Pollicino

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Le Petit Poucet, illustrato da Gustave Doré

Pollicino (Le Petit Poucet) è una celebre fiaba di Charles Perrault, originariamente pubblicata nei I racconti di mamma l'oca nel 1697. Carlo Collodi traduce la fiaba in italiano col titolo Puccettino. [1] [2]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La miseria e la carestia regnano sul paese. Un taglialegna e sua moglie, non avendo più di che sfamare i loro sette figli, decidono di abbandonarli nel bosco. Il più piccolo dei fratelli, Pollicino, avendo udito per caso la conversazione dei genitori, si riempie le tasche di sassolini bianchi. Il giorno dopo, quando i genitori conducono i figli nella foresta con una scusa, Pollicino lascia cadere i sassolini dietro di sé; seguendo questa traccia riesce a riportare i fratelli a casa. Il giorno dopo la cosa si ripete, ma questa volta Pollicino ha a disposizione, per segnare il sentiero, solo briciole di pane, che vengono mangiate dagli uccelli.

I sette fratellini, persi nel bosco, chiedono ospitalità a un casa di cui dall'alto di un albero Pollicino aveva scorto un lumicino. Una donna apre loro la porta, ma li avverte che suo marito è un Orco che mangia i bambini. Tuttavia li ospita e li nasconde.

Quando l'Orco rientra, però, sente l' inconfondibile odore di "carne fresca" e scopre gli intrusi decidendo di mandarli a morte il giorno successivo.

Nel frattempo Pollicino scopre che l'Orco ha sette figlie, sette orchette che egli ama tanto da aver donato a ciascuna di loro una coroncina. Nottetempo, si introduce nella camera delle orchette e scambia le loro corone con i berretti dei fratelli. L'Orco, svegliatosi nella notte con l'intento di sgozzare i bambini, viene tratto in inganno dalla "sostituzione" delle teste con i berretti e finisce per sgozzare le proprie figlie.

Pollicino e i fratelli fuggono: l'Orco li insegue indossando gli stivali delle sette leghe così chiamati per la distanza che riescono a coprire ad ogni passo. Ma anche questa volta Pollicino dimostra tutta la sua furbizia: visto che gli stivali stancano dopo averli usati per molto aspetta che l'Orco si addormenti e gli ruba gli stivali. Torna dalla moglie e le racconta che l'Orco è stato rapito dai briganti e che per liberarlo bisogna pagarne il riscatto. La donna, spaventata, gli dà tutto l'oro che possiede. Pollicino prende l'oro e insieme ai fratelli torna alla casa paterna. Grazie agli stivali Pollicino riuscì a ottenere diversi incarichi dal re, che dava in cambio ricompense di molto denaro. Così, finalmente la famiglia riuscì a permettersi lussurie che li permisero di vivere felici e contenti.

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto di Pollicino, come quello di Hansel e Gretel, con il tema della fame in primo piano, può essere interpretato come un insegnamento per i bambini affinché superino quella che Freud chiama la fase orale. Pollicino rinuncia a mangiare e invece impara a usare la sua intelligenza, i suoi occhi e le sue orecchie. Al contrario, i fratelli di Pollicino, l'Orco, le sue figlie e gli altri personaggi della fiaba, mangiano e dormono.

Riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni temi di Pollicino sono riconducibili alla mitologia greca: i sassolini di Pollicino ricordano il filo d'Arianna di Teseo, che abbatte il minotauro come Pollicino "batte" l'Orco. La vittoria del debole sul forte (addirittura di un bambino particolarmente minuto sul gigantesco Orco) riprende il tema di Davide e Golia. Inoltre l'orco si potrebbe ricondurre a un capitolo dell'Odissea, in quanto anche Polifemo tiene prigionieri nella sua grotta i greci di Ulisse che tornavano in patria dalla guerra di Troia.

Il fratello di Zeto, Anfione, aveva sposato Niobe, da cui aveva avuto sette figli maschi e sette femmine, mentre Aedone aveva partorito solo un maschio ed una femmina. Colma d'invidia, Aedone si apprestò a uccidere il primogenito di Niobe: nottetempo giunse nella camera dove dormivano i figli sia suoi che di Niobe, e nel buio, sbagliò letto, e invece di uccidere il figlio della cognata, uccise il proprio, Itilo o Ati.

Adattamenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Carlo Collodi ne I racconti delle fate. Voltati in italiano, Firenze, Paggi, 1875.
  2. ^ Testi de I racconti di Mamma Oca in Wikisource

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Trad. it. Andrea D'Anna, Milano, Feltrinelli, 2013 - prima edizione 1977
  • Vladimir Jakovlevič Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Trad. it. Clara Coïsson, Torino, Bollati Boringhieri, 2012 - prima edizione 1972.
  • Italo Calvino, in AA. VV.Sulla fiaba, a cura di Mario Lavagetto, Einaudi 1988.

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