Pietre d'inciampo a Milano

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Pietra d'inciampo a Milano

Le “Pietre d'Inciampo” sono dei cubetti di pietra della dimensione di cm. 10x10x10, ricoperti da una lastra di ottone con incisi il nome del deportato in un campo di sterminio nazifascista, l'anno di nascita, la data e il campo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Le pietre, che vengono inserite nel selciato cittadino, sono un progetto dell'artista tedesco Gunter Demnig che ne detiene l'esclusiva e che ne cura personalmente l'installazione con modalità unificate in tutta Europa. Il posizionamento della “Pietra d'Inciampo” è legato al luogo di residenza o di attività o di cattura del deportato, in modo di fare memoria nel contesto urbano del suo sacrificio e testimonianza della tragedia subita con la deportazione con esito letale.

La lista delle Pietre d'Inciampo a Milano ricorda il destino delle vittime a Milano dello sterminio nazista, qualunque sia stato il motivo della persecuzione: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali.

Il suo obiettivo è mantenere viva la memoria delle vittime di tutte le Deportazioni nel luogo simbolo della vita quotidiana - la casa - invitando nello stesso tempo chi passa a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quella data, per non dimenticare. Le Pietre d'Inciampo (in tedesco Stolpersteine) sono una iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig che ha già posato più di 71.000 pietre in tutta Europa (febbraio 2019). Liliana Segre, sopravvissuta al lager di Auschwitz e, dal gennaio 2018, senatrice a vita, unitamente a tredici Associazioni legate alla memoria della Resistenza, di tutte le Deportazioni, dell’Antifascismo, ha fondato il progetto Milanese delle Pietre d'Inciampo nel 2016. La prima Pietra d'Inciampo collocata a Milano è dedicata a suo padre, Alberto Segre, assassinato dal regime Nazista nel 1944.

Le tabelle sono parzialmente ordinabili; l'ordinamento avviene in ordine alfabetico seguendo il nome.

Città metropolitana di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Angelo Aglieri (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ANGELO AGLIERI
NATO 1914
ARRESTATO 25.5.1944
DEPORTATO
FLOSSENBÜRG
ASSASSINATO 24.12.1944
Viale Monza, 23
Corriere d'Informazione - 1º agosto 1945

Angelo Aglieri nacque a Monza il 25 dicembre 1914. Assunto al Corriere della Sera il 21 ottobre 1942 in qualità di impiegato presso la segreteria degli illustrati, in sostituzione di un richiamato alle armi, con uno stipendio di 1300 lire mensili lorde. Il 1º maggio 1943 sposa Alda Begnis, nata a Camisano (CR) il 19 giugno 1921: abitano a Milano in Viale Monza 23. Poche le notizie su Angelo Aglieri: è ipotizzabile la sua partecipazione a formazioni partigiane. Pochi giorni prima dell’arresto un collega al Corriere della Sera lo diffida dal portare bombe al giornale (da un rapporto interno al Corriere redatto due giorni dopo l’arresto). Arrestato il 24 maggio 1944 è condotto a S. Vittore e da qui deportato a Fossoli. La moglie, a Fossoli per cercare di vedere il marito, la notte dell’11 luglio 1944 fu testimone dei trasporti al Poligono di Cibeno per la strage dei 67 martiri. Da Fossoli il 25 luglio è trasferito a Bolzano e da qui il 5 settembre 1944 a Flossenbürg, immatricolato con il numero 21660, dove muore il 24 dicembre 1944. Il 1º agosto 1945, i colleghi di lavoro lo ricordano nella pagina milanese del Corriere d’Informazione.[1][2][3][4]

Stolperstein für Gianluigi Banfi (Milano).jpg
QUI LAVORAVA
GIANLUIGI BANFI
NATO 1910
ARRESTATO 21.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 10.4.1945
GUSEN
Via dei Chiostri, 2
45°28′26.97″N 9°11′10.74″E / 45.474157°N 9.186316°E45.474157; 9.186316 (Stolperstein per Gian Luigi Banfi)
Gian Luigi Banfi

Gian Luigi Banfi nacque il 2 aprile 1910 a Milano. Era un architetto dello stile razionalista. Con i colleghi Belgiojoso, Peressutti e Rogers fondò lo studio BBPR, che si occupava di urbanistica, arredamento e design. BBPR promuoveva l'architettura Razionalista in Italia e pubblicava su molte riviste e giornali. Antifascista, aderì al movimento Giustizia e Libertà ed al Partito d'Azione clandestino. Più tardi divenne anche un membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Banfi e Belgiojoso furono traditi e catturati il 21 marzo 1944. Rogers, di origine ebraica, riuscì a fuggire in Svizzera. Banfi e Belgiojoso il 27 aprile 1944 vennero deportati al campo di transito di Fossoli, da lì al campo di transito di Bolzano ed infine al campo di concentramento di Mauthausen. Gianluigi Banfi morì di stenti nel sottocampo di Gusen poco prima della liberazione, il 10 aprile 1945.[5][6][7][8]
A Gian Luigi Banfi, architetto, è stata dedicata una strada a Milano.

Belgiojoso fu liberato il 5 maggio 1945. Tornato in Italia, con Peressutti e Rogers, lo studio BBPR riprese l' attività, mantenendo il nome originale.
Lo studio BBPR ha progettato i maggiori monumenti commemorativi della deportazione:

Pd'I Barbò Guglielmo.jpg
QUI ABITAVA
GUGLIELMO BARBÒ
NATO 1888
ARRESTATO 31.7.1944
DEPORTATO
FLOSSENBÜRG
ASSASSINATO 14.12.1944
Via Visconti di Modrone, 20
Guglielmo Barbò di Casalmorano nacque a Milano l’ 11 agosto 1888 da Gaetano Barbò di Casalmorano e Francesca Barbiano di Belgiojoso d'Este. Militare di carriera: a 17 anni allievo alla Scuola militare di Roma, a 21 anni Sottotenente di Cavalleria a Pinerolo. Durante la 1ª guerra mondiale gli vengono conferite due Medaglie d’Argento al Valor Militare ed ottiene la promozione a capitano. Nel 1920 sposa Pia Fracassi Ratti Mentone e dal matrimonio nel 1922 nasce la figlia Francesca. Prosegue la carriera militare: nel 1938 con il grado di Colonnello è al comando del Nizza Cavalleria di stanza a Torino. Nel 1941/42 è in Russia con l’ARMIR, prima al comando del reggimento Savoia Cavalleria, quindi, promosso Generale, al comando del RAC (Raggruppamento truppe a cavallo), dove gli viene conferita una Croce di Ferro di 2ª Classe e successivamente la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Rientrato in Italia, il 1º aprile 1943 gli viene assegnato il comando della Scuola di Applicazione di Cavalleria di Pinerolo. Il 12 settembre 1943, a seguito di trattativa coi tedeschi, risultata poi falsa, la Scuola passa sotto il comando tedesco ed il Gen. Barbò con tutto il personale militare, viene caricato su un treno per l’internamento in Germania, via Brennero. Nella stessa notte del 12 settembre riesce a fuggire dal treno e si unisce alla Resistenza, dove fa capo all’avvocato liberale Luciano Elmo. Arrestato il 31 luglio 1944 viene deportato prima a Bolzano e successivamente a Flossenbürg dove muore il 14 dicembre 1944.[4]
Stolperstein für Adele Basevi Lombroso (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ADELE BASEVI
LOMBROSO
NATA 1868
ARRESTATA 1.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 5.2.1944
Via Vespri Siciliani, 71
45°27′02.82″N 9°08′36.37″E / 45.450784°N 9.143436°E45.450784; 9.143436 (Stolperstein per Adele Basevi Lombroso)
Adele Basevi Lombroso

Adele Basevi Lombroso nacque il 7 agosto 1866 a Brescia, figlia di Alessandro Basevi e di Silvia Finzi. Sposò Gerolamo Basevi Lombroso e la coppia ebbe otto figli: Silvia Olga (1886), Alessandro (1890 - morto 1911), Alberto (1892 - morto 1893), Margherita (1895), Alberto (1896), Vanda (1899), Angiolina (1902), Renata (1903)[9]. Vedova dal 1929, abitava con l’ultima figlia Renata al piano terra in via Vespri Siciliani 71. E' arrestata a casa sua il 1º dicembre 1943, mentre la figlia era fuori per lavoro, a seguito di una spiata di persone che poi si impadronirono dell’alloggio, come ricompensa. La figlia, rientrando dal lavoro, fu trattenuta dalla portinaia: nascosta riusciva a soppravivere. Adele Basevi Lombroso, di anni 77, è deportata dal Binario 21 della stazione Centrale di Milano con il convoglio n. 6 del 30 gennaio 1944 ad Auschwitz. Il 6 febbraio 1944, all'arrivo ad Auschwitz-Birkenau, a causa della sua età avanzata, non supera la selezione e viene inviata immediatamente alla camera a gas. [5][10][11][12][13]

Stolperstein für Giuseppe Berna (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE BERNA
NATO 1903
ARRESTATO 11.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 10.5.1945
Via privata Hermada, 4 Giuseppe Berna nacque il 3 settembre 1903 a Balsamo da Luigi Berna e Teresa Virginia Melzi. Sposò Maria Meroni. La coppia aveva due figli: Lino (nato 1935) e Rosa (nata 1943). Fu di professione tracciatore alla I Sezione della Società Italiana Ernesto Breda per Costruzioni Meccaniche. La famiglia abitava a Milano in via privata Hermada 4. Era un bravo tenore, cantava tra gli altri anche con Luciano Tajoli e faceva parte del coro del Teatro alla Scala di Milano.

Dopo l'8 settembre entrò nella Brigata Garibaldi, si occupava della propaganda, distribuiva stampe clandestine e fu un animatore degli scioperi del 1943 e del 1944. Quest'ultimo, iniziato il 1 marzo 1944, bloccava per otto giorni le più grandi fabbriche del Nord. Nella notte dell'11 al 12 marzo 1944 venne arrestato a casa sua. Alcune sue coinquiline volevano impedire l'arresto con forza, visto che a casa c'erano una moglie inferma e due bambini. Fu gettato nel carcere di San Vittore e consegnato ai tedeschi. In seguito fu condotto a Bergamo e rinchiuso nella Caserma Umberto I. Il 17 marzo 1944 fu deportato al campo di concentramento di Mauthausen dove arrivava tre giorni dopo. Gli venne assegnata la matricola 58709 e fu utilizzato come lavoratore forzato. Anche durante la prigionia cantava, però soprattutto canzoni tristi perché pensava alla sua famiglia rimasta sola a Milano. Veniva chiamato dai compagni il cantore triste. Il 24 marzo 1945 fu trasferito al sottocampo di Gusen, il 15 aprile a Wien-Schwechat, a metà luglio a Wien-Floridsdorf. Infine venne rideportato in data ignota a Mauthausen, dove morì di fame il 10 maggio 1945 nel Blocco 5. Riuscì, comunque, a vedere la liberazione del campo. Fu sepolto nel cimitero dei soldati a Mauthausen. Nel 1965, i suoi resti furono identificati con il n° 1131 e sepolti in un una tomba non più anonima. Venne riconosciuto come partigiano operante con la Squadra di Azione Patriottica Daniele Martelosio dal settembre 1943 al marzo 1944.[14]

Pd'I Bertazzoni Egidio.jpg
QUI ABITAVA
EGIDIO BERTAZZONI
NATO 1894
ARRESTATO 1.3.1944
DEPORTATO MAUTHAUSEN
ASSASSINATO
24.8.1944
CASTELLO DI HARTHEIM
Via Mompiani, 10
Egidio Bertazzoni nacque a Milano il 3 settembre 1894. Durante la 1ª Guerra Mondiale è ferito sul Monte Sabotino: gli viene conferita la Croce al Merito di guerra. È insegnante di lettere presso la Società Umanitaria di Milano ininterrottamente dal 1922 al 1943, quando ne viene allontanato perché non iscritto al PNF. Antifascista da sempre, dopo l’8 settembre entra a far parte delle Squadre di azione patriottica (SAP). Arrestato dalla Legione Muti la notte del 14 gennaio 1944, è interrogato, torturato e quindi incarcerato a San Vittore. Rilasciato il 25 febbraio, il 1º marzo è nuovamente fermato dalla Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) e, pochi giorni dopo, il 4 marzo 1944 deportato a Mauthausen. Si ammala a causa delle condizioni di prigionia e viene trasferito nel Sanitätslager (campo sanitario). Giudicato inabile al lavoro, viene ucciso il 24 agosto 1944 nel Castello di Hartheim, uno dei sei centri di sterminio dell’Aktion T4, nel programma di «eutanasia» nazista.[4]
Stolperstein für Michelangelo Böhm (Milano).jpg



