Pineta di Ravenna

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La pineta di Ravenna è un grande bosco planiziale che si estende a nord e a sud del Canale Candiano (il canale artificiale che unisce Ravenna al mare Adriatico). È un'area protetta, inserita nel parco regionale del Delta del Po.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Pineta di Classe a fine Ottocento
Giuseppe Guarini, Carta del territorio di Ravenna (1770). Fino al XIX secolo la zona costiera compresa tra i fiumi Lamone (a nord) e Savio (a sud) fu suddivisa tra i monasteri di San Vitale (tra il Lamone e il vecchio alveo dei Fiumi uniti), S. Maria in Porto (tra il vecchio alveo dei Fiumi uniti e il Candiano[1]), Classe (tra il Candiano e il Bevano) e San Giovanni (tra il Bevano e il Savio).

Tra il X e il XIV secolo il continuo apporto di materiali alluvionali, sia padani che appenninici, comportò la formazione, lungo il litorale tra Ravenna e Cervia, di ampi campi di dune marittime. I monaci delle abbazie presenti sul territorio vi impiantarono coltivazioni boschive[2]. L'essenza botanica principale fu chiaramente il pino domestico. Si formarono quattro grandi pinete, affidate ciascuna alla cura di un monastero o un'abbazia: le pinete di San Vitale; di San Giovanni; di Classe e di Cervia[3]. Dal XVI al XVIII secolo attraversarono una fase di espansione continua e costante (grazie anche a condizioni climatiche particolari): la loro superficie passò da 1.800 ettari a settemila, per una lunghezza di oltre trenta chilometri e una profondità di alcuni chilometri[4]. Nel 1774 il naturalista Francesco Ginanni (1716-1766) rilevò che le quattro pinete si estendevano su una superficie di circa 7.400 ettari senza soluzione di continuità dall'alveo del fiume Lamone, a nord fino a Cervia[2].

La soppressione degli ordini religiosi, con la conseguente confisca dei loro beni, decretata dai francesi (che occuparono Ravenna nel 1796) fu la causa dell'inizio del degrado dell'ambiente naturale delle pinete: non più curate dai monaci delle abbazie, divennero fondi rurali da vendere al miglior offerente. Nel 1798, per necessità finanziarie, la Pineta di Porto Fuori venne venduta a una società ravennate, la Società Baronio, che ne distrusse gran parte. Nel 1822 papa Pio VII diede in enfiteusi perpetua, a fronte del pagamento di un canone annuo di circa 5.000 lire, la spiaggia tra i fiumi Lamone e Savio, la cui superficie consisteva in circa 5000 ettari e si estendeva dalla Pineta al mare, a un privato, il conte Giacomo Paolucci di Forlì, con l'obbligo contrattuale di bonificare i terreni e coltivarli, «e di aiutare infine la popolazione, favorendo i braccianti».[5] Il conte Paolucci non rispettò gli accordi contrattuali: non operò alcuna bonifica delle porzioni di pineta che, col passare del tempo, emergevano a seguito del ritiro del mare. Si impossessò di relitti di mare e abbatté parte di una pineta confinante, impedendo inoltre agli abitanti di esercitare il diritto di pascolo e di uso del legno. Dal 1823 il Comune di Ravenna iniziò quindi una contesa che durò 70 anni. Nel 1836 le tre porzioni rimaste furono date in enfiteusi dal Governo pontificio alle Canoniche Lateranensi di San Pietro in Vincoli e di San Lorenzo fuori le mura in Roma.[5] Attorno alla metà del XIX secolo fu la volta della Monaldina (parte della pineta di San Vitale). Nel 1873 il Comune di Ravenna divenne unico proprietario della pineta. Da allora gli abbattimenti, invece che fermarsi, proseguirono. In quell'anno una stima accertò che la superficie boschiva si era ridotta a 4781 ettari[2].

