Pietre d'inciampo in Lombardia

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Vicolo dell’Inganno a Brescia con la pietra d'inciampo per Ubaldo Migliorati, ammazzato nel Campo di concentramento di Buchenwald.

La lista delle pietre d'inciampo in Lombardia riguarda i blocchi che ricordano il destino delle vittime lombarde dello sterminio nazista, qualunque sia stato il motivo della persecuzione: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali.

Il suo obiettivo è mantenere viva la memoria delle vittime di tutte le Deportazioni nel luogo simbolo della vita quotidiana - la casa - invitando allo stesso tempo chi passa a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quella data, per non dimenticare. Le pietre d'inciampo (in tedesco Stolpersteine) sono una iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig che ha già posato più di 61.000 pietre in tutta Europa.

Le pietre d'inciampo in Lombardia sono state collocate continuamente dal novembre 2012 quando Demnig posava le prime pietre d'inciampo a Brescia e a Collebeato.

Le tabelle sono parzialmente ordinabili; l'ordinamento avviene in ordine alfabetico seguendo il nome.

Città metropolitana di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Nella città Milano sono state collocate le seguenti pietre d'inciampo. Liliana Segre, reduce dell'Olocausto e senatrice a vita, ha fondato il progetto Milanese delle pietre d'inciampo nel 2017. Una delle prime pietre collocate a Milano è dedicato al suo padre, Alberto Segre, assassinato del regime Nazista nel 1944.

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Angelo Aglieri (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ANGELO AGLIERI
LOMBROSO
NATO 1914
ARRESTATO 25.5.1944
DEPORTATO
FLOSSENBÜRG
ASSASSINATO 24.12.1944
Viale Monza, 23 Angelo Aglieri
Stolperstein für Gianluigi Banfi (Milano).jpg
QUI LAVORAVA
GIANLUIGI BANFI
NATO 1910
ARRESTATO 21.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 10.4.1945
GUSEN
Via dei Chiostri, 2
45°28′26.97″N 9°11′10.74″E / 45.474157°N 9.186316°E45.474157; 9.186316 (Stolperstein per Gian Luigi Banfi)
Gian Luigi Banfi

Gian Luigi Banfi nacque il 2 aprile 1910 a Milano. Era un architetto del stile razionalista. Con i colleghi Belgiojoso, Peressutti e Rogers fondò lo studio BBPR, che si occupava anche di urbanistica, arredamento e design. BBPR promuoveva l'architettura Razionalista in Italia e pubblicava anche in tante riveste e giornali. Antifascista, aderì al movimento Giustizia e Libertà ed al Partito d'Azione clandestino. Più tardi divenne anche un membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Banfi e Belgiojoso furono traditi e catturati il 21 marzo 1944. Rogers fuggì in Svizzera perché era di origine ebraica. Banfi e Belgiojoso furono prima deportati al campo di transito di Fossoli, da lì al campo di transito di Bolzano e infine al campo di concentramento di Mauthausen. Gianluigi Banfi morì di stenti nel sottocampo di Gusen alla vigilia della liberazione, al 10 aprile 1945.[1][2][3][4]

Belgiojoso fu liberato il 5 maggio 1945. Insieme a Peressutti e Rogers, tornato anche lui in Italia, il BBPR riprese la sua attività. Tra l'altro il gruppo ha progettato anche alcuni siti commemorativi.

Stolperstein für Adele Basevi Lombroso (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ADELE BASEVI
LOMBROSO
NATA 1868
ARRESTATA 1.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 5.2.1944
Via Vespri Siciliani, 71
45°27′02.82″N 9°08′36.37″E / 45.450784°N 9.143436°E45.450784; 9.143436 (Stolperstein per Adele Basevi Lombroso)
Adele Basevi Lombroso nacque il 7 agosto 1866 a Brescia. Era la figlia di Alessandro Basevi e di Silvia Finzi. Sposava Gerolamo Lombroso. La coppia aveva una figlia, Renata. Dopo il sequestro del potere da parte dei nazionalsocialisti nel Nord dell'Italia nel settembre del 1943, i cittadini che tradirono gli ebrei ai SS furono promessi loro dimora. L'anziana signora fu arrestata dai nazisti tedeschi il 1 dicembre 1943 e deportata con il convoglio n. 6 al campo di concentramento di Auschwitz il 30 gennaio 1944. Arrivò il 6 febbraio 1944 e fu assassinata il giorno del suo arrivo.

Sua figlia è sopravvissuta perché è stata avvertita e nascosta della custode quando tornava a casa dal suo lavoro.[1][5][6][7]

Stolperstein für Giuseppe Berna (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE BERNA
NATO 1903
ARRESTATO 11.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 10.5.1945
Via privata Hermada, 4 Giuseppe Berna
Stolperstein für Margherita Luzzatto Böhm (Milano).jpg
QUI ABITAVA
MARGHERITA
LUZZATTO BÖHM
NATA 1878
ARRESTATA 13.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 26.2.1944
Via De Amicis, 45 Margherita Luzzatto Böhm[8][9]
Stolperstein für Michelangelo Böhm (Milano).jpg
QUI ABITAVA
MICHELANGELO
BÖHM
NATO 1867
ARRESTATO 13.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944
Via De Amicis, 45 Michelangelo Böhm[8]
Stolperstein für Emma Bovi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
EMMA BOVI
NATA 1888
ARRESTATA 15.3.1944
DEPORTATA
RAVENSBRÜCK
ASSASSINATA 25.3.1945
FÜRSTENBERG
Via Bezzecca, 1 Emma Bovi[8]
Stolperstein für Enzo Capitano (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ENZO CAPITANO
NATO 1927
ARRESTATO 22.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 9.5.1945
Via Stradella, 13 Enzo Capitano nacque a Milano il 26 gennaio 1927. Era il primo di quattro, aveva un fratello, Salvatore, e due sorelle. Fu allievo del Liceo classico Carducci ed aderisce al Fronte della gioventù per l'indipendenza nazionale e per la libertà fondata da Eugenio Curiel. Uno dei suoi insegnati fu il professore Quintino Di Vona che si opponeva al nuovo regime di Salò ed all’occupazione nazista. Già nel gennaio del 1944 il giovanotto stava sotto sospetto e fu sottoposto ad interrogatorio e violenze fisiche dai fascisti. Viene comunque rilasciato fra poco. Di Vona è stato catturato dalle brigate nere e fucilato a Inzago il 7 settembre del 1944. Dopo di che il giovane Capitano ed altri antifascisti della sua scuola furano nuovamente arrestati nel dicembre 1944 ed a seguito denunciati da un traditore. Venne detenuto al carcere di San Vittore e poi consegnato alle SS tedesche. Il 16 gennaio 1945 fu deportato al Campo di transito di Bolzano. Dal convoglio buttava un biglietto che iniziava: "L'anima buona che raccoglie questo biglietto faccia un grande piacere ad un deportato e lo spedisca alla Famiglia Capitano, via Stradella 13, Milano. Caro papà, cara mamma, carissimi fratello e sorelle, purtroppo sono stato assegnato al campo di concentramento […]." Il biglietto fu trovato e portato alla famiglia. Pochi giorni dopo viene deportato die nuovo, questa volta al campo di concentramento di Flossenbürg. Riuscì di saltare dal treno, con altri due deportati, e di trovare rifugio in una casetta. I tre furano traditi, consegnati ai tedeschi e riportati a Bolzano. Il 1º febbraio 1945 fu deportato a Mauthausen e di seguito doveva fare lavoro forzato in un campo vicino. Tornava a Mauthausen ai primi di aprile nelle peggiori condizioni. Morì il 9 maggio 1945, quattro giorni dopo la liberazione del campo.[10][11]
Stolperstein für Dante Coen (Milano).jpg
QUI ABITAVA
DANTE COEN
NATO 1910
ARRESTATO 26.7.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 4.4.1945
BUCHENWALD
Via Plinio, 20
45°28′41.96″N 9°12′50.27″E / 45.478324°N 9.213965°E45.478324; 9.213965 (Stolperstein per Dante Coen)
Dante Coen, figlio di Arrigo Coen (nato 1879) e Ilde Portaleone (nata 1881), nacque il 24 agosto 1910 a Ancona. Aveva alemno nove fratelli e quattro sorelle, Aldo (nato 1899), Bruno (nato 1905), Manfredo (nato 1907), Attilio (nato 1908), Nello (nato 1909), Remo (nato 1912), Umberto (nato 1914), Franco (nato 1915) ed Enzo (nato 1921), Romilde (nato 1902), Dina (nata 1913), Lina (nata 1919) e Floretta (nata 1924). Coniuge di Angelina Giustacchini. La coppia aveva una figlia, Ornella (nata il 23 giugno 1944 a Milano). Dante Coen fu arrestato a Milano il 26 luglio 1944, detenuto al carcere di Milano e deportato il 2 agosto 1944 con il convoglio n. 14 nel campo di sterminio di Auschwitz. Lì arrivò quattro giorni dopo. Il suo numero di matricola fu 190841. Fu assassinato il 4 aprile 1945 nel campo di concentramento di Buchenwald.[12][13]

La sorte dei suoi relativi è sconosciuta.

Questa pietra d'inciampo fu graffiata da vandali pochi giorni dopo la sua collocazione.[14]

Stolperstein für Etta De Benedetti Reinach (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ETTA DE BENEDETTI
REINACH
NATA 1904
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA
Via De Togni, 10 Maria Antonietta Reinach De Benedetti, chiamata Etta, nasce a Milano il 6 giugno 1904, ultima dei sei figli di Ernesto Reinach (vedi sotto) e di Irma Pavia. Il 20 dicembre 1928 sposava Ugo De Benedetti (vedi sotto). La coppia aveva due figli, Piero (nato nel 1929, vedi sotto) e Giancarlo (nato 1931). Voleva fuggire con la sua famiglia in Svizzera e quindi andò al Lago di Como, dove la famiglia possedeva una proprietà. Fu arrestata insieme con il padre, il marito e il figlio Piero nel novembre 1943 a Torriggia, una frazione di Laglio al Lago di Como, e condotta al Carcere di San Vittore a Milano. Saranno deportati con il trasporto 12 (numerazione I. Tibaldi) che parte dal Binario 21 di Milano il 6 dicembre 1943. Ernesto Reinach, di anni 88, muore durante il trasporto. Etta De Benedetti Reinach, suo marito e loro figlio arrivano ad Auschwitz l’11 dicembre 1943 e non se ne ebbe più alcuna notizia: con ogni probabilità furono destinati immediatamente alle camere a gas.[15]

Il figlio maggiore, Giancarlo, poteva sopravvivere la Shoah. Aveva una figlia e la dava il nome della madre, Maria Antonietta De Benedetti. Morì il 12 luglio 1990 a Milano.[16]

Stolperstein für Piero De Benedetti (Milano).jpg
QUI ABITAVA
PIERO DE BENEDETTI
NATO 1929
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via De Togni, 10 Piero De Benedetti nasce a Milano il 5 ottobre 1929. Era il figlio di Ugo De Benedetti (vedi sotto) e di Etta Reinach (sopra).[15]
Stolperstein für Ugo De Benedetti (Milano).jpg
QUI ABITAVA
UGO DE BENEDETTI
NATO 1893
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via De Togni, 10 Ugo De Benedetti nasce a Torino il 17 agosto 1893 da Abramo de Benedetti e Carolina Carmi. Nel 1928 sposa Etta Reinach, da cui ha due figli, Giancarlo e Piero. Avvocato molto noto a Torino, si trasferisce a Milano dopo il matrimonio e diventa il legale di riferimento dei maggiori gruppi industriali e bancari.[15]
Stolperstein für Antonio De Giorgi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ANTONIO DE GIORGI
NATO 1904
ARRESTATO 10.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 20.3.1945
GUSEN
Via Borgonuovo, 5 Antonio De Giorgi nacque il 14 giugno 1904 a Comerio. Era avvocato e socialista. Suo studio fu in via Borgonuovo a Milano. Lì teneva riunioni con compagni della resistenza italiana. Fu tra gli organizzatori dello sciopero generale del 1 marzo 1944. Fu arrestato in seguito a delazione il 10 marzo 1944 e detenuto al campo di transito di Fossoli. Fu deportato al campo di transito di Bolzano e poi al campo di concentramento di Mauthausen. Doveva fare lavori forzati pesanti al sottocampo di Gusen e lì perde la vita il 20 marzo 1945.[17][18]
Stolperstein für Melchiorre de Giuli (Milano).jpg
QUI ABITAVA
MELCHIORRE
DE GIULI
NATO 1906
ARRESTATO 7.8.1944
DEPORTATO
DACHAU
ASSASSINATO 24.2.1945
ÜBERLINGEN
Via Milazzo, 4
45°28′44.65″N 9°11′15.11″E / 45.47907°N 9.18753°E45.47907; 9.18753 (Stolperstein per Melchiorre De Giuli)
Melchiorre De Giuli nacque il 7 febbraio 1906 a Motta Visconti da Costante De Giuli e Maria Caserio. Era un seguace dei fascisti in giovane età, si allontanò dal movimento negli anni '30 e divenne un esplicito oppositore di Mussolini e del suo regime. Si unì al movimento di resistenza Giustizia e Libertà e fu internato come prigioniero politico sull'isola di Ponza dal 1934 al 1938. Dopo l'armistizio di Cassibile e il successivo sequestro di nazisti tedeschi nel nord Italia, si è unito al lombarda Gruppi di Azione Patriottica, piccoli gruppi della resistenza che sono stati stabiliti dal Partito Comunista Italiano. Fu arrestato il 7 agosto 1944 a Milano dai nazionalsocialisti tedeschi e deportato prima al campo di transito di Bolzano, e nell’ottobre del 1944 al campo di concentramento di Dachau. De Giuli fu portato al campo di concentramento di Überlingen-Aufkirch, un campo satellite di Dachau, per lavori durissimi nella costruzione del tunnel Goldbacherstrasse in cui devono essere trasferiti le fabbriche d'armi a Friedrichshafen con 700 prigionieri dei campi di concentramento. Lì fu assassinato il 24 febbraio 1945.[1][18]
Stolperstein für Cesare Fano (Milano).jpg
QUI ABITAVA
CESARE FANO
NATO 1868
ARRESTATO 18.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944
Via Corridoni, 1 Cesare Fano nacque il 13 giugno 1868 a Colorno. Suoi genitori erano Abramo Fano e Corinna Rimini. Sposava Silvia Usigli di Rovigo (vedi sotto). Furono arrestati il 18 dicembre 1943 a Tirano e detenuti prima nel carcere di Sondrio e poi nel carcere di Milano. Saranno deportati con il trasporto 6 che partiva dal Binario 21 di Milano il 30 gennaio 1944. Tutte e due furono assassinata immediatamente dopo l'arrivo ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, probabilmente in una camera a gas.[18][19]
Stolperstein für Silvia Usigli Fano (Milano).jpg
QUI ABITAVA
SILVIA USIGLI FANO
NATA 1879
ARRESTATA 18.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 6.2.1944
Via Corridoni, 1 Silvia Usigli Fano nacque il 2 settembre 1879 a Rovigo. Era la figlia di Giacomo Usigli e Carolina Usigli. Sposava Cesare Fano di Colorno (vedi sopra). La coppia si stabiliva a Milano. Furono arrestati il 18 dicembre 1943 a Tirano e detenuti prima in Tirano e poi nel carcere di Milano. Saranno deportati con il trasporto 6 che partiva dal Binario 21 di Milano il 30 gennaio 1944. Tutte e due furono assassinata immediatamente dopo l'arrivo ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, probabilmente in una camera a gas.[18][20]
Stolperstein für William Finzi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
WILLIAM FINZI
NATO 1900
ARRESTATO 10.5.1944
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 7.2.1945
MAUTHAUSEN
Via Conca del Naviglio, 7 William Finzi nacque il 28 luglio 1900 a Milano. Venne arrestato il 10 maggio 1943 ed assassinato il 7 febbraio 1946 a Mauthausen.[18]
Stolperstein für Angelo Fiocchi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ANGELO FIOCCHI
NATO 1911
ARRESTATO 2.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 7.4.1945
EBENSEE
Viale Lombardia, 65 Angelo Fiocchi nacque il 15 ottobre 1911 a Milano da famiglia operaia. Fu il primo di quattro fratelli. Sposava Pierina Conti. La coppia visse in Viale Lombardia, 65 e aveva una figlia. Divenne fattorino dell’azienda Alfa Romeo, dove lavoravano già lo moglie ed una cugina. Fu tra gli organizzatori dello sciopero generale del 1 marzo 1944. Stava per unirsi ai partigiani sulle montagne quando fu catturato il 2 marzo 1944. Fu detenuto prima al carcere di San Vittore e poi trasferito al campo di transito di Fossoli. Dal convoglio buttava un biglietto con la fede nuziale, che fu trovato da un ferroviere e portato alla famiglia. L'8 marzo 1944 parte a Firenze il convoglio n. 32 per il campo di concentramento di Mauthausen. Questo convoglio si ferma a Fossoli e riprende molti prigionieri del campo. Arriva a Mauthausen all'11 marzo 1944. Il Fiocchi fu trasferito il 26 marzo 1944 ad Ebensee dove fu occupato allo scavo di gallerie nella montagna per l’installazione di impianti industriali. Queste fabbriche sotterranee dovrebbero essere al sicuro dai raid aerei. Fu assassinato il 7 aprile 1945 ad Ebensee, un mese prima della liberazione.[14][18]