Stolperstein für Margherita Luzzatto Böhm (Milano).jpg

QUI ABITAVA
MICHELANGELO
BÖHM
NATO 1867
ARRESTATO 13.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944


QUI ABITAVA
MARGHERITA
LUZZATTO BÖHM
NATA 1878
ARRESTATA 13.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 26.2.1944
Via De Amicis, 45 Michelangelo Böhm nacque a Treviso il 25 dicembre 1867, figlio di Benedetto e Luigia Polacco. Nel 1889 si laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano. Sposa Margherita Luzzatto nata a Vicenza il 25 luglio 1878, figlia di Gerolamo e Adele Rabbeno. Hanno tre figli, Arrigo, Adele e Corrado. Abitano a Milano in Via De Amicis 45. Michelangelo Böhm, ingegnere del gas, già durante la Grande Guerra aveva ottenuto incarichi importanti per l’approvvigionamento dell’esercito; dal 1928 è docente di termotecnica alla facoltà di ingegneria del Politecnico di Milano: per nove anni tiene il corso semestrale della Scuola di Specializzazione in ingegneria gasistica "Conferenze su particolari problemi dell’industria del Gas". Presidente dell’Unione Internazionale dell’Industria del Gas. Il 27 ottobre 1935 è nominato Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Con l’emanazione delle leggi razziali del 1938, Michelangelo Böhm viene allontanato dal Politecnico, radiato dall’Albo degli Ingegneri, depennato dall’elenco soci del Sindacato di Milano e gli viene revocata la nomina a Grande Ufficiale. Si rifugia con la moglie in Valsassina dicendo “Che cosa volete che facciano a me che sono vecchio e che non ho mai fatto nulla di male?”. A dicembre 1943 i due coniugi decidono di tentare la fuga in Svizzera dove già sono i loro figli: il 13 dicembre vengono arrestati dalla Milizia Confinaria ed incarcerati a Tirano e poi a Como sino al 17 gennaio 1944, quando Margherita Luzzatto viene deportata a Fossoli mentre il marito viene scarcerato perché ultrasettantenne.

Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, Michelangelo Böhm è nuovamente incarcerato a Milano e rinchiuso a San Vittore: il giorno successivo è deportato ad Auschwitz con il trasporto che giunge a destinazione il 6 febbraio 1944. È destinato immediatamente alle camere a gas. Da Fossoli Margherita Luzzatto Böhm il 22 febbraio 1944 è deportata ad Auschwitz con il trasporto che giunge a destinazione il 26 febbraio 1944. È destinata immediatamente alle camere a gas, come ha testimoniato Primo Levi che la conobbe e con lei era giunto ad Auschwitz. [15][16][17]

Stolperstein für Emma Bovi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
EMMA BOVI
NATA 1888
ARRESTATA 15.3.1944
DEPORTATA
RAVENSBRÜCK
ASSASSINATA 25.3.1945
FÜRSTENBERG
Via Bezzecca, 1 Emma Bovi nacque a Milano il 27 aprile 1888. Sposò Paolo Farina il 14 marzo 1911. La coppia abitava in V. Sottocorno 19. Rimasta vedova il 2 settembre 1918, si risposò nel 1921, con un padre di due figli, Enrico Pizzutti. I figli si chiamavano Piero e Sandra. La famiglia risiedeva in Via Bezzecca 1. Non si sa praticamente nulla della sua attività clandestina, però ebbe contatti con l'antifascismo. Fu arrestata al 15 marzo 1944, condotta al Carcere di San Vittore, reparto SS tedesche, dove è immatricolata con il numero 1681, ma con il nome sbagliato di Emma Bosien. Il 27 aprile 1944 venne deportata al campo di transito di Fossoli. Mino Steiner scrisse in un biglietto da Fossoli: “quanto all’Emma (che si chiama Pizzutti) si è comportata benissimo, poteva compromettere molta altra gente”. Da qui venne trasferita a Verona e deportata con il trasporto n. 70 il 2 agosto 1944 al campo di concentramento di Ravensbrück. Venne immatricolata con il numero 49570 ed inviata al vicino sottocampo di Fürstenberg. Fu assassinata al 25 marzo 1945, pochi giorni prima che giungessero le truppe sovietiche.[18][19]
Stolperstein für Enzo Capitano (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ENZO CAPITANO
NATO 1927
ARRESTATO 22.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 9.5.1945
Via Stradella, 13 Enzo Capitano nacque a Milano il 26 gennaio 1927, primo di quattro fratelli. Nel 1943 è allievo del Liceo Classico Carducci ed aderisce al Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, che subito dopo l’8 settembre, con l’influenza del prof. Quintino Di Vona dello stesso liceo, si oppone al nuovo regime di Salò ed all’occupazione nazista. Il prof. Di Vona sarà fucilato il 7 settembre del 1944 a Inzago dalle brigate nere[20]. Già a gennaio ’44 Enzo Capitano viene prelevato a scuola con altri compagni da fascisti della Brigata Muti e sottoposto ad interrogatorio e violenze fisiche. Viene comunque rilasciato poco dopo. Dopo l’assassinio di Di Vona, intensifica l’attività antifascista ed è nuovamente arrestato il 22 dicembre 1944 a seguito della denuncia di un traditore. Condotto a San Vittore, viene consegnato alle SS tedesche. Il 16 gennaio 1945 viene deportato a Bolzano, dove avrà la matricola 8361-Celle[21]: nel passaggio da Brescia riesce a buttare dal finestrino un biglietto che, miracolosamente ed in forma anonima, arriva alla famiglia. Il biglietto inizia: “L’ anima buona che raccoglie questo biglietto faccia un grande piacere ad un deportato e lo spedisca alla Famiglia Capitano, via Stradella 13, Milano. Caro papà, cara mamma, carissimi fratello e sorelle, purtroppo sono stato assegnato al campo di concentramento…...” Pochi giorni dopo viene caricato su un treno con destinazione Flossenbürg: durante il viaggio, prima del passaggio del Brennero, con altri due deportati, riesce a saltare dal treno e tutti trovano rifugio in un casolare vicino: vengono traditi e consegnati ai tedeschi che li riportano a Bolzano. Il 1º febbraio 1945 è nuovamente deportato, questa volta con destinazione Mauthausen. In marzo è inviato ad un vicino campo di lavoro, per rientrare a Mauthausen ai primi di aprile in condizioni di estremo deperimento. Il giorno della liberazione del campo Enzo Capitano è in infermeria, ma non sono disponibili risorse sufficienti alla sua sopravvivenza: muore il 9 maggio 1945.[22][23]
Pd'I Chionna Umberto.jpg
QUI ABITAVA
UMBERTO CHIONNA
NATO 1911
ARRESTATO 17.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 23.5.1945
Via Farini, 35
Umberto Chionna nacque a Brindisi il 28 gennaio 1911 da Giacinto Chionna e Addolorata Camposeo.

A quindici anni aderisce al Partito Comunista clandestino; arrestato il 2 novembre 1926, con sentenza n. 34 del 16 settembre 1927[24] è condannato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato a tre anni di reclusione per “organizzazione comunista”. Esce dal carcere per “pena espiata” il 1º novembre 1929. Nel 1931 è nuovamente condannato, per attività sovversiva, a tre anni di confino a Lipari: viene liberato l’anno successivo nella ricorrenza del decennale della marcia su Roma. Si trasferisce a Milano ed è operaio, falegname, alla Pirelli Bicocca. Dopo l’8 settembre è nella 107ª Brigata Garibaldi. A seguito dello sciopero generale del 1º marzo 1944, viene arrestato e incarcerato a S. Vittore: pochi giorni dopo è deportato a Mauthausen. Trasferito a Gusen, rientra a Mauthausen il 6 marzo 1945, dove muore poco prima della liberazione del campo.[4]

Codè cherchi.jpg
QUI ABITAVA
FERRUCCIO CODÉ
NATO 1910
ARRESTATO FEB. 1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 19.4.1945
Via Catullo, 10
45°27′02.82″N 9°08′36.37″E / 45.450784°N 9.143436°E45.450784; 9.143436 (Stolperstein per Ferruccio Codé)
Ferruccio Codè nacque a Reggio Emilia il 19 Maggio 1910 da Luigi e Giuseppina Codè: ad 8 anni resta orfano di padre e la madre, rientrata a Milano, provvede a lui e ad altre due sorelle lavorando in un negozio di alimentari. A sedici anni lavora come operaio stuccatore ed aderisce al Partito Comunista clandestino; arrestato il 2 maggio 1927, con sentenza n. 57 del 7 dicembre 1927[25] è condannato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato a due anni, sette mesi e tredici giorni di reclusione per “appartenenza al Partito Comunista e porto abusivo d’arma insidiosa”. Esce dal carcere per fine pena il 10 dicembre 1929. Nel 1935 è nuovamente condannato a otto anni di confino alle isole Tremiti: ne esce dopo il 25 luglio 1943. Riprende l’attività nella Resistenza inserito nella 121ª Brigata Garibaldi. Ancora arrestato nel febbraio 1944 è incarcerato a S. Vittore, da qui a Bergamo e pochi giorni dopo deportato a Mauthausen dove muore poco prima della liberazione del campo.[4]
Stolperstein für Dante Coen (Milano).jpg
QUI ABITAVA
DANTE COEN
NATO 1910
ARRESTATO 26.7.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 4.4.1945
BUCHENWALD
Via Plinio, 20
45°28′41.96″N 9°12′50.27″E / 45.478324°N 9.213965°E45.478324; 9.213965 (Stolperstein per Dante Coen)
Dante Coen, figlio di Arrigo Coen ed Ilde Portaleone, nacque il 24 agosto 1910 ad Ancona in una famiglia con quindici figli: Aldo (1899), Romilde (1902), Bruno (1905), Manfredo (1907), Attilio (1908), Nello (1909), Brenno (1911), Remo (1912), Dina (1913), Umberto (1914), Franco (1915), Lina (1919), Enzo (1921) e Floretta (1924). Dante si trasferisce a Milano dove lavora come commerciante e per un certo periodo è proprietario di un negozio di tessuti insieme alla moglie in via Donatello. Padre di 5 figli[9], spostava di continuo il suo domicilio per far perdere le tracce. Viene arrestato la mattina del 26 luglio 1944 dalle SS nella sua abitazione. Quella mattina in casa ci sono la moglie, Angiolina Giustacchini, la figlia minore Ornella di soli 30 giorni con il fratellino Guido di due anni; altri tre figli di poco più grandi erano stati nascosti ad Endine (BG) in un collegio di sacerdoti. Portato all’Hotel Regina, sede milanese delle SS, viene poi rinchiuso a San Vittore. E' deportato il 2 agosto 1944 con il convoglio n. 14 dal Binario 21. Per un terribile paradosso sullo stesso treno c’è anche suo fratello Umberto, arrestato a Torino. Nessuno sa se i due si siano potuti vedere in quell’ultimo viaggio. Quattro giorni dopo arrivò ad Auschwitz e venne immatricolato con il n° 190841. Fu assassinato il 4 aprile 1945 nel campo di concentramento di Buchenwald.[26][27][4]

Questa pietra d'inciampo venne imbrattata con vernice nera due giorni dopo la sua collocazione: il sabato successivo un corteo di solidarietà di oltre 5000 persone si snodò da Via Plinio sino al Binario 21.[28][29]

In data 25 gennaio 2018 ad Ancona in Via Astagno 18, davanti al luogo dove nacque, è stata posata un'altra Pietra d'Inciampo intitolata a Dante Coen.[30]

Pd'I Colombo Ambrogio.jpg



Pd'I Pozzoli Enrico.jpg

QUI LAVORAVA
AMBROGIO COLOMBO
NATO 1911
ARRESTATO 28.8.1944
DEPORTATO
DACHAU
ASSASSINATO 3.2.1945
BUCHENWALD



QUI LAVORAVA
ENRICO POZZOLI
NATO 1895
ARRESTATO 28.8.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 16.1.1945
Via C. Farini 5
45°29′01.54″N 9°10′54.16″E / 45.48376°N 9.18171°E45.48376; 9.18171 (Stolperstein per Ambrogio Colombo)
Ambrogio Colombo nacque a Milano il 29 ottobre 1911 da Angelo e Paolina Lunghini. È coniugato con un figlio. Operaio nella piccola tipografia di cui è titolare Enrico Pozzoli in Via Farini 5.
Enrico Pozzoli nacque a Niguarda il 19 febbraio 1895 da Francesco e Luigia Restelli; sposa Luisa Cerri ed avrà due figli: Annamaria e Sergio; partecipa alla 1ª Guerra Mondiale ed è congedato con il grado di caporale maggiore.