Tra il 1874 e il 1879 venne pubblicato un piano regolatore e furono eseguiti dei lavori di conservazione. Nel 1879-80, complice il rigido inverno, il bosco fu tagliato per ricavare legna da ardere. Il Consiglio municipale dovette bonificare parte della pineta, che si ridusse a 3000 ettari. Ancora più consistenti furono i disboscamenti per usi militari: la richiesta di legname comportò il completo abbattimento della pineta di San Giovanni (nel 1892) e di gran parte di quella di Cervia (circa 450 ettari disboscati nel 1900), con mutilazioni anche nel bosco di Classe e nella parte settentrionale di quello di San Vitale[4]. Nel 1904 vennero rivendicati dal Governo circa 200 ettari di terreno (cioè gli arenili tra il Canale del Molino e il Lamone e la spiaggia di Porto Corsini). L’anno successivo, in seguito all’acquisizione da parte dello Stato di ulteriori 282 ettari circa, il Ministro Luigi Rava, in collaborazione col Ministro Giovanni Rosadi, a sostegno della difesa dell’importanza storica e artistica della Pineta di Ravenna, presentò un disegno di legge con la proposta di dichiarare inalienabili i terreni facenti parte della transazione tra il Demanio pubblico e gli eredi Pergami-Belluzzi e ulteriori terreni confinanti, a scopo di rimboschimento.[6] Nel 1905 il disegno di legge divenne la Legge 16 luglio 1905, n. 411 e già nell’autunno dello stesso anno venne avviato il rimboschimento di circa 200 ettari di terreno.

Dopo la Prima guerra mondiale la pineta assunse l'aspetto attuale: un bosco che si dipana lungo la fascia litoranea.

Dopo la Seconda guerra mondiale l'area pinetale, a causa dell'intervento dell'uomo, è stata frazionata in più pinete, non contigue tra loro. Le due pinete storiche ricomprese nel comune di Ravenna, quella di San Vitale e quella di Classe, occupano una superficie di circa 2.000 ettari; entrambe sono pinete di pino domestico. A partire dai primi del Novecento sono state realizzate le pinete litoranee, utilizzando prevalentemente il pino marittimo; oggi occupano una superficie complessiva di circa 850 ettari.

Aree protette[modifica | modifica wikitesto]

Pinete a gestione statale
Pinete a gestione comunale

Tutte le pinete sono classificate zona speciale di conservazione e zona di protezione speciale.

Nella letteratura e nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Wostry, Dante in pineta

La Pineta di Ravenna è citata dai seguenti letterati:

«L'antica selva ho là, sul mar, che trema/
per grida atroci o per melodie sante:/
in quella selva s'agita il poema/
sacro di Dante»

La pineta ha ispirato pittori e incisori:

  • Domenico Miserocchi (1862-1917);
  • I fratelli Alessandro e Vittorio Guaccimanni (vissuti a cavallo tra XIX e XX secolo);
  • Giannetto Malmerendi (1893-1968).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nella carta è denominato Fosso Vecchio.
  2. ^ a b c G. Lazzari, p. 4.
  3. ^ Attilia Tartagni, Che musa la pineta!, in La Voce di Romagna, 28 settembre 2015.
  4. ^ a b Eraldo Baldini, Dante Bolognesi (a cura di), Il richiamo di Ravenna, Longo Editore, Ravenna 2015, pp. 35 e segg.
  5. ^ a b Luigi Rava, La pineta di Ravenna: piccola storia di una grande bonifica, Roma: Ente nazionale industrie turistiche, 1926, p. 33 e segg.
  6. ^ Comune Di Ravenna, Cenni Storici: Per la Rinascita della Pineta Di Lido Di Dante, su comune.ra.it.
  7. ^ Deriva il nome da Quilinto Ramazzotti, guardia forestale, che fu ucciso nella pineta il 4 febbraio 1931 da un bracconiere colto in fragrante e a cui voleva sequestrare il fucile. Fu insignito della Medaglia d'argento al valor militare e gli fu intitolata la pineta.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Lazzari, Il «caso Ortazzo». Una battaglia per la diversità, Ravenna, L'ARCA, 2019.
  • Luigi Rava, La pineta di Ravenna: piccola storia di una grande bonifica, Roma, Ente nazionale industrie turistiche, 1926, OCLC 800005262.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]