Questa pietra d'inciampo fu graffiata da vandali pochi giorni dopo la sua collocazione.[14][21]

Stolperstein für Raffaele Gilardino (Milano).jpg
QUI ABITAVA
RAFFAELE GILARDINO
NATO 1917
ARRESTATO 2.8.1944
DEPORTATO
DACHAU
BUCHENWALD
ASSASSINATO 1.2.1945
Viale Piceno, 33 Raffaele Gilardino nacque il 21 aprile 1917 a Roma. La sua famiglia si trasferisce a Milano nel 1932 e trova alloggio in viale Piceno. Divenne avvocato e nell'inverno del 1943 sposava Ketti née Mariani. A causa dei bombardamenti su Milano, la famiglia sfolla a Oleggio dove nasce l'unico figlio, Diego. Era fermamente antifascista di formazione liberale ed entusiasta dell’America. Immediatamente dopo l'Armistizio di Cassibile entra nella Resistenza militare clandestina. Suo capo fu Luciano Elmo, un altro avvocato. Il suo compito era di procurare rifornimenti di armi ed equipaggiamenti alle partigiani del Piemonte e di organizzare atti di sabotaggio. Fu arrestato il 2 agosto 1944 in una retata. Prima restava internato al carcere di San Vittore a Milano e venne deportato al campo di transito di Bolzano il 7 settembre 1944 ed al Campo di concentramento di Dachau il 5 ottobre 1944. Successivamente giunge Buchenwald, però muore ad Ohrdruf il 1 febbraio 1945.[18][22]
Stolperstein für Giuseppe Lenzi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE LENZI
NATO 1880
ARRESTATO 15.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 21.11.1944
GUSEN
Via Gaspare Spontini, 8
45°28′54.04″N 9°12′49.9″E / 45.481678°N 9.21386°E45.481678; 9.21386 (Stolperstein per Giuseppe Lenzi)
Giuseppe Lenzi nacque il 23 dicembre 1880 a Palaia in provincia di Pisa. Lavorava all’Ufficio Studi della Edison S.p.A.. Era antifascista e dopo l'Armistizio di Cassibile aderì al Partito d'Azione. Suo lavoro clandestino fu sollevato dal suo incarico di responsabile della Biblioteca della Edison. Così poteva viaggiare anche al estero e poteva trasportare pacchi apparentemente contenenti libri, che pero contenevano materiale sovversivo oppure armi. Divenne il più stretto collaboratore di Ferruccio Parri. Non aveva un nome di battaglia, ma fu conosciuto come "papà Lenzi". Il 15 marzo 1944 fu arrestato negli uffici della Edison dopo una delazione estorta. La polizia fascista voleva arrestare anche Parri che pero riusciva di fuggire. Il Lenzi fu portato nell'ex albergo Regina dove dal 13 settembre 1943 era stabilito il quartiere generale nazista di Milano, con la sede regionale della Sicherheitspolizei (SIPO) e del Sicherheitsdienst (SD). I tedeschi volevano liquidare il gruppo dirigente del Partito d’Azione in Lombardia. Lì e dopo al carcere di San Vittore fu interrogato e ripetutamente torturato. Ma non rivelava né i nomi dei compagni, né il rifugio di Parri. La catena degli arresti si era fermata a lui. Al 27 aprile 1944 fu deportato al campo di transito di Fossoli ed al 4 agosto 1944 al campo di concentramento di Mauthausen. Doveva fare lavori forzati pesanti al sottocampo di Gusen e lì perde la vita il 21 novembre 1944.[1][23]
Stolperstein für Romeo Locatelli (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ROMEO LOCATELLI
NATO 1897
ARRESTATO 20.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 9.4.1945
GUSEN
Viale Emilio Caldara, 11 Romeo Locatelli nacque nel 1897 a Milano. Era antifascista e partecipò alla resistenza militare nel gruppo Frama, che fu organizzato da insegnanti padovani. Serviva come corriere tra la Lombardia e la Svizzera e trasmetteva notizie agli Alleati. I fascisti gli tendevano un'insidia. Venne arrestato al 20 novembre 1944 e poi deportato al campo di concentramento di Mauthausen. Fu impiegato nel lavoro forzato al sottocampo di Gusen e perda la vita al 9 aprile 1945, pochi giorni prima della liberazione del lager.[24][25]
Stolperstein für Giuseppe Malagodi (Milano).jpg
QUI ABITAVA
GIUSEPPE MALAGODI
NATO 1894
ARRESTATO 10.12.1943
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 29.3.1945
GUSEN
Via Marcona, 34 Giuseppe Malagodi
Stolperstein für Alessandro Moneta (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ALESSANDRO MONETA
NATO 1883
ARRESTATO 4.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 20.1.1945
GUSEN
Piazzale Cadorna, 15 Alessandro Moneta
Stolperstein für Giuseppe Pagano (Milano).jpg
QUI LAVORAVA
GIUSEPPE PAGANO
NATO 1896
ARRESTATO 5.9.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 22.4.1945
MELK
Via Sarfatti, 25 (di fronte all'Università Bocconi) Giuseppe Pagano Pogatschnig, architetto[26]
Stolperstein für Livia Sinigallia Piperno (Milano).jpg
QUI ABITAVA
LIVIA SINIGALLIA
PIPERNO
NATA 1906
ARRESTATA 15.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 30.12.1944
DACHAU
Via Bizzoni, 7 Livia Sinigallia Piperno
Stolperstein für Odorico Piperno (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ODORICO PIPERNO
NATO 1901
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via Bizzoni, 7 Odorico Piperno
Stolperstein für Rambaldo Piperno (Milano).jpg
QUI ABITAVA
RAMBALDO PIPERNO
NATO 1930
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Via Bizzoni, 7 Rambaldo Piperno
Stolperstein für Renzo Piperno (Milano).jpg
QUI ABITAVA
RENZO PIPERNO
NATO 1932
ARRESTATO 15.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 6.2.1944
Via Bizzoni, 7 Renzo Piperno
Stolperstein für Otto Popper (Milano).jpg
QUI ABITAVA
OTTO POPPER
NATO 1915
ARRESTATO 24.1.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 25.10.1944
LINZ
Via Mengoni, 2 Otto Michael Popper nacque il 6 ottobre 1915 a Vienna. Era un cittadino austriaco. Suoi genitori erano Michael (Ottokar) Popper (1859–1942) e Maria née Lientschnik (1889–1988). Il padre era il manager principale della tenuta Clam-Gallas. La sua famiglia resideva nel terzo distretto, nella Beatrixgasse 3a/19. Dopo la maturità al Schottengymnasium di Vienna decide di studiare giurisprudenza all'Università di Vienna. Concludeva i suoi studi al 12 dicembre 1938. Anche se suo padre si convertì al cattolicesimo nel 1888, fu considerato ebraico dai Nazisti. La madre era una cosiddetta "Aryan" e il figlio fu considerato Mischling 1. Grades, i.e. mezzo-ebraio. Nel maggio del 1940 il giovanotto fuggiva a Milano. In 1943 Otto Popper è stato arrestato e portato al carcere di San Vittore a Milano. A questo tempo era sposato con Ariane Dufaux. La coppia aveva due figli, il più giovane nato dopo il arresto del suo padre. La madre prendeva i due figli e fuggiva a Ginevra dove tutte e tre potevano sopravvivere il terrore Nazista. Durante li sette mese della sua sosta a San Vittore, Popper serviva come traduttore e poteva assistere la resistenza dentro il prigione. Distribuiva numerosi pacchetti di cibo contrabbandato da amici in libertà e ha facilitato il contatto dei prigionieri politici con il mondo esterno. Fu trasferito al campo di transito di Fossoli, poi al campo di transito di Bolzano e finalmente al campo di concentramento di Mauthausen. Fu assassinato al 25 ottobre 1944 a Linz.[27]
Stolperstein für Ernesto Reinach (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ERNESTO REINACH
NATO 1855
ARRESTATO NOV. 1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 7.12.1943
DURANTE IL TRASPORTO
Via De Togni, 10
Ernesto Reinach

Ernesto Reinach nasce a Torino il 30 gennaio 1855 da una famiglia originaria della Prussia Orientale. Sposa nel 1890 Irma Pavia, da cui ha sei figli, tra cui Etta De Benedetti Reinach. Ernesto Reinach fonda a Milano la “Ernesto Reinach” società commerciale che in seguito concentra la sua attività nei lubrificanti con il marchio Oleoblitz. Tale azienda diventa ben presto un importante riferimento industriale a Milano ed in Italia. Fu arrestato con la figlia Etta, il genero Ugo e il nipote Piero nel novembre 1943 a Torriggia (CO) e condotto a S. Vittore: saranno deportati con il trasporto 12 (numerazione I. Tibaldi) che parte dal Binario 21 di Milano il 6 dicembre 1943. Ernesto Reinach, di anni 88, muore durante il trasporto.[15]

Giuseppe Grandi, custode della Villa Reinach al Logo di Como, fece possibile la fuga di tanti parenti di Ernesto Reinach. Condusse nel buio della notte in Svizzera prima Marcello Segre con la moglie Ninì Reinach e la figlia Luciana, poi in un'altra notte Carla Reinach con le figlie Silvia e Vanna Rota. Aiutò di fuggire anche altri ebrei, amici del suo padrone. Fu denunciato, deportato in Germania ed assassinato nell'aprile 1945 anche il bravo Grandi.[28]

Stolperstein für Alberto Segre (Milano).jpg
QUI ABITAVA
ALBERTO SEGRE
NATO 1899
ARRESTATO 8.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 27.4.1944
Corso Magenta, 55
45°27′56.43″N 9°10′24.57″E / 45.465676°N 9.173493°E45.465676; 9.173493 (Stolperstein per Alberto Segre)
Alberto Segre con la sua figlia, circa 1936

Alberto Segre nasce al 12 dicembre 1899 a Milano. Figlio di Giuseppe Segre e Olga Loevvy.[29] Doveva partecipare nell'ultima fase della prima guerra mondiale, però riesce a diplomarsi al liceo Manzoni nel luglio 1918. Laureato in Economia e Commercio, lavorò per la ditta di famiglia. Era antifascista. Sposò Lucia Foligno. Al 10 settembre 1930 nacque l'unica figlia, Liliana. Pochi mesi dopo la moglie morí. Dopo l'intensificazione della persecuzione degli ebrei italiani, Segre nascose la figlia da amici utilizzando documenti falsi. Nel dicembre 1943 tentativo fallito di fuggire in Svizzera, venne arrestato il giorno dopo insieme con la figlia a Selvetta di Viggiù in provincia di Varese. Verranno trasferiti nel carcere di Varese, poí a Como e a Milano. Il 30 gennaio 1944 Segre e la figlia sono stati deportati al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che raggiunse sette giorni dopo. La figlia è subito separata dal padre, che venne ucciso ad Auschwitz il 27 aprile 1944.[1][30][31]

I suoi genitori furono arrestati a Inverigo il 18 maggio 1944, deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno 1944. La figlia fu impiegata nel lavoro forzato in una fabbrica di munizioni per circa un anno e subì ancora tre altre selezioni. È sopravvissuta una marcia della morte verso la Germania e venne liberata al primo di maggio 1945. Torna in Italia, sposava Alfredo Belli Paci nel 1948, anch'egli reduce dai campi di concentramento nazisti. La coppia ha avuto tre figli. Negli anni novanta divenne una delle più importanti testimoni italiani dell'Olocausto. Nel 2004 ottiene l'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, .[32]

Stolperstein für Augusto Silla Fabbri (Milano).jpg
QUI ABITAVA
AUGUSTO SILLA
FABBRI
NATO 1905
ARRESTATO 11.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
DECEDUTO 10.5.1945
GUSEN
Via dei Cinquecento, 20 Augusto Silla Fabbri nasce il 28 settembre 1905 a Copparo. Era operaio meccanico alle Officine Aeronautiche Caproni di Taliedo. Era sposato con Luigia Riazzoli. La coppia viveva in Via dei Cinquecento 20. Era un antifascista ed attivo nel movimento clandestino. Al primo marzo del 1944 organizzò nella sua fabbrica il grande sciopero che per otto giorni blocca tutte le attività nella dita. Fu arrestato, poi deportato ed inviato al campo di concentramento di Mauthausen, dove arriva il 20 marzo 1944. Il suo numero di immatricolazione fu 58847. Da Mauthausen viene trasferito a Gusen nel aprile 1944 e poi a Florisdorf. In seguito fu trasferito al campo di concentramento di Auschwitz tra il 1° ed il 4 dicembre 1944. Poche settimane dopo accade l’evacuazione di Auschwitz e doveva ritornare a Mauthausen. Il nuovo numero di immatricolazione fu 118709. A metà febbraio venne trasferito nuovamente a Gusen. Al 10 maggio 1945 morì per gli stenti subiti, quando ormai la guerra ed il regno dei Nazisti erano già finite.[33][34]

Provincia di Bergamo[modifica | modifica wikitesto]

Premolo[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Don Antonio Seghezzi.JPG
QUI ABITAVA
DON ANTONIO
SEGHEZZI
NATO 1906
ARRESTATO 4.11.1943
DEPORTATO
KAISHEIM
ASSASSINATO 21.5.1945
DACHAU
Contrada Lulini
Don Antonio Seghezzi con la sua famiglia

Don Antonio Seghezzi

Provincia di Brescia[modifica | modifica wikitesto]

Adro[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Attilio Emilio Mena.JPG
QUI ABITAVA
ATTILIO EMILIO MENA
NATO 1911
INTERNATO MILITARE
DEPORTATO DA PESCHIERA
20.9.1943
MORTO 22.5.1945
DACHAU
Via Cavour, 19 Attilio Emilio Mena (1911-1945) era il quarto di sette fratelli di una famiglia adrense. Nasce ad Adro il 30 novembre 1911. I suoi genitori erano Giovanni e Marietta Tedeschi. Lavorava come carpentiere, ma aiutava anche il padre nei campi. Venne chiamato alle armi nel 1940 e mandato in guerra in Albania, nella sanità del 78º Reggimento fanteria "Lupi di Toscana". Partecipò nella campagna italiana di Grecia. Secondo Giuseppe Pelizzari, l'ex sindaco di Adro, Meina era completamente disarmato, dicendo: "Loro difendono il loro paese, noi siamo occupanti … meglio non essere armati." Durante l'armistizio del settembre 1943 la 30º sezione sanità dei Lupi di Toscana si trovava in Francia, dove si scioglieva. Venne arrestato per non essersi arruolato nelle milizie fasciste e richiuso nel carcere di Peschiera. Il padre disperato corre a Pechiera ma non riesce ad arrivare in tempo per salutarlo. Il 20 settembre 1943 Attilio Emilio Mena fu deportato su un convoglio bestiame al campo di concentramento di Dachau – insieme con altri 1790 arrestati, quasi tutti ex militari, considerati oppositori al regime nazifascista. Due giorni dopo il trasporto giunge il Lager e Mena vi viene immatricolato con il n. 54421. Ricevette il contrassegno del triangolo rosso, la qualifica dei deportati politici. Verrà assegnato ai lavori forzati, si ammalò di tifo e perse molto peso. Dachau venne liberato dagli americani il 29 aprile 1945. Attilio Emilio Mena era ancora vivo, però ormai ridotto a uno spettro. Moriva il 22 maggio 1945 nell’ospedale americano di Dachau, all’età di 33 anni.[35][36]

