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Porta dei Leoni (Micene)

Coordinate: 37°43′50.91″N 22°45′23.04″E
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Voce principale: Micene.
Porta dei Leoni
Civiltàmicenea
Utilizzoporta monumentale
Stilemura poligonali
EpocaXIII secolo a.C.
Localizzazione
StatoGrecia (bandiera) Grecia
Unità perifericaArgolide
Mappa di localizzazione
Map
 Bene protetto dall'UNESCO
Siti archeologici di Micene e Tirinto
 Patrimonio dell'umanità
TipoCulturali
Criterio(i) (ii) (iii) (iv) (vi)
PericoloNon in pericolo
Riconosciuto dal1999
Scheda UNESCO(EN) Archaeological Sites of Mycenae and Tiryns
(FR) Scheda

La Porta dei Leoni è l'ingresso monumentale principale dell'antica rocca di Micene, nell'Argolide, in Grecia, aperto nel settore nord-occidentale del circuito fortificato della cittadella.[1][2] Fu costruita intorno al 1250 a.C., nel Tardo Elladico IIIB, quando l'ampliamento occidentale delle fortificazioni ridefinì il sistema di accesso alla cittadella e alla rampa diretta verso il palazzo.[1][3][2]

Il nome deriva dal grande rilievo scolpito sopra l'architrave, con due felini affrontati in posa araldica ai lati di una colonna di tipo minoico.[4][5] Il blocco figurato misura circa 3,5 m alla base, oltre 3 m in altezza e circa 0,7 m di spessore massimo: è il più monumentale rilievo noto dell'Egeo dell'età del bronzo, nonché l'unica immagine di questo tipo della Grecia dell'epoca ricordata nella letteratura antica, essendo rimasto visibile nel corso dei secoli prima delle indagini archeologiche moderne.[4][6] Il rilievo è inoltre una delle principali testimonianze figurative della presenza del leone nella Grecia protostorica.[7]

La Porta dei Leoni appartiene all'ampliamento occidentale delle fortificazioni di Micene, che comportò la realizzazione di un nuovo accesso monumentale.[1][8] Lo scavo sotto la soglia ha restituito materiali del Tardo Elladico IIIB, a conferma di questa datazione; le ricerche del 1960 hanno inoltre mostrato che sotto la rampa visibile si conservano sistemazioni più antiche e che l'accesso fu rimaneggiato anche in età ellenistica.[3][2]

Nel II secolo d.C. Pausania ricorda il rilievo dei leoni e attribuisce le mura di Micene ai Ciclopi.[9][4] Nel 1448 Ciriaco d'Ancona visitò Micene e dedicò particolare attenzione alla Porta, che misurò e disegnò con precisione.[10] Il monumento gli apparve ancora imponente e decorato, come egli stesso scrisse, da duabus pantherum imaginibus; la tradizione locale da lui raccolta collegava il rilievo a Nemea e al mito di Eracle più che alla memoria storica di Micene.[10]

La prima identificazione moderna del sito si deve all'ingegnere Francesco Vandeyk, che nel 1700 operò al servizio di Venezia nel quadro del catasto dei possedimenti veneti in Morea predisposto per il comandante Francesco Grimani.[11][12] Fra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento la Porta entrò stabilmente nella letteratura di viaggio e nella documentazione antiquaria, venendo raffigurata da artisti, studiosi e viaggiatori europei.[13] Dopo gli scavi del 1876 l'attenzione pubblica si spostò in larga misura verso l'interno della cittadella, in particolare verso il circolo funerario A.[14]

Le prime indagini promosse dallo Stato greco nell'area di Micene si ebbero nel 1841, quando la Società Archeologica di Atene incaricò Kyriakos Pittakis di liberare dal terreno l'ingresso della Porta dei Leoni, di ripulire il Tesoro di Atreo e di scavare attorno alla cosiddetta Tomba di Clitemnestra.[15]

Dopo alcuni tentativi precedenti non andati a buon fine, Heinrich Schliemann tornò a interessarsi a Micene all'inizio degli anni settanta dell'Ottocento.[16] Nel 1870 aveva cercato di ottenere un permesso di scavo senza riuscire a dare seguito al progetto; una seconda richiesta, presentata nel 1873, fu respinta a causa delle condizioni da lui poste.[16] Nel febbraio 1874 condusse sul sito alcuni scavi non autorizzati, subito interrotti dalle autorità; un mese più tardi ottenne però un permesso ufficiale, anche se la campagna vera e propria fu rinviata.[16] Solo nel 1876 poté scavare sistematicamente a Micene per conto della Società Archeologica di Atene.[16]

Durante la campagna del 1876 Panagiotis Stamatakis rappresentò il Servizio archeologico greco e la Società Archeologica presso lo scavo; i suoi rapporti mostrano che sovrintendeva quotidianamente ai lavori, alla classificazione dei reperti e alla loro custodia.[17] Per la Porta dei Leoni chiese l'intervento di un architetto competente per stabilire le misure necessarie alla protezione della scultura e si oppose alla rimozione dei blocchi caduti e ad altri interventi che riteneva pericolosi per la stabilità del monumento.[18][19]

Dettaglio del rilievo sopra l'architrave.