Il 28 agosto 1944 i militi della Guardia Nazionale Repubblicana fanno irruzione nella tipografia di Via Farini 5[31]: trovano il Pozzoli ed il Colombo oltre ad un “cliente”, Carlo Giudici (falso nome, in realtà Carlo Venegoni). Per conto del “cliente” la tipografia stampava giornali clandestini, false licenze per militari, false tessere di circolazione per autoveicoli ed altro ancora. Dopo pochi giorni la G.N.R. li consegna alla Polizia Politica tedesca con la raccomandazione dell’invio in campo di concentramento. Il 7 settembre 1944 i tre sono deportati a Bolzano: Carlo Venegoni evade poco dopo; Enrico Pozzoli è deportato a Mauthausen il 20 novembre 1944, dove muore il 16 gennaio 1945; Ambrogio Colombo è deportato a Dachau il 5 ottobre 1944 e muore a Buchenwald il 3 febbraio 1945.[4]

Stolperstein für Ugo De Benedetti (Milano).jpg



Stolperstein für Etta De Benedetti Reinach (Milano).jpg



Stolperstein für Piero De Benedetti (Milano).jpg



Stolperstein für Ernesto Reinach (Milano).jpg

QUI ABITAVA
UGO DE BENEDETTI
NATO 1893
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO


QUI ABITAVA
ETTA DE BENEDETTI
REINACH
NATA 1904
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA


QUI ABITAVA
PIERO DE BENEDETTI
NATO 1929
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO


QUI ABITAVA
ERNESTO REINACH
NATO 1855
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 7.12.1943
DURANTE IL TRASPORTO
Via De Togni, 10 Ugo De Benedetti nacque a Torino il 17 agosto 1893 da Abramo de Benedetti e Carolina Carmi. Nel 1928 sposa Etta Reinach, da cui ha due figli, Giancarlo e Piero. Avvocato molto noto a Torino, si trasferisce a Milano dopo il matrimonio e diventa il legale di riferimento dei maggiori gruppi industriali e bancari.[32][33] Voleva fuggire con la sua famiglia in Svizzera e quindi andò al Lago di Como, dove la famiglia possedeva una proprietà. Fu arrestata insieme con la moglie, il figlio Piero e il vecchio suocero. L'arresto succede al 31 ottobre 1943 a Torriggia, una frazione di Laglio. La famiglia fu condotta al Carcere di San Vittore a Milano e veniva deportata con il trasporto 12 (numerazione I. Tibaldi) che parteva da Milano il 6 dicembre 1943. Il suocero, Ernesto Reinach, di anni 88, muore già durante il trasporto. Ugo De Benedetti, sua moglie e loro figlio arrivano ad Auschwitz l’11 dicembre 1943 e non se ne ebbe più alcuna notizia: con ogni probabilità furono destinati immediatamente alle camere a gas.

Maria Antonietta Reinach De Benedetti, chiamata Etta, nacque a Milano il 6 giugno 1904, ultima dei sei figli di Ernesto Reinach (vedi sotto) e di Irma Pavia. Il 20 dicembre 1928 sposava Ugo De Benedetti (vedi sotto). La coppia aveva due figli, Piero (nato nel 1929, vedi sotto) e Giancarlo (nato 1931). Voleva fuggire con la sua famiglia in Svizzera e quindi andò al Lago di Como, dove la famiglia possedeva una proprietà. Fu arrestata insieme con il padre, il marito e il figlio Piero al 31 ottobre 1943 a Torriggia, una frazione di Laglio al Lago di Como, e condotta al Carcere di San Vittore a Milano. Saranno deportati con il trasporto 12 (numerazione I. Tibaldi) che parte dal Binario 21 di Milano il 6 dicembre 1943. Ernesto Reinach, di anni 88, muore durante il trasporto. Etta De Benedetti Reinach, suo marito e loro figlio arrivano ad Auschwitz l’11 dicembre 1943 e non se ne ebbe più alcuna notizia: con ogni probabilità furono destinati immediatamente alle camere a gas.[32] Il figlio minore, Giancarlo, poteva sopravvivere la Shoah. Aveva una figlia e la dava il nome della sua madre, Maria Antonietta De Benedetti. Morì il 12 luglio 1990 a Milano.[34]

Piero De Benedetti nacque a Milano il 5 ottobre 1929. Era il figlio di Ugo De Benedetti (vedi sotto) e di Etta Reinach (sopra).[32][35] Aveva un fratello più giovane, Giancarlo, nato nel 1931. La famiglia voleva fuggire in Svizzera, ma non ci riuscì. Fu arrestato al 31 ottobre 1943 al Lago di Como, assieme con i parenti e con il nonno, Ernesto Reinach, un fabbricante noto (vedi sotto). Tutta la famiglia fu condotta al Carcere di San Vittore a Milano. Furano deportati con il trasporto 12 che partiva da Milano il 6 dicembre 1943. Il nonno, che aveva già 88 anni, muore durante il trasporto. Piero De Benedetti e i suoi genitori arrivano ad Auschwitz l’11 dicembre 1943 e non se ne ebbe più alcuna notizia: con ogni probabilità furono destinati immediatamente alle camere a gas.[36]

Ernesto Reinach

Ernesto Reinach nacque a Torino il 30 gennaio 1855 da una famiglia originaria della Prussia Orientale. Sposa nel 1890 Irma Pavia, da cui ha sei figli, tra cui Etta De Benedetti Reinach. Ernesto Reinach fonda a Milano la “Ernesto Reinach” società commerciale che in seguito concentra la sua attività nei lubrificanti con il marchio Oleoblitz. Tale azienda diventa ben presto un importante riferimento industriale a Milano ed in Italia. Fu arrestato con la figlia Etta, il genero Ugo e il nipote Piero nel novembre 1943 a Torriggia (CO) e condotto a S. Vittore: saranno deportati con il trasporto 12 (numerazione I. Tibaldi) che parte dal Binario 21 di Milano il 6 dicembre 1943. Ernesto Reinach, di anni 88, muore durante il trasporto.[32] Giuseppe Grandi, custode della Villa Reinach al Logo di Como, fece possibile la fuga di tanti parenti di Ernesto Reinach. Condusse nel buio della notte in Svizzera prima Marcello Segre con la moglie Ninì Reinach e la figlia Luciana, poi in un'altra notte Carla Reinach con le figlie Silvia e Vanna Rota. Aiutò di fuggire anche altri ebrei, amici del suo padrone. Ma anche il bravo Grandi fu denunciato, deportato in Germania ed assassinato nell'aprile 1945 .[37]

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QUI ABITAVA
ANTONIO DE GIORGI
NATO 1904
ARRESTATO 10.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 20.3.1945
GUSEN
Via Borgonuovo, 5 Antonio De Giorgi nacque il 14 giugno 1904 a Comerio (VA). Sposa Carla Palazzoli ed abitano a Milano in Via Mario Pagano 52.

Avvocato, socialista, ha studio in Via Borgonuovo 5 dove, dopo l’8 settembre, si raccolgono altri membri del partito socialista: Lorenzetti, Pieraccini[38], Recalcati[39], Valcarenghi[40], ed altri. Partecipa all’organizzazione del grande sciopero generale del 1º marzo 1944 che per otto giorni blocca le più grandi fabbriche del Nord. Nella successiva repressione nazi-fascista, l'Ufficio Politico Investigativo (UPI) è sulle tracce del gruppo e proprio nel suo studio insieme ad altri socialisti, tra cui Andrea Lorenzetti, probabilmente a seguito di delazione, viene arrestato il 10 marzo 1944 dalla Polizia della Repubblica Sociale e condotto a San Vittore, reparto SS tedesche, matricola 1618. Il 27 aprile 1944 è deportato a Fossoli e da qui il 25 luglio a Bolzano ed infine al campo di concentramento di Mauthausen ai primi di agosto, dove è immatricolato con il n. 82374. Muore a Gusen il 20 marzo 1945.[41]

Stolperstein für Melchiorre de Giuli (Milano).jpg
QUI ABITAVA
MELCHIORRE
DE GIULI
NATO 1906
ARRESTATO 7.8.1944
DEPORTATO
DACHAU
ASSASSINATO 24.2.1945
ÜBERLINGEN
Via Milazzo, 4
45°28′44.65″N 9°11′15.11″E / 45.47907°N 9.18753°E45.47907; 9.18753 (Stolperstein per Melchiorre De Giuli)
Melchiorre De Giuli nacque il 7 febbraio 1906 a Motta Visconti da Costante De Giuli e Maria Caserio. Era un seguace dei fascisti in giovane età, si allontanò dal movimento negli anni '30 e divenne un esplicito oppositore di Mussolini e del suo regime. Si unì al movimento di resistenza Giustizia e Libertà e fu internato come prigioniero politico sull'isola di Ponza dal 1934 al 1938. Dopo l'armistizio di Cassibile e il successivo sequestro di nazisti tedeschi nel nord Italia, si è unito al lombarda Gruppi di Azione Patriottica, piccoli gruppi della resistenza che sono stati stabiliti dal Partito Comunista Italiano. Fu arrestato il 7 agosto 1944 a Milano dai nazionalsocialisti tedeschi e deportato prima al campo di transito di Bolzano, e nell’ottobre del 1944 al campo di concentramento di Dachau. De Giuli fu portato al campo di concentramento di Überlingen-Aufkirch, un campo satellite di Dachau, per lavori durissimi nella costruzione del tunnel Goldbacherstrasse in cui devono essere trasferiti le fabbriche d'armi a Friedrichshafen con 700 prigionieri dei campi di concentramento. Lì fu assassinato il 24 febbraio 1945.[5][42]
Stolperstein für Cesare Fano (Milano).jpg


Stolperstein für Silvia Usigli Fano (Milano).jpg

QUI ABITAVA
CESARE FANO
NATO 1868
ARRESTATO 18.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944