Brescia[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Mario Ballerio.JPG
QUI ABITAVA
MARIO BALLERIO
NATO 1918
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 15.4.1944
PRZEMYSL
Viale Venezia 45 Mario Ballerio (1918-1944) nacque l’8 luglio1918 a Redona (Bergamo). Si iscrisse al Politecnico di Milano, dove nel 1941 conseguì la laurea in ingegneria. Venne quindi assunto presso le Industrie Tessili bresciane, società di cui il padre Giuseppe era consigliere delegato. Nello stesso periodo si iscrisse alla facoltà di Scienze Politiche ed Economiche dell’Università Cattolica di Milano, corso di laurea che frequentò saltuariamente perché richiamato alle armi dal dicembre 1941. L’11 marzo 1943 divenne tenente di complemento nel 7º Reggimento di artiglieria della Divisione Pisa. Dopo l’8 settembre 1943 fu arrestato a Lipsia, dove si trovava per seguire un corso di perfezionamento per ufficiali italiani e fu internato nel lager 327N di Przemysl in Polonia e poi nel sottocampo di Pikulice, dove restò poco più di tre mesi. Le difficili condizioni di vita, caratterizzate da una scarsa alimentazione, dal freddo e dalla fame, in quanto, come altri internati militari, aveva rifiutato di aderire alla Repubblica sociale italiana, indebolirono la sua fibra. Gravemente ammalato di tubercolosi, nella prima decade del gennaio 1944 fu ricoverato presso l’ospedale civile di Przemysl, dove, senza ricevere le cure e il vitto necessari, morì il 15 aprile 1944. Fu sepolto nel cimitero comunale di Przemysl. Nel 1957 la salma fu esumata per essere tumulata nel cimitero militare italiano di Bieleny nei pressi di Varsavia. Solo nel 1993 i parenti conobbero il luogo della sua sepoltura.[37]
Stolperstein für Roberto Carrara.JPG
QUI ABITAVA
ROBERTO CARRARA
NATO 1915
ARRESTATO COME POLITICO
30.9.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 11.12.1944
Contrada del Carmine 39 Roberto Carrara (1915-1944) nato a Verona il 20 novembre 1915, si trasferì a Brescia. Qui lavorò come falegname e sposò Vittoria Pertica, da cui ebbe tre figli. Richiamato alle armi nel luglio del 1940 fu arruolato nel 77º Reggimento di Fanteria. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1944, come molti altri militari, Carrara ritornò a Brescia. Qui, con Domenico Pertica, si unì a un nucleo di ribelli che si era formato nella zona del monte Guglielmo. Dopo il rastrellamento a Croce di Marone e alla Colma di Zone, condotto dai tedeschi e dai fascisti il 9 novembre 1943 e che portò alla dispersione dei gruppi partigiani in quelle località, Carrara ritornò a Brescia. Denunciato insieme con il cognato da una spia, fu arrestato il 30 settembre del 1944 e trasferito nel lager di Bolzano. Il 14 dicembre 1944 fu deportato nel campo di Mauthausen, dove morì il 25 aprile 1945.[38]
Stolperstein für Angelo Cottinelli.JPG
QUI ABITAVA
ANGELO COTTINELLI
NATO 1909
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 25.6.1944
NEUMARKT
Via delle Battaglie 16 Angelo Cottinelli (1909-1944) trentaquattrenne, esonerato nel 1929 dal servizio militare per problemi fisici (alle gambe e ai polmoni) era già un “anziano” che viveva il periodo bellico in famiglia, con qualche saltuario lavoro di impiegato e come collaboratore nella modesta azienda agricola di Padenghe sul Garda, dove la famiglia era sfollata. Qualche ricordo orale rievoca un uomo solitario, taciturno, forse complessato per la sua altissima statura non sorretta da grande salute e adeguata forza fisica. Era appassionato collezionista di francobolli, di cui insiste a parlare anche nelle lettere dal campo di concentramento, quando ricorda alla amatissima sorella Angela Maria di acquistargli le nuove emissioni filateliche. Viene prelevato nella tarda primavera del 1943 dall’esercito italiano, che annulla il precedente esonero, e viene portato in caserma a Piacenza. Quasi subito fu ricoverato in ospedale, con diagnosi di pleurite secca, deperimento organico e nervoso e dichiarato non idoneo... ma idoneo temporaneamente! Questo gesto di stupida ferocia precede l’arresto da parte dei nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Il 30 settembre è già in viaggio per la Germania. Nulla è stato possibile sapere sull’accaduto: i suoi commilitoni erano riusciti a fuggire, lui no per le sue condizioni di salute? Lo avevano interpellato sull’opzione alla Repubblica di Salò, come di regola? Se è così, si deve pensare che abbia rifiutato. Angelo Cottinelli non è una figura di rilievo né per la guerra né per la Resistenza. È un uomo comune, anzi, men che comune: debole, invisibile, dimenticato. Ma è stato assassinato in modo atroce e futile dal nazifascismo, senza nemmeno essere un nemico, un oppositore.[39]
Stolperstein für Alberto Dalla Volta.JPG
QUI ABITAVA
ALBERTO
DALLA VOLTA
NATO 1922
ARRESTATO 1.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
IN LUOGO IGNOTO
DOPO 18.1.1945
Piazza della Vittoria 11 Alberto Dalla Volta (1922-1945) nacque il 21 dicembre 1922 a Mantova. Era il figlio di Guido Dalla Volta (vedi sotto) e Emma Viterbi, aveva una sorella. Arrestato il 3 dicembre 1943 insieme con il padre perché di origine ebrea, furono trasferiti al Fossoli, il 22 febbraio 1944 vennero deportati ad Auschwitz. Legato da un profondo rapporto di amicizia con Primo Levi viene descritto nel suo romanzo Se questo è un uomo: "Alberto è entrato nel Lager a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo." Muore nel gennaio 1945 in località sconosciuta durante una delle marce della morte dopo l'evacuazione del campo di concentramento di Auschwitz.[40][41]
Stolperstein für Guido Dalla Volta.JPG
QUI ABITAVA
GUIDO
DALLA VOLTA
NATO 1894
ARRESTATO 1.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 15.11.1944
Piazza della Vittoria 11 Guido Dalla Volta (1894-1944) nacque il 19 luglio 1894 a Mantova. Era sposato con Emma Viterbi. La coppia aveva due figli: Adolfo (nato 1922, vedi sopra) e Virginia (Medici). Arrestato il 3 dicembre 1943 insieme con il figlio Alberto perché di origine ebrea, trasferiti al Fossoli, il 22 febbraio 1944 vennero deportati ad Auschwitz. Suo numero di matricola era 174487. Venne ucciso il 15 novembre 1944.[42]
Stolperstein für Emilio Falconi.JPG
QUI ABITAVA
EMILIO FALCONI
NATO 1911
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
20.9.1943
ASSASSINATO 8.3.1945
FORBACH CAMPO N 2026
Via G. Bonomelli 62 Emilio Falconi (1911-1945) nacque a Brescia il 3 agosto 1911 da Vittorio e Maria Orlandini. Rimasto orfano di padre in giovane età, frequentò il biennio dell’Istituto superiore industriale, svolgendo poi la professione di impiegato. Durante la campagna d’Etiopia fu richiamato alle armi (26 settembre 1935), assegnato al 77º Reggimento Fanteria “Lupi di Toscana”, ma gli fu concessa una licenza straordinaria in attesa del congedo illimitato ottenuto il 1º luglio 1936. Una tappa importante della sua vita fu il matrimonio con Maria Ventura celebrato nel 1939. Il 25 luglio 1940 nacque il primo figlio Vittorio, ma soltanto pochi mesi dopo la tranquilla vita familiare fu interrotta dal richiamo alle armi. Assegnato nuovamente al 77º Reggimento Fanteria, fu inviato dal distretto militare di Brescia al porto di Brindisi, dove si imbarcò sul piroscafo “Piemonte” diretto a Cria Nova, porto di Valona. Una cartolina e altre fotografie lo attestano in Francia nel 1943, dove lo coglie l’8 settembre; catturato dai tedeschi, fu deportato in Germania nel lager per sottufficiali e soldati di Forbach. Della sua vita di internato militare ci rimane la corrispondenza con la famiglia che, nonostante la stretta censura, rivela le dure condizioni quotidiane, aggravate dalla lontananza dai suoi cari. Emilio Falconi morì l’8 marzo 1945, schiacciato da una gru mentre lavorava nel lager di Forbach. È sepolto nel Cimitero Militare italiano di Francoforte (riga F, fila 3, tomba n. 23).[43]
Stolperstein für Severino Fratus.JPG
QUI ABITAVA
SEVERINO FRATUS
NATO 1891
ARRESTATO COME POLITICO
2.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 8.4.1945
Via Fratelli Ugoni 6 Severino Fratus (1891-1945) nato il 7 agosto 1891 a Brescia, padre di tre figli (Battista, Giulio e Severina), si trasferisce a Sesto San Giovanni, dove lavora come meccanico attrezzista nel settore siderurgico, sezione IV della fabbrica Società Italiana Ernesto Breda per Costruzioni Meccaniche. In quanto appartenente ad una formazione partigiana (108ª Brigata Garibaldi), viene arrestato in casa la notte del 28 marzo 1944 a Sesto San Giovanni dalle Sicherheitsdienst (servizio di sicurezza delle SS). L’atto viene giustificato dai nazisti con il pretesto di un arresto preventivo al fine di offrire, attraverso la detenzione nel campo, protezione dalle possibili rivolte politiche e lavorative. Trasferito dal carcere di Bergamo il 4 aprile, giunge al campo di concentramento di Mauthausen l’8 aprile, immatricolato con il numero 61643 e successivamente decentrato a Gusen (sottocampo di Mauthausen), il lager destinato agli oppositori politici “irrecuperabili”. Dopo trecentosessantacinque giorni di sopravvivenza all’interno del campo, muore l’8 aprile 1945, all’età di 53 anni. Dai documenti stilati dai nazisti, la causa della morte di Fratus sembra essere una bronco-polmonite; è attualmente sepolto nel cimitero internazionale di Mauthausen.[44]
Stolperstein für Alessandro Gentilini.JPG
QUI ABITAVA
ALESSANDRO
GENTILINI
NATO 1916
ARRESTATO 6.6.1944
COME POLITICO
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
GUSEN
ASSASSINATO 17.4.1945
Contrada del Carmine 16 Io, Alessandro Gentilini (1916-1944), nato il 26.8.1916 a Lonato (Brescia), non sono solo un numero, l’115530, come mi hanno chiamato a Mauthausen, per “ motivi precauzionali”; sono un uomo che la Storia non può e non deve dimenticare. Le mie fattezze, purtroppo possono essere ricavate solo dalla Häftling-personal-karte, mi definiscono alto m.1.75, di media corporatura. Nel mio viso ovale, spiccano occhi marroni, un naso dritto, bocca e orecchie normali. Probabilmente sono stato sottoposto ad una visita accurata, tanto è vero che i miei denti sono stati definiti buoni. Ho avuto due figli: Liliana e Odoardo. Quando sono stato deportato, Liliana aveva tre anni e Odoardo soltanto due. Oggi, di me, mio figlio ha soltanto un ritratto, infatti io non sono più tornato a casa da quel 6.6.1944, quando sono stato arrestato, in quanto partigiano. Quel giorno era il compleanno di mia moglie ed ero uscito a comprare i casoncelli per festeggiare, ma sono stato catturato. Sono stato deportato, attraverso la polizia di sicurezza di Verona, controllata da Eichmann e lascio a voi immaginare le barbarie nel campo di Gusen, in cui mi trovavo. Sul mio documento, invece, chiunque può leggervi: ”punizioni nel campo”, con la “motivazione, il tipo, e varie annotazioni” lasciate in bianco. L’elevato tasso di mortalità dei prigionieri presenti nel campo lascia intravedere le durissime condizioni di vita e di lavoro dei deportati. Infatti ho trascorso un breve periodo in ospedale e, dato che i miei figli hanno avuto la pensione come orfani di guerra, si può ipotizzare che i miei giorni siano finiti in una camera a gas. Non solo ricordate il nome del “fabbro” Alessandro Gentilini, ma quello di tutti coloro che spesso la Storia ufficiale dimentica.[45]
Stolperstein für Ubaldo Migliorati.JPG
QUI ABITAVA
UBALDO MIGLIORATI
NATO 1923
ARRESTATO 27.2.1945
COME POLITICO
DEPORTATO
BUCHENWALD
ASSASSINATO 12.3.1945
Vicolo dell’Inganno 1 Ubaldo Migliorati (1923-1945) nasce il 17 luglio 1923 a Pavone Mella, comune nella bassa pianura bresciana a vocazione agricola. Nel 1943 è studente del terzo anno Magistrali Superiori, quando viene chiamato alle armi il 14 gennaio, dopo il congedo illimitato provvisorio del 21 maggio 1942. Il 16 gennaio 1943 entra a far parte del Dep. 33º Regg. fanteria e giunge in territorio di guerra, prima come fante scelto, poi come caporale (24.04.1943). Viene poi trasferito nel III Regg. Fanteria. Disp. S.M.R.E. il 16 aprile 1943. Inviato in breve licenza per esami in data 8 giugno, è nominato caporalmaggiore il 15 luglio. Dopo l’8 settembre risulta “sbandato”. Chiamato a far parte dell’esercito della R.S.I. non si presenta. All’anagrafe del Comune di Brescia risulta celibe e trasferito da Pavone Mella in città il 18 luglio 1943. Non si hanno finora informazioni precise sul periodo tra settembre 1943 e agosto 1944. Probabilmente entra in clandestinità. Il 9 agosto 1944 è catturato dai tedeschi e fatto prigioniero come detenuto politico. In base alle indicazioni di una lettera datata 7 settembre 1950 di una parente residente ad Hannover, pare che Ubaldo Migliorati sia passato prima da Torgau, campo di prigionia nel distretto militare di Dresda, e poi da Wildflecken/Rhon da dove è arrivata la sua ultima lettera, datata novembre 1944. La sua destinazione finale è il campo di concentramento di Buchenwald in Turingia, nei pressi di Weimar. Il documento di ingresso al campo di Buchenwald riporta la data del 27 febbraio 1945 e indica data e luogo di nascita, caratteristiche fisiche, stato anagrafico, nome del padre e indirizzo e, come motivo della prigionia, “polit. Italiener” con il numero 133.818 Block 63. Il simbolo che gli viene assegnato è il triangolo rosso con la lettera “I”. A Buchenwald muore il 12 marzo 1945, ufficialmente per polmonite, un mese prima della liberazione del campo.[46]
Stolperstein für Domenico Pertica.JPG
QUI ABITAVA
DOMENICO PERTICA
NATO 1923
ARRESTATO COME POLITICO
30.9.1944
DEPORTATO
GUSEN
ASSASSINATO 21.4.1945
Contrada del Carmine 39 Domenico Pertica (1923-1945) nacque il 6 gennaio 1923 a Brescia. Lavorava come operaio, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, decise di aggregarsi, insieme al cognato Roberto Carrara, ai gruppi di soldati renitenti alla leva, salendo in montagna nella zona del monte Guglielmo. La loro presenza in montagna destò preoccupazioni nelle truppe di occupazione tedesche e nei fascisti. Il 9 novembre 1943 fu organizzato un rastrellamento tedesco nella zona di Croce di Marone. I numerosi ribelli insieme agli ex prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento furono attaccati e dispersi. Sette tra ribelli ed ex prigionieri alleati furono uccisi nello scontro e i gruppi del Guglielmo furono dispersi. Così Domenico Pertica, insieme al cognato, ritornò in città, nella sua casa di Contrada del Carmine. Il 30 settembre 1944 fu arrestato e trasferito nel lager di Bolzano, da dove, alla metà di dicembre del 1944, fu deportato nel lager di Mauthausen. Domenico Pertica morì il 21 aprile 1945 nel sottocampo di Gusen.[47]
Stolperstein für Rolando Petrini.JPG
QUI ABITAVA
ROLANDO PETRINI
NATO 1921
ARRESTATO COME POLITICO
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
GUSEN
ASSASSINATO 21.1.1945
Via Fratelli Lechi/ angolo Largo Torrelunga Rolando Petrini (1921-1945) nato a Siena il 16 gennaio del 1921, è morto nel campo di lavoro di Mauthausen - Gusen il 21 gennaio del 1945, all’età di 24 anni. Perito tecnico industriale e insegnante all’Istituto “Moretto”, frequentava Ingegneria presso il Politecnico di Milano ed era animatore della sezione bresciana della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Dovette interrompere ogni attività civile per arruolarsi: frequentò il corso Allievi Ufficiali di Artiglieria a Bra (Cuneo) per essere poi assegnato, col grado di sottotenente istruttore, alla Scuola di Artiglieria contraerea presso la caserma “Bella Di Cocco” di Milano. Dopo l’armistizio ritornò a Brescia e diede una svolta decisiva alla sua vita costituendo e comandando uno dei primi gruppi partigiani stanziato al colle di S. Zeno, tra Pezzaze e Pisogne. Aderì al movimento scoutistico clandestino delle Aquile Randagie e, dopo l’8 settembre 1943, entrò a far parte dell’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scoutistica Collegamento Assistenza Ricercati), organizzazione ideata dai responsabili delle Aquile randagie milanesi e impegnata nella falsificazione di documenti, nella diffusione del giornale clandestino “Il Ribelle” e nelle operazioni di espatrio in Svizzera di ex prigionieri, ebrei, antifascisti e perseguitati di ogni fede politica. Il 9 novembre 1943, un centinaio di tedeschi e fascisti condussero l’attacco alla Croce di Marone, sulle pendici del monte Guglielmo: nel corso del rastrellamento Rolando riuscì a portare in salvo il suo gruppo e a riorganizzarlo ad Artogne come distaccamento della brigata Fiamme Verdi “Tito Speri”, movimento di resistenza, apolitico e di orientamento cattolico, in cui era attivissimo il fratello Enzo. Nonostante fosse ricercato dai tedeschi tornò a Milano e si reiscrisse sotto falso nome al Politecnico, dove conobbe Carlo Bianchi e Teresio Olivelli con i quali, insieme al fratello, cominciò a collaborare alla pubblicazione del foglio clandestino “Il Ribelle” e si occupò di tenere i collegamenti delle Fiamme Verdi tra la Val Camonica e il comando regionale lombardo. Dopo la cattura degli amici Olivelli e Bianchi, il 28 aprile 1944 venne arrestato a Milano mentre cercava di portare via materiale di propaganda compromettente dall’appartamento di Olivelli. Rimase alcuni giorni in carcere a San Vittore, il 9 giugno venne poi trasferito al campo di Fossoli, dove rimase fino al 25 luglio. Il 25 luglio fu condotto nel lager di Bolzano. Il 4 agosto venne deportato in Germania. Tentò la fuga ma fu catturato e destinato al campo di lavoro di Gusen I. Il 21 gennaio 1945 Rolando Petrini, malato e malnutrito, morì di stenti, pagando il prezzo più alto per la scelta di essere - riprendendo le parole con cui padre Carlo Manziana amava ricordare “i molti eroi della fede e della libertà” - “combattente senz’odio” e “ribelle per amore”.[48]
Stolperstein für Pietri Piastra.JPG
QUI ABITAVA
PIETRO PIASTRA
NATO 1891
ARRESTATO 19.10.1944
COME POLITICO
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 10.4.1945
Via Nicola Tartaglia 47 Pietro Piastra (1891-1945) è uno dei circa 300 (le fonti ne indicano da 302 a 320) deportati siciliani di cui si conosce l’identità, ma si stima che almeno altri 500 siano rimasti senza nome. Nasce a Palermo il 31 gennaio 1891 (fonte Aned, ma altre fonti, tra cui l’anagrafe di Palermo, indicano il 30 gennaio dello stesso anno) e si trasferisce a Brescia, non sappiamo in che anno, ma probabilmente per svolgere il suo lavoro di commerciante. Convinto antifascista, il 9 settembre del 1943, all’indomani dell’armistizio, Piastra partecipa nella casa di Piero Gerola a Collio, al primo degli incontri da cui nascerà la Brigata Fiamme Verdi “Ermanno Margheriti”, costituita prevalentemente da giovani studenti, che opererà nell’alta Valtrompia. Poche settimane più tardi, alla fine di ottobre dello stesso anno, è presente anche alla riunione che si svolge alla malga Frondine, situata all’incontro tra la Valsabbia e la Valtrompia, tra i partigiani più rappresentativi delle due valli. Individuato e ricercato dai nazifascisti per la sua attività di opposizione al regime, Piastra fugge a Collio, dove però viene catturato dalle Brigate nere il 16 ottobre 1944 e tradotto nel carcere di Brescia dove è sottoposto a pesanti torture. Da Brescia, il 20 novembre 1944 viene deportato nel campo di concentramento di Bolzano e poi, il 19 dicembre 1944, trasferito in quello di Mauthausen con il numero di matricola 114153. Classificato nella categoria Schutz, cioè schutzhäftlinge, che indica i prigionieri arrestati perché ritenuti una minaccia per la sicurezza dello Stato, Pietro Piastra muore a Mauthausen il 10 aprile 1945 (fonte di Bad Arolsen, altre fonti tra cui l’ANPI di Palermo e l’ANED indicano il 5), probabilmente in seguito allo sterminio a cui le SS sottopongono in quei giorni tutti i prigionieri ancora vivi nel lager, su ordine di Himmler. Il campo di Mauthausen sarà liberato un mese dopo, il 5 maggio dello stesso anno, dalla 3ª Armata americana.[49]
Stolperstein für Federico Rinaldini.JPG
QUI ABITAVA
FEDERICO RINALDINI
NATO 1923
ARRESTATO 19.8.1944
COME POLITICO
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 27.3.1945
Vicolo delle Dimesse 2 Federico Rinaldini (1923-1945) nacque a Brescia il 29 settembre 1923. Suo padre Angelo gestiva un negozio di abbigliamento, mentre la madre Linda Lonati era dedita alla casa e ai figli. Federico era perito tecnico. La famiglia era molto unita e contraddistinta da forti convinzioni cattoliche e civili. Durante l’adolescenza frequentò con i fratelli Luigi ed Emiliano l’Oratorio della Pace e, dopo essersi diplomato, lavorò presso un’azienda cittadina. Federico iniziò a simpatizzare per il nascente movimento della Resistenza bresciana già dalla fine del settembre 1943, anno in cui il fratello Emiliano entrò nella “Guardia civica” di Astolfo Lunardi. Nell’aprile 1944 a Federico venne affidato il compito di “staffetta” tra Brescia e la Brigata Perlasca, il 19 agosto venne arrestato, incarcerato a Canton Mombello, in regime di particolare sorveglianza. Il 20 novembre fu consegnato alla Sipo di Verona, la polizia di sicurezza in forza in Lombardia dopo il 1943, che lo trasferì nel Lager di Bolzano. Da Bolzano fu deportato nel Lager di Mauthausen, e poi nel sottocampo di Gusen. Qui morì il 27 marzo del 1945, sussurrando parole di estrema bontà. La famiglia Rinaldini fu molto attiva nella resistenza e pagò duramente questo suo impegno: il fratello Emiliano, catturato in Valsabbia nel febbraio 1945 dai militi della Guardia nazionale repubblicana, fu fucilato dopo un lungo interrogatorio, la sorella Giacomina fu deportata in Germania e tornò a Brescia solo a guerra finita. Padre Luigi ottenne dal vescovo Giacinto Tredici lo speciale mandato di assistente spirituale delle formazioni partigiane. Rispetto ai fratelli e alla sorella, Federico sembra quasi passare in secondo piano.[50]
Stolperstein für Silvestro Romani.JPG
QUI ABITAVA
SILVESTRO ROMANI
NATO 1923
ARRESTATO 18.11.1943
COME POLITICO
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 17.3.1945
Via Pila 37 Silvestro Romani (1923-1945) nasce a Vicenza il 14.9.1923 dal padre Giuseppe e dalla madre Osanna Salamon, casalinga. Motivi di lavoro spinsero il padre Giuseppe, di professione bottaio, a trasferirsi con la famiglia nell’agosto del 1926 a Brescia. Terzo di cinque figli, Silvestro frequenta le scuole elementari fino alla classe IV, poi abbandona gli studi e lo ritroviamo qualche anno dopo, insieme al fratello gemello Stefano, come “muratore elementare”, ovvero come manovale. Ma la famiglia Romani ben presto verrà travolta degli eventi della storia, dando il suo contributo alla resistenza bresciana e pagando un grosso tributo in vite umane alle insensatezze e scelleratezze della guerra. Giuseppina (1916-1994), primogenita della famiglia Romani diventerà la moglie del partigiano bresciano Luigi Guitti, meglio noto con il nome di battaglia di “Tito Tobegia”; mentre il secondogenito, Giocondo, risulterà disperso sul fronte russo nel 1943. La famiglia Romani si era contraddistinta da sempre per un certo impegno politico, aderendo al Partito comunista italiano, che in quegli anni operava in clandestinità e all’annuncio dell’armistizio, dopo l’8 settembre, Silvestro e Stefano, allora ventenni decidono entrambi di aggregarsi alle forze partigiane, che operavano nelle montagne bresciane. Durante un rastrellamento fascista, i due fratelli si dividono e il 18 novembre 1943, dopo alcuni mesi dalla sua aggregazione alla resistenza bresciana, Silvestro viene catturato sui Piani di Vaghezza, mentre Stefano riuscirà a sfuggire alla cattura e a continuare la sua lotta partigiana fino alla fine della guerra. Silvestro viene condotto a Verona e tenuto in stato di schutzhaft, “fermo precauzionale”, una denominazione che indicava gli oppositori politici; in realtà era accusato di essere disertore, per non essersi unito all’esercito della Repubblica sociale di Salò che andava costituendosi in quei mesi. Dopo gli interrogatori di rito, il 21 gennaio del 1944 viene trasferito nel Lager di Bolzano, dove resterà circa un anno, prima di essere trasferito definitivamente, tramite la polizia di sicurezza di Verona, nel campo di concentramento di Mauthausen, dove arriverà l’11 gennaio del 1945. Qui viene registrato con il numero di matricola 115702 e un mese dopo, il 16 febbraio del 1945, mandato nel campo di comando di Gusen, uno dei sottocampi di Mauthausen, che si distingueva sia per quantità di deportati che per durezza delle condizioni di prigionia e di lavoro. In questo campo il lavoro costituì uno dei mezzi di eliminazione dei prigionieri, che venivano sottoposti a bagni di acqua gelida, annegamenti anche di massa, iniezione al cuore e torture di ogni genere. Qui, nonostante le apparenti buone condizioni fisiche al suo arrivo, come si evince dalla scheda personale del prigioniero, il 17 marzo del 1945 alle ore 04:30 del mattino, a un mese esatto dal suo arrivo al campo, Silvestro muore, come recita il referto, per “debolezza del muscolo del cuore, polmonite”. Non aveva ancora 22 anni e inutili furono i tentativi del padre, recatosi di persona a Mauthausen, dopo la fine della guerra, di ritrovare le spoglie del figlio.[51]
Stolperstein für Andrea Trebeschi.JPG
QUI ABITAVA
ANDREA TREBESCHI
NATO 1897
ARRESTATO COME POLITICO
6.1.1944
DEPORTATO
DACHAU
MAUTHAUSEN
GUSEN
ASSASSINATO 24.1.1945
Via delle Battaglie 50 Andrea Trebeschi (1887-1945) nacque a Brescia il 3 settembre 1887 da famiglia cattolica, il nonno aveva combattuto nelle Guerre d'indipendenza. Arruolato nella prima guerra mondiale dopo il congedo divenne presidente dell'associazione studentesca Manzoni fondando il periodico studentesco La Fionda. Nel 1922 sposò Vittoria De Toni, ebbero 4 figli: Maria, Cesare, Giovanni ed Elvira. Nel 1923 divenne presidente della Gioventù cattolica bresciana, completò gli studi in giurisprudenza a Siena ed entrò nel Partito Popolare Italiano, fu un importante riferimento per i cattolici antifascisti bresciani, Membro delle Fiamme Verdi, arrestato 14 dicembre 1943, venne rilasciato ma fu nuovamente arrestato, sostenne diversi interrogatori nel carcere di Canton Mombello e al Forte San Mattia a Verona, il 29 febbraio venne trasferito dapprima a Dachau, poi a Mauthausen, morì a Gusen il 24 gennaio 1945.[52]

