8, condannato il primo poliziotto, articolo de "il manifesto", riportato da supporto legale.org
  5. ^ G8, assolto in appello l'unico poliziotto condannato, articolo de il manifesto del 5 dicembre 2007, riportato da globalproject.info
  6. ^ G8, chiesti 2 anni e 3 mesiper il poliziotto del calcio, articolo de Il Secolo XIX, del 17 ottobre 2008, riportato dal sito veritagiustizia.it
  7. ^ G8, Perugini paga per il calcio condannato a 2 anni e 3 mesi, articolo de Il Secolo XIX, dell'11 dicembre 2008, riportato dal sito veritagiustizia.it
  8. ^ Falsi verbali sui pestaggi al G8 Condanna bis per Perugini, articolo de La Repubblica (edizione di Genova), del 10 novembre 2009
  9. ^ Repubblica Genova G8, Jovanotti "salva" i no global, articolo de La Repubblica, del 29 ottobre 2009, riportato dal sito veritagiustizia.it
  10. ^ Diaz. 29 "agenti violenti" in servizio, articolo de il manifesto, dell'8 luglio 2012, riportato da contropiano.org
  11. ^ G8, Canterini condannato a 4 mesi per aver usato lo spray urticante, articolo del sito web de La Repubblica, sezione di Genova, dell'11 dicembre 2008
  12. ^ G8, spray urticante contro gli avvocati del Legal Social Forum: prescrizione per Canterini, articolo di genova24.it, del 13 gennaio 2012
  13. ^ G8, prescrizione per Canterini, articolo de Il Secolo XIX, del 13 gennaio 2012
  14. ^ Violenze strada; condannata esponente francese 'Attac' cinque mesi con la condizionale per danneggiamento e resistenza, agenzia Ansa, del 4 giugno 2004, riportata da indymedia
  15. ^ C i Cinque mesiall'attivista che sfidò il blocco. E fu malmenata, articolo de "Il Secolo XIX", del 12 luglio 2007, riportato da lamiaterraan.it
  16. ^ Violò la "Zona rossa", pena Confermata, articolo de "Il Corriere Mercantile", del 12 luglio 2007, riportato da lamiaterraan.it
  17. ^ Genova G8, prima sentenza definitiva, articolo de "La Repubblica" (edizione di Genova), del 7 giugno 2008, riportato nella rassegna stampa del Comitato Verità e Giustizia
  18. ^ G8, archiviate le botte in piazza, articolo di Carta.org, riportato il 29 maggio 2003 da http://www.mir.it/g8/
  19. ^ Decreto legge 12 novembre 2010, n. 187, dal sito del Ministero dell'Interno
  20. ^ Modificazioni apportate in sede di conversione al decreto-legge 12 novembre 2010, n. 187, dal sito della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
  21. ^ Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 12 novembre 2010, n. 187, recante misure urgenti in materia di sicurezza, dal sito della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (GU n. 295 del 18-12-2010)
  22. ^ L'ultima beffa del G8, articolo de Famiglia Cristiana, del 21 gennaio 2011
  23. ^ La denuncia del pm di Genova "G8, i poliziotti violenti salvati da una leggina", articolo de La Repubblica, del 23 gennaio 2011
  24. ^ Corriere mercantile del 6 settembre 2001
  25. ^ "Placanica sparò per difesa", archiviato il caso Giuliani, 5 maggio 2003
  26. ^ Il manifesto, 21 giugno 2006
  27. ^ La trascrizione della deposizione del carabiniere Dario Raffone sull'omicidio di Carlo Giuliani. Si veda la citazione a pagina 14.
  28. ^ La deposizione di Mario Placanica
  29. ^ La foto sopracitata
  30. ^ Intervista al testimone Massimiliano Monai, "l'uomo della trave"
  31. ^ Le perizie balistiche
  32. ^ Placanica denuncia alla procura: Giuliani ucciso da qualcun altro, articolo de "Il Secolo XIX", del 13 agosto 2008
  33. ^ G8, le bugie dei caramba, articolo de il manifesto, del 12 dicembre 2001
  34. ^ Due pistole spararono a Giuliani, articolo de Il Corriere della Sera, dell'11 dicembre 2001
  35. ^ Caso Giuliani, il giallo del secondo proiettile, articolo de La Repubblica, dell'11 dicembre 2001
  36. ^ Completati gli esami sulle armi e sui bossoli: nessun giallo sui bossoli recuperati, articolo de La Repubblica, del 17 gennaio 2002
  37. ^ Vedi: Rainews24.rai.it, Lastampa.it
  38. ^ Vedi: ilgiornale.it, repubblica.it
  39. ^ Marco Preve, "G8, i vertici della polizia coprirono la vergognosa condotta dei poliziotti", in la Repubblica, 31 luglio 2010. URL consultato il 1º agosto 2010.
  40. ^ Diaz, i capi della polizia complici dei picchiatori, in Il Secolo XIX, 31 luglio 2010. URL consultato il 1º agosto 2010.
  41. ^ Le motivazioni della sentenza della Corte d'Appello (PDF), repubblica.it. URL consultato il 1º agosto 2010.