QUI ABITAVA
SILVIA USIGLI FANO
NATA 1879
ARRESTATA 18.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 6.2.1944
Via Corridoni, 1 Cesare Fano nacque il 13 giugno 1868 a Colorno (PR), figlio di Abramo e Corinna Rimini. Nel 1904 sposa Silvia Usigli nata il 2 settembre 1879 a Rovigo, figlia di Giacomo e Carolina Usigli. Hanno un figlio, Paolo, e abitano a Milano, in Via Corridoni 1.
Cesare Fano lavora in banca e la moglie è casalinga. La famiglia conduce una vita tranquilla, "da buoni borghesi". Non realizzano le conseguenze delle leggi razziali del 1938 e restano nella propria abitazione anche dopo l'8 settembre e l'occupazione tedesca. La loro età avanzata li avrebbe salvati. Quando alla fine di dicembre del 1943 tentano la fuga in Svizzera, è troppo tardi. Catturati il 18 dicembre 1943 a Tirano, sono detenuti prima nel carcere di Sondrio e poi a Milano, a San Vittore. Saranno deportati con il trasporto 6 che parte dal Binario 21 di Milano il 30 gennaio 1944 e giunge ad Auschwitz il 6 febbraio 1944. Non superano la selezione all’arrivo e vengono destinati immediatamente alle camere a gas.[42][43][44]
QUI ABITAVA
EDGARDO FINZI
NATO 1897
ARRESTATO 26.8.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
DECEDUTO 23.5.1945
Via F. Lippi 33 Edgardo Finzi nacque a Milano il 22 giugno 1897 da Carlo Finzi e Bice Ancona. Carlo Finzi era stato il fondatore della casa d’Alta Moda “Maison Finzi” con sede in Via Manzoni: il figlio Edgardo ne prosegue l’attività per un breve periodo con i fratelli. Partecipa alla 1ª Guerra Mondiale. Probabilmente sottovaluta le conseguenze delle leggi razziali e continua a vivere con la moglie Luigia Croci ed il figlio Luciano nell’appartamento di Via Filippino Lippi 33. Il 26 agosto 1944 è prelevato da casa da militi fascisti, mentre il figlio Luciano, avvisato dal custode del palazzo di quanto stava succedendo, riesce a salvarsi. Edgardo è trasferito a S. Vittore e successivamente al campo di transito di Bolzano. A Bolzano riesce a ricevere un paio di visite della moglie a cui poi continuerà a scrivere alcune lettere, le ultime delle quali saranno recapitate soltanto nel 1958. Il 24 ottobre 1944 è deportato ad Auschwitz: supera le selezioni iniziali e vede l’arrivo dell’Armata Rossa ma, gravemente malato, muore in ospedale il 23 maggio 1945, quasi quattro mesi dopo la liberazione del lager.[4]
Stolperstein für William Finzi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
WILLIAM FINZI
NATO 1900
ARRESTATO 10.5.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 7.2.1945
MAUTHAUSEN
Via Conca del Naviglio, 7 William Finzi, anche Guglielmo Finzi, nacque il 28 luglio 1900 a Milano. Era il figlio di Carlo Finzi e Bice Ancona. Il padre era titolare della casa d’Alta Moda “Maison Finzi” con sede in Via Manzoni. Creò le toilettes di Francesca Bertini nel film muto Fedora. William aveva un fratello maggiore, Edgardo, nato nel 1897, anche lui assassinato nel corso della Shoah. Fu coniugato con Bruna Mercandalli. La coppia aveva un figlio, Silvano. Fu arrestato a Barzio (Como) il 10 maggio 1944 e detenuto nel carcere di Como e dopo di che al campo di transito di Fossoli. Al 2 agosto 1944 fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz da Verona con il trasporto n. 72, che giungeva a destinazione il 6 agosto 1944. Non è sopravvissuto alla Shoah. Venne trasferito al campo di concentramento di Mauthausen il 25 gennaio 1945 e fu assassinato lì dal regime nazista al 7 febbraio 1945.[42][45][46]
Stolperstein für Angelo Fiocchi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ANGELO FIOCCHI
NATO 1911
ARRESTATO 2.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 7.4.1945
EBENSEE
Viale Lombardia, 65 Angelo Fiocchi nacque il 15 ottobre 1911 a Milano da famiglia operaia. Fu il primo di quattro fratelli. Sposava Pierina Conti. La coppia visse in Viale Lombardia, 65 e aveva una figlia. Divenne fattorino dell’azienda Alfa Romeo, dove lavoravano già lo moglie ed una cugina. Fu tra gli organizzatori dello sciopero generale del 1 marzo 1944. Stava per unirsi ai partigiani sulle montagne quando fu catturato il 2 marzo 1944. Fu detenuto prima al carcere di San Vittore e poi trasferito al campo di transito di Fossoli. Dal convoglio buttava un biglietto con la fede nuziale, che fu trovato da un ferroviere e portato alla famiglia. L'8 marzo 1944 parte a Firenze il convoglio n. 32 per il campo di concentramento di Mauthausen. Questo convoglio si ferma a Fossoli e riprende molti prigionieri del campo. Arriva a Mauthausen all'11 marzo 1944. Il Fiocchi fu trasferito il 26 marzo 1944 ad Ebensee dove fu occupato allo scavo di gallerie nella montagna per l’installazione di impianti industriali. Queste fabbriche sotterranee dovrebbero essere al sicuro dai raid aerei. Fu assassinato il 7 aprile 1945 ad Ebensee, un mese prima della liberazione.[47][42]
Questa pietra d'inciampo fu graffiata da vandali pochi giorni dopo la sua collocazione.[47][48]
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QUI ABITAVA
GIULIA FORTI BASEVI
NATA 1884
ARRESTATA 5.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA
Via Bronzetti, 33 Giulia Enrichetta Anna Rebecca Forti nacque a Verona il 10 novembre 1884 da Leopoldo Forti ed Emilia Basevi. In prime nozze, nel 1907, sposa un cugino, Licinio Basevi, con il quale ha cinque figli (Gino, Ettore, Emilio, Guglielmina e Wally): il marito, volontario nella 1ª Guerra Mondiale, muore di febbre spagnola nel 1919. Appassionata di musica lirica (voce da mezzosoprano), fa parte del coro della sinagoga di Verona. Tenta senza successo di proseguire l’attività del marito (importazione di generi coloniali) e dopo qualche anno si trasferisce a Milano, dove lavora come sarta. Il figlio maggiore, Gino, malato di cuore, muore nel 1939. Nel 1943, a causa dei bombardamenti su Milano, Giulia Forti si trasferisce come sfollata in una cascina ad Ospedaletto Lodigiano, ma dopo pochi mesi insieme ai figli Emilio e Wally cerca di rifugiarsi in Svizzera; ne è respinta e dopo un ulteriore tentativo viene arrestata sul treno che la conduce indietro verso Varese: è il 5 dicembre 1943. È in carcere prima a Varese e poi a S. Vittore, da cui è deportata ad Auschwitz. È ignota la data di morte.[4]
Stolperstein für Raffaele Gilardino (Milano).jpg
QUI ABITAVA
RAFFAELE GILARDINO
NATO 1917
ARRESTATO 2.8.1944
DEPORTATO
DACHAU
BUCHENWALD
ASSASSINATO 1.2.1945
Viale Piceno, 33 Raffaele Gilardino nacque il 21 aprile 1917 a Roma. La sua famiglia si trasferisce a Milano nel 1932 e trova alloggio in viale Piceno. Divenne avvocato e nell'inverno del 1943 sposava Ketti née Mariani. A causa dei bombardamenti su Milano, la famiglia sfolla a Oleggio dove nasce l'unico figlio, Diego. Era fermamente antifascista di formazione liberale ed entusiasta dell’America. Immediatamente dopo l'Armistizio di Cassibile entra nella Resistenza militare clandestina. Suo capo fu Luciano Elmo, un altro avvocato. Il suo compito era di procurare rifornimenti di armi ed equipaggiamenti alle partigiani del Piemonte e di organizzare atti di sabotaggio. Fu arrestato il 2 agosto 1944 in una retata. Prima restava internato al carcere di San Vittore a Milano e venne deportato al campo di transito di Bolzano il 7 settembre 1944 ed al Campo di concentramento di Dachau il 5 ottobre 1944. Successivamente giunge Buchenwald, però muore ad Ohrdruf il 1 febbraio 1945.[42][49]
Pd'I Giolli Raffaello.jpg
QUI ABITAVA
RAFFAELLO GIOLLI
NATO 1889
ARRESTATO 14.9.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 5.1.1945
GUSEN
Via Giuriati 16 Raffaello Giolli nacque ad Alessandria il 4 aprile 1889. Di formazione cattolica, frequenta il ginnasio a Milano e il liceo a Novara. Appassionato sin da ragazzo di storia dell’arte, si iscrive all’Università di Pisa, conseguendo poi la laurea a Bologna. Fervente interventista, non riesce a partire per il fronte nonostante numerosi tentativi. La sua vita è dedicata all’arte ed alla storia dell’arte e sin dal 1908 collabora a numerose riviste ed iniziative relative all’arte. Nel 1920 sposa Rosa Menni, da cui ha tre figli: Paolo, Federico e Ferdinando. Dal 1925 insegna per quindici anni, sempre a Milano, all’Accademia libera di cultura e arte diretta da V. Cento, iniziativa derivata dal Circolo d’alta cultura. Nello stesso tempo insegna storia dell’arte nei licei statali milanesi Berchet, Parini, Beccaria, fin quando non ne viene allontanato perché rifiuta il giuramento fascista. Nel luglio del 1940 viene arrestato dall’OVRA ed internato con il figlio Paolo a Istonio Marittimo in Abruzzo. Rientrato a Milano, collabora con varie riviste e, con il nome di “Giusto” collabora a numerosi giornali clandestini. Nel settembre 1944 è arrestato, con la moglie e il figlio Federico, dalla legione Muti, torturato e trasferito nei primi giorni di ottobre nel carcere milanese di S. Vittore. Deportato a Mauthausen muore al campo Gusen 2 nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1945.[4]
In data 27 gennaio 2019 a Vasto (CH), davanti alla scalinata d'ingresso del Polo Liceale ‘R. Mattioli’[collegamento interrotto], è stata posata una Pietra d'Inciampo intitolata a Raffaello Giolli. Questa Pietra d'Inciampo non è inclusa nel progetto di Gunter Demnig.
Stolperstein für Giuseppe Lenzi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE LENZI
NATO 1880
ARRESTATO 15.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 21.11.1944
GUSEN
Via Gaspare Spontini, 8
45°28′54.04″N 9°12′49.9″E / 45.481678°N 9.21386°E45.481678; 9.21386 (Stolperstein per Giuseppe Lenzi)
Giuseppe Lenzi nacque il 23 dicembre 1880 a Palaia (PI), da Antonio e Chiara Cristofante. Lavora all'Ufficio Studi della società Edison S.p.A.. Era antifascista e dopo l'8 settembre aderì al Partito d'Azione. Entra nella Resitenza, diventando il più stretto collaboratore di Ferruccio Parri. Grazie al suo incarico di responsabile della Biblioteca può, usando il proprio nome, fare entrare e uscire anche dall'estero, in pacchi apparentemente contenenti libri, materiale sovversivo come stampa, corrispondenza, propaganda clandestina e armi. Per questo non ha un nome di battaglia, ma tra i suoi compagni resistenti è conosciuto come “papà Lenzi”. Il 15 marzo 1944 viene arrestato negli uffici della Edison dalla polizia fascista che è andata per arrestare Parri, che riesce fortunosamente a fuggire. Giuseppe Lenzi viene portato all'hotel Regina e da qui al carcere di San Vittore dove, benché ripetutamente torturato, non rivela né il nome dei compagni di lotta, né il rifugio segreto di Parri di cui è a conoscenza. La catena degli arresti si ferma a lui. Da San Vittore viene mandato nel campo di concentramento di Fossoli e da qui giunge a Mauthausen il 7 agosto 1944 con lo stesso trasporto di Gianfranco Maris. E' classificato con la categoria Schutz; il suo numero di matricola è 82395[50], mentre quello di Maris è 82394. E' trasferito a Gusen dove muore il 21 novembre 1944.[4]
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QUI LAVORAVA
FAUSTO LEVI
NATO 1892
ARRESTATO 30.10.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via S. Andrea 14 Fausto Levi nacque a Venezia il 5 giugno 1892 da Giacobbe Giacomo Levi ed Anna Cesana. Ebbe due fratelli Italo Levi e Davide Mario Levi; quest’ultimo partecipa alla Grande Guerra ottenendo una Medaglia d’argento, una Medaglia di bronzo e due encomi solenni. Dopo la guerra, rimasto orfano di padre, aiuta la madre nell’attività di robivecchi fino a quando si trasferisce a Milano andando ad abitare in Via Bigli 26. A Milano svolge l’attività di antiquario con negozio in Via S.Andrea 14: sino agli anni ’50/’60 tutta la zona S. Andrea / Spiga è prevalentemente di negozi di antiquariato. Dopo l’8 settembre 1943, inizia anche a Milano la caccia agli ebrei sotto la pressione degli occupanti tedeschi. A seguito di una delazione, Fausto Levi è arrestato in Via Bigli, poco distante dal suo negozio: vien fatto cadere a terra buttandogli una bicicletta tra le gambe. Dopo alcuni giorni terribili a Villa Triste (probabilmente perché il fratello Davide Mario era attivo nelle Brigate Matteotti), è incarcerato a S. Vittore ed il 6 dicembre 1943 deportato ad Auschwitz. Di quei giorni restano pochi messaggi inviati all’amata compagna Gina Luigia Polli Camponovo. Di lui non si seppe più nulla: presumibilmente non superò la selezione all’arrivo e venne destinato immediatamente alle camere a gas.[4]
Pd'I Levi Giuseppe.jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE LEVI
NATO 1904
ARRESTATO 14.1.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 28.2.1945
MAUTHAUSEN
Via V. Foppa, 11 Giuseppe Levi nacque a Milano il 10 settembre 1904 da Adolfo Levi ed Ines Chierici. La moglie muore nel 1932 dando alla luce il figlio Silvano. Si legò successivamente alla signora Adriana, non ebrea, che non poté sposare a causa delle Leggi razziali fasciste. Fu arrestato il 14 gennaio 1944 e condotto presso il Carcere di San Vittore. Fu deportato al Campo di concentramento di Auschwitz con il convoglio dal Binario 21 del 30 gennaio 1944. Ad Auschwitz riuscì a sopravvivere fino all’evacuazione del campo, ma fu costretto alla marcia della morte fino al Campo di concentramento di Mauthausen dove morì il 28 febbraio 1945 nel Sanitätlager dov’era stato ricoverato.[4]
Stolperstein für Romeo Locatelli (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ROMEO LOCATELLI
NATO 1897
ARRESTATO 20.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 9.4.1945
GUSEN
Viale Emilio Caldara, 11 Romeo Locatelli nacque il 28 marzo 1897 a Milano. Apparteneva agli Alpini nella prima guerra mondiale e fu catturato dagli austriaci. Fu prigioniero di guerra a Mauthausen. Dopo di che fu impiegato nella azienda Zepada a Milano. Proprio il titolare, dott. Giorgio Diena di Padova, lo coinvolge subito dopo l’8 settembre 1943 nell’attività antifascista dei professori padovani Ezio Franceschini e Concetto Marchesi che avevano formato il gruppo Frama. Romeo Locatelli partecipò alla resistenza militare come corriere tra la Lombardia e la Svizzera. Suo nome di battaglia era Omero. Trasmetteva notizie agli Alleati. Venne arrestato il 20 novembre 1944 in via Marcora a Milano insieme a Diena ed altri a seguito di un tranello dei fascisti in casa della partigiana Rachele Ferrè. È stato tenuto nel carcere di San Vittore fino al 15 gennaio 1945 quando fu trasferito al campo di transito di Bolzano. Con la matricola 8458 fu gettato nel Blocco D. Quindi il 1 febbraio 1945 fu deportato al campo di concentramento di Mauthausen dove fu impiegato nel lavoro forzato al sottocampo di Gusen. Lì perse la vita il 9 aprile 1945, pochi giorni prima della liberazione del lager.[51][52][53]
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QUI ABITAVA
LUIGI LUINETTI
NATO 1904
ARRESTATO 27.11.1943
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 4.2.1945
GUSEN
Via Albertinelli 5 Luigi Luinetti nacque a San Giuliano Milanese (Mi) il 19 agosto 1904 da Pietro e Maria Luinetti. Sposò nel 1931 Rosa Murrò dalla quale ebbe una figlia Maria (1937). Di professione operaio meccanico, lavora alla Isotta Fraschini alla produzione di automobili di lusso, con ogni probabilità nello stabilimento storico di Viale Monterosa a Milano, non molto distante dalla sua residenza. A seguito degli scioperi del marzo 1943, accusato di aver partecipato alla loro organizzazione, fu arrestato il 27 novembre 1943 da due individui della polizia politica in borghese. Incarcerato a S. Vittore, dopo un paio di mesi è deportato a Mauthausen dove giunge il 21 febbraio 1944 e viene immatricolato con il n. 53414. Muore a Gusen il 4 febbraio 1945: i registri del campo riportano come causa della morte la dicitura standard: “debolezza del muscolo del cuore, declino generale del corpo.[4]