Collebeato[modifica | modifica wikitesto]

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QUI ABITAVA
ENRICO BROGNOLI
NATO 1923
ARRESTATO COME POLITICO
DICEMBRE 1943
DEPORTATO A BUCHENWALD
ASSASSINATO
7.4.1945
Via Roma, 10
Enrico Brognoli nasce a Collebeato il 12 novembre 1923. Era il figlio di Luigi e di Angela Marelli e aveva due fratelli, Guido e Rina. Frequentò la seconda classe dell’istituto magistrale superiore. Era celibe e impiegato. Si presentava al Centro Addestramento della Repubblica Sociale Italiana in Brescia il 22 dicembre 1943 e disertava lo stesso giorno. Venne catturato dai nazifascisti durante un rastrellamento. L'ulteriore percorso deriva dalle sue lettere alla famiglia: l’11 gennaio 1944 a Piacenza nella Caserma Sant’Antonio, il 12 aprile 1944 a Verona e poi a Wildflecken, una località in Baviera. Il suo lavoro di prigioniero era di fabbricare strade tutto il giorno. "Mio unico desiderio è di tornare alla mia cara casetta che immancabilmente sogno ogni notte", scriveva in una lettera. La polizia di Stato di Halle lo arrestò all'11 marzo 1945. Venne deportato nel campo di concentramento di Buchenwald come dissidente politico. Il suo numero di matricola era 135495. Morì a Buchenwald il 7 aprile 1945.[53]

Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica, conferiva a Enrico Brognoli all'8 agosto 1984 il Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia.

Gardone Riviera[modifica | modifica wikitesto]

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Stolperstein für Alfredo Russo.jpg
QUI ABITAVA
ALFREDO RUSSO
NATO 1871
ARRESTATO DIC. 1943
DEPORTATO 1944
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 26.2.1944
Gardone Riviera, Vicolo ars 10
45°37′09.36″N 10°33′35.33″E / 45.619268°N 10.559815°E45.619268; 10.559815 (Stolperstein per Alfredo Russo)
Alfredo Russo nacque a Vienna il 25 settembre 1871. I suoi genitori erano Israele Russo e Clara Salom. Era un cantante lirico del teatro, già pensionato, che visse a Merano. Quando il prefetto di Bolzano nel luglio del 1939 comandavo che tutti gli “ebrei stranieri” dovessero lasciare la provincia nell’arco di 48 ore, il Russo fuggì dall’Alto Adige. Il11 settembre del 1939 si era stabilito a Gardone Riviera, prima in corso Zanardelli 24, poi dal 17 aprile 1940 in una stanza in affitto in via Roma 91 (oggi vicolo Ars 10). Allora non poteva sapere che Salò dopo pochi anni sarà la sede centrale di Mussolini. A partire dal giugno dello stesso anno il suo soggiorno era diventato un “internamento libero”. Viene arrestato da italiani nel dicembre 1943, detenuto nel carcere di Salò e successivamente trasportato al prigione di Brescia, il Carcere di Canton Mombello. Nel gennaio del 1944 arrivava una intervenzione di una signora di Merano, Luisa Lerber contessa Saracini, presso il prefetto di Brescia descrivendolo così: "vissuto 40 anni a Merano, membro del Civico Teatro […] considerato cantante di valore […]. La sua pensione gli fu levata e sua moglie, preferendo unirsi a un “ariano” lo lasciò per un ricco prestinaio di Innsbruck. Ha 73 anni, è ammalato di artrite, la prigione lo sfinisce. I suoi dolori sono insopportabili. Ha le mani contratte e non può più aprire le dita." Tuttavia Alfred Russo fu trasferito al Campo di transito di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 viene deportato con il convoglio n. 8 al Campo di concentramento di Auschwitz. Alfredo Russo fece parte dello stesso convoglio di Primo Levi e 650 altri ebrei e fu eliminato all’arrivo ad Auschwitz il 26 febbraio 1944.[54][55][56]
Stolperstein für Arturo Soliani (Gardone Riviera).jpg
QUI ABITAVA
ARTURO SOLIANI
NATO 1912
ARRESTATO 4.2.1944
ROMA
DEPORTATO 1944
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 1945
FLOSSENBÜRG
Gardone Riviera, Corso Zanardelli 7 Arturo Soliani (1912-1945) nasce a Lugano da Isacco e Caviglia Italia il 9 luglio 1912. Nel 1938 (anno dell’approvazione e dell’entrata in vigore delle leggi razziali) risulta iscritto all’anagrafe di Gardone Riviera come proveniente da Roma, coniugato con Lina Terracina, entrambi appartenenti alla “razza ebraica”. Dal matrimonio con Lina celebrato a Roma nel 1938 nascono (sempre nella capitale) nel 1939 Sandro e nel 1942 Angelo. Arturo è molto legato al fratello Umberto che nel 1940 sposa Elvira, la sorella di Lina. I due nuclei familiari pur vivendo a Gardone Riviera mantengono dei legami molto forti con la famiglia d’origine delle due sorelle, tanto che la loro vita è scandita da un frequente andirivieni fra Gardone e Roma.

