Pieve dei Santi Maria e Gervasio (Marmoraia)

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Pieve dei Santi Maria e Gervasio
Marmoraia facciata.jpg
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneToscana
LocalitàMarmoraia, località di Casole d'Elsa
ReligioneCattolica
Arcidiocesi Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneesistente nel 1047

Coordinate: 43°19′53.92″N 11°10′26.31″E / 43.331644°N 11.173975°E43.331644; 11.173975

La pieve dei Santi Maria e Gervasio è un edificio sacro situato a Marmoraia, nel comune di Casole d'Elsa, in provincia di Siena.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La prima testimonianza riguardo a questo edificio risale al 17 agosto 1047 quando, nel suo territorio, venne venuto un terreno[1]. Nel XII secolo la pieve era l'edificio principale di un centro curtense sul quale avevano diritti feudali gli abati della badia a Isola[2]. La pieve era compresa nella diocesi di Siena ed al vescovo senese Bono venne confermata da papa Clemente III il 20 aprile 1189[3]; nella pieve di Marmoraia, posta al confine con la diocesi di Volterra vennero stipulati dei patti tra la Repubblica di Siena ed il vescovo volterrano nel settembre 1181[3][4].

Se il centro curtense di Marmoraia era un dipendenza della badia a Isola, fatto confermato anche da due atti del XIII secolo[5], la pieve era invece completamente indipendente: il 7 maggio 1129 sorse una contesa tra il pievano di Marmoraia Buonsignore e l'abate di Isola per quanto riguardava il possesso dall'eremo di Montemaggio[3]. Dai documenti sopravvissuti appare chiaro che il pievano si considerava pari grado all'abate[3]. La contrapposizione tra i due si concluse con sentenza del 7 febbraio 1234 con la quale si stabilì che l'eremo spettava alla badia a Isola[3][6].

La pieve di Marmoraia aveva sette chiese suffraganee[3] che però, a causa della scarsa produttività della zona, fornivano un magro reddito[7][8]. Nonostante questo nel periodo compreso tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo la pieve venne restaurata secondo il gusto dell'epoca.

Il castello di Marmoraia venne distrutto il 19 maggio 1554[3] durante la Guerra di Siena dall'esercito spagnolo e, forse, in quell'occasione anche la chiesa venne danneggiata[3]. Nel 1592, con la costituzione della nuova diocesi di Colle Val d'Elsa alla quale venne annesso, il suo piviere fu smembrato[9] ma ne questo avvenimento ne la continua diminuzione di popolazione portarono ad effettuare modifiche all'edificio che è giunto inalterato fino ai giorni nostri.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Abside

La chiesa è una basilica a tre navate conclusa con un'abside semicircolare.

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Dall'esterno la chiesa si presenta come un compatto volume che non mostra la divisione spaziale dell'interno. Il paramento murario è in calcare massiccio.

La facciata in origine era a salienti[3] ed in essa sono visibili i segni di vari interventi di restauro effettuati nel corso del tempo. Anteriormente alla prima metà del XIII secolo il semplice portale architravato, le due monofore ad arco crescente e il paramento murario ad esse circostante venne ridefinito come si evince dalla maggiore cura nella realizzazione rispetto ad altre parti più antiche. In un'epoca successiva le navate laterali vennero sopraelevate fino a raggiungere lo spiovente dalla navata centrale. In un'occasione di un ennesimo intervento sulla facciata vennero aperte le due ampie monofore archiacute poste in corrispondenza delle navate minori.

Il fianco meridionale non mostra nessuna apertura perché, probabilmente, l'interno della chiesa prendeva luce da un cleristorio in seguito distrutto. L'unico elemento architettonico qui presente è un portale architravato oggi tamponato.

La tribuna è dominata dal volume del catino absidale. Per la curvatura falcata, per il paramento murario a sasso scapezzato e per la presenza di una monofora in cotto, l'abside è da considerarsi frutto di ricostruzione[10]. In prossimità dello spigolo destro della facciata si trovava la torre campanaria, oggi distrutta, della quale rimangono le fondazioni realizzate su un affioramento di calcare[11].

Interno[modifica | modifica wikitesto]

All'interno la chiesa è divisa in tre navate di quattro campate ciascuna poggianti su altrettanti pilastri rettangolari e su contrafforti alle pareti; i pilastri appartengono alla primitiva fase di costruzione dell'edificio e quindi alla prima metà del XII secolo. La copertura è a capriate lignee ma, nelle navate laterali, non sono visibili perché nascoste da volte posticce.