E’ stato uno dei primi deportati "politici" milanesi nei lager nazisti.[54]

Stolperstein für Giuseppe Malagodi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE MALAGODI
NATO 1894
ARRESTATO 10.12.1943
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 29.3.1945
GUSEN
Via Marcona, 34 Giuseppe Malagodi nacque a Cento (FE) il 17 ottobre 1894. Era volontario nella Prima guerra mondiale, un sergente maggiore mitragliere nel 35º Reggimento di Fanteria. Viene ferito ed otteneva una Croce di Guerra. Aveva una forte fede repubblicana sin da giovanissimo. Si dedicava ad attività politica e sindacale tra Rimini, Cesena e Fabriano. Si sposava con Lucia Morri. La coppia aveva due figlie, Sandra (nata nel 1921) ed Amelia (nata nel 1927). Dopo la marcia su Roma la famiglia si trasferisce Milano in Via Marcona 34. Divenne correttore di bozze alla Mondadori e al Corriere della Sera, ma fu anche pubblicista. Prosegue la sua attività politica, ora antifascista. Nel 1940 divenne capo ufficio correzione all’Ambrosiano, un quotidiano del pomeriggio con sede in Via Settala, dove fu la sede dell’Avanti! e successivamente del Popolo d’Italia. Dopo la caduta del governo Mussolini e l'armistizio aderì al Partito d'Azione clandestino. Venne arrestato il 10 dicembre 1943 e condotto al carcere di San Vittore, reparto SS tedesche, matricola 868. Fu trasferito prima al campo di transito di Fossoli, dove arrivò il 27 aprile 1944 e fu immatricolato con il numero 284. Seguiva poi al 25 luglio 1944 il trasferimento al campo di transito di Bolzano. Nei primi dell'agosto 1944 fu deportato al campo di concentramento di Mauthausen, matricola 82407. Fu trasferito al sottocampo di Gusen il 13 agosto 1944. Lì muore il 29 marzo 1945 alle ore 4:30.[55][56]
Pd'I Milla Ugo.jpg
QUI ABITAVA
UGO MILLA
NATO 1894
ARRESTATO 13.10.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 11.12.1943
Via N. Battaglia, 41 Ugo Milla nacque a Vignola (MO) il 4 novembre 1894 da Ernesto Milla e Giulia Levi. In tutto saranno dieci i fratelli Milla. Il padre è ufficiale del dazio e, come tale, soggetto a frequenti trasferimenti di residenza. Un fratello muore in giovane età, mentre Aldo cade nella 1ª Guerra Mondiale. Gabriella, Olga e Max si salveranno lasciando l’Italia. Ugo Milla sposa Lea Milla, forse una lontana parente: nel 1933 nasce la figlia Serena. La famiglia abita in Via N. Battaglia 41. I fratelli Milla, dopo l’emanazione delle leggi razziali, cercano di ottenere il riconoscimento di “ebreo discriminato” facendo valere il passato garibaldino del padre Ernesto; Ferruccio è anche iscritto al P.N.F. dal 1928. La qualifica viene riconosciuta solo a Max che vanta la partecipazione sia alla guerra libica che alla 1ª Guerra Mondiale. Per gli altri la domanda non viene accolta. Ugo, dopo un’esperienza alla Brill (lucidi da scarpe), lavora, insieme al fratello Ferruccio, allo Scatolificio Ambrosiano di Sesto S. Giovanni. Verso la fine del 1941 l’azienda si trasferisce con buona parte delle maestranze a Verderio Superiore ed i Milla vanno ad abitare in un edificio satellite dello stabilimento. Il 13 ottobre 1943 i tedeschi perquisiscono tutte le abitazioni ed arrestano i due fratelli Milla, oltre ai proprietari dello stabilimento. Si salvano, ma per poco, le tre sorelle che pochi giorni dopo vanno a chiedere notizie di Ferruccio ed Ugo: saranno immediatamente arrestate. Amelia, Ferruccio, Laura, Lina ed Ugo, tutti deportati con il trasporto del 6 dicembre 1943 dal Binario 21, saranno immediatamente inviati alle camere a gas di Auschwitz al loro arrivo.[4]
In data 3 febbraio 2019 a Verderio (LC) in via dei Prati angolo via Sernovella sono state posate 5 Pietre d'Inciampo intitolate a Laura Milla, Amelia Milla, Lina Milla, Ferruccio Milla, Ugo Milla. Queste Pietre d'Inciampo non sono incluse nel progetto di Gunter Demnig.[57]
Stolperstein für Alessandro Moneta (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ALESSANDRO MONETA
NATO 1883
ARRESTATO 4.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 20.1.1945
GUSEN
Piazzale Luigi Cadorna, 15 Alessandro Moneta nacque a Milano il 23 agosto 1883. Era il sesto figlio di Giuseppe ed Innocente Fumagalli. In giovane età entra nell’industria del padre, che produceva mobili in ferro ed in seguito di ferro smaltato, allora nello stabilimento di Via San Vincenzo. Nel 1900 l'azienda fu trasferita nella nuova fabbrica a Musocco, dove venivano prodotti elmetti "per la difesa della patria". Nel 1908 sposava Laura Carini. La coppia abitava a Milano in Piazzale Luigi Cadorna e aveva quattro figlie: Elena, Maria, Giuliana e Gabriella. Dopo l'introduzione delle leggi razziali nel 1938 dava lavoro nello stabilimento di Musocco ad alcuni ebrei e li nascondeva. Per questo Alessandro Moneta venne arrestato il 4 novembre 1944 e condotto al carcere di San Vittore dove rimase per una settimana. Fu deportato al campo di transito di Bolzano l’11 novembre 1944 e da qui al campo di concentramento di Mauthausen il 20 novembre 1944, dove fu immatricolato con il numero 110336. Poté sopravvivere al lavoro forzato, il freddo e la malnutrizione solo per due mesi. Muore nell sottocampo di Gusen il 20 gennaio 1945.
Sua città natale, Milano, gli dedica una pietra d’inciampo nel 73º anniversario della morte.[58][59]
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QUI ABITAVA
FRANCESCO MOSCHETTINI
NATO 1914
ARRESTATO 21.9.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 24.1.1945
GUSEN
Via Giuriati, 17
Francesco Moschettini

Francesco Moschettini nacque a Ginosa (TA) il 21 novembre 1914. Si laurea in Ingegneria Elettrotecnica al Politecnico di Milano. Dal 1º agosto 1937 all'8 settembre 1943 è arruolato in Marina con il grado di Sottotenente di Vascello. L’armistizio lo coglie a Pola: per non aderire alla Repubblica di Salò chiede di essere assunto nel locale corpo dei Vigili del fuoco. Su sua domanda il 7 marzo 1944 è trasferito al Comando Provinciale di Milano e diviene un membro attivo della Resistenza italiana. Collabora con Enzo Boeri, responsabile del servizio informazioni partigiano. Una radio trasmittente viene installata all'interno del Politecnico e l'antenna piazzata sulla ciminiera utilizzando le autoscale del Corpo. E' arrestato a seguito di una delazione il 21 settembre 1944: consegnato alle SS, è incarcerato a Monza e da qui deportato al campo di transito di Bolzano. Il 21 novembre 1944 è a Mauthausen. Muore a Gusen il 24 gennaio 1945.[60]

Pd'I Neppi Gino.jpg
QUI ABITAVA
GINO EMANUELE NEPPI
NATO 1890
ARRESTATO 6.11.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via Boscovich, 30
Gino Emanuele Neppi - 1942

Gino Emanuele Neppi nacque a Ferrara il 17 luglio 1890 da Clemente Neppi ed Ernesta Bassani, ultimo di sei figli. Diplomato in veterinaria prima della Grande Guerra, alla quale partecipa in Cavalleria. A guerra finita, si laurea in medicina, specialità ostetricia. Sposa una sua concittadina, Ginevra Minerbi, ma non ebbero figli. Si trasferisce a Milano e viene assunto dal Comune come “medico di riparto” in una condotta a Baggio. È consigliere della Comunità Ebraica di Milano. Con le leggi razziali del 1938 viene esonerato dal servizio, ma gli è concesso di esercitare la professione limitatamente alla Comunità Ebraica: nel 1940 con l’ aiuto dell’ Ufficiale Sanitario Medico Capo del Comune, organizza e dirige una “condotta medica” in via Panfilo Castaldi e, a seguito di un bombardamento, si trasferisce in uno dei caselli daziari di Porta Venezia, dove assiste gratuitamente soprattutto ebrei stranieri fuggiti dalle persecuzioni naziste. Dopo l’8 settembre lascia la moglie a Ferrara, mentre continua la sua opera di assistenza a Milano nel suo ambulatorio privato presso l’abitazione di Via Boscovich 30. Qui viene arrestato il 6 novembre 1943 ed un mese dopo deportato ad Auschwitz, dove muore.[61][4]

Pietra d'Inciampo Norsa.jpg
QUI ABITAVA
GIORGIO NORSA
NATO 1881
ARRESTATO 3.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.8.1944
Via L. Necchi, 14 Giorgio Norsa nacque a Milano il 11 novembre 1881 da Fausto ed Adele Castelfranco. Partecipa alla 1ª Guerra Mondiale dapprima sergente dell’esercito e successivamente tenente per meriti di guerra: ottiene due medaglie d’argento ed una di bronzo[62]. Con i due fratelli, Aldo e Mario, nel 1917 fonda a Milano la S. A. Arson, per la produzione di vernici, con stabilimento al Lorenteggio e sede in V. Monte di Pietà. La denominazione della società è un anagramma del cognome della famiglia. Nel 1929, con l’espandersi verso i mercati esteri, USA in particolare, l’azienda diventa “Arson SiSi”. Ad oggi, sia pure con una diversa proprietà, l’azienda è ancora in attività con più unità operative in Italia[63]. Negli anni ’30 e ’40 la Arson SiSi collabora allo sforzo bellico del fascismo e diventa fornitore ufficiale della Regia Aeronautica. Nel 1937 Giorgio Norsa sposa Jole Visentini, ariana. Nasce Giorgina Norsa, unica figlia. Nonostante le benemerenze militari, il matrimonio misto, la circostanza di essere fornitore ufficiale del regime fascista, dopo l’emanazione delle leggi razziali si rifugia in Valtellina a Bormio. Un gerarca locale lo segnala ed il 3 dicembre 1945 viene arrestato. Grazie alla presenza di spirito di un magistrato viene condannato ad una pena detentiva per resistenza a pubblico ufficiale, ma viene liberato il 5 aprile 1944: immediatamente i tedeschi lo arrestano e lo trasferiscono a San Vittore. Da qui a Fossoli e poi ad Auschwitz dove arriva il 6 agosto 1944. Non supera la selezione e viene inviato alle camere a gas.[64][4]
Stolperstein für Giuseppe Pagano (Milano).jpg
QUI LAVORAVA
GIUSEPPE PAGANO
NATO 1896
ARRESTATO 5.9.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 22.4.1945
MELK
Via Sarfatti, 25 (Università Bocconi)
Poltrona disegnata da Pagano e Montalcini, Torino 1928