Durante il periodo badogliano, in data imprecisata, Arturo e Lina abbandonano Gardone Riviera per riparare nella capitale, nella convinzione di portarsi in prossimità del fronte e quindi della liberazione (gli alleati erano sbarcati in Sicilia il 19 luglio e a Salerno il 9 settembre). In data 31 agosto 1943 il negozio di Gardone risulta aver cessato l’attività ed è stato venduto.

Dall’11 settembre la città viene occupata dai tedeschi ed è quindi soggetta alle leggi di guerra. L’apparato militare nazista si avvale della collaborazione della polizia fascista. Le condizioni di vita diventano sempre più precarie e la situazione precipita con il rastrellamento e la deportazione degli ebrei del ghetto avvenuta all’alba del 16 ottobre 1943 ad opera delle SS.

Le famiglie Soliani-Terracina lasciano precipitosamente Roma e per alcuni giorni trovano un rifugio precario nelle campagne di Aprilia; ben presto però i soldi finiscono e sono costrette a tornare nella capitale. Lina ed Elvira con i bambini si nascondono, dietro pagamento della retta, in un convento femminile in via Merulana dove rimarranno fino all’arrivo degli alleati il 4 giugno 1944. Arturo (munito anche di una falsa tessera che lo identifica quale giornalista dell’Osservatore Romano) e Umberto invece, trovano ospitalità nel convento benedettino di San Paolo, luogo sicuro in quanto gode dell’extra territorialità garantita dai Patti Lateranensi. Nella notte fra il 3 e il 4 febbraio 1944, sotto la guida di Piero Koch e con il benestare del questore di Roma Pietro Caruso, reparti della polizia italiana danno l'assalto alla basilica di San Paolo. L'operazione conduce all'arresto di un generale (Adriano Monti), di aerei quattro alti ufficiali, di due agenti di polizia, di quarantotto giovani reticenti alla leva e di otto ebrei; tra questi Arturo e Umberto Soliani e il cugino Aurelio Spagnoletto.

Verso la metà di febbraio 1944 Arturo e Umberto sono trasferiti a Verona, in una struttura militare situata tra il Volto Cittadella e via Pallone. Da qui, in vista della deportazione, passano nel campo di Fossoli da cui il 16 maggio 1944 partono (convoglio 10) con destinazione Auschwitz. Alcuni sopravvissuti, dopo il loro rientro in Italia, dichiararono di aver incontrato Arturo e il fratello Umberto nel campo di Auschwitz; probabilmente assegnati al "Kanada" grazie alla conoscenza del tedesco e quindi soggetti a un migliore trattamento, riuscirono a sopravvivere alle marce della morte dei primi mesi del '45. Dopo l’abbandono di Auschwitz Arturo Soliani risulta registrato con sicurezza prima a Gross Rosen e, in data 25 febbraio 1945, a Flossenbürg. Secondo alcune fonti sarebbe passato successivamente al campo di Buchenwald e infine a quello di Bergen-Belsen, il 20 marzo. Poche settimane dopo i lager saranno liberati, ma per Arturo è troppo tardi. Solo nel 1965 la Croce Rossa sarà in grado di documentare con certezza la sorte di Arturo.[57]

Stolperstein für Umberto Soliani (Gardone Riviera).jpg
QUI ABITAVA
UMBERTO SOLIANI
NATO 1916
ARRESTATO 4.2.1944
ROMA
DEPORTATO 1944
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 15.3.1945
DACHAU
Gardone Riviera, Corso della Repubblica 57 Umberto Soliani (1916-1945) nato a Lugano da Isacco e Caviglia Italia il 7 febbraio 1916, si sposa a Roma nel 1940 con Elvira Terracina, sorella di Lina. Iscritto all’anagrafe del comune di Gardone Riviera dal 21 luglio 1940 come proveniente da Roma e appartenente “alla razza ebraica”. Gestisce col fratello Arturo il negozio di pelletterie ed articoli da regalo Alla bomboniera.Dal matrimonio con Elvira nasce a Roma nel 1941 Alessandro Massimo e, al tempo della tragica vicenda, la moglie è incinta del secondogenito, Angelo che nascerà a Roma nel maggio 1944.

Nel periodo badogliano, in data imprecisata, a Gardone la famiglia si trasferisce a Roma in via Galvani 33b. Come il fratello Arturo e i famigliari Terracina, anche Umberto si allontana dalla capitale dopo la razzia del ghetto ad opera delle SS di Kappler in data 16 ottobre. Dopo un primo periodo in cui trovano rifugio nelle campagne di Aprilia, rimasti senza mezzi, i due fratelli con le mogli e i bambini tornano a Roma. Le donne e i figli trovano rifugio in un convento in via Merulana, i mariti con il cugino Aurelio Spagnoletto trovano ospitalità all’interno del monastero benedettino annesso alla basilica di S Paolo fuori le Mura. La basilica gode dell’extraterritorialità garantita al Vaticano dai patti Lateranensi e dovrebbe costituire un luogo sicuro. Il 30 novembre 1943 entra in vigore la ordinanza di polizia nº 5 che stabilisce per tutti gli ebrei la ricerca, l’arresto e l'internamento (circolare del Ministro dell’Interno della RSI Buffarini Guidi) in quanto considerati “stranieri e durante questa guerra appartenenti a nazionalità nemica.”

Quando nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1944 avviene l’irruzione della polizia fascista nel monastero benedettino annesso alla basilica di S Paolo fuori le Mura, il nome dei fratelli Soliani è ben noto ai fascisti e agli uomini di Koch. Umberto con il fratello Arturo e il cugino Aurelio Spagnoletto viene trasferito al carcere di Regina Coeli.

Con il fratello Arturo e il cugino Aurelio Spagnoletto Umberto viene successivamente trasferito a Verona in una struttura militare situata tra il Volto Cittadella e via Pallone. Da qui, in vista della deportazione, passano nel campo di Fossoli e infine, il 16 maggio 1944 partono con destinazione Auschwitz (Convoglio 10). La testimonianza di alcuni sopravvissuti riferisce che grazie alla conoscenza del tedesco Umberto con il fratello aveva avuto la possibilità di lavorare nel “Kanada” e quindi di godere di un vitto migliore che gli aveva permesso di sopravvivere alle terribili “marce della morte” successive all’evacuazione del campo di Auschwitz.

Solo nel 1965 la Croce Rossa sarà in grado di documentare con certezza il decesso di Umberto Soliani avvenuto a Dachau il 15 marzo 1945, poche settimane prima della sua liberazione da parte degli alleati.[58]

Gavardo[modifica | modifica wikitesto]

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Stolperstein für Davide Arditi.JPG
QUI ABITAVA
DAVIDE ARDITI
NATO 1883
ARRESTATO 22.12.1943
DEPORTATO
AUSCHWITZ
ASSASSINATO 26.2.1944
Via Benecco, 32 (Soprazocco)
45°35′43.5″N 10°28′50.67″E / 45.595418°N 10.480742°E45.595418; 10.480742 (Stolperstein per Davide Arditit e Rivke Jerochan)
Davide Arditi nacque in Bulgaria a Varna il 12 febbraio 1883. Era il figlio di Beniamino Arditi e Visa Danon. Era commerciante e coniugato con Rivka Jerochan (vedi sotto). La coppia aveva almeno un figlio. Da un saggio di Fabrizio Bientinesi si evince che Arditi aveva firmato il 16 luglio 1943 a Sofia una liberatoria riguardando i propri beni posseduti in Bulgaria. Probabilmente il loro trasferimento in Italia è avvenuto dopo questo atto ufficiale. Da una testimonianza di Solomon Kohen dal novembre 1956 risulta che durante la guerra i coniugi fossero domiciliati a Milano. Poi si sono spostati a Salò, via Butturini 17 e successivamente a Soprazocco dove hanno vissuto presso la signora Margherita Delai vedova Ghidinelli che aveva affittato loro una camera. Tutte due venivano arrestati il 22 dicembre 1943 e trasferiti prima al Carcere di Canton Mombello in Brescia e poi al Campo di transito di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 venivano deportati con il convoglio n. 8 al Campo di concentramento di Auschwitz. Facevano parte dello stesso convoglio di Primo Levi. Durante la selezione venivano separati. Davide Arditi fu eliminato all’arrivo ad Auschwitz il 26 febbraio 1944.[59][60]

Sua moglie fu assassinata in luogo ignoto.

Stolperstein für Rivka Jerochan.JPG
QUI ABITAVA
RIKVA JEROCHAN
NATA 1885
ARRESTATA 22.12.1943
DEPORTATA
AUSCHWITZ
ASSASSINATA
IN LUOGO IGNOTO
Via Benecco, 32 (Soprazocco)
45°35′43.5″N 10°28′50.67″E / 45.595418°N 10.480742°E45.595418; 10.480742 (Stolperstein per Davide Arditit e Rivke Jerochan)
Rivka Jerochan, anche Rifka Yerohan di Yerohan oppure Jerchan, nacque in Bulgaria a Pleven il 12 febbraio 1883. Suo padre era Menachem Jerchan, il nome della madre è ignota. Coniugata con Davide Arditi (vedi sopra). La coppia aveva almeno un figlio. Probabilmente nel anno 1943 emigrarono in Italia. La coppia visse prima a Milano, poi a Salò e finalmente a Soprazocco. Tutte due venivano arrestati il 22 dicembre 1943 e trasferiti prima al Carcere di Canton Mombello in Brescia e poi al Campo di transito di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 venivano deportati con il convoglio n. 8 al Campo di concentramento di Auschwitz. Facevano parte dello stesso convoglio di Primo Levi che arrivava al 26 dello stesso mese. Durante la selezione venivano separati. Il marito fu eliminato all’arrivo, ma anche Rivka Jerochan non ha sopravvissuta alla Shoah. È stata assassinata in luogo ignoto.[60][61]

Palazzolo sull'Oglio[modifica | modifica wikitesto]

