Principato di Paternò

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Principato di Paternò
COA Prince of Paternò.svg
Informazioni generali
Capoluogo Paternò
9.808 abitanti (1798[1])
Popolazione 18.823 (1798[2][3])
Dipendente da Regno di Sicilia
Suddiviso in 3 comuni
Amministrazione
Principe di Paternò Moncada
Evoluzione storica
Inizio 1565 con Francesco I Moncada
Causa Investitura a Principe di Paternò di Francesco Moncada da parte di re Filippo II di Spagna
Fine 1812 con Giovanni Luigi Moncada
Causa Abolizione del feudalesimo con la promulgazione della Costituzione siciliana
Preceduto da Succeduto da
Val Demone Distretto di Catania
Cartografia
Principato di Paternò.png
Mappa del Principato di Paternò all'interno della provincia di Catania
Principe di Paternò
Corona araldica
Stemma
Stemma dei Moncada principi di Paternò
ParìaParìa di Sicilia
Data di creazione8 aprile 1565
Creato daFilippo II di Spagna
Primo detentoreFrancesco Moncada de Luna
Ultimo detentoreUgo Moncada Valguarnera
TrasmissioneMaschio primogenito
Titoli sussidiariDuca di San Giovanni, VIII Conte di Adernò, XII Conte di Caltanissetta, Conte di Cammarata
Predicato d'onorePrincipe infeudato
Famiglia
Feudi detenuti
  • Baronie della Motta Sant'Anastasia, di Melilli, di Grottarossa, delle Foreste di Troina, della Meldola
  • Signorie di Nicolosi, di Belpasso, di Stella d'Aragona, di Fenicia Moncada, di Gulfo, di Campisotto, di Malpertuso o Nuova Fenice, di Graziano, di Gallidoro, di Deliella, del Cugno
DimorePalazzo Ajutamicristo, Palazzo Moncada, Palazzo Moncada di Paternò

Il Principato di Paternò (in latino Principatus Paternionis, in spagnolo Principado de Paternò) fu un feudo esistito in Sicilia tra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XIX secolo.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Il Principato di Paternò comprendeva gli attuali comuni di Belpasso, Camporotondo Etneo, Nicolosi, Paternò, Ragalna, Santa Maria di Licodia, e la località di Mompileri[4], quest'ultima ricadente in minima parte anche nel territorio di Mascalucia.

Il suo territorio comprendeva anche diciotto feudi: Piraino, San Vito, Stagliata, Pennino di Lupo, Casa di Lupo, Iazzo Rosso, Vasadonna, Cugno, Sferro, Gerbini, Pitolenti, Fragione, San Brancato, Malconcinato, Margicheri, Costantina, Scala, Salinella, ciascuno ripartito in molte tenute.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Il feudo comparve nel Medioevo con la conquista normanna come Contea di Paternò, e passò nei secoli successivi a varie dominazioni. Soppressa dopo la morte del conte Bartolomeo de Luci avvenuta nel 1201, fu ripristinata nel 1251 e assegnata a Galvano Lancia, e nel 1365 quando fu assegnata ad Artale I Alagona, conte di Mistretta. Nel 1302, era stata inserita nella Camera Reginale, da parte del sovrano Federico III d'Aragona, come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò.

Il territorio di Paternò uscì definitivamente dalla Camera Reginale nel 1431, quando fu venduto dal re Alfonso il Magnanimo a Niccolò Speciale. A questi succedette il figlio Pietro nel 1443, il quale poi perdette la signoria della città nel 1446, che tornò al Regio Demanio.

Il dominio dei Moncada[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1456 il feudo venne acquistato per 24.000 fiorini da Guglielmo Raimondo V Moncada, conte di Adernò. Con i Moncada, Paternò da semplice terra baronale fu elevata a principato: con diploma concesso l'8 aprile 1565 da parte del re Filippo II di Spagna al conte Francesco I Moncada, questi si fregiò del titolo di I Principe di Paternò.[5]

Per Giovanni Agostino della Lengueglia nel suo Ritratti della prosapia et heroi Moncadi nella Sicilia (1657), la scelta fatta dal monarca spagnolo sull'elevazione della città di Paternò da semplice terra baronale a rango principesco, pur essendo uno dei feudi minori dei Moncada, fu dovuta a ragioni storico-politiche e alle caratteristiche naturali del suo territorio:

Né paia strano, che il nobil titolo egli imponesse à Paternò, quando vi erano altri feudi nella sua casa più antichi, più colmi di habitatori, e senza paragone più fruttuosi di redditi onde pare, che ad essi meritasse tal fregio la condizione di ricchi, di antiani, di facultosi. Peroche infatti la Città di Paternò possiede molti singolari prerogative, le quali tutte litigaron per lei, e vinsero il Principato. Siede sopra un rilevato poggetto dominatore di quali immensa pianura, e dove una parte fa curioso intoppo lo sguardo del Monte Etna, per l'altra gli lascia prendere licenziose carriere in una smisurata campagna sicché sovrastando l'eccelso fito à tanto sottoposto paese; perché di qui ancora convenga titolo dominatore.
Ma quello che forse più affettionò a questo luogo l'animo del Principe Don Francesco, è l'habitarvi molte nobili Famiglie, che signorilmente si trattano, e tutti gli habitatori per genio inchinando all'attilato vestire, forman della lor Patria una residenza da Principe, a cui la pompa de' sudditi accresce la Maestà.
Aggiungesi che stendendosi i termini di quel dominio, quasi fin su le porte di Catania, i Cavalieri di quella illustrissima Patria posseggon varie tenute su un fertile territorio di Paternò; si che, oltre il dare alla Casa Moncada nobili sudditi, acquista a' medesimi nobilissimi dipendenti in quei Signori, che tenendo l'affetto dove tengono i beni, traggon dal Principato i frutti delle rendite, ed a' Principi fruttan divotione.[6]

L'amministrazione dei Moncada fu importante per Paternò, che mutò sotto il profilo urbanistico: dopo il terremoto del 1693, quando principe fu Luigi Guglielmo Moncada, l'abitato della città subì uno spostamento dalla collina alla parte inferiore della città. A metà del XVII secolo, i nuovi insediamenti in pianura determinarono la formazione di una serie di contrade o di quartieri, generalmente denominati dai principali edifici religiosi attraversati da una fitta rete di viuzze e collegati fra loro mediante alcune strade principali nella cui intersezione vi erano le nuove piazze, centri di vita e di commerci, di traffici e di attività artigianali. Di conseguenza, si registrò anche una significativa espansione demografica, salvo una lieve contrazione avvenuta alla fine del XVI secolo: nel 1583 gli abitanti erano 6.415, che aumentarono a 9.808 nel 1798.[7]

Molti forestieri infatti furono incoraggiati dai Moncada a stabilirsi nel territorio, ed essi erano per gran parte di estrazione nobile e borghese[8] e provenienti da diverse zone dell'isola e dalla Spagna. Con l'affermarsi di questo ceto facoltoso, notevole fu lo sviluppo delle attività economiche: ebbero infatti notevole impulso l'agricoltura, l'artigianato e il commercio. Fu uno dei territori della Sicilia con un elevato tenore di vita, che nel 1583 arrivò ad avere una ricchezza complessiva di circa 123.000 onze.[7] Successivamente però, a partire dalla fine del Cinquecento, il territorio conobbe una fase di declino demografico ed economico, causato dall'inasprimento della politica fiscale attuata dai governanti dopo il 1570. A causa di ciò la popolazione fu più volte protagonista di diverse ribellioni ai Moncada, invocando la restituzione del territorio al pubblico demanio.

Fino al 1592, vi fu inoltre anche il grave problema del banditismo, con bande guidate da Giovanni de Luna che terrorizzarono le popolazioni della zona. Il de Luna fu poi catturato e giustiziato.

Con atto pubblico del 5 luglio 1636 il principe Luigi Guglielmo Moncada divise il territorio di Paternò, facendo costituire il comune di Malpasso, la cui autonomia fu reclamata da tempo dai cittadini del borgo.[9] Nella terribile eruzione dell'Etna del 1669, i casali di Malpasso, Nicolosi e Camporotondo ne furono gravemente danneggiati, ed i superstiti furono evacuati in due nuovi siti denominati Fenicia Moncada e Stella Aragona.[10]

La ripresa economica e sociale avvenne tra il Seicento e il Settecento. In quest'arco di tempo molte furono le opere pubbliche realizzate, che portarono all'assetto definitivo del centro storico con la realizzazione di strade e piazze, e la costruzione di numerosi palazzi ed edifici religiosi. Notevole fu il sorgere di attività culturali con l'istituzione dell'Accademia dei Rinnovati (1634) e la fondazione del teatro (1704).

