Prima industrializzazione di Verona

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Industrie a Verona all'inizio del XX secolo.

Verona alla prima industrializzazione è un periodo della storia economica veronese che va dalla seconda metà del XIX secolo ai primi anni del XX secolo che ha visto il tentativo, da parte della città, di mettersi al passo con la prorompente rivoluzione industriale che andava ad affermarsi nel resto d'europa.

Quadro storico, l'economia veronese nel XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Militari austriaci di guardia al forte Santa Lucia in una fotografia del 1866
Servitù militari

Verona, in virtù della sua posizione strategicamente fondamentale, fu sottoposta a delle pesanti servitù militari:

  • Divieti per i civili di avvicinarsi alle struttura militari e transitare su particolari strade
  • Severe regolamentazioni sull'ubicazioni delle costruzioni civili
  • Restrizioni alle attività agricole, in particolare vigeva il divieto di piantere alberi ad alto fusto nelle zone di tiro della artiglieria e nei campi di esercitazione e di manovra. Le viti non potevano superare il metro e venti centimetri.
  • Permessi per costruzioni industriali, in determinate zone, venivano concessi soltanto con l'obbligo di poterle smantellarle in meno di 24 ore, per non oscurare il tiro dell'artiglieria

È facile intuire quanto queste restrizioni pesarono sull'economia cittadina ed in particolare sul suo sviluppo urbano e industriale, date le precarie strutture che si potevano edificare.

Nel 1866, con l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, finisce la dominazione austriaca sulla città. Sotto l'impero Asburgico Verona fu considerata, in virtù della sua posizione strategica, il caposaldo del sistema difensivo conosciuto come il quadrilatero fortificato e perciò era stata dotata di un imponente corredo di fortificazioni. Inoltre ai cittadini furono ridotte le libertà personali a causa delle oppressive servitù militari. A causa di ciò Verona si ritrovò, una volta libera dagli austriaci, ad essere molto arretrata sul piano economico e industriale.

L'economia della provincia era infatti ancora basata principalmente sull'agricoltura e le poche industrie presenti erano per lo più dedicate a soddisfare i ristretti fabbisogni locali. I forti dazi imposti dagli austriaci sull'ingresso delle materie prime avevano penalizzato fortemente i commerci arrivando far chiudere alcune aziende che si erano formate nel primo periodo asburgico, quando ancora l'oppressione era sopportabile[1]

Verona, che durante la dominazione veneziana era un potente centro produttivo, si trasformò così nel XIX secolo in una piazzaforte militare in cui l'economia gravitava intorno al mantenimento dell'imponente guarnigione di stanza in città e alla costruzione dell'imponente sistema difensivo. Venendo meno la presenza austriaca l'economia, già stagnante, si trovò a subire un grosso colpo.

L'attività industriale che, in quell'epoca, impiegava più personale era l'officina delle ferrovie che arrivava a dare lavoro a circa 300 operai. Altro sporadico esempio era rappresentato dal cotonificio Turati di Montorio che disponeva di una forza idraulica di circa 127 cavalli e una manodopera che superava i 200 operai. Ma a parte questi esempi i 4/5 della popolazione[2] vivevano direttamente o indirettamente di agricoltura.

Prime iniziative per l'industrializzazione[modifica | modifica wikitesto]

Le officine ferroviarie veronesi. Fino al 1866 erano il più grande esempio di industria nell'area veronese e che dava lavoro a circa 300 operai

Dopo l'annessione al regno d'Italia, Verona ebbe brevemente come sindaco Alessandro Carlotti a cui subentrò nel 1867 l'avvocato Giulio Camuzzoni che guidò la città fino al 1883. Camuzzoni si rese conto immediatamente di quanto Verona fosse rimasta indietro sul piano economico e dedicò gran parte delle sue scelte amministrative a cercare di recuperare questo ritardo.

All'epoca gli unici opifici cittadini, perlopiù piccole concerie e falegnamerie, erano concentrate nella zona dell'Isolo dove potevano sfruttare la forza motrice delle acque dell'Adige. Ma vista la loro dimensione e la loro arretratezza tecnologica non si poteva certamente parlare di vere e proprie industrie.