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Stolperstein für Angelo Belotti.JPG
QUI ABITAVA
ANGELO BELOTTI
NATO 1913
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 16.1.1945
OSNABRÜCK
Via Ponte Fusia 2 Angelo Belotti (1913-1945) nacque a Palosco (Bg) il 3 settembre del 1913 da Francesco e Barbara Plebani. Cominciò a lavorare presto come garzone presso un barbiere del paese. Nel 1933 partì per il servizio militare. Giurò fedeltà il 24 maggio 1934, e nel maggio 1935 venne congedato. Venne poi assunto dalla ditta “Marzoli” di Palazzolo come operaio meccanico. A 26 anni sposò Caterina Vavassori, da cui ebbe i figli Francesco e Alessio. Il 19 novembre 1942 venne richiamato alle armi nella 467ª Brigata Territoriale – Plotone comando PM168 del 42º Reggimento di Fanteria, dislocato a Tolone. Nel novembre del ‘43 Caterina diede alla luce Barbara, che però morì a soli otto mesi. Con l’armistizio 815.000 soldati italiani vennero catturati dall’esercito tedesco e destinati a diversi lager con la qualifica di I.M.I. (Internati Militari Italiani). Anche Angelo, rifiutatosi di entrare nelle forze armate nazifasciste, venne internato nel lager di Osnabrück in Germania e costretto ai lavori forzati per la ditta Wolfe-Muller, con sede a Stoccarda. Le condizioni di vita nel campo erano insostenibili: la razione di cibo quotidiana consisteva in una zuppa a base di rape, in pochi grammi di pane e di companatico; non c’era la possibilità di lavarsi né di lavare gli indumenti, si soffriva il freddo e i turni di lavoro erano massacranti. Nonostante ciò, Angelo, per non turbare la famiglia, scriveva alla moglie cartoline rassicuranti sulla propria salute. In realtà era stremato dal lavoro forzato e dagli stenti. Il 4 gennaio del ’45 si presentarono i primi sintomi di un’infezione al labbro inferiore. Angelo chiese di essere visitato e ottenne un giorno di riposo; il successivo lavorò nonostante la febbre. Venne poi trasferito in ospedale. Angelo morì il 16 gennaio, a 32 anni. La famiglia venne informata della morte da un altro commilitone, Palazzi, nell’estate del ’45. Egli portò loro gli attrezzi da barbiere di Angelo e un clarinetto ricevuto dai commilitoni in cambio dei suoi servigi di barbiere. In data 31 ottobre 1958 giunse alla famiglia una comunicazione del “Commissariato generale onoranze caduti in guerra” del Ministero della Difesa, con cui veniva informata che “il giorno 14 novembre 1958” sarebbe arrivata “al cimitero di Palazzolo sull’Oglio con furgone militare la salma del vostro congiunto Soldato Belotti Angelo fu Francesco proveniente dalla Germania”. Angelo tornò a casa 13 anni dopo la sua morte.[62]
Stolperstein für Celestino Bolis.jpg
QUI ABITAVA
CELESTINO BOLIS
NATO 1922
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 10.5.1944
Via Lancini 37 Celestino Bolis (1922-1944) nacque l’11 febbraio 1922 da Giovanni Bolis e Giuseppina Lancini a San Pancrazio che, a quel tempo, era una frazione comunale suddivisa tra i Comuni bresciani di Adro e di Erbusco. Abitava insieme ai suoi tre fratelli e alle due sorelle. Non svolgeva un lavoro fisso, perché a quel tempo non era facile trovare un’occupazione, ma andava a pescare, tagliava la legna nei boschi, cacciava. Nel 1943 fu arruolato nella Marina Militare. Partì e da allora non si seppe più nulla di lui. Purtroppo non riuscì a dare sue notizie, e né le sorelle né le cugine furono più in grado di rintracciarlo. Si presume che sia stato catturato dai soldati tedeschi l’8 settembre a Genova e deportato in un campo di concentramento in Germania a soli 21 anni. Un elemento molto importante per la ricostruzione della fine della sua vita è legato al ritrovamento di un biglietto infilato in una bottiglia da Celestino e lanciato dal treno in sosta alla stazione di Rovato. Il biglietto, consegnato alla famiglia da un conoscente, informava che prigioniero dei tedeschi era in viaggio per una destinazione ignota. Questa è l’ultima sua notizia giunta ai familiari prima di quella della morte, che risale al 10 maggio 1944, avvenuta in un campo di concentramento tedesco non meglio identificato. Il biglietto venne poi consegnato dai familiari al Comune di Palazzolo affinché si potessero cercare notizie riguardo ai suoi ultimi giorni.[63]
Stolperstein für Battista Fumagalli.jpg
QUI ABITAVA
BATTISTA
FUMAGALLI
NATO 1923
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 16.9.1944
HOFFMANNSTHAL
Via Raspina 45 Battista Fumagalli (1923-1944) nasce il 1º marzo 1923 in una cascina sperduta nella campagna palazzolese, ai confini delle terre coltivate di Cologne e di Chiari. È il secondo figlio della famiglia del contadino Giuseppe che coltiva circa 30 piò (unità di misura agricola usata in provincia di Brescia, corrisponde a 3256 m²) di terra. Frequenta le scuole elementari nell’edificio scolastico della Valena, al Mirasole, che accoglie gli alunni delle varie cascine dei dintorni. Dopo la scuola, come quasi tutte le persone nel primo dopoguerra, aiuta la famiglia nel lavoro dei campi. Fa il contadino, ma si prende cura anche dei fratelli minori, in particolare delle due sorelle più piccole. Nel frattempo, infatti, la famiglia aumenta di numero. A Giovanni e Battista si aggiungono Gino, Maria e Rosa. La famiglia vive nella grande cascina Fienilnuovo di via Raspina, insieme ad altre famiglie. La sorella più piccola, la sig.ra Rosa, ricorda il pane cotto sul fuoco, la stufa a legna, la stalla in cui ci si ripara dal freddo, le bombe alleate sul ponte ferroviario, ma non rammenta invece quando a Battista è ordinato di partire militare. L’Italia è in guerra dal 1940, alleata del Terzo Reich. Mentre il primo fratello, Giovanni, partecipa alla campagna di Francia e poi a quella di Russia da cui è reduce, Battista, soldato di leva del 1923, dopo essere stato lasciato in congedo provvisorio il 15 aprile 1942, viene richiamato alle armi. Non ancora ventenne, giunge nel 6º Reggimento Alpini quale predesignato per il Battaglione Vestone il 4 settembre 1942; viene poi assegnato nella Compagnia reclute del Battaglione Val Chiese il 7 dello stesso mese e nel 6º Battaglione Compagnia Alpini Bis il 9 novembre. Il 1º febbraio 1943 viene infine mobilitato. È catturato dai tedeschi a Colle Isarco l’8 settembre 1943, giorno della proclamazione dell’armistizio. Battista, nonostante la giovane età, rifiuta di combattere a fianco delle truppe nazifasciste e di aderire alla Repubblica di Salò. Internato lo stesso giorno finisce in Germania nel campo 1609 Stalag V, muore a Hoffmannsthal in campo di prigionia il 16 settembre 1944. Le circostanze della cattura e il comportamento tenuto durante la prigionia di guerra restano ignote. Per essere stato prigioniero dei tedeschi dall’8 settembre 1943 al 16 settembre 1944 gli viene conferita la Croce al merito di guerra. Dal momento della cattura la famiglia non ha più notizie di Battista. Dopo la morte di mamma Rita, a soli 48 anni, avvenuta in una tragica circostanza il 17 dicembre 1944, la famiglia sollecita notizie del figlio prigioniero. Solo allora un telegramma militare informa che Battista Fumagalli era morto tre mesi prima. Le spoglie del caduto tornano a Palazzolo il 5 agosto 1959, a cura del Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, accolte dalle autorità cittadine. Ne dà notizia inoltre l’Eco di Bergamo. Lo stesso giorno la bara viene posta nella chiesa di S. Rocco e poi trasportata a spalle dagli alpini palazzolesi lungo le vie del paese fino alla parrocchiale di S. Maria Assunta, dove si celebra la S. Messa per le onoranze funebri. Scortata da un numeroso corteo, la salma è tumulata nella chiesetta del cimitero di Palazzolo, dove giacciono i caduti di guerra.[64]
Stolperstein für Remo Del Ton.JPG
QUI ABITAVA
REMO DEL TON
NATO 1924
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 8.4.1944
FALLINGBOSTEL
Via Mura 73 Remo Del Ton (1924-1944) nacque il 9 dicembre 1924 a Viadana, in provincia di Mantova, sulla riva sinistra del fiume Po. Il padre Luigi, commerciante, si trasferì a Palazzolo sull’Oglio per motivi di lavoro seguito dai figli e dalla moglie, Maria Del Bon.Giovane operaio, fu chiamato alle armi durante la calda estate del 1943. Venne arruolato nel IV Reggimento Genio-Scuola, 1ª Compagnia Artieri di Bolzano. Qui i soldati tedeschi lo catturarono l’8 settembre 1943, il giorno dell’annuncio dell’armistizio con gli Alleati. Si rifiutò di entrare nelle formazioni nazifasciste della Repubblica sociale italiana, decisione che gli costò l’internamento in Germania. L’8 aprile 1944, a causa di una grave malattia, forse tubercolosi, contratta durante la prigionia, morì nel Lager di Fallingbostel, in Bassa Sassonia. Non aveva ancora compiuto i vent’anni.[65]
Stolperstein für Francesco Giovanessi.JPG
QUI ABITAVA
FRANCESCO
GIOVANESSI
NATO 1924
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 17.1.1944
SANDBOSTEL
Via Zanardelli Francesco Giovanessi (1924-1944) nasce a Colombaro di Corte Franca il 2 febbraio del 1924 in una famiglia di due sorelle e di due fratelli. Francesco vive i primi anni a Colombaro e si trasferisce con la famiglia a Palazzolo sull’Oglio in via Zanardelli 5, zona Riva, a seguito della prematura morte del padre. La giovane madre, rimasta vedova con quattro figli in condizioni economiche difficili, trova lavoro come operaia nella vicina fabbrica Lanfranchi ed è costretta ad affidare a due enti caritatevoli la cura e l’educazione di due dei suoi quattro figli. Teresa frequenta fin dai cinque anni l’orfanotrofio femminile delle suore Ancelle della Carità, mentre Francesco a sei anni viene affidato all’orfanotrofio maschile dell’Ente Galignani, dove riceve un’istruzione di base e impara il mestiere di modellista. Intorno ai diciotto anni lascia il Galignani e comincia a lavorare a Palazzolo come operaio modellista presso la fonderia del signor Merati. Francesco viene descritto dai fratelli Teresa e Giovanni come un bravo ragazzo, educato e tranquillo, dal carattere aperto e sincero. Era religioso, frequentava la parrocchia di Santa Maria Assunta e l’oratorio di San Sebastiano, dove incontrava gli amici. Sulla guerra Francesco ha un presentimento negativo. Non vuole partire e quando nel luglio del 1943 arriva la lettera della chiamata alle armi, vive momenti di disperazione e di sconforto. La sua destinazione è Bolzano dove è addestrato nel ruolo di marconista trasmettitore. Durante i due mesi di permanenza a Bolzano Francesco manda una sola lettera alla famiglia, antecedente l’8 settembre del 1943, in cui racconta le attività di addestramento.

L’8 settembre 1943 viene catturato a Bolzano dai soldati tedeschi e, dopo il suo rifiuto a collaborare con le forze nazifasciste, viene incarcerato prima come prigioniero di guerra e poi mandato come internato militare nel lager tedesco di Sandbostel (Bassa Sassonia) dal quale non riuscirà mai a mandare sue notizie alla famiglia. Trascorre a Sandbostel l’autunno e parte dell’inverno del 1943-1944, lavorando in condizioni disumane di sfruttamento e di dura prigionia. Il giovane muore pochi mesi dopo, il 17 gennaio del 1944, ma il telegramma ufficiale di morte arriverà alla famiglia soltanto un anno dopo, nel 1945. Dopo la Liberazione un compagno di prigionia di Francesco, originario di Urago d’Oglio, contatta la famiglia per consegnare la borsa di cuoio appartenuta a Francesco con il suo rasoio e raccontare ciò che sapeva degli ultimi giorni di vita. Era malato e, nonostante la febbre alta, fu costretto a recarsi al lavoro. Durante il trasporto verso il luogo di lavoro, a causa della febbre alta perse l’equilibrio, cadde dal camion e fu investito. Secondo alcuni testimoni morì sul colpo per l’incidente; secondo altri fu portato al lazzaretto del lager dove morì poco dopo.[66]

Stolperstein für Mario Guarienti.JPG
QUI ABITAVA
MARIO GUARIENTI
NATO 1924
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 16.5.1945
LÜBECK
Via Gianbattista Sufflico 7 Mario Guarienti (1924-1945) nacque il 17 ottobre del 1924, a Palazzolo sull’Oglio, un ridente e operoso paese dell’ovest bresciano al confine con la provincia di Bergamo. Da ragazzo frequentava spesso l'oratorio di S. Sebastiano. Lavorava come operaio e prestava servizio volontario nei vigili del fuoco quando, nell’estate del 1943, venne chiamato alle armi, aveva 19 anni. Fu arruolato nel 40º Genio Marconisti ed aggregato al III Battaglione misto degli Alpini di stanza a Bolzano. Dopo l’8 settembre del ’43 rifiutò di collaborare con le forze nazifasciste che avevano occupato il Paese, e venne per questo tradotto in prigionia in Germania dove fu internato nel lager di Lübeck e costretto a lavorare per l’industria bellica tedesca. Dopo quasi due anni di fame, stenti e trattamenti disumani, lo colse una grave malattia che lo condusse alla morte il 16 maggio 1945. I suoi resti riposano oggi nel cimitero di Palazzolo, accolti con una toccante cerimonia cinquant’anni dopo la sua morte nel 1995.[67]
Stolperstein für Carlo Marella.jpg
QUI ABITAVA
CARLO MARELLA
NATO 1924
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 17.2.1944
WARSAW
Cascina Gonzere Carlo Marella (1924-1944) nacque a Pontoglio, un paese della bassa bresciana, sul confine con la provincia di Bergamo, il 21 agosto 1923. Per sostenere la famiglia numerosa – erano ben 11 figli, tra maschi e femmine – aiutava il padre nel duro lavoro dei campi, quando venne chiamato alle armi fu arruolato nel II Reggimento Artiglieria Alpina. Gu arruolato per la campagna di Russia, insieme al fratello Santo che poco tempo dopo sarebbe stato catturato dai sovietici e tradotto in una località dell’Asia dove morì il 31 maggio 1944. Dopo l’8 settembre rifiutò di collaborare e di combattere per le forze neonaziste e perciò venne internato nei pressi di Varsavia, in Polonia, in un campo di lavoro. Le durissime condizioni di vita, a cui venne sottoposto in prigionia, minarono la sua robusta costituzione e gli causarono una grave malattia ai polmoni che lo condusse alla morte il 17 febbraio 1944 nel Lazzaretto, Riserva V di Varsavia. Oggi una lapide nel cimitero di Pontoglio ricorda il suo nome e quello del fratello insieme a tutti coloro che gli vollero bene.[68]
Stolperstein für Amelio Reggio.jpg
QUI ABITAVA
AMELIO REGGIO
NATO 1924
INTERNATO FOSSOLI
DESTINO SCONOSCIUTO
Via Marconi 100
(alla piattaforma della stazione ferroviaria)
Le informazioni relative alla vicenda della deportazione di Amelio Reggio (1924-?) si possono ricavare unicamente dal mattinale della questura di Brescia del 17 febbraio 1944 e dai fogli dell’Ufficio matricole del carcere di Canton Mombello di Brescia. Il suo nome non figura né all’interno degli elenchi dei deportati a Fossoli né in quelli stilati dagli studiosi. Dal primo risulta che Amelio Reggio fu rintracciato e arrestato dai carabinieri di Palazzolo sull’Oglio il 14 febbraio del 1944 e portato al campo di concentramento di Fossoli, medesima destinazione per gli altri ebrei arrestati nel bresciano. Risulta altresì che fosse residente a Milano e impiegato presso la ditta U.B.I. di Palazzolo sull’Oglio, che non si è ancora potuto identificare con precisione. Dalle note dell’Ufficio matricole di Canton Mombello invece, oltre alla conferma delle generalità riportate dal mattinale della questura, si evince che Amelio Reggio fosse padre di due figli e al momento dell’arresto domiciliato a Palazzolo sull’Oglio. Sulle ragioni della presenza di Aurelio Reggio nel borgo bresciano si possono fare solo alcune ipotesi, prendendo in considerazione le sorti di altri due ebrei sfollati a Palazzolo in quei mesi. Forse era dovuta al desiderio di sfuggire ai bombardamenti alleati sulle grandi città e alla speranza di una maggiore sicurezza, come nel caso di Lorenzo Sacerdoti, anch’egli arrestato nella stessa cittadina; oppure a motivi di lavoro, come per Gualtiero Morpurgo, il quale però, appena dopo l’8 settembre 1943 riuscì a scappare e a trovare rifugio in Svizzera. Infatti in quegli anni alcune industrie collocate nei principali centri del nord Italia avevano trasferito a Palazzolo sull’Oglio – già fiorente realtà industriale – parte della loro produzione e della manodopera, proprio per sottrarsi ai bombardamenti. Allora, dei 58.412 ebrei abitanti in Italia 118 vivevano nella provincia di Brescia e tra questi 35 non avevano cittadinanza italiana. Dei 26 ebrei residenti nella provincia di Brescia che furono deportati – individuati dal questore Candrilli, infaticabile nella caccia insieme a tutto l’apparato della Repubblica sociale – solo due riuscirono a sopravvivere. Si presume che Amelio Reggio sia stato arrestato probabilmente grazie alla solerzia del commissario prefettizio del partito fascista repubblicano di Palazzolo sull’Oglio, oppure individuato attraverso la delazione di qualche palazzolese interessato al premio in denaro che la denuncia assicurava. Non avendo trovato alcuna traccia di Reggio che ci permetta di ripercorrere con precisione la sua vicenda dopo l’internamento nel campo di transito di Fossoli, piuttosto che immaginarlo “cenere nel camino”, ci piace pensare che, almeno lui, sia riuscito a fuggire e ad assaporare la salvezza tanto agognata.[69]
Stolperstein für Mario Ruggeri.JPG
QUI ABITAVA
MARIO RUGGERI
NATO 1924
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO 8.9.1943
ASSASSINATO 13.1.1945
SCHAUSSEE
Piazza Roma 21
(era precedentemente numero civico 17)
Mario Ruggeri (1924-1945) nacque a Palazzolo il 10 febbraio 1924 da Enrico e da Elisabetta Albrici. Viveva in Piazza Roma al numero 17 ed era rimasto figlio unico in seguito alla morte della sorellina in tenera età. Lavorava come operaio presso la ditta Marzoli ed era inoltre pompiere volontario, perché sperava in questo modo di non essere arruolato nell’esercito italiano. Nei primi anni di guerra le armate italiane avevano combattuto su diversi fronti, tra i quali quello russo, dove il VI Reggimento Alpini aveva subito gravissime perdite. Perciò nel maggio del ’43 si avviò la ricostituzione del reggimento: proprio nell’estate di quell’anno, Mario venne chiamato alle armi e collocato in forza nel VI Reggimento Alpini. La chiamata avvenne in un momento molto importante per l’andamento della guerra. Infatti l’8 settembre 1943 fu reso pubblico l’armistizio firmato pochi giorni prima dall’Italia con gli Alleati. I Tedeschi non vennero colti di sorpresa e furono pronti a occupare i punti nevralgici della penisola, fino a Roma, senza trovare resistenza da parte dell’Esercito italiano, lasciato allo sbando e senza ordini precisi dai comandi. I soldati italiani dovevano scegliere se continuare la guerra con i vecchi alleati o se deporre le armi. Il VI Reggimento si sciolse il 10 settembre 1943 a Fortezza (Bz). La bandiera di guerra venne sepolta in un bosco a monte della strada per il Passo Giovo e recuperata a fine guerra. Circa 600.000 uomini italiani in armi non accettarono di continuare la guerra coi nazifascisti e per questo furono disarmati e deportati in diversi campi di concentramento della Germania e costretti a lavorare come schiavi per l’industria bellica tedesca. Mario tentò più volte di scappare ma non riuscì nel suo intento: una sera, dopo un pomeriggio passato a pregare, avrebbe dovuto trovarsi con sette compagni di prigionia per fuggire, ma mancò all’appuntamento e da quel momento non si ebbero più sue notizie. I suoi compagni riuscirono invece a scappare. Le condizioni di vita a Palazzolo per i familiari di Mario erano precarie: all’angoscia per la sorte del figlio dal 1944 si aggiunse il terrore dei bombardamenti Alleati, che miravano a colpire il ponte della ferrovia. Fu un mistero anche la sua morte, probabilmente avvenuta il 13 gennaio 1945. Si pensa che sia morto per denutrizione. La vita nei campi di prigionia, era molto difficile: tutti vivevano di stenti ed era necessario adattarsi a quelle condizioni. Non bisogna escludere che Mario sia morto a causa di malattie non adeguatamente curate. Mario non si sposò; la sua perdita fu dolorosa per la famiglia e tutta la parentela.[70]
Stolperstein für Renzo Sacerdoti.JPG
QUI FU ARRESTATO
3.12.1943

RENZO SACERDOTI
NATO 1885
INTERNATO FOSSOLI
DEPORTATO 1944
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Piazza Vincenzo Rosa Renzo Sacerdoti (1885-1944) nasce il 12 febbraio 1885 a Treviso, in una famiglia di ebrei italiani, come quinto figlio di Moisè Sacerdoti e Maria Antonietta Dal Monte. Si sposa l’11 settembre 1913, con Gilda Aida Zevi, di 24 anni, e insieme vanno a vivere a Venezia. Nel 1914 nasce la prima figlia Wanda Dina. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria: Renzo ai primi di febbraio 1916 viene richiamato come ufficiale e dopo un corso di addestramento a Bologna combatte lungo il fronte dell’Isonzo, a Casarsa del Friuli e a Cividale del Friuli. Nella primavera del 1916 nasce la seconda figlia Alda Bruna, cui seguirà nel 1918 anche la terzogenita Annamaria. Negli anni ‘20, la famiglia di Renzo Sacerdoti si trasferisce a Milano in Via Canova. Renzo, dottore in economia, lavora in banca ed è direttore fino al 1936, anno in cui viene sottoscritto l’Asse Roma-Berlino, che prevede l’allineamento tra l’Italia fascista e la Germania nazista. Cominciano così le prime avvisaglie in Italia della campagna di odio razziale, già avviata da Hitler in Germania nel 1935. Renzo, per la sua origine ebraica è costretto a lasciare l’impiego in banca e trova un lavoro di ripiego presso la Calcografia Carte e Valori di Milano. A causa delle leggi razziali emanate dal fascismo gli ebrei italiani non possono possedere case di lusso e così Renzo e Gilda intestano la loro casa di Milano a un prestanome e vanno ad abitare in via Marcona nº 48 in un appartamento al quinto piano senza ascensore. Nel 1938, nonostante i divieti imposti dalle leggi razziali, Augusto Lovisolo, cattolico e “ariano”, sposa Dina Sacerdoti, la figlia primogenita di Renzo e Gilda; l’8 settembre 1940 nasce Gianfranco Lovisolo. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra accanto alla Germania. Un amico di famiglia, propone ad Augusto Lovisolo, di assumerlo nella sua fabbrica di Palazzolo dove si costruiscono strumenti per le navi da guerra, così la famiglia nell’estate ’43 lascia Milano, devastata dai bombardamenti, per Palazzolo. Presto giunge in riva all’Oglio anche Renzo Sacerdoti con la moglie, e la figlia Annamaria.

