Pieve di Porlezza

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Pieve di Porlezza
Informazioni generali
Capoluogo Porlezza
748 abitanti (1771)
Dipendente da Provincia di Milano
Suddiviso in 14 comuni
Amministrazione
Forma amministrativa Pieve
Podestà lista sconosciuta
Organi deliberativi Consiglio generale
Evoluzione storica
Inizio XIV secolo
Causa Secolarizzazione delle pievi
Fine 1797
Causa Invasione napoleonica
Preceduto da Succeduto da
Nessuna Distretto di Porlezza
Cartografia
Pievimil.jpg
Pieve di San Vittore
Monastergen.png
Informazioni generali
Capoluogo Porlezza
748 abitanti (1771)
Dipendente da Arcidiocesi di Milano
Suddiviso in 14 parrocchie
Amministrazione
Forma amministrativa Pieve
Prevosto vedi sotto
Evoluzione storica
Inizio XIII secolo
Causa Istituzione delle pievi
Fine 1972
Causa Sinodo Colombo
Preceduto da Succeduto da
Nessuna Decanato di Porlezza
Cartografia
SVittorePorlezza.JPG

La pieve di Porlezza o pieve di San Vittore di Porlezza (in latino plebis porletiensis o plebis sancti victori porletiensis) era il nome di un'antica pieve dell'Arcidiocesi di Milano e del Ducato di Milano con capoluogo Porlezza.

Il santo patrono era San Vittore al quale è ancora oggi dedicata la chiesa prepositurale di Porlezza.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Non sono state trovate notizie più antiche associabili alla pieve di Porlezza anteriormente al "Liber Notitiae Sanctorum Mediolanensis" di Goffredo da Bussero, il quale pare proprio essere il primo ad utilizzare il termine di plebs in senso strettamente ecclesiastico, perché politicamente il territorio porlezzese era già designato col titolo di curtis.[1]

Nel 1398 apprendiamo che a Porlezza sei canonici conducevano vita religiosa, tra i quali si trovava anche il prevosto, il quale aveva sovranità anche sulle cappelle di San Mamete Valsolda e San Bartolomeo Val Cavargna, che vengono segnalate come presenti anche nel XV secolo quando la canonica di Porlezza aveva portato a cinque il numero dei canonici. Sebbene, inoltre, nel XIV secolo la cappella di San Mamete si fosse costituita parrocchia, apprendiamo che essa doveva ancora delle decime al prevosto di Porlezza.[1] Col Rinascimento la pieve assunse anche una funzione amministrativa civile come ripartizione locale della Provincia del Ducato di Milano: tale collocazione non deve sorprendere, essendo funzionale ad una strategia di accerchiamento dell'avversario territorio comasco da parte delle potenti autorità ambrosiane, strategia di cui faceva parte anche Capriasca.[2] Ad amministrare la pieve vi era un podestà nominato da Milano, ma la rappresentanza locale era comunque garantita da un Consiglio Generale con potere deliberativo e composto da dodici membri eletti dalle autorità comunali.

Nel Cinquecento il numero dei canonici torna a sei e la pieve di Porlezza si arricchisce di nuove cappelle e rettorie, anche se alcuni di questi vennero soppressi dalla visita pastorale dell'arcivescovo Gaspare Visconti, che si preoccupò di creare anche una prebenda scolastica per uno dei canonici. Al XVI secolo è inoltre ascrivibile la prima apparizione di religiosi insediatisi stabilmente entro i confini della pieve di Porlezza: erano questi i cappuccini del convento di Tavordo, la cui costruzione iniziò nel 1581 con il patrocinio di Carlo Borromeo sull'opera da loro svolta. Fu questo arcivescovo, infatti, che durante la sua visita pastorale del 1594, consacrò la chiesa di Santa Maria Assunta annessa al convento. Come altre pievi, anche a Porlezza dall'epoca post-tridentina comparve la struttura vicariale che si affiancò a quella originale della pieve, facendone coincidere quasi completamente gli interessi.[1]

Nel 1640 ebbe inizio la decadenza della pieve, ed in maniera tragica: in quell'anno, infatti, il cardinale Cesare Monti decise di privare la pieve di Porlezza di alcune sua parrocchie per formare la pieve di Valsolda con un vicariato autonomo.[1] Dal punto di vista civile, la pieve amministrativa fu oggetto di un esperimento riformatore di stampo illuminista da parte dell'Imperatore Giuseppe II, che nel 1786 la incluse nella Provincia di Como, provvedimento però cancellato dopo soli cinque anni dal fratello Leopoldo II, imperatore ben più conservatore. La pieve fu poi soppressa nel 1797 in seguito all'invasione di Napoleone e alla conseguente introduzione di nuovi e più moderni distretti.

Ecclesiasticamente invece, Porlezza rimase autonoma sino ai decreti che nel 1972, per ordine dell'arcivescovo milanese Giovanni Colombo, soppressero tutte le antiche pievi lombarde rimpiazzandole coi moderni decanati. Porlezza seguitò ad essere comunque sede di decanato[1] che comprende 14 parrocchie.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà del XVIII secolo, il territorio della pieve era così suddiviso:

Pieve civile Pieve ecclesiastica
Comune di Porlezza
Comune di Tavordo
Parrocchia di San Vittore
Comune di Buggiolo
Comune di Seghebbia
Parrocchia di Santa Maria Assunta
Comune di Carlazzo Parrocchia dei Santi Giacomo e Fedele
Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo
Comune di Cavargna Parrocchia di San Lorenzo martire
Comune di Cima Parrocchia della Purificazione di Maria
Comune di Claino con Osteno Parrocchia di San Vincenzo in martire in Claino
Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo in Osteno
Comune di Corrido Parrocchia dei Santi Materno e Martino
Comune di Cusino Parrocchia della Natività di San Giovanni Battista
Comune di Gottro Parrocchia di Santo Stefano protomartire
Comune di Piano Parrocchia dei Santi Nazaro e Celso
Comune di San Bartolomeo Parrocchia di San Bartolomeo
Comune di San Nazzaro Parrocchia dei Santi Nazaro e Celso

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e vedi qui
  2. ^ Statuti del Borgo e della Pieve di Porlezza, 1º gennaio 1339.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Liber notitiae sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero. Manoscritto della Biblioteca Capitolare di Milano, a cura di M. Magistretti, U. Monneret de Villard, Milano, 1917.
  • Diocesi di Milano. Sinodo 46°, Milano, 1972, Pubblicazione curata dall'ufficio stampa della Curia arcivescovile di Milano.
  • G. Vigotti, La diocesi di Milano alla fine del secolo XIII. Chiese cittadine e forensi nel “Liber Sanctorum” di Goffredo da Bussero, Roma, 1974.
  • Istituzione dei nuovi vicariati urbani e foranei, 11 marzo 1971, Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, Rivista Diocesana Milanese, 1971.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]