L'inadeguatezza della classe dirigente veronese, priva di esperienze imprenditoriali, suggerì di cercare investitori da fuori provincia. Un imprenditore trentino, Giuseppe Masotti, aprì una fabbrica di candele nel 1866, mentre alcuni soci lombardi crearono, nel 1872 una grande vetreria a San Giovanni Lupatoto che occupò fino a 800 operai. Dei torinesi fondarono un'azienda a San Pietro di Morubio nel 1876.

Nella città di Verona vennero fondate invece delle fabbriche metallurgiche, officine, macchine e una azienda per la lavorazione del legno. Queste iniziative andavano ad aggiungersi alle numerose concerie già presenti in città e che crebbero di numero (da 10 a 15) a seguito dell'unificazione. Fondamentale per gli opifici cittadini la presenza del fiume Adige, che permetteva di avere forza motrice, seppur limitata, e consentiva l'arrivo di legname dal trentino.

Ma queste prime imprese industriali non erano sufficienti per le aspirazioni della città e del suo sindaco.

Il limite della forza motrice[modifica | modifica wikitesto]

Un mulino sull'Adige nel 1866, l'unica attività industriale dell'epoca a Verona

Il limite per la crescita industriale di Verona era principalmente concentrato nella difficoltà di poter disporre di una adeguata forza motrice in quanto l'Adige non era in grado di fornirne a sufficienza per un vero salto di qualità. La rivoluzione industriale che partì dall'Inghilterra alla fine del XVIII secolo, era basata sull'utilizzo della macchina a vapore che forniva energia grazie alla combustione del carbone. Verona, come altre città italiane, era povera di combustibili fossili e dunque l'unica possibilità di disporre di energia per azionare le macchine era l'energia idrica che vincolava la costruzione delle fabbriche in prossimità di adeguati corsi d'acqua.

Per ovviare a questo problema, la giunta comunale veronese con a capo Camuzzoni, promosse la costruzione di un canale artificiale per portare un flusso d'acqua verso le zone dove si intendeva edificare nuove industrie.

Il canale industriale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Canale Camuzzoni.
Le cartiere di Verona e il canale Camuzzoni nei primi del 1900.

Sotto l'impulso del sindaco Giulio Camuzzoni, si decise di costruire un canale industriale che prendesse l'acqua all'altezza del Chievo per portare il flusso verso la zona del Basso Acquar dove si necessitava di avere forza motrice per alimentare le macchine della nascente zona industriale.

Il progetto del canale fu iniziato nel 1870, ma fu effettivamente terminato solo nel 1885, con un costo complessivo di circa 3.000.000 di lire, e fu in grado di produrre 3200 cavalli di potenza. Per il suo effettivo utilizzo però bisognò aspettare il 1887. I lavori subirono dei numerosi ritardi anche a causa della terribile inondazione di Verona del 1882 che costrinsero le autorità a concentrare gli sforzi sulla costruzione dei muraglioni sull'Adige e di un acquedotto cittadino.

Al termine della costruzione del canale la città di Verona si trovò a fronteggiare una grave crisi economica che stava colpendo tutta l'Italia che costrinse ad un suo sottoutilizzo. Questa crisi economica portò anche ad una imponente emigrazione (vedi anche emigrazione veronese) di molti veronesi che rimasti senza lavoro si spostarono all'esterno alla ricerca di fortuna.

Nei primi anni del XX secolo l'economia veronese iniziò un periodo di prosperità che finalmente vide l'utilizzo pieno del canale. È dunque innegabile che il canale fu l'infrastruttura che permise il passaggio tra due epoche della storia industriale di Verona. Questo anche grazie a due aspetti fondamentali: l'affidamento del canale ad un consorzio e l'avvento dell'energia elettrica che venne prodotta grazie alla forza motrice del canale.