L’8 settembre 1943, gli Italiani apprendono dell’armistizio con gli Anglo-Americani, inizia l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, si costituisce la Repubblica Sociale Italiana. Da quel momento molti ebrei italiani cercano di nascondersi o fuggire per non restare vittime della politica di sterminio della RSI, realizzata sul modello della Germania nazista. Il 30 novembre 1943 la RSI decreta l’arresto di tutti gli ebrei e il loro concentramento in campi provinciali. Gli ebrei italiani a migliaia cercano di raggiungere clandestinamente la Svizzera nella speranza di salvarsi. Nel novembre 1943 tra Renzo Sacerdoti e la moglie Gilda iniziano interminabili discussioni: i fratelli di entrambi sono già in Svizzera, ma Renzo non vuole lasciare l’Italia. “Sono un galantuomo”, diceva fiducioso Renzo alla moglie, “ho servito con onore la Patria, questa moda della persecuzione degli ebrei passerà, ma perché mai dovrebbero farmi del male…?”. Alla fine Gilda si arrende: dopo avere invano supplicato Renzo di seguirla, prepara la valigia e tenta la fuga verso la Svizzera con le figlie Bruna e Annamaria. Per varcare il confine Gilda è costretta a cedere l’anello con il brillante ai gendarmi svizzeri, ma passa la frontiera. Le tre donne dapprima sono state recluse nel campo di concentramento di Lugano, poi riescono a sopravvivere andando a servizio. Renzo Sacerdoti con la figlia Dina e la sua famiglia restano dunque a Palazzolo, fiduciosi che nulla sarebbe accaduto. È tranquillo soprattutto Augusto Lovisolo, poiché il governo ha emanato disposizioni che non prevedono persecuzioni per cittadini ebrei coniugati con ariani. La mattina del 3 dicembre 1943, invece, inaspettatamente, Dina Sacerdoti viene arrestata da due carabinieri. Una lettera dell’8 dicembre di Augusto Lovisolo alla moglie in carcere a Brescia, ci informa che a quella data Renzo Sacerdoti era ancora libero (la scheda del Centro di Documentazione Ebraica attesta invece catturato il 3 dicembre). Egli è arrestato a Palazzolo, probabilmente qualche giorno dopo l’8 dicembre e tradotto nelle carceri di Canton Mombello a Brescia (matricola 4258). Dopo il 6 febbraio 1944 Renzo viene quindi trasferito nel carcere di San Vittore a Milano e di qui al campo di raccolta di Fossoli.

Dina Sacerdoti dopo alcuni giorni è rilasciata dal carcere e riesce a tornare alla sua famiglia a Palazzolo. Si rifugia a Foresto Sparso, una località in provincia di Bergamo, a pochi chilometri a nord di Palazzolo, dove rimarrà insieme con il marito Augusto e il piccolo Gianfranco fino alla primavera del 1945.

Renzo invece viene inviato nella primavera del 1944 al campo di concentramento di Fossoli, qui incontra tra gli altri prigionieri il cantante lirico Emilio Jani, che nel suo libro “Mi ha salvato la voce” (1960) lo descriverà come persona assai sensibile, legatissima alla famiglia.

Il 5 aprile 1944 Renzo Sacerdoti costretto a salire su un carro bestiame, chiuso ermeticamente, viene deportato ad Auschwitz, dove arriva il 10 aprile 1944, da quel momento non si ha più alcuna sua notizia.

Al termine della guerra le famiglie Sacerdoti e Lovisolo si ritrovano a Milano, manca però Renzo. Sulla sua fine il nipote Gianfranco Lovisolo non ha dubbi: poco dopo il suo arrivo ad Auschwitz passò anche lui per le camere a gas e salì per un camino.[71]

Salò[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Massimo Löwy.jpg
QUI ABITAVA
MASSIMO LÖWY
NATO 1880
ARRESTATO 2.12.1943
DEPORTATO 1944
AUSCHWITZ
ASSASSINATO
Salò, Via Rive Grandi 13
45°36′48.5″N 10°33′07.95″E / 45.613472°N 10.552208°E45.613472; 10.552208 (Stolperstein per Massimo Löwy)
Massimo Löwy nacque a Ostrava il 29 settembre 1888. I suoi genitori erano Giuseppe Loewy e Elena Tieder. Cresceva a Francoforte sul Meno ed era battezzato protestante nel 1905.[72] Si sposò con una signora tedesca, Berta Meyer, nel giugno 1906. Nello stesso anno la coppia si trasferirò a Gardone Riviera. Qui gestiva un negozio di articoli da regalo in corso della Repubblica 59 e la coppia aveva due figlie, Carola (nata il 29 settembre 1914) ed Hélène (nata il 25 febbraio 1916).[73]

Nel 1936 la famiglia si era trasferito a Salò, via Barbarano, 84 (ora via Rive grandi, 13). La gestiva un salone di parrucchiere – in un “fabbricato di piani 4 e vani 12 […] di nuova costruzione” dove viveva con la moglie e con le sue figlie. Nel 1938, Carola Löwy voleva sposare il bresciano Cesare Profeta, però il matrimonio fu negato in applicazione del R.D.L. 17 novembre 1938/XVII Nºº 1726 che vietava i matrimoni misti.[73] Al principio del dicembre 1943 Massimo Löwy e le due figlie venivano arrestati a Barbarano di Salò e detenuti al carcere di Salò. Le due sorelle erano state riconosciute di "discendenza mista di primo grado perché figlie di madre ariana di nazionalità tedesca" e come tali rilasciate il 21 gennaio 1944. In padre invece fu trasferito primo al Carcere di Canton Mombello à Brescia e poi al Campo di Fossoli. Il 22 febbraio 1944 viene deportato con il convoglio n. 8 al Campo di concentramento di Auschwitz. Massimo Löwy fece parte dello stesso convoglio di Primo Levi e 650 altri ebrei e fu eliminato all’arrivo ad Auschwitz il 26 febbraio 1944.[74]

Nel dopoguerra le figlie continuarono ad abitare a Salò. Carola morì il 27 marzo 1975, Hélène visse a Barbarano fino al 1992 per poi passare in una casa di riposo dove morì il 4 febbraio 1999.[73]

Sarezzo[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Spartaco Belleri.JPG
QUI ABITAVA
SPARTACO BELLERI
NATO 1920
ARRESTATO COME POLITICO
7.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 15.3.1945
Via Marconi 3
45°40′18.2″N 10°11′19.86″E / 45.671722°N 10.188849°E45.671722; 10.188849 (Stolperstein per Spartaco Belleri)
Spartaco Belleri nacque il 25 febbraio 1920 a Sarezzo da Lorenzo Belleri e Domenica Guerini. Era il primo di tre fratelli. Suo padre era un socialista noto della Valle Trompia. Frequentò il collegio civico di Salò, diplomandosi nel 1940. Era impiegato ed anche agricoltore. Fu molto sportivo e partecipò a vari tornei di calcio della zona. Sposava Jolanda Bertoloni di Salò, che conosceva dalla scuola. La coppia aveva un figlio, Adalberto. Viene arruolato nel corpo degli alpini. Dopo l'armistizio di Cassibile si aderisce ai partigiani della Val Trompia. ″Durante la Resistenza, Spartaco sparò, trasportò armi, gettò bombe nelle sedi tedesche, fu educatore di giovani alla lotta al nazi-fascismo, esempio di coraggio anche sotto le torture.″[75] Partecipò ad un colpo alla Beretta assumendo il compito di tagliare i fili delle linee telefoniche. Fu arrestato insieme ad altre 63, ma riuscì a tornare libero. Andava a nascondersi nei monti fra Brione e Vesalla, dove continuò l’attività di capo-partigiano. Anche il suo padre Lorenzo era ricercato dalla polizia, si rifugiò a Bergamo dal 1943 al 1944. Quando la situazione sembrava più tranquilla, tornava a casa. Il 7 novembre 1944 membri della G.N.R. irrompono nella sua casa e — non trovando Spartaco Belleri — arrestavano il padre. Quindi si fece arrestare sostituendosi al padre. Venne portato al carcere di Brescia. Fu interrogato e torturato dalle SS. Il 14 novembre 1944 venne deportato nel Campo di transito di Bolzano, dove scriveva un'ultima lettera alla moglie e al figlio. il 14 dicembre, è stato trasferito al Campo di concentramento di Mauthausen. Il viaggio durava cinque giorni — attraverso la Croazia, la Serbia, l’Ungheria e l’Austria. Lá viveva in condizioni disumane, con lavori forzati, molto pesanti. Morì il 15 marzo 1945.[76]
Stolperstein für Giovanni Colosio.jpg
QUI ABITAVA
GIOVANNI COLOSIO
NATO 1921
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO IN GRECIA
ASSASSINATO 9.4.1945
ZWATEWN OF JENA
Piazza Cesare Battisti 18
45°39′13.95″N 10°12′12.42″E / 45.653876°N 10.203449°E45.653876; 10.203449 (Stolperstein per Giovanni Colosio)
Giovanni Francesco Colosio nacque il 4 gennaio 1921 a Sarezzo. I suoi genitori erano Angelo Colosio e Antonia Zani. Era il secondo di cinque fratelli. Zoppicava dopo un incidente con una slitta. Lavorava come operaio. Il 11 gennaio 1941 fu chiamato alle arme, nonostante il suo handicap fisico. Doveva riverrai più volte all'ospedale militare di Piacenza e ottiene una licenza speciale per 15 giorni nel giugno 1943. Dopo l'armistizio di Cassibile non si aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, fu arrestato dai Tedeschi e deportato come I.M.I. nel Campo di Kahla in Thuringia, dove i Nazisti costruivano un gigantesco complesso sotterraneo per fabbriche di armi. Utilizzavano al meno 12.000 lavoratori forzati da tutta l'Europa di cui almeno 2.000 morivano a causa delle condizioni catastrofiche. Il 9 aprile 1945 morì a Jena.[77]
Stolperstein für Antonio Pedergnaga.JPG
QUI ABITAVA
ANTONIO
PEDERGNAGA
NATO 1918
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO SAN CANDIDO
ASSASSINATO 9.5.1944
LEIPZIG
Via Nord 26
45°39′20.28″N 10°12′17.67″E / 45.655633°N 10.204909°E45.655633; 10.204909 (Stolperstein per Antonio Pedergnaga)
Antonio Battista Pedergnaga nacque il 16 maggio 1918 da Angelo Pedergnaga e Alceste Marianini. Aveva quattro fratelli. Erano molto affezionato alla madre e si dedicavaal lavoro e allo studio. Di giorno studiava per conseguire il diploma magistrale, di notte lavorava presso le acciaierie Bosio. Il 31 marzo 1939 fu chiamato alle armi. Trascorse in suo servizio militare a San Candido nella provincia di Bolzano. Dal giugno al dicembre del 1941 frequentò regolarmente l’ospedale per problemi ignoti. Dopo l'armistizio di Cassibile viene arrestato dai tedeschi e deportato come I.M.I. nel Campo di Kahla in Thuringia, dove i Nazisti costruivano un gigantesco complesso sotterraneo per fabbriche di armi. Utilizzavano al meno 12.000 lavoratori forzati da tutta l'Europa. Il 9 maggio 1944 viene dichiarato morto a Lipsia.[78]
Stolperstein für Mario Pozzi.JPG
QUI ABITAVA
MARIO POZZI
NATO 1921
ARRESTATO COME POLITICO
7.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
MELK
ASSASSINATO 24.3.1945
Via Dante Alighieri 150
45°40′00.43″N 10°11′36.53″E / 45.666785°N 10.19348°E45.666785; 10.19348 (Stolperstein per Mario, Rodolfo Luigi e Pietro Vittorio Pozzi)
Mario Pozzi (1921-1945) nacque il 6 giugno 1921 a Sarezzo, da Pozzi Pietro. Mario, che fin da giovane non voleva sposare l’ideologia fascista, si era rifugiato in montagna con lo zio Rodolfo ed il padre Pietro assieme ad altri partigiani. In seguito ad un forte dolore alla gamba riscontrato da Rodolfo, dovettero però scendere dalla montagna in cerca di soccorso e così i fascisti, venendolo a sapere attraverso dei delatori, avvertirono subito il comando tedesco. Dopo poco tempo, esattamente il 7/11/1944, anche attraverso il ricatto per aver prelevato dalla scuola materna la figlia di Rodolfo, Renata, vennero prelevati con una retata dalle loro abitazioni, pestati a sangue e condotti al campo di concentramento di Bolzano, che serviva da smistamento per le varie destinazioni finali dei deportati. Qui furono subito rinchiusi nel blocco “E”, perché segnalati come “pericolosi”, praticamente in assoluto isolamento, senza alcuna possibilità di comunicare con gli altri detenuti. In questo Campo c’erano purtroppo anche due famigerati Nazisti di origine ucraina, chiamati Otto e Miscia, che negli anni seguenti verranno riconosciuti colpevoli dei crimini di guerra più efferati. Era infatti loro abitudine picchiare i detenuti selvaggiamente e senza alcun motivo … se non magari quello di aver preso delle bucce di patate dalle pattumiere dei tedeschi per potersi sfamare! Dopo circa un mese di prigionia, il giorno 14/12/1944 vennero caricati su un treno per il trasporto del bestiame, senza cibo e tutti ammassati uno contro l’altro, senza alcuna possibilità di movimento. Destinazione del viaggio era Mauthausen[79], in Austria, dove arrivarono stremati, dopo un viaggio di 5 giorni in quelle condizioni, il 19/12/1944. Arrivati in Austria, Mario verrà poi mandato nel sottocampo Melk dove, appena arrivato, assistette alla tremenda fine del primo della fila, sbranato dai cani delle SS.

Durante la prigionia, così come i compagni, Mario indossava un fazzoletto di stoffa triangolare di colore rosso, che riportava scritta la sua nazionalità ed il codice che lo rappresentava. Mario aveva il n.114072 ed a seguire il padre Pietro con il n.114073 e lo zio Rodolfo il n.114074, poiché vennero proprio matricolati uno dopo l’altro, rimanendo uniti fino alla fine. La nipote Agnese ci ha raccontato che ogni deportato doveva assolutamente ricordare il proprio numero di codice in lingua tedesca, per ripeterlo ogni volta che era chiamato all’appello, pena il rischio di subire torture da parte dei nazisti di guardia del Campo di concentramento. Mario morirà qui e poi cremato il 24 marzo 1945 alle ore 11,30. Secondo i registri della Croce Rossa austriaca risulterebbe infatti morto per debolezza cardiaca e polmonite acuta.