Giuseppe Pagano nacque a Parenzo (Istria) il 20 agosto 1896. Il cognome originale è Pogatschnig: irredentista di matrice mazziniana, vi aggiunge “Pagano”. Volontario nella Grande Guerra, viene ferito. Evade due volte dalla prigionia austriaca ed è decorato al valor militare. Aiutante maggiore del battaglione volontari giuliani nella Fiume dannunziana. Dal 1920 milita nel movimento fascista. Si laurea in architettura al Politecnico di Torino nel 1924 e diviene un pioniere dell’innovamento nell’architettura. Per diversi anni direttore della rivista “Casabella”. Tra le sue realizzazioni principali, l’Istituto di Fisica della nuova Università La Sapienza di Roma e la nuova sede dell’Università Bocconi in via Sarfatti 25 a Milano. Dirige la sezione artistica della Scuola di mistica fascista ed è redattore della rivista “Dottrina fascista”. Nel 1941 è volontario sul fronte greco-albanese ed è la svolta politica: l’anno seguente si dimette dal P.N.F. L’8 settembre è a Milano: per tre settimane opera in Lombardia con le Brigate Matteotti. Torna a Carrara ed organizza una rete clandestina nelle caserme: è arrestato il 9 novembre 1943 e trasferito a Brescia a disposizione del Tribunale Speciale. Riesce a fuggire il 13 luglio 1944 durante un bombardamento aereo; rientrato a Milano, assume la direzione delle formazioni Matteotti della provincia, ma il 5 settembre 1944, tradito, viene catturato dalla Banda Koch, portato a Villa Triste in V. Paolo Uccello, e torturato. Nell’ottobre 1944 è trasferito a San Vittore e da qui deportato a Bolzano il 9 novembre 1944. Il 22 novembre è deportato a Mauthausen e poco dopo a Melk, dove muore il 22 aprile 1945.[65]
A Giuseppe Pagano sono state dedicate tre strade a Napoli, Palermo e Trieste.
A Giuseppe Pogatschnig è stata dedicata una strada a Milano.

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Stolperstein für Renzo Piperno (Milano).jpg

QUI ABITAVA
ODORICO PIPERNO
NATO 1901
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO


QUI ABITAVA
LIVIA SINIGALLIA PIPERNO
NATA 1906
ARRESTATA 15.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 30.12.1944
DACHAU


QUI ABITAVA
RAMBALDO PIPERNO
NATO 1930
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO


QUI ABITAVA
RENZO PIPERNO
NATO 1932
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944
Via Bizzoni, 7 Odorico Piperno nacque ad Alessandria d'Egitto il 18 giugno 1901. Figlio maggiore di Menotti Vittorio e Valentina Benedetti. A fine 1943 tutta la famiglia, i coniugi Odorico e Livia Piperno con i figli Rambaldo e Renato, la madre di Odorico, Valentina[66] con gli altri due figli, Sigfrido Ezio ed Aldrato,[67][68] tenta la fuga verso la Svizzera: tutti sono catturati a Tirano (SO) il 15 dicembre 1943 e rinchiusi a Milano nel Carcere di San Vittore. Il 30 gennaio 1944 sono tutti deportati dal Binario 21 al campo di sterminio di Auschwitz con il trasporto n. 24 (numerazione I. Tibaldi). Il treno giunge a destinazione il 6 febbraio 1944: di Odorico Piperno non si seppe più nulla. Probabilmente non superò la selezione e fu destinato immediatemente alle camere a gas.[69][70]

Livia Sinigallia Piperno nacque a Milano il 24 giugno 1906. Figlia di Mario e Emilia Jacchia. Sposa Odorico Piperno. Dopo l'arresto con tutta la famiglia il 15 dicembre 1943, è deportata al campo di sterminio di Auschwitz con il trasporto n. 24 del 30 gennaio 1944. Separata dal marito e dai figli, supera la selezione iniziale ma muore successivamente a Dachau il 30 dicembre 1944.[69][71]

Rambaldo Piperno nacque a Milano il 9 agosto 1930. Figlio di Odorico e Livia Sinigallia. Nel dicembre 1943 l'intera famiglia (con la nonna, Valentina Benedetti Piperno, e gli zii Sigfrido ed Aldrato Piperno) tenta la fuga verso la Svizzera. Sono catturati a Tirano (SO) il 15 dicembre 1943 e portati al carcere di San Vittore a Milano. Il 30 gennaio 1944 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano sono deportati al campo di sterminio di Auschwitz con il trasporto n. 24. Il treno giunge a destinazione il 6 febbraio 1944: di Rambado Piperno non si ebbe più alcuna notizia.[69][72]

Renzo Piperno nacque a Milano il 10 gennaio 1932. Figlio di Odorico e Livia Sinigallia. Nel dicembre 1943 l'intera famiglia (con la nonna, Valentina Benedetti Piperno, e gli zii Sigfrido ed Aldrato Piperno) tenta la fuga verso la Svizzera. Sono catturati a Tirano (SO) il 15 dicembre 1943 e portati al carcere di San Vittore a Milano. Il 30 gennaio 1944 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano sono deportati al campo di sterminio di Auschwitz con il trasporto n. 24. Il treno giunge a destinazione il 6 febbraio 1944: Renzo, con la nonna, è destinato immediatamente alle camere a gas.[69][73]

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QUI ABITAVA
OTTO POPPER
NATO 1915
ARRESTATO 24.1.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 25.10.1944
LINZ
Via Mengoni, 2 Otto Michael Popper nacque il 6 ottobre 1915 a Vienna. Era un cittadino austriaco. Suoi genitori erano Michael (Ottokar) Popper (1859–1942) e Maria née Lientschnik (1889–1988). Il padre era il manager principale della tenuta Clam-Gallas. La sua famiglia resideva nel terzo distretto, nella Beatrixgasse 3a/19. Dopo la maturità al Schottengymnasium di Vienna decide di studiare giurisprudenza all'Università di Vienna. Concludeva i suoi studi al 12 dicembre 1938. Anche se suo padre si convertì al cattolicesimo nel 1888, fu considerato ebraico dai Nazisti. La madre era una cosiddetta "Aryan" e il figlio fu considerato Mischling 1. Grades, i.e. mezzo-ebraio. Nel maggio del 1940 il giovanotto fuggiva a Milano. In 1943 Otto Popper è stato arrestato e portato al carcere di San Vittore a Milano. A questo tempo era sposato con Ariane Dufaux. La coppia aveva due figli, il più giovane nato dopo il arresto del suo padre. La madre prendeva i due figli e fuggiva a Ginevra dove tutte e tre potevano sopravvivere il terrore Nazista. Durante li sette mese della sua sosta a San Vittore, Popper serviva come traduttore e poteva assistere la resistenza dentro il prigione. Distribuiva numerosi pacchetti di cibo contrabbandato da amici in libertà e ha facilitato il contatto dei prigionieri politici con il mondo esterno. Fu trasferito al campo di transito di Fossoli, poi al campo di transito di Bolzano e finalmente al campo di concentramento di Mauthausen. Fu assassinato al 25 ottobre 1944 a Linz.[74]
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QUI ABITAVA
VIRGINIO RIOLI
NATO 1917
INTERNATO SETT. 1943
DEPORTATO
MAINZ-KOSTHEIM
ASSASSINATO 14.2.1945
MELK
Via Della Pergola, 1 Virginio Rioli nacque a Milano il 23 dicembre 1917 da Angelo Rioli ed Anna Colombo. Professione dichiarata: meccanico tornitore. È chiamato alle armi nell’aprile 1939 e nel giugno 1940 è destinato in “territorio in stato di guerra”. Nel settembre 1943 è soldato marconista al fronte albanese, 4º Corpo d’Armata, 98ª Compagnia. Internato in Germania, come altri 850.000 soldati italiani, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e di entrare nelle divisioni repubblichine in allestimento in Germania. Sarà un I.M.I.: Internato Militare Italiano. Senza i diritti dei prigionieri di guerra: non sopravvive alle dure condizioni cui è sottoposto. Di lui resta un “Biglietto per le Forze Armate” del 24 agosto 1943 alla nipote Emma. La stessa nipote nel 2005 riesce a riportare in Italia i resti mortali dello zio, fortunosamente ritrovati in un cimitero di Francoforte, ed a farli inserire nel Sacrario dei Caduti Milanesi di Sant'Ambrogio.[4]
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QUI ABITAVA
FRANCO ROVIDA
NATO 1903
ARRESTATO 9.5.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 21.2.1945
MELK
Piazzale Cuoco, 7 Franco Rovida nacque a Milano il 22 settembre 1903 da Antonio e Maria Luigia Rognoni. Dedica gli anni della sua giovinezza alle attività di oratorio e alla formazione cristiana dei ragazzi. Già nel primo dopoguerra aderisce al movimento di “Avanguardia Cattolica”. Avvia una tipografia in Viale Campania 17. Nel 1937 sposa Antonietta Guzzeloni, vedova con una figlia, e a loro volta hanno una figlia, Maria Luisa. Da sempre oppositore del regime fascista, nel 1944 accetta di stampare un giornale clandestino, “Il Ribelle”, quando i redattori, Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, Claudio Sartori, Enzo e Rolando Petrini, don Giovanni Barbareschi, hanno dovuto lasciare la tipografia originale di Brescia. Viene arrestato il 9 maggio 1944 e tradotto a San Vittore. Un mese dopo, il 9 giugno, viene trasferito al campo di Fossoli, dove viene impiegato come tipografo probabilmente con gli stessi suoi macchinari, sequestratigli a Milano. Con lo smantellamento di Fossoli è trasferito a Bolzano, ancora con mansioni di tipografo. Il 14 dicembre 1944 è deportato a Mauthausen. Muore a Melk il 21 febbraio 1945.[4]

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QUI ABITAVA
JENIDE RUSSO
NATA 1917
ARRESTATA 18.2.1944
DEPORTATA
RAVENSBRÜCK
DECEDUTA 26.4.1945
BERGEN-BELSEN
Via Paisiello, 7

Jenide Russo nacque a Milano il 23 giugno 1917. Abita a Milano in Via Paisiello con la madre e due sorelle. Operaia, è una giovane donna che si avvicina alla Resistenza quando conosce Renato, partigiano nelle Brigate Garibaldi operanti in Valdossola. Nell’ottobre 1943 è staffetta partigiana ed è incaricata del trasporto di armi, munizioni e materiale pericoloso. È arrestata in Via Aselli a Milano con una borsa contenente nitroglicerina. Nel carcere di Monza è torturata perché faccia i nomi dei suoi compagni. Da un suo biglietto: “Venivo disturbata tutti i giorni perché volevano che io parlassi. Ma io ero più dura di loro e non parlavo ......... Dì pure che ho mantenuto la parola di non parlare: credo che saranno tutti contenti di me.”[75] Da Monza a San Vittore e, a fine aprile 1944, a Fossoli. Il 2 agosto è deportata a Ravensbrück dove si ammala di tifo. Trasferita a Bergen-Belsen, muore il 26 aprile 1945 poco dopo la liberazione del campo.[76][77]

Stolperstein für Alberto Segre (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ALBERTO SEGRE
NATO 1899
ARRESTATO 8.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 27.4.1944
Corso Magenta, 55
45°27′56.43″N 9°10′24.57″E / 45.465676°N 9.173493°E45.465676; 9.173493 (Stolperstein per Alberto Segre)
Alberto Segre con la sua figlia, circa 1936

Alberto Segre nacque il 12 dicembre 1899 a Milano da Giuseppe e Olga Lövvy.[78] Doveva partecipare nell'ultima fase della prima guerra mondiale, però riesce a diplomarsi al liceo Manzoni nel luglio 1918. Laureato in Economia e Commercio, lavorò per la ditta di famiglia. Era antifascista. Sposò Lucia Foligno. Al 10 settembre 1930 nacque l'unica figlia, Liliana. Pochi mesi dopo la moglie morí. Dopo l'intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani, Segre nascose la figlia da amici utilizzando documenti falsi. Nel dicembre 1943 tentativo fallito di fuggire in Svizzera, venne arrestato il giorno dopo insieme con la figlia a Selvetta di Viggiù in provincia di Varese. Verranno trasferiti nel carcere di Varese, poí a Como e a Milano. Il 30 gennaio 1944 Segre e la figlia sono stati deportati al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. La figlia è subito separata dal padre, che venne ucciso ad Auschwitz il 27 aprile 1944.[5][79][80] La figlia fu impiegata nel lavoro forzato in una fabbrica di munizioni per circa un anno e subì ancora tre altre selezioni. È sopravvissuta alla marcia della morte verso la Germania e venne liberata al primo di maggio 1945. Torna in Italia, sposava Alfredo Belli Paci nel 1948, anch'egli reduce dai campi di concentramento nazisti, come internato militare. La coppia ha avuto tre figli. Negli anni novanta divenne una delle più importanti testimoni italiani dell'Olocausto. Nel 2004 ottiene l'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.[81] Con decreto del Presidente della Repubblica del 19 gennaio 2018, Liliana Segre è nominata Senatrice a vita.