Nel transetto a destra dell'altare maggiore è murata una lapide il cui testo, in un latino medievale, sembra descriva un delitto:

«Millenus duecentenus cum bis duodeno
Tertius annus erat, cum Cornu Chrismate pleno
Bonfilius praesul, temeraria quam violavit
Hanc manus Ecclesiam, sacra dando purificavit.
Bondominus Plebanus erat, qui tempus amarum
Hic celebri sumptu, sed absilitatis amicum
Fasus avaritiae foedus reprobavit iniquum.
Si, Lector, quaeris, quid commoditatis habetur;
Criminis huc veniat si quis, qui mole gravetur,
Dico tibi, sic est, a Summo Praesule rerum
Quadraginta tibi laxatur poena dierum,
Atque pari studio venientes conciliantur,
Quae venalia sunt septena parte levantur.»

Piviere di Marmoraia[modifica | modifica wikitesto]

Resti delle fortificazioni di Marmoraia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cammarosano 1993, pagg. 220-243.
  2. ^ Cammarosano 1993, pag.323.
  3. ^ a b c d e f g h i AA.VV., Chiese medievali della valdelsa, pag.94.
  4. ^ Lisini 1908, pag.101.
  5. ^ Cammarosano 1993, pagg. 419-423.
  6. ^ Lisini 1908, pagg.220-226-239-249.
  7. ^ Nel 1276 la decima ammontava a 10 lire senesi. Nel 1277 era di 12 lire e 8 soldi lire. Nel 1296 pagava 4 lire ogni semestre. Nel 1298 12 lire annue. Nel 1303, insieme alla chiesa di Fungaia, era di 5 lire e 10 soldi ogni semestre. Guidi 1932, pag.109 n.2486 e pag.117 n.2681
  8. ^ Giusti-Guidi 1942, pag.151 n.2648.
  9. ^ Repetti 1833, Volume III, pag.85.
  10. ^ Moretti Stopani 1968, pag.63.
  11. ^ Moretti Stopani 1968, pagg.63-64.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Giovanni Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae monumenta, Firenze, Tipografia Salutati, 1758.
  • Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico del Granducato di Toscana, Firenze, 1833-1846.
  • Emanuele Repetti, Dizionario corografico-universale dell'Italia sistematicamente suddiviso secondo l'attuale partizione politica d'ogni singolo stato italiano, Milano, Editore Civelli, 1855.
  • Attilio Zuccagni-Orlandini, Indicatore topografico della Toscana Granducale, Firenze, Tipografia Polverini, 1857.
  • Alessandro Lisini, Inventario delle pergamene conservate nel Dipolmatico dall'anno 736 all'anno 1250, Siena, Lazzeri, 1908.
  • Michele Cioni, La Valdelsa: guida storico-artistica, Firenze, Lumachi, 1911.
  • Pietro Guidi, Rationes Decimarum Italiae. Tuscia. Le decime degli anni 1274-1280, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1932.
  • Pietro Guidi, Martino Giusti, Rationes Decimarum Italiae. Tuscia. Le decime degli anni 1295-1304, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.
  • Italo Moretti, Renato Stopani, Chiese romaniche in Valdelsa, Firenze, Salimbeni, 1968.
  • Paolo Cammarosano, Vincenzo Passeri, I Castelli del Senese, Siena, Monte dei Paschi, 1976.
  • Italo Moretti, Renato Stopani, Romanico senese, Firenze, Salimbeni, 1981.
  • Paolo Cammarosano, Monteriggioni. Storia, architettura paesaggio, Milano, Electa, 1983.
  • Franco Cardini, Alta Val d'Elsa: una Toscana minore?, Firenze, SCAF, 1988.
  • Paolo Cammarosano, Abbadia a Isola. Un monastero toscano nell'età romanica, Castelfiorentino, Società Storica della Val d'Elsa, 1993.
  • Giovanni Cencetti, Medioevo in Valdelsa, Poggibonsi, Centro Studi Romei, 1994.
  • Andrea Duè, Vieri Becagli, Atlante storico della Toscana, Firenze, Le Lettere, 1994, ISBN 88-7166-200-8.
  • AA.VV., Chiese medievali della Valdelsa. I territori della via Francigena tra Siena e San Gimignano, Empoli, Editori dell'Acero, 1996, ISBN 88-86975-08-2.
  • AA.VV., Il Chianti e la Valdelsa senese, Milano, Mondadori, 1999, ISBN 88-04-46794-0.

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