Pietro De Negri

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Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana (in romanesco: er Canaro; Calasetta, 28 settembre 1956), è un criminale italiano.

Deve il soprannome alla sua originaria attività di toelettatore di cani in Via Della Magliana 253[1], nella zona popolare della Magliana Nuova a Roma, nel quartiere Portuense. Salì alla ribalta della cronaca nera per il brutale omicidio dell'ex pugile dilettante Giancarlo Ricci. Il fatto, noto alle cronache come delitto del Canaro, colpì l'opinione pubblica per la sua particolare efferatezza, poiché la vittima, stando almeno a quanto dichiarò l'assassino, sarebbe stata torturata a lungo e mutilata a più riprese prima di essere finita, anche se in seguito l'autopsia smentì questa ricostruzione dei fatti.

La vicenda[modifica | modifica wikitesto]

La ricostruzione di De Negri[modifica | modifica wikitesto]

Cocainomane e pregiudicato, De Negri fu, secondo quanto riferì, complice di Ricci in una rapina, che tuttavia aveva portato al suo solo arresto mentre il pugile, lontano da ogni rischio di accusa, aveva dilapidato l'intero bottino. Continuamente angariato dall'ex sodale, che gli forniva la droga e gli imponeva il pagamento di tangenti a suon di minacce e percosse, il Canaro aveva subìto le prepotenze di Ricci sin quando questi gli aveva rubato uno stereo, pretendendo poi per la restituzione la somma di duecentomila lire.[2][3]

Il 18 febbraio 1988 De Negri attrasse Ricci nel proprio negozio con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina che attendeva nell'esercizio; lo convinse poi a nascondersi in una gabbia per cani, apparentemente in esecuzione del piano, ma a questo punto lo sorprese e lo chiuse dentro. Alle 15:00 De Negri, che aveva assunto droga[4] per tutta la notte, intraprese una spietata sevizia di sette ore nei confronti della sua vittima.[2][3] Dapprima gli incendiò il volto con della benzina, quindi lo stordì con una bastonata.

Stando alla versione del De Negri, dopo aver alzato il volume dello stereo al massimo per coprire le grida, forte del fatto che si trattava d'una sua abitudine nota al vicinato, trasse la vittima dalla gabbia e la legò a un tavolo, amputandole i pollici e gli indici d'entrambe le mani con delle tronchesi. Cauterizzate le ferite bruciandole con della benzina, di modo che la vittima non morisse troppo presto per dissanguamento, De Negri iniziò a schernire Ricci che nel frattempo era rinvenuto, e intorno alle 16:00 si concesse anche il tempo di andare a riprendere la figlioletta a scuola per condurla a casa da sua madre.[2]

All'apice della tortura, sempre secondo la versione dell'omicida, mutilò l'ex pugile di naso, orecchie e, infine, della lingua e dei genitali. Poi introdusse le parti amputate nella bocca di Ricci aiutandosi con una tenaglia e provocandone la morte per asfissia. Al termine dell'operazione prese ad accanirsi sul cadavere, rompendogli i denti a martellate, e infilandogli le dita recise nell'ano e negli occhi; quindi gli aprì la scatola cranica per lavargli il cervello con lo shampoo per cani.[2]Questa ricostruzione dei fatti venne successivamente smentita dai riscontri dell'autopsia secondo cui le mutilazioni sarebbero avvenute tutte post-mortem.

Intorno alle 22:00, De Negri si sbarazzò del corpo. Dopo averlo legato e avvolto in un sacco di plastica, lo trasportò sulla propria auto sino alla discarica di via Belluzzo nel Portuense, dove lo cosparse di benzina e lo incendiò, preoccupandosi di lasciare intatti i polpastrelli e permetterne così l'identificazione.

Le indagini e il processo[modifica | modifica wikitesto]

Il corpo di Giancarlo Ricci fu scoperto intorno alle 8:30 del mattino seguente da un uomo che portava il suo cavallo al pascolo. Sulle prime, le indagini imboccarono la pista del regolamento di conti nell'ambiente del traffico di stupefacenti. Ma la testimonianza d'un amico di Ricci, Fabio Beltrano, che aveva accompagnato il pugile in via della Magliana ed era stato allontanato da De Negri con un pretesto, portò all'arresto del Canaro il 21 febbraio. L'uomo confessò senza mostrare alcun pentimento.[2][5]

Nel procedimento per omicidio De Negri fu sottoposto a perizia psichiatrica, che lo trovò affetto da disturbo paranoide e ne riconobbe l'incapacità d'intendere e di volere per via dell'intossicazione cronica da cocaina, escludendone la pericolosità sociale.[3] Il Canaro ottenne la libertà ed uscì di prigione il 12 maggio 1989, suscitando grande clamore mediatico; una settimana dopo De Negri subì una nuova cattura con internamento in una struttura psichiatrica.[6] Una nuova perizia durante il processo di primo grado, condotta dai professori Carrieri e Pazzagli, gli riconobbe un'incapacità parziale. De Negri riportò una condanna definitiva a ventiquattro anni di reclusione.

I fatti[modifica | modifica wikitesto]

La ricostruzione del De Negri viene smentita dai riscontri oggettivi e dall'autopsia. Nella trasmissione La linea d'ombra Giovanni Arcudi, anatomopatologo, che effettuò l'autopsia, dichiara che tutte le amputazioni avvennero post-mortem. La causa della morte sarebbe dovuta a una decina di martellate che hanno provocato emorragia cerebrale e la morte del soggetto nell'arco di una quarantina di minuti.

Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani, nel loro libro Sangue sul Tevere, dimostrano, sulla base della perizia medico-legale del prof. Arcudi, che la maggior parte delle violenze furono solo ideate - nel delirio della droga e nel desiderio di vendetta - ma non realizzate da De Negri. Tutto finì in poco più di mezz'ora e Ricci morì subito per le ferite riportate alla testa. Nessuna tortura gli fu inflitta da vivo, nessuna cauterizzazione, nessuno shampoo fu usato e mai Ricci entrò nella gabbia, nella quale non fu trovata alcuna traccia della sua presenza. Né mai l'assassino si assentò per andare a prendere la figlia: mandò invece sua cognata.

La rapina all'origine dei dissidi tra i due (realmente avvenuta) viene riletta, dimostrando, sulla base delle indagini di allora dei Carabinieri, che non poteva essere nata da Ricci e che De Negri non aveva scontato il carcere per essa. Viene poi rivalutato il possibile ruolo, come complice di De Negri nell'eliminazione del cadavere, proprio di Fabio Beltrano, all'epoca mai sospettato. Le contraddizioni in tal senso sono numerose e hanno portato ad ipotizzare il coinvolgimento di più persone nell'omicidio.[7]

Il rilascio[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver scontato sedici anni, De Negri fu rilasciato prima del termine del periodo della pena, anche per effetto della buona condotta e della disponibilità verso detenuti extracomunitari e malati di AIDS[5]. Libero dai primi d'ottobre 2005, tornò ad abitare con moglie e figlia, restando in affidamento ai servizi sociali e ottenendo un impiego da fattorino presso uno studio commerciale.[8] Gli rimase imposto l'obbligo d'osservanza di varie prescrizioni: soggiornare in casa dalle 21:00 alle 07:00, non frequentare pregiudicati, non frequentare luoghi di ritrovo, non lasciare la provincia di Roma senza autorizzazione.[9] Appena ottenuta la liberazione rifiutò il confronto con la stampa, chiedendo d'essere dimenticato.[5]

I film[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dogman (film) e Rabbia furiosa - Er canaro.

Nel 2018 due film si sono ispirati alla vicende di Pietro De Negri: Dogman di Matteo Garrone e Rabbia furiosa - Er canaro di Sergio Stivaletti.

Il film Dogman di Matteo Garrone, uscito nel 2018 (e selezionato in concorso al Festival di Cannes dello stesso anno e premiato per il miglior attore, Marcello Fonte) si ispira liberamente al delitto del Canaro, anche se i personaggi hanno nomi diversi e la storia è ambientata in epoca contemporanea e non nel 1988.[10]

Il film Rabbia furiosa - Er canaro di Sergio Stivaletti, in uscita sempre nel 2018 e presentato in anteprima al Fantafestival,[11][12] si ispira anch'esso al delitto del Canaro della Magliana, ambientandolo nel quartiere romano del Mandrione e chiamando i personaggi principali con nomi diversi.[13][14]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «Gli ho bucato gli occhi e gli ho aperto il cervello». URL consultato il 18 aprile 2018.
  2. ^ a b c d e Daniele Mastrogiacomo, “E alla fine si è deciso a morire...”, in La Repubblica, 23 febbraio 1988, p. 13. URL consultato il 26 luglio 2011.
  3. ^ a b c Luciano Galasso, “Il Canaro non è pericoloso: era folle mentre torturava”, in La Repubblica, 22 ottobre 1988, p. 20. URL consultato il 26 luglio 2011.
  4. ^ Carlo Lucarelli; Massimo Picozzi, La Nera. Storia fotografica di grandi delitti italiani dal 1946 ad oggi, Milano, Mondadori, 2006.
  5. ^ a b c Er canaro: “Lasciatemi stare. Il conto con la giustizia l'ho pagato”, in La Repubblica, 27 ottobre 2005. URL consultato il 26 luglio 2011.
  6. ^ Roma, libero dopo 16 anni il “canaro” della Magliana, in La Repubblica, 26 ottobre 2005. URL consultato il 26 luglio 2011.
  7. ^ Fabio Sanvitale, Armando Palmegiani, Sangue sul Tevere, Roma, Sovera, 2014, pp. 81-100, ISBN 9788866522454.
  8. ^ Il “canaro”: ho pagato tutto. Ora lavora come fattorino, in Corriere della Sera, 28 ottobre 2005, p. 28. URL consultato il 26 luglio 2011 (archiviato dall'url originale il 25 ottobre 2014).
  9. ^ A PIEDE LIBERO IN UN QUARTIERE OSTILE, in La Repubblica, 14 maggio 1989. URL consultato il 26 luglio 2011.
  10. ^ (EN) Gabriele Niola, Dogman: tutto quello che sappiamo sul nuovo film di Matteo Garrone!, su BadTaste.it, 11 aprile 2018.
  11. ^ Fantafestival a Roma, la 37a edizione dal 22 novembre, su fantascienza.com, 10 novembre 2017.
  12. ^ Programma 2017 - Fantafestival, su fanta-festival.it, 22 novembre 2017.
  13. ^ RABBIA FURIOSA: ER CANARO di Sergio Stivaletti, al cinema!, su ingenerecinema.com, 5 maggio 2018.
  14. ^ Rabbia Furiosa - Er Canaro. Il film di S. Stivaletti, dal 7 Giugno al Cinema, su rabbiafuriosa.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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