  42. ^ Diaz, la Cassazione conferma le condanne per i vertici della polizia: scatta la sospensione - Corriere.it
  43. ^ Poliziotto-sindacalista indagato "La parola d'ordine era reprimere", articolo de "Il Secolo XIX", 10 marzo 2003
  44. ^ G8: poliziotti indagati per piazza Manin, agenzia AGIS, 13 aprile 2004
  45. ^ Chiesto rinvio a giudizio per 4 agenti di polizia
  46. ^ Volontaria con la testa rotta, articolo sul sito socialpress.it, del 21 luglio 2005
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  48. ^ G8, poliziotti condannati in appello per arresti illegali, articolo de Il Secolo XIX, del 13 luglio 2010
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  50. ^ G8, Cassazione conferma condanne per 4 agenti, articolo de Il Secolo XIX, del 19 dicembre 2011
  51. ^ G8 di Genova, i processi non finiscono mai: vice questore rinviato a giudizio per falsa testimonianza, articolo di genova24.it, dell'11 maggio 2012
  52. ^ L'ultimo processo sul banco un vicequestore , articolo de La Repubblica, del 13 giugno 2012
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  58. ^ Inchieste G8, poliziotto bolognese condannato per falsa testimonianza, articolo de La Repubblica edizione online di Bologna, dell'8 marzo 2013
  59. ^ FORSE NON TUTTI SANNO CHE..., 8 maggio 2007
  60. ^ Ferita dalla polizia al G8 di Genova, il Viminale la risarcisce con 5mila Euro, articolo dal sito di Panorama, 7 maggio 2007
  61. ^ Prima condanna per la polizia per i fatti di Genova, articolo di Megachip, 14 maggio 2007
  62. ^ G8, condannato il ministero, articolo de "La Repubblica - Il Lavoro" del 29 aprile 2007
  63. ^ G8 di Genova: prima sentenza, Stato risarcisca donna per percosse, articolo de "Il Corriere della Sera", del 22 maggio 2007
  64. ^ G8, chiesti 6 mesi per Canterini, articolo de "Il Secolo XIX], del 3 dicembre 2008
  65. ^ G8 Placanica in conferenza stampa ha annunziato che sarà presente al processo di Genova, articolo da "Nuova Cosenza", 13 maggio 2005
  66. ^ Minacce di morte a difensore no global, articolo di socialpress.it
  67. ^ Cent'anni di galera per i saccheggi e Pericu: commissione d'inchiesta. Gli anarchici: corteo di protesta il 22, articoli de "Il Secolo XIX", del 15 dicembre 2007
  68. ^ Dispositivo di sentenza
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  80. ^ Il testo dell'appello
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  89. ^ Il prezzo della verità, intervista all'ex infermiere penitenziario Marco Poggi su terre di mezzo
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  91. ^ G8, quei falsi documenti di Bolzaneto, articolo de "La Repubblica", del 9 luglio 2007
  92. ^ G8: Rigettata richiesta acquisizione moduli precompilati, articolo de "La Repubblica", del 9 luglio 2007
  93. ^ Al G8 guerriglia urbana programmata. Via alla requisitoria dei pm. Nuovi interrogatori sulla Diaz, articolo de "Il Messaggero", del 2 ottobre 2007
  94. ^ Bolzaneto, chieste condanne per 76 anni, articolo de "Il corriere della Sera", 11 marzo 2008
  95. ^ Bolzaneto, 15 condanne e 30 assoluzioni "Non ci fu tortura dentro la caserma", articolo de "Il corriere della Sera", del 14 luglio 2008
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  97. ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/15/ore-2150-sentenza-choc-niente-torture-bolzaneto.html, articolo de "La Repubblica", del 15 luglio 2008
  98. ^ A Bolzaneto fu tortura "ma in Italia non esiste", articolo de "La Repubblica", del 27 novembre 2008
  99. ^ Bolzaneto, nuove accuse alla polizia nelle motivazioni della sentenza, articolo de "Il Messaggero", del 27 novembre 2008
  100. ^ Le motivazioni della sentenza, (Sentenza n. D 3119/08 del 14 luglio 2008), riportate dal sito di "La Repubblica"
  101. ^ G8 Genova, tutti condannati in appello, articolo de La Stampa, del 5 marzo 2010
  102. ^ Violenze a Bolzaneto, 44 condanne Reati prescritti, le vittime saranno risarcite, articolo de La Repubblica, del 5 marzo 2010
  103. ^ Violenze a Bolzaneto, tutti condannati a risarcire, articolo de Il Secolo XIX, del 5 marzo 2010
  104. ^ G8/ Amnesty: Sentenza Bolzaneto conferma gravità degli eventi, agenzia del 6 marzo 2010, APCOM
  105. ^ G8, 10milioni di euro alle vittime dei pestaggi alla caserma di Bolzaneto, articolo di ilvostro.it, del 1º giugno 2012
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  107. ^ G8, la Cassazione conferma condanne sulle violenze nella caserma Bolzaneto, articolo de La Repubblica, del 14 giugno 2013
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  111. ^ G8 Genova, Secolo XIX: la procura della Corte dei Conti in Liguria chiede 12 milioni di risarcimento, articolo di RaiNews, del 13 luglio 2016
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  114. ^ Articolo del Corriere della Sera sull'intervista di Placanica al quotidiano Calabria Ora
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  120. ^ Repubblica.it, Camera, stop a inchiesta su G8, 30 ottobre 2007
  121. ^ Repubblica.it, G8, Prodi rilancia la commissione, 31 ottobre 2007

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]