Alla morte del principe Ferdinando, avvenuta nel 1713, il cugino Luigi Guglielmo Moncada Branciforte, duca di San Giovanni, promosse una lite giudiziaria, che lo vide contrapposto all'unica figlia legittima del Principe di Paternò, Caterina Moncada Faxardo, coniugata con Giuseppe Federico Alvarez de Toledo, duca di Ferrandina, per impedire che tutti gli stati feudali del casato passassero in dote a questi.[11] Il 24 novembre 1716, Giuseppe Fernandez de Medrano, marchese di Mompileri e presidente della Gran Corte, si investì del Principato di Paternò per conto di chi avrebbe dovuto assumerne la successione.[12] Lo stato tornò nuovamente in possesso dei Moncada con la prima sentenza, a seguito della quale in data 3 maggio 1747 ricevette investitura Francesco Rodrigo Moncada, figlio secondogenito di Luigi Guglielmo.[13]

La vicenda si protrasse fino al 1752, quando fu emessa sentenza definitiva, ed in virtù del fidecommisso agnatizio mascolino stabilito dal conte Giovanni Tommaso Moncada nel 1501, la Gran Corte civile assegnò ai Duchi di San Giovanni, oltre al Principato di Paternò, altri importanti stati feudali come la Contea di Caltanissetta, e le baronie di Melilli e Motta Sant'Anastasia.[14]

La fine del feudalesimo[modifica | modifica wikitesto]

La fine del dominio feudale dei Moncada sul Principato di Paternò coincise con la sua soppressione, avvenuta con l'abolizione del feudalesimo in Sicilia nel 1812, sancita con la promulgazione, nell'anno medesimo, della Costituzione siciliana, concessa dal re Ferdinando III di Borbone in risposta alla rivolta scoppiata nell'isola e all'avanzata napoleonica.

Ultimo feudatario fu il principe Giovanni Luigi Moncada, morto nel 1827.

Cronotassi dei Principi di Paternò[modifica | modifica wikitesto]

Epoca feudale[modifica | modifica wikitesto]

Epoca post-feudale[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ B. Rapisarda Tripi, Paternò fra due torri, Ass. B. Rapisarda, 2002, p. 89.
  2. ^ V. Amico, Dizionario topografico della Sicilia, Morvillo, 1856, pp. 18-198-231-329.
  3. ^ Il dato è ottenuto dalla somma complessiva degli abitanti di Belpasso, Camporotondo Etneo, Nicolosi e Paternò a quell'anno
  4. ^ A. Cunsolo e B. Rapisarda Tripi, Note storiche su Paternò, vol. 2, Tipolitografia Ibla, 1976, p. 104.
  5. ^ D. Orlando, Il feudalismo in Sicilia, storia e dritto pubblico, Tipografia Lao, 1847, p. 91.
  6. ^ G. A. della Lengueglia, Ritratti della prosapia et heroi Moncadi nella Sicilia, vol. 1, Sacco, 1657, pp. 552-553-554.
  7. ^ a b Di Matteo, p. 39.
  8. ^ Savasta, p. 345.
  9. ^ In origine si chiamava Malpasso, su comune.belpasso.ct-egov.it. URL consultato il 10 marzo 2012.
  10. ^ Le Vicende dal 1669 al 1766, su comune.nicolosi.ct-egov.it. URL consultato il 10 marzo 2012.
  11. ^ F. Figlia, Il Seicento in Sicilia: aspetti di vita quotidiana a Petralia Sottana, terra feudale, Officina di Studi Medievali, 2008, p. 145.
  12. ^ F. M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, vol. 2, Stamperia de' Santi Apostoli, 1757, p. 28.
  13. ^ F. M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, vol. 2, Stamperia de' Santi Apostoli, 1757, p. 29.
  14. ^ LA CAPITALE DI UNO STATO FEUDALE CALTANISSETTA NEI SECOLI XVI E XVII (PDF), su dspace.unict.it. URL consultato il 29 giugno 2018 (archiviato dall'url originale il 5 novembre 2017).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Savasta, Memorie storiche della città di Paternò, Catania, Galati, 1905.
  • Archivio storico per la Sicilia orientale, vol. 67, Catania, Società di storia patria per la Sicilia orientale, 1971.
  • S. Di Matteo, Paternò: nove secoli di storia e di arte, Palermo, GE Edizioni, 1976.
  • V. Fallica, Storia di Paternò, Catania, Opera Universitaria, 1991.
  • L. Scalisi, La Sicilia dei Moncada. Le corti, l'arte e la cultura nei secoli XVI-XVII, Catania, Domenico Sanfilippo Editore, 2006, ISBN 88-85127-44-4.
  • S. Di Matteo, Paternò. La storia e la civiltà artistica, Palermo, Arbor Edizioni, 2009, ISBN 88-86325-38-X..

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]