La Porta dei Leoni si apre nel settore nord-occidentale della cittadella ed era raggiunta da un accesso in salita, in parte condizionato dalla morfologia del pendio e in parte costruito artificialmente.[20] L'ingresso era protetto da un bastione sul lato occidentale e da uno spazio antistante di raccolta: così l'avvicinamento avveniva in un tratto ristretto, controllato dalla difesa e tale da esporre il fianco destro degli assalitori, normalmente meno protetto perché lo scudo era portato sul braccio sinistro.[21][22] In questo punto convergevano le principali vie di accesso al sito.[23]

Impronta di sigillo da Cnosso con due felini ai lati di una figura centrale.
Dettaglio di un pithos da Cnosso con figura femminile tra due felini.

La struttura della porta e del bastione è realizzata con grandi blocchi di conglomerato disposti in filari quasi regolari (tecnica pseudo-isodoma), mentre i tratti circostanti della fortificazione appartengono alla muratura ciclopica della cinta.[22][24] Quattro grandi monoliti in conglomerato formano gli stipiti, la soglia e l'architrave, ciascuno del peso di circa 15-20 tonnellate; almeno soglia e architrave superano le 20 tonnellate.[22][6] L'apertura misura 3,10 m in altezza e 2,95 m in larghezza alla base, restringendosi a 2,78 m in prossimità dell'architrave; la chiusura era affidata a una porta lignea a due battenti, probabilmente rivestita di bronzo e assicurata da una sbarra scorrevole.[22] L'uso del conglomerato nelle parti principali dell'ingresso si distingue dal resto della cortina muraria, costruita in calcare.[25]

Sopra l'architrave i filari superiori della muratura formano un triangolo di scarico, chiuso da una grande lastra di calcare scolpita a rilievo.[5] La lastra poggia a oltre 3 m dal suolo e misura tra 3,5 e 3,6 m alla base, 1,13 m nella parte superiore, più di 3 m in altezza e circa 0,7 m di spessore massimo.[6]

Il rilievo raffigura due felini affrontati ai lati di una colonna di tipo minoico-miceneo, rastremata verso il basso, con le zampe anteriori poggiate su due basi o altari; al di sopra della colonna è resa una trabeazione con quattro estremità di travi o dischi sovrapposti.[5][26][27] È stato definito il più antico esempio conservato di scultura architettonica monumentale in Europa.[5]

Le teste degli animali, lavorate separatamente dal resto del blocco, non si sono conservate; l'identificazione precisa come leoni o leonesse resta discussa, poiché la perdita delle teste e della criniera non consente una determinazione definitiva.[5][28] Tracce di fori, incassi e tagli mostrano che le teste erano fissate mediante lunghi perni e che il sistema di ancoraggio fu modificato già in antico, probabilmente in seguito a un danneggiamento e a un successivo intervento di riparazione.[29] Una proposta di ricostruzione basata sui segni di lavorazione ritiene che le teste non fossero rivolte frontalmente verso l'osservatore, ma voltate all'indietro, secondo uno schema attestato nella glittica egea.[30]

Il motivo dei due animali antitetici che fiancheggiano un elemento centrale ricorre con frequenza nell'arte minoica e micenea, soprattutto nella glittica: confronti ravvicinati si riconoscono in sigilli e oggetti d'avorio egei con felini affrontati ai lati di una colonna, di un altare o di una figura centrale, e in immagini minoiche nelle quali una divinità compare fra due felini.[30][27][31]

Superata la porta, l'accesso introduceva in una piccola corte interna, originariamente coperta, dove una scala raggiungeva la sommità della cinta e quindi il bastione e le altre difese esterne; subito oltre prendeva avvio la grande rampa che saliva verso il palazzo.[5] Immediatamente oltre l'ingresso, presso il muro, era collocato il granaio, e il percorso proseguiva verso l'interno accanto al circolo funerario A, collegandosi alla rampa diretta al palazzo.[32][33][2]

Influenza culturale

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Raffigurazione ottocentesca della Porta dei Leoni.

Fra la fine del XVIII secolo e la seconda metà del XIX secolo il rilievo fu riprodotto da diversi artisti, studiosi e architetti europei, fra i quali Thomas Hope, Sebastiano Ittar, William Gell, Edward Dodwell, Otto Magnus von Stackelberg, Jørgen Hansen Koch, Théodose du Moncel e Friedrich Adler: le copie e le vedute che ne derivarono fecero della Porta una delle immagini più diffuse di Micene nella cultura figurativa europea.[34]

Molte di queste raffigurazioni adattarono però il rilievo a un gusto classicistico, alterando dettagli come la rastremazione verso il basso della colonna centrale o la resa dei felini e dell'orditura superiore.[35] Il rilievo fu messo in rapporto, di volta in volta, con i sigilli micenei, con gli altari del fuoco persiani, con il culto di Mitra e con varie divinità del pantheon classico, mentre i quattro dischi sopra il capitello furono interpretati come simboli solari o come segni riferiti a città del Peloponneso.[36] Soltanto negli anni sessanta dell'Ottocento si affermò con maggiore chiarezza la lettura di quei dischi come elementi della trabeazione resa nel rilievo.[37]

Anche dopo gli scavi schliemanniani del 1876, che concentrarono l'attenzione pubblica sulle scoperte dell'interno della cittadella, la Porta continuò a funzionare come immagine sintetica e immediatamente riconoscibile di Micene, sia nella cultura antiquaria e archeologica europea sia nella costruzione del patrimonio nazionale greco.[38][39]

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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