Ponte di Cecco

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Ponte di Cecco
435AscoliPPonteDiCecco.JPG
Localizzazione
Stato Italia Italia
Città Ascoli Piceno
Attraversa Castellano
Coordinate 42°51′09.5″N 13°35′09.24″E / 42.85264°N 13.5859°E42.85264; 13.5859Coordinate: 42°51′09.5″N 13°35′09.24″E / 42.85264°N 13.5859°E42.85264; 13.5859
Dati tecnici
Tipo Ponte ad arco
Materiale travertino e pietra
Luce max. 14 50 m
Altezza 25 m
Realizzazione
Costruzione ...-Antica Roma Età repubblicana (ricostruito negli anni 60[1])
Mappa di localizzazione

Il ponte di Cecco è il più antico ponte della città di Ascoli Piceno che, attraversando il torrente Castellano, nei pressi di Porta Maggiore, conduce al forte Malatesta.

La sua leggera sagoma architettonica appare in un profilo sottile ed ancora oggi ostenta intatta la sobria armonia di proporzioni e di linee tipiche dei monumenti della Roma repubblicana. Realizzato in travertino e pietra si distingue candido e chiaro tra la ricca vegetazione circostante.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Questo ponte è stato erroneamente identificato, per lungo tempo, come un'opera di epoca medioevale.

L'architetto e archeologo Giambattista Carducci[1] lo ha riconosciuto come sicura costruzione romana dell'età repubblicana, riscontrando affinità di fabbricazione con altri ponti coevi realizzati lungo la strada consolare Salaria. Con molta probabilità questa opera di collegamento tra le due sponde del Castellano era l'uscita orientale della strada Salaria che un tempo attraversava trasversalmente tutta la città di Ascoli.

Il ponte attuale è la ricostruzione integrale dell'originario, avvenuta negli anni 60, con l'impiego dello stesso materiale recuperato nelle acque del torrente sottostante. Il vecchio ponte fu distrutto, nel corso della seconda guerra mondiale, dai guastatori tedeschi il 16 giugno 1944 insieme al Ponte Maggiore, durante la ritirata.

Ancora oggi è possibile percorrerlo a piedi e fruire della congiuntura tra il centro della città con il quartiere di Porta Maggiore.

Ponte di Cecco e forte Malatesta

Leggende[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la leggenda e la tradizione popolare, la denominazione di questa opera sarebbe da mettere in correlazione con Cecco d'Ascoli, poeta ed astrologo, cui si attribuisce la costruzione del ponte avvenuta in una sola notte con l'aiuto del diavolo.

Alcuni studiosi sostengono, invece, che l'appellativo di Cecco abbia corrispondenza con il nome di Cecco Aprutino, maestro medioevale, che lo avrebbe ristrutturato, nel 1349, su commissione di Galeotto I Malatesta.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Composizione esterna[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte ha l'aspetto tipico delle opere romane ed è realizzato in opera quadrata a murazione liscia seguendo il canone architettonico dell'orizzontalità e della uniforme altezza degli strati. Le pietre utilizzate sono ordinatamente posizionate in modo che la commettitura verticale poggi sul pieno della pietra sottostante.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

La struttura del ponte è costituita da due campate ad arco:

  • la maggiore, centrale, con una luce di 14,50 m;
  • la minore, laterale, con una luce di 7,50 m.

L'altezza del piano stradale dal pelo dell'acqua è di 25 m.

Nella zona centrale si trova una costruzione a forma di casupola, detta "casetta del dazio", che era utilizzata come alloggiamento per incardinare il portone d'ingresso alla città.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b A. Marinelli. op. cit. pag. 252.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giambattista Carducci, Su le memorie e i monumenti di Ascoli nel Piceno, Arnaldo Forni Editore, Fermo, 1853, pp. 98 – 103;
  • Antonio De Santis, Ascoli nel Trecento, vol. I (1300 - 1350), Collana di Pubblicazioni Storiche Ascolane, Grafiche D'Auria, Ascoli Piceno, ottobre 1999, p. 55;
  • Antonio Rodilossi, Ascoli Piceno città d'arte. "Stampa & Stampa" Gruppo Euroarte Gattei, Grafiche STIG, Modena, 1983, p. 218;
  • Giuseppe Marinelli, Dizionario Toponomastico Ascolano - La Storia, i Costumi, i Personaggi nelle Vie della Città, D'Auria Editrice, Ascoli Piceno, marzo 2009, p. 252;

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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