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QUI ABITAVA
GIUSEPPE SEGRE
NATO 1873
ARRESTATO 18.5.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 30.6.1944


QUI ABITAVA
OLGA LÖVVY SEGRE
NATA 1878
ARRESTATA 18.5.1944
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 30.6.1944
Corso Magenta, 55 Giuseppe Segre nacque a Milano il 30 marzo 1873 da Marco e Diamante Vitali.
Olga Lövvy Segre nacque a Torino il 11 novembre 1878 da Amadio e Rosina Fyzz.

Nel 1897 Giuseppe Segre ed Olga Lövvy si sposano e nascono due figli: Amedeo ed Alberto. Nello stesso anno Giuseppe Segre fonda a Milano la Segre & Schieppati[82], azienda operativa nel settore tessile. Si dedica anche all’assistenza pubblica ed è tra i fondatori della Croce Verde Milano[83]: nel 1916 è uno dei principali artefici della fusione della Croce Verde con la consorella Assistenza Pubblica Milanese, diventando vicepresidente della nuova “Croce Verde - Assistenza Pubblica Milanese” e l’anno successivo è nominato Cavaliere della Corona d’Italia, data “...l’opera assidua e benefica che da parecchi anni esso dedica alla benemerita istituzione”. Le leggi razziali del 1938 non risparmiano i due coniugi. A seguito di una delazione, nel maggio 1944, sei mesi dopo l’arresto del figlio Alberto e della nipote Liliana, vengono prelevati da una villa di amici ad Inverigo e deportati a Fossoli. Il 30 giugno 1944 giungono ad Auschwitz dove vengono inviati immediatamente alle camere a gas.[4]
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QUI ABITAVA
EZIO SETTI
NATO 1887
ARRESTATO 11.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 11.9.1944
Viale Corsica, 43 Ezio Setti nacque a Marco di Rovereto (TN), all’epoca parte dell’Impero Austro-Ungarico, il 18 ottobre 1897 da Sebastiano e Maria Aste, entrambi di sentimenti irredentisti. Allo scoppio della 1ª Guerra Mondiale, il paese è sulla linea del fronte e deve essere evacuato. La famiglia Setti rifiuta di venire sfollata in Boemia e sceglie l’esilio in Italia, a Bergamo. Ritorna a Marco nel 1919. Tutto è distrutto, solo il campanile è rimasto in piedi: Ezio Setti ne diventa sindaco[84] e gestisce la ricostruzione del paese. Sposa Veronica Vaccari ed hanno quattro figli: Tito, Adelaide, Elena e Maria Luisa. Socialista, con l’avvento del fascismo si trasferisce a Milano con la moglie e i quattro figli. Assunto alla Caproni di Taliedo come controllore meccanico, mantiene le sue convinzioni politiche e più volte è diffidato dalla polizia. Subito dopo l’8 settembre è attivo nella Resistenza e partecipa allo sciopero generale del 1º marzo 1944. Come altri operai della Caproni, l’11 marzo 1944 è arrestato da militi della Repubblica Sociale Italiana.; dopo un breve passaggio al commissariato di Via Poma e successivamente a San Vittore, è inviato a Bergamo. Da qui è deportato a Mauthausen dove arriva il 20 marzo 1944. Da Mauthausen a Wien/Schwechat, a Gusen e infine ancora a Mauthausen dove muore l’11 settembre 1944.[4]
Stolperstein für Augusto Silla Fabbri (Milano).jpg
QUI ABITAVA
AUGUSTO SILLA
FABBRI
NATO 1905
ARRESTATO 11.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 10.5.1945
GUSEN
Via dei Cinquecento, 20 Augusto Silla Fabbri nacque il 28 settembre 1905 a Copparo. Era operaio meccanico alle Officine Aeronautiche Caproni di Taliedo. Era sposato con Luigia Riazzoli. La coppia viveva in Via dei Cinquecento 20. Era un antifascista ed attivo nel movimento clandestino. Al primo marzo del 1944 organizzò nella sua fabbrica il grande sciopero che per otto giorni blocca tutte le attività nella dita. Fu arrestato, poi deportato ed inviato al campo di concentramento di Mauthausen, dove arriva il 20 marzo 1944. Il suo numero di immatricolazione fu 58847. Da Mauthausen viene trasferito a Gusen nell'aprile 1944 e poi a Florisdorf. In seguito fu trasferito al campo di concentramento di Auschwitz tra il 1° ed il 4 dicembre 1944. Poche settimane dopo accade l’evacuazione di Auschwitz e doveva ritornare a Mauthausen. Il nuovo numero di immatricolazione fu 118709. A metà febbraio venne trasferito nuovamente a Gusen. Al 10 maggio 1945 morì per gli stenti subiti, quando ormai la guerra ed il regno dei Nazisti erano già finite.[85][86]

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Pd'I Silvera Bahia.jpg


Pd'I Silvera Violetta.jpg

QUI ABITAVA
LELIO SILVERA
NATO 1875
ARRESTATO 2.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944


QUI ABITAVA
BAHIA
LANIADO SILVERA
NATA 1891
ARRESTATA 2.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 6.2.1944


QUI ABITAVA
VIOLETTA SILVERA
NATA 1924
ARRESTATA 2.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 6.2.1944
Via Monte Rosa, 18 Lelio Silvera nacque ad Aleppo in Siria il 1 gennaio 1875da Salomone e Bolisa Ades, in una famiglia con ben 10 fratelli.

Bahia Laniado Silvera nacque ad Aleppo in Siria il 10 gennaio 1891 da Ezra e Zarifa Battino.

Violetta Silvera nacque a Milano il 7 gennaio 1924 da Lelio e Bahia Laniado, seconda di quattro fratelli.

Lelio Silvera è di nazionalità italiana ed i coniugi Silvera stabiliscono la residenza a Milano, dove Lelio esercita l’attività di esportatore di tessuti. Il figlio maggiore, Salomone, nel 1937 si trasferisce in Egitto per poter proseguire gli studi. La famiglia resta a Milano, sottovalutando le conseguenze delle leggi razziali emanate nel 1938. I due coniugi, con la figlia Violetta, sono arrestati a Porto Ceresio (VA) mentre cercano di riparare in Svizzera. Il loro percorso diventa identico a quello di tanti altri: carcere di Varese, carcere di San Vittore, deportazione ad Auschwitz. Nessuno supera la selezione all’arrivo e vengono inviati direttamente alle camere a gas il 6 febbraio 1944.

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QUI ABITAVA
PIERO SONNINO
NATO 1900
ARRESTATO 25.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 20.1.1945
Viale Cirene, 5 Piero Sonnino nacque ad Ancona il 12 ottobre 1894 da Alfredo e Margherita Coen. Laureato alla facoltà di Scienze Economiche e Commerciali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, alla morte del padre, insieme ai fratelli minori, Bruno e Renzo, prosegue l’attività industriale/commerciale nel settore tessile con una fabbrica in Via Bergamo a Milano con la ragione sociale “Ditta Alfredo Sonnino”. L’azienda è specializzata in coperte da arredamento con il marchio “Sole Mio”[87] e raggiunge ottimi risultati di penetrazione verso i mercati esteri. E’ presente alla Fiera Campionaria di Milano del 1936[88].
Con l’inizio della guerra ed i primi bombardamenti lo stabilimento è distrutto. Viene acquisito lo stabilimento Cotonificio Cantoni di Besozzo (VA) che verrà poi sottoposto a sequestro da parte della R.S.I. nel gennaio 1944.
Il 12 dicembre 1930 aveva sposato Natalina Bresner e dal matrimonio nascono 4 figli: Alfredo, Alberto, Nathan e Paola. A fine 1943, Piero Sonnino, con la moglie in stato di gravidanza e tre figli, tenta la fuga in Svizzera; una delazione provoca il loro arresto a Pino Lago Maggiore (VA). La moglie con i tre figli riesce fortunosamente ad evadere ed a raggiungere la Svizzera, dove nasce Paola che Piero Sonnino non potrà mai conoscere.

Dal carcere di Varese, Piero Sonnino è trasferito a Fossoli e deportato ad Auschwitz il 5 aprile 1944. Nel gennaio 1945 il campo di Auschwitz deve essere evacuato per l’avvicinarsi delle truppe sovietiche e i detenuti sono avviati alle “marce della morte”. Piero Sonnino muore durante la marcia verso Buchenwald.

Cherchi mino.jpg
QUI LAVORAVA
MINO STEINER
NATO 1909
ARRESTATO 16.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 28.2.1945
EBENSEE
Viale Bianca Maria, 7
Mino Steiner, 1944
Guglielmo "Mino" Steiner nacque a Milano il 13 maggio 1909. Figlio di Emerico Steiner, industriale milanese di origine boema, e di Fosca Titta, sorella del baritono Titta Ruffo; è nipote, per legami familiari, di Giacomo Matteotti: la madre Fosca è sorella di Velia Titta, moglie di Giacomo Matteotti. Laureato in giurisprudenza nel 1936, inizia l’attività lavorativa nello studio dell’avvocato antifascista Lelio Basso. Nell'ottobre 1942 è richiamasto alle armi e destinato a Palermo, 12º Reggimento Autieri. Con l’arrivo degli Alleati in Sicilia, viene contattato dai servizi segreti anglo-americani che gli affidano il comando della prima missione segreta inviata oltre la linea del fronte in Nord-Italia: la missione “Law”. Negli ultimi mesi del ’43, a Milano, progetta con Mario Paggi[89], Antonio Basso, Carlo E. Galimberti[90], Gaetano Baldacci e altri, un giornale di cultura politica aperto a tutte le idee antifasciste: “Lo Stato Moderno”[91]. Arrestato dalla polizia politica il 16 marzo 1944, viene rinchiuso a San Vittore, reparto SS; dopo sei settimane, il 27 aprile 1944, dal Binario 21 è trasferito a Fossoli, da qui il 21 giugno 1944 a Mauthausen. Muore nel sottocampo di Ebensee (Cement) il 28 febbraio 1945.[92][93]
Pd'I Vacchini.jpg
QUI LAVORAVA
LUIGI VACCHINI
NATO 1883
ARRESTATO 1.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 1.4.1944
EBENSEE
Piazza Beccaria, 19
Vacchini.jpg

Luigi Vacchini nacque a Lodivecchio (LO) il 19 giugno 1883 da Francesco ed Ernesta Veneroni. Sposa Ester Maria Re ed hanno due figli: Francesco ed Angela. Assunto dal Comune di Milano nel 1906 come “Vigile urbano allievo”, rimane nel corpo della polizia municipale sino al marzo 1944, quando sarà arrestato. Chiamato alle armi il 16 novembre 1915 nella 1ª Guerra Mondiale rimarrà effettivo sino al 30 settembre 1918. In un rapporto della polizia municipale del 15 giugno 1945 si legge: “Vacchini era un ottimo elemento sul lavoro e nella vita privata”. Di idee socialiste, anche se non iscritto ad alcun partito, sin dall’inizio della lotta di liberazione si occupa di raccogliere denaro da destinare alla Resistenza. Un fascista “sansepolcrista”, vicino di casa, lo denuncia e militi della Legione Muti lo prelevano il 1º marzo 1944. Il suo destino è rapidissimo: dopo pochi giorni a San Vittore, è deportato al campo di transito di Fossoli e da qui l’8 marzo a Mauthausen dove arriva il 11 marzo e viene immatricolato con il n° 57449. A fine marzo è ad Ebensee, ma, anziano e già ammalato, non supera la prima giornata di lavoro forzato di scavo nelle gallerie. Muore il 1º aprile 1944.[94]