L'industria veronese all'inizio del XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Turbina nella centrale idroelettrica di Basso Acquar

Se durante la fine del XIX secolo si misero le basi per una industrializzazione della città, grazie soprattutto all'impegno del sindaco Camuzzoni e del suo progetto di canale, fu nei primi anni del XX secolo che questa si realizzò concretamente.

La disponibilità di forza motrice e le agevolazioni promosse dalla giunta comunale attirarono l'attenzione di numerosi imprenditori anche da fuori città, con i loro capitali.

Uno dei fattori scatenanti del processo di industrializzazione della zona di basso Acquar fu certamente dovuto anche alla disponibilità dell'utilizzo dell'energia elettrica. Nel 1923 fu terminata la costruzione della diga del Chievo che permise di aumentare la portata di acqua verso il canale, il quale andò ad alimentare la centrale idroelettrica di Tombetta edificata nello stesso anno (nel 1946 fu affiancata da una seconda).

Alcuni esempi industriali[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito vediamo alcuni esempi di importanti industrie che ebbero un ruolo significativo nell'economia veronese tra il XIX e l'XX secolo.

Gli zuccherifici[modifica | modifica wikitesto]

Molti zuccherifici vennero fondati in quest'epoca ed in particolar modo fuori città, come a Legnago nel 1897 e a San Bonifacio nel 1900.

La Fedrigoni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fedrigoni Group.

Nel 1888 Giuseppe Antonio Fedrigoni fonda nella zona di Basso Acquar le Cartiere Fedrigoni. Fu una delle prime aziende ad usufruire della forza motrice generata dal canale Camuzzoni ottenendo da esso 127 cavalli dinamici per poter alimentare le macchine.

La Tiberghien[modifica | modifica wikitesto]

L'industria Tiberghien in una foto d'epoca

Nel 1907, nei pressi di San Michele Extra, viene fondato il Lanificio Veronese Fratelli Tiberghien. Il giornale L'Arena ricorda, in un'edizione dell'epoca, che l'iniziativa è partita da una società costituita da "grandi capitalisti francesi e quali hanno una simile grandiosa industria in francia". La posizione è stata scelta per essere non distante dalla città e da un deposito di petrolio e nei pressi del Canale Milani che fornisce l'energia necessaria.

Fu per molti anni la più grande industria presente nel veronese e infatti nel 1912 si avvaleva della manodopera di 900 operai, cresciuti fino all'apice di 1400 nel 1927; la maggior parte di loro erano donne. Nel dopoguerra ci furono centinaia di licenziamenti, seguiti nel 1956-57 da una nuova crescita dovuta al boom economico.

Nel 1974 a seguito di investimenti errati e di una perdita di qualità dei lavorati, seguita alla scelta di contenere i costi, il lanificio iniziò un lento declino. Dopo numerosi tentativi di salvataggio, ristrutturazioni e battaglie sindacali, nel 2004 l'azienda chiuse definitivamente dopo quasi un secolo di storia. Oggigiorno versa in stato di abbandono ma può ancora testimoniare l'epoca di primo sviluppo industriale veronese.

La Galtarossa[modifica | modifica wikitesto]

Le industrie Galtarossa vennero fondate nel 1897 allo scopo di produrre materiale per l'illuminazione ad acetilene. Tra il 1909 e il 1910 l'azienda si spostò verso l'attuale Lungadige Galtarossa dove vide fiorire le sue attività convertendosi alla produzione di proiettili e materiali da campo durante la prima guerra mondiale, diventando così un'importante industria metallurgica.

Nel 1981 viene acquistata dal Gruppo Riva, importante azienda italiana nel settore siderurgico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per portare un esempio, un grande zuccherificio, che era riuscito a dare impiego a 70 operai nel 1845 fu costretto ad interrompere l'attività nel 1862 a causa dei forti dazi.
  2. ^ Secondo le stime della Camera di Commercio

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Il canale Camuzzoni, Consorzio Canale Camuzzoni, 1991.
  • Redazione de L'Arena, L'Arena e Verona, 140 anni di Storia, L'Arena, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]