Livia zamatto cherchi.jpg



Guido zamatto cherchi.jpg

QUI ABITAVA
LIVIA BIANCHINI
ZAMATTO
NATA 1865
ARRESTATA 13.12.1944
DEPORTATA
MILANO S. VITTORE
ASSASSINATA 1.1.1945


QUI ABITAVA
GUIDO ZAMATTO
NATO 1916
ARRESTATO 10.5.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 1944
Via Correnti, 12 Livia Bianchini nacque a Ferrara il 9 novembre 1865 da Samuele e Rosina Tedeschi. Va sposa a Leone Zamatto. Guido Zamatto nacque a Verona il 27 marzo 1916 da Anselmo, figlio di Leone e Livia Bianchini, e Ida Rimini. Guido Zamatto viene arrestato a Milano nel maggio 1944 e da qui inviato a Fossoli, come campo di transito: il 16 maggio 1944 è deportato ad Auschwitz dove supera la selezione iniziale, ma muore dopo il dicembre 1944. Livia Bianchini Zamatto, sei mesi dopo il nipote, nonostante l’età (79 anni), viene arrestata e tradotta a San Vittore: le condizioni di salute e lo stato di detenzione sono incompatibili e muore a Milano nello stesso carcere nel gennaio 1945.[4]

Date delle collocazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le pietre d'inciampo nella città metropolitana di Milano sono state collocate da Gunter Demnig personalmente alle date seguenti:

  • 19 gennaio 2017: Milano (Corso Magenta, 55; Via dei Chiostri, 2; Via Gaspare Spontini, 8; Via Milazzo, 4; Via Plinio, 20; Via Vespri Siciliani, 71)
  • 19 gennaio 2018: Milano (Via Bezzecca, 1; Viale Caldara, 11; Via dei Cinquecento, 20; Via privata Hermada, 4; Via Marcona, 34; Via Sarfatti, 25; Viale Monza, 23; Viale Piceno, 33)
  • 20 gennaio 2018: Milano (Piazzale Cadorna, 15; Via Borgonuovo, 5; Via Mengoni, 2; Via Stradella 13; Viale Lombardia, 65)
  • 23 gennaio 2018 (in assenza di G. Demnig): Milano (Via Bizzoni, 7; via Conca del Naviglio, 7; via Corridoni, 1; via De Amicis, 45; via De Togni, 10)[95]
  • 24 gennaio 2019: Milano (Via Catullo, 10; Via Albertinelli, 5; Via V. Foppa, 11; V. N. Battaglia, 41; Via Lippi, 33; Via Boscovich, 30; Via Paisiello, 7; Via C. Correnti, 12; Via L. Necchi, 14; Via S. Andrea, 14; Via Visconti di Modrone, 20; Viale Bianca Maria, 7; Via Bronzetti, 33)
  • 25 gennaio 2019: Milano (Viale Monte Rosa, 18; Via Farini, 35; Via Farini, 5; Via Della Pergola, 1; Piazza Beccaria, 19)
  • 31 gennaio 2019 (in assenza di G. Demnig): Milano (Via Mompiani, 10; Piazzale Cuoco, 7; Viale Corsica, 43; Via Giuriati, 16; Via Giuriati, 17; Viale Cirene, 5; Corso Magenta, 55)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Chi era costui?: Angelo Aglieri, consultato il 5 novembre 2018
  2. ^ A.N.P.I.: PIETRE D'INCIAMPO A MILANO, consultato l'11 novembre 2018
  3. ^ KZ-Gedenkstätte Flossenbürg: Angelo Aglieri| nel Libro dei Morti 1938-1945, consultato l'11 novembre 2018
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v Marco Steiner (a cura di), PIETRE D'INCIAMPO - Cartella stampa 2019 (pdf), Comune di Milano. URL consultato il 4 febbraio 2019.
  5. ^ a b c d A Milano il 19 gennaio la posa della prima pietra d'inciampo della città, in corso Magenta davanti a casa Segre, Mosaico, 19 gennaio 2017
  6. ^ Biografie breve di Banfi
  7. ^ Sulla posa della pietra d'inciampo, consultato il 23 giugno 2018
  8. ^ Informazione sul Studio BBPR
  9. ^ a b CERTIFICATO ANAGRAFICO STORICO Comune di Milano 16 dicembre 2016
  10. ^ CDEC Digital Library: Basevi, Adele, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 24 giugno 2018.
  11. ^ Chi era costui?: Adele Basevi Lombroso, consultato il 23 giugno 2018
  12. ^ La data di morte sulla pietra d'inciampo è errata. Secondo Danuta Czech: Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939–1945. Reinbek bei Hamburg 1989, ISBN 3-498-00884-6, p. 720, il trasporto dell'RSHA con 700 ebrei da Milano e Verona arrivò ad Auschwitz il 6 febbraio 1944. Soggetto alla correttezza di queste informazioni, sia la data di morte oppure il luogo dell'omicidio non è corretto.
  13. ^ la pietra riporta un doppio errore. L'anno di nascita è il 1866, anziché il 1868 e la data di morte effettiva è il 6 febbraio 1944, giorno di arrivo ad Auschwitz. Marco Steiner (a cura di), PIETRE D'INCIAMPO - Cartella stampa 2019 (pdf), Comune di Milano. URL consultato il 4 febbraio 2019.
  14. ^ Comune di Cinisello Balsamo: LE PIETRE RACCONTANO / I DEPORTATI: BERNA GIUSEPPE, consultato il 21 agosto 2018
  15. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Luzzatto, Margherita, su dati.cdec.it. URL consultato il 29 ottobre 2018.
  16. ^ Zita Dazzi: "Dal sacrificio dei miei nonni ebrei ho imparato a resistere al male", La Repubblica, 19 gennaio 2018
  17. ^ Marco Steiner (a cura di), PIETRE D'INCIAMPO - MILANO 2017 / 2018 (pdf), Comune di Milano. URL consultato il 16 ottobre 2018.
  18. ^ Scheda Emma Bovi, Chi era costui?. URL consultato il 15 ottobre 2018.
  19. ^ Comune di Milano: 4. Emma BOVI, consultato il 15 ottobre 2018
  20. ^ V. Viola, Quintino Di Vona umanista e resistente - "I licei G. Berchet e G. Carducci durante il fascismo e la Resistenza". (Milano, Liceo G. Carducci, 20 febbraio, 9 marzo, 20 aprile 1995), Milano, 1996
  21. ^ Dario Venegoni Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano - Una tragedia italiana in 7.982 storie individuali 2ª Edizione, Fondazione Memoria della Deportazione/Mimesis, Milano 2005, pag. 113.
  22. ^ A.N.P.I.: Pietre d’Inciampo in Zona 3, 19 gennaio 2018
  23. ^ Anna Cirillo: Così morì lo studente Enzo, La Repubblica, 30 gennaio 2005
  24. ^ Italia : Tribunale speciale per la difesa dello Stato <1926-1943> Decisioni emesse nel 1927 Roma : Ufficio storico SME, 1980 pag. 448-450
  25. ^ Italia : Tribunale speciale per la difesa dello Stato <1926-1943> Decisioni emesse nel 1927 Roma : Ufficio storico SME, 1980 pag. 505-507
  26. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Coen, Dante, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 5 giugno 2017.
  27. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Coen, Ornella, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 5 giugno 2017.
  28. ^ https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_gennaio_23/imbrattata-pietra-d-inciampo-dante-coen-atto-antisemitismo-4a38f410-e195-11e6-9d91-77d9cd8f321e.shtml, consultato 10 febbraio 2019
  29. ^ http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/01/28/news/milano_catena_umana_pietre_inciampo-157077002/, consultato 10 febbraio 2019
  30. ^ Pietre d'inciampo nelle Marche
  31. ^ http://www.venegoni.it/fratelli/carlo/arresto44_verbale.htm, consultato 28 marzo 2019
  32. ^ a b c d Carlo Galante: [Perseguitati perché ebrei. La triste storia dei Reinach.], consultato il 7 giugno 2018
  33. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: De Benedetti, Ugo, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 15 ottobre 2018. (con un ritratto fotografico)
  34. ^ CLAIMS RESOLUTION TRIBUNAL: In re Holocaust Victim Assets Litigation Case No. CV96-4849, consultato il 7 giugno 2018
  35. ^ Find a Grave: Pierro de Benedetti, consultato il 15 ottobre 2018 (con un ritratto fotografico del piccolo ragazzo)
  36. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: De Benedetti, Piero, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 15 ottobre 2018. (con un ritratto fotografico del piccolo ragazzo)
  37. ^ Jean Blanchaert: GIUSEPPE GRANDI 1886 Il custode di Lanzo d'Intelvi, Gariwo, la foresta dei Giusti, Milano 28 gennaio 2013
  38. ^ http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1369/ottaviano-pieraccini
  39. ^ http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1855/umberto-recalcati
  40. ^ M. Valcarenghi - Aldo Valcarenghi. La ricerca della libertà - Unicopli, 2016 - EAN 9788840018836
  41. ^ Chi era costui?: Scheda Antonio De Giorgi, consultato il 7 giugnio 2018
  42. ^ a b c d e A.N.P.I.: Pietre d'inciampo - Varzi, consultato il 5 giugno 2018
  43. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Fano, Cesare, su digital-library.cdec.it. URL consultato l'8 giugno 2017., con un ritratto
  44. ^ Comune di Milano: 9. Cesare FANO, Silvia USIGLI FANO, consultato il 3 novembre 2018
  45. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Finzi, Guglielmo.
  46. ^ Comune di Milano: 10. William FINZI, consultato il 3 novembre 2018
  47. ^ a b Milano Today: Sfregiata la pietra d'inciampo di Angelo Fiocchi in viale Lombardia a Milano, 23 gennaio 2018
  48. ^ Corriere della Sera (Milano): Sfregiata la pietra d’inciampo di Angelo Fiocchi, 23 gennaio 2018
  49. ^ Pietre d'inciampo Milano: 12. Raffaele GILARDINO, consultato il 1 giugno 2018
  50. ^ I.T.S. Bad Arolsen, fascicolo TD 319660
  51. ^ Chi era costui?: Scheda Romeo Locatelli (Omero), consultato il 2 giugnio 2018
  52. ^ le Pietre d'Inciampo: Romeo Locatelli: i documenti, con due fotografie, consultato il 2 giugnio 2018
  53. ^ Comune di Milano: 13. Romeo LOCATELLI, consultato il 3 novembre 2018
  54. ^ Donne e Uomini della Resistenza: Luigi Luinetti, su ANPI. URL consultato il 30 gennaio 2019.
  55. ^ Comune di Milano: 14. Giuseppe MALAGODI, consultato il 4 novembre 2018
  56. ^ Chi era costui?: Giuseppe Malagodi, consultato il 4 novembre 2018
  57. ^ http://www.merateonline.it/articolo.php?idd=87707&origine=1t=Verderio%3A+le+pietre+d%27inciampo+in+ricordo+dei+Milla+deportati%2C+inaugurate+dai+discendenti, consultato il 10 febbraio 2019
  58. ^ Comune di Milano: 15. Alessandro MONETA, consultato il 4 novembre 2018
  59. ^ Chi era costui?: Alessandro Moneta, consultato il 4 novembre 2018
  60. ^ Giuseppe P. Mascherpa - Sulle tracce di "Pericle" - A.N.P.I., Com. Prov. Milano - 2015
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  66. ^ CDEC Digital Library: Benedetti, Valentina, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 3 novembre 2018.
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  77. ^ Triangolo Rosso, Giornale a cura di A.N.E.D. - giugno 2007, pagg. 58-61
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  80. ^ Chi era costui?, su chieracostui.com. URL consultato il 29 luglio 2017.
  81. ^ Dettaglio decorato Segre Sig.ra Liliana, su quirinale.it. URL consultato il 29 luglio 2017.
  82. ^ http://www.attilioimperiali.it/segre-schieppati/storia/, consultato 14 febbraio 2019
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  84. ^ http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1729/ezio-setti, consultato 1 aprile 2019
  85. ^ Chi era costui?: Augusto Silla Fabbri, consultato il 26 maggio 2018
  86. ^ Pietre d'inciampo Milano, cartella stampa: Augusto SILLA FABBRI, consultato il 26 maggio 2018
  87. ^ https://www.solemio.be/fr/?___store=it&___from_store=fr
  88. ^ http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-u3010-0002447/,consultato 28 marzo 2019
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  90. ^ http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1027/carlo-enrico-galimberti, consultato 11 febbraio 12019
  91. ^ https://www.francoangeli.it/ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1615.29
  92. ^ Marco E. Steiner, Mino Steiner - Il dovere dell'antifascismo, Milano, Unicopli, 2015, ISBN 9788840018188.
  93. ^ Marco E. Steiner, Archivio privato della Famiglia Steiner
  94. ^ "Ghisa resistente" - a cura di Maurizio Ghezzi, Eugenio Pavesi, Annamaria Pesenti, Alessandro Longoni - gennaio 2019, inedito
  95. ^ Comune di Milano: Milano è memoria: Pietre d'inciampo, 19 gennaio 2018

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