Stolperstein für Pietro Vittorio Pozzi.JPG
QUI ABITAVA
PIETRO VITTORIO
POZZI
NATO 1892
ARRESTATO COME POLITICO
7.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
MELK
ASSASSINATO 11.3.1945
Via Dante Alighieri 150
45°40′00.43″N 10°11′36.53″E / 45.666785°N 10.19348°E45.666785; 10.19348 (Stolperstein per Mario, Rodolfo Luigi e Pietro Vittorio Pozzi)
Pietro Vittorio Pozzi (1892-1945) nacque il 2 agosto 1892 a Brione, in provincia di Brescia. Visse a Sarezzo e il 6 giugno 1921 ebbe un figlio al quale diede il nome di Mario. Pietro e suo fratello Rodolfo, figli di Pozzi Bernardo, subirono numerosi pestaggi da parte delle squadracce fasciste e quando i gerarchi fascisti e i funzionari del regio impero passarono in visita nel territorio bresciano, i Pozzi vennero preventivamente messi in galera a causa del loro antifascismo. Molte volte i fascisti minacciarono di bruciare la casa dei Pozzi, se questi non si fossero costituiti. I Pozzi salirono sulle montagne per aiutare i partigiani e per questo le loro famiglie subirono minacce e intimidazioni dai fascisti. Un giorno, nel novembre del 1944 Rodolfo dovette scendere dalla montagna, sapendo che ciò era pericoloso, ma aveva un dolore insopportabile alla gamba. I fascisti del paese lo vennero a sapere e immediatamente informarono il comando tedesco. Il 7 novembre 1944 ci fu la retata vengono arrestati Pozzi Rodolfo, Pozzi Mario e Pozzi Pietro. Furono portati al castello di Brescia e qui torturati. Segnalati come pericolosi furono internati nel campo di concentramento di Bolzano, presumibilmente intorno al 22 novembre 1944. Rinchiusi nel blocco “E” come pericolosi e destinati alla deportazione in Germania. Tutti e tre insieme da Bolzano il 14 dicembre del 1944 furono deportati verso il campo di Mauthausen, dove arrivarono il giorno 19 dicembre 1944 (dopo ben cinque giorni di viaggio nei carri di bestiame). Pozzi[80] Pietro mori a Melk l’11 marzo del 1945 alle ore 2,15 per debolezza cardiaca.
Stolperstein für Rodolfo Luigi Pozzi.JPG
QUI ABITAVA
RODOLFO LUIGI
POZZI
NATO 1900
ARRESTATO COME POLITICO
7.11.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN/GUSEN
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 15.3.1945
Via Dante Alighieri 150
45°40′00.43″N 10°11′36.53″E / 45.666785°N 10.19348°E45.666785; 10.19348 (Stolperstein per Mario, Rodolfo Luigi e Pietro Vittorio Pozzi)
Rodolfo Luigi Pozzi (1900-1945) nascondeva i partigiani in montagna nella località “Stalo”, insieme al fratello Pietro Vittorio e al nipote Mario, ma nell 1944 fu costretto a scendere a valle per un forte dolore alla gamba. I fascisti del paese, che da tempo torturavano e minacciavano le loro famiglie, lo vennero a sapere informando il comando tedesco. Ed è così che iniziarono le loro sofferenze - il 7 novembre 1944 - quando avvenne la retata. Li portarono al castello di Brescia dove furono torturati e segnati come soggetti pericolosi. Per questo motivo il 22 novembre 1944 li trasferirono nel campo di concentramento di Bolzano dove furono rinchiusi nel blocco E - insieme a coloro che erano destinati alla deportazione in Germania. Tutti e tre insieme, dopo un lungo viaggio di cinque giorni su carri di bestiame, arrivarono al campo di Mauthausen. Una volta lì li fecero disporre in una lunga fila e dove con soddisfazione e divertimento i soldati guardavano i cani sbranare il primo della fila. Li fecero spogliare dei loro abiti ed indossare dei vestiti sui quali era riportato un triangolo capovolto con al centro le iniziali del Paese d’appartenenza e colorato a seconda della causa per la deportazione. Furono immatricolati e a Rodolfo venne assegnato il numero 114074. Nel campo erano obbligati a lavorare per dodici ore al giorno, malnutriti. Pietro e Mario vennero trasferiti nel sottocampo di Melk il 31 gennaio 1944 mentre Rodolfo dovette aspettare il 29 dicembre 1944 per essere trasferito nel sottocampo di Gusen. Il 15 marzo 1945 ritornò a Mauthausen dove morì alle ore 4,15 per debolezza cardiaca.[81]

Provincia di Lodi[modifica | modifica wikitesto]

Sant'Angelo Lodigiano[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Umberto Biancardi (Sant’Angelo Lodigiano).jpg
QUI ABITAVA
UMBERTO BIANCARDI
NATO 1903
ARRESTATO 5.8.1944
DEPORTATO 1944
DACHAU
ASSASSINATO 25.2.1945
Corso Umberto Iº, 30 Umberto Biancardi, di Achille Biancardi e di Benvenuta Giannoni, nacque il 28 agosto 1903. Intraprendeva la professione di tipografo seguendo le orme del padre e conduceva un negozio di cartoleria. Nell’agosto 1934 si sposava con Teresa Sali. La coppia aveva quattro figli. Dopo l'Armistizio di Cassibile non si presentò alle forze armate tedesche ma invece si è unito colle Brigate del popolo. La sua squadra era di orientamento cattolico, si chiamavano Brigate Bianche e furano guidate dal famoso Enrico Mattei. In seguito il Biancardi si è dichiarato pronto di stampare nella propria tipografia l’edizione milanese di un giornale clandestino antifascista, chiamato Risorgimento Liberale, con contributi giornalistici da Alessandro Tonolli e Piero Speziani. Le pubblicazioni però ebbero vita breve, dal gennaio al luglio 1944. Al 5 agosto 1944 il Biancardi fu arrestato e venne rinchiuso nel carcere di San Vittore di Milano. Fu deportato il 7 settembre 1944 al campo di transito di Bolzano e il 5 ottobre 1944 al campo di concentramento di Dachau. La fu registrato col numero di matricola 113151 e nella categoria Schutzhäftling, deportazione per motivi di sicurezza. Da Bolzano scrisse un'ultima cartolina alla moglie ed un cappellano militare gli attestò la propria fede. A Dachau doveva lavorare nelle miniere a dodici chilometri dalla città. Venne ammazzato il 25 febbraio 1945.[82]

Provincia di Pavia[modifica | modifica wikitesto]

Broni[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Egisto Cagnoni (Broni).jpg
QUI ABITAVA
EGISTO CAGNONI
NATO 1875
ARRESTATO 20.3.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 21.11.1944
Via Emanuelli, 48 Egisto Cagnoni nacque a Broni il 14 luglio 1875. Era un socialista che fu deportato e assassinato nella camera a gas nel campo di sterminio Hartheim in Austria.

[83][84]

Tre vie portana il suo nome, una ciascuno a Ceretto Lomellina, a Mede ed a Pavia. A Broni c'è una piazza Egisto Cagnoni.

Pavia[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Rosa Gaiaschi Pettenghi (Pavia).jpg
QUI ABITAVA
ROSA GAIASCHI
PETTENGHI
NATO 1905
ARRESTATA 1.9.1944
DEPORTATA 1944
RAVENSBRÜCK
SACHSENHAUSEN
LIBERATA
Piazza Petrarca, 32 Rosa Gaiaschi Pettenghi

Varzi[modifica | modifica wikitesto]

Due pietre commemorative sono state erette per tutti i combattenti della resistenza di Varzi, una lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi, l'altra posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola.[85]

Immagine Scritta Indirizzo Vita
Stolperstein für Ugo Domenico Bozzi (Varzi).jpg
QUI ABITAVA
UGO DOMENICO
BOZZI
NATO 1926
ARRESTATO 19.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN-GUSEN
ASSASSINATO 19.3.1945
Piazza Umberto I Ugo Domenico Bozzi nacque il 17 maggio 1926 a Menconico. Era di professione agricoltore, renitente alla leva e decide di far parte della Brigata garibaldina Capettini (al comando di Primula Rossa). Assieme a numerosi compagni fu catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944. Era detenuto prima all'albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e finalmente al Carcere di San Vittore a Milano. Fu deportato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano e da lì il 4 febbraio 1945 al campo di concentramento di Mauthausen. Lì perde la sua vita il 19 marzo 1945.[18]
Stolperstein für Mario Casullo (Varzi).jpg
QUI ABITAVA
MARIO CASULLO
NATO 1928
ARRESTATO 19.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 25.3.1945
WELS
Piazza Umberto I Mario Casullo nacque il 7 aprile 1928 a Sant'Albano di Bobbio nella comune di Val di Nizza. Era di professione manovale. Si arruola nella Brigata garibaldina Capettini (Divisione Aliotta), una formazione partigiana, a soli sedici anni. Assieme a numerosi compagni fu catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944. Era detenuto prima all'albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e finalmente al Carcere di San Vittore a Milano. Fu deportato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano e da lì il 4 febbraio 1945 al campo di concentramento di Mauthausen. Lì gli viene assegnato il numero di matricola 126114. Fu trasferito il 17 febbraio al sottocampo di Gusen e morì probabilmente il 25 marzo 1945, giorno del suo trasferimento a Wels.[18]
Stolperstein für Giacomo Centenaro (Varzi).jpg
QUI ABITAVA
GIACOMO
CENTENARO
NATO 1925
ARRESTATO 19.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 3.3.1945
Piazza Umberto I Giacomo Centenaro nacque il 22 luglio 1925 a Varzi. Era contadino, renitente alla leva ed entrava nella Brigata Capettini (Divisione Aliotta). Partecipava a numerose azioni partigiane, però fu catturato – assieme a numerosi compagni – alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944. Era detenuto prima all'albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e finalmente al Carcere di San Vittore a Milano. Fu deportato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano e da lì il 4 febbraio 1945 al campo di concentramento di Mauthausen. Lì gli venne assegnato il numero di matricola 126118. Morì il 3 marzo 1945.[18]
Stolperstein für Antonio Degli Alberti (Varzi).jpg
QUI ABITAVA
ANTONIO DEGLI
ALBERTI
NATO 1927
ARRESTATO 19.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 1945
Piazza Umberto I Antonio Degli Alberti nacque il 15 gennaio 1927 a Varzi. Era di professione contadino. Da giovanissimo entrava a far parte della Brigata garibaldina Capettini (Divisione Aliotta). Fu catturato – assieme a numerosi compagni – alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944. Era detenuto prima all'albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e finalmente al Carcere di San Vittore a Milano. Fu deportato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano e da lì il 4 febbraio 1945 al campo di concentramento di Mauthausen. Lì gli venne assegnato il numero di matricola 126540. Morì in data ignota.[18]
Stolperstein für Antonio Poggi (Varzi).jpg
QUI ABITAVA
ANTONIO POGGI
NATO 1924
ARRESTATO 19.12.1944
DEPORTATO
MAUTHAUSEN
ASSASSINATO 13.3.1945
Piazza Umberto I Antonio Poggi nacque il 2 gennaio 1924 a Varzi. Era di professione manovale, renitente alla leva ed entrava a far parte della Brigata garibaldina Capettini. Prendeva parte a numerosi combattimenti. Fu catturato – assieme a numerosi compagni – alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944. Era detenuto prima all'albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e finalmente al Carcere di San Vittore a Milano. Fu deportato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano e da lì il 4 febbraio 1945 al campo di concentramento di Mauthausen. Lì gli venne assegnato il numero di matricola 126358. Venne trasferito al sottocampo di Gusen il 16 febbraio 1945, per tornare al campo principale il 1 marzo. Morì il 13 marzo 1945, per setticemia.[18]

Vigevano[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Anna Botto (Vigevano).jpg
QUI ABITAVA
ANNA BOTTO
NATA 1895
ARRESTATO LUGLIO 1944
DEPORTATA
RAVENSBRÜCK
ASSASSINATA 1944
Piazza del Popolo, 11 Anna Botto
Stolperstein für Teresio Olivelli (Vigevano) 2.jpg
QUI STUDIÒ
TERESIO OLIVELLI
NATO 1916
ARRESTATO 27.4.1944
DEPORTATO
FLOSSENBÜRG
ASSASSINATO 17.1.1945
HERSBRUCK
Istituto Benedetto Cairoli
Teresio Olivelli, 1942

Teresio Olivelli

Provincia di Varese[modifica | modifica wikitesto]

Tradate[modifica | modifica wikitesto]

Immagine Scritta Indirizzo Biografia
Stolperstein für Enzo Levy.jpg
QUI ABITAVA
ENZO LEVY
NATO 1922
ARRESTATO 12.11.1943
DEPORTATO 1943
AUSCHWITZ
LIBERATO
Corso Paolo Bernacchi 2 Enzo Levy
Stolperstein für Eva Maria Levy.jpg
QUI ABITAVA
EVA MARIA LEVY
NATA 1921
ARRESTATA 12.11.1943
DEPORTATA 1943
AUSCHWITZ
ASSASSINATA 1944
Corso Paolo Bernacchi 2 Eva Maria Levy
Stolperstein für Egle Segre Levy.jpg
QUI ABITAVA
EGLE SEGRÉ LEVY
NATA 1899
ARRESTATA 12.11.1943
DEPORTATA 1943
AUSCHWITZ
ASSASSINATA
Corso Paolo Bernacchi 2 Egle Segre Levy

Date delle collocazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le pietre d'inciampo in Lombardia sono state collocate da Gunter Demnig personalmente alle date sequente:

Città metropolitana di Milano:

  • 19 gennaio 2017: Milano (Corso Magenta, 55; Via dei Chiostri, 2; Via Gaspare Spontini, 8; Via Milazzo, 4; Via Plinio, 20; Via Vespri Siciliani, 71)
  • 19 gennaio 2018: Milano (Via Bezzecca, 1; Viale Caldara, 11; Via dei Cinquecento, 20; Via privata Hermada, 4; Via Marcona, 34; Via Sarfatti, 25; Viale Monza, 23; Viale Piceno, 33)
  • 20 gennaio 2018: Milano (Piazzale Cadorna, 15; Via Borgonuovo, 5; Via Mengoni, 2; Via Stradella 13; Viale Lombardia, 65)
  • 23 gennaio 2018: Milano (Via Bizzoni, 7; via Conca del Naviglio, 7; via Corridoni, 1; via De Amicis, 45; via De Togni, 10)[86]

Provincia di Bergamo:

Provincia di Brescia:

  • 23 novembre 2012: Brescia (Contrada del Carmine 39, Piazza della Vittoria 11, Via delle Battaglie 16 e 50, Via Fratelli Ugoni 6, Via G. Bonomelli 62, Viale Venezia 45), Collebeato
  • 11 gennaio 2014: Sarezzo
  • 12 gennaio 2015: Adro, Brescia (Contrada del Carmine 16, Via Fratelli Lechi/Largo Torrelunga, Via Nicola Tartaglia 47, Via Pila 37, Vicolo delle Dimesse 2, Vicolo dell’Inganno 1), Gavardo
  • 18 gennaio 2016: Gardone Riviera (Vicolo ars, 10), Palazzolo sull'Oglio, Salò
  • 20 gennaio 2018: Gardone Riviera (Corso della Repubblica, 57; Corso Zanardelli, 7)

Provincia di Lodi:

Provincia di Pavia:

Provincia di Varese:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e A Milano il 19 gennaio la posa della prima pietra d'inciampo della città, in corso Magenta davanti a casa Segre, Mosaico, 19 gennaio 2017
  2. ^ Biografie breve di Banfi
  3. ^ Sulla posa della pietra d'inciampo, consultato il 23 giugno 2018
  4. ^ Informazione sul Studio BBPR
  5. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Basevi, Adele, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 24 giugno 2018.
  6. ^ Chi era costui?: Adele Basevi Lombroso, consultato il 23 giugno 2018
  7. ^ La data di morte sulla pietra d'inciampo potrebbe essere errata. Secondo Danuta Czech: Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939–1945. Reinbek bei Hamburg 1989, ISBN 3-498-00884-6, p. 720, il trasporto dell'RSHA con 700 ebrei da Milano e Verona arrivò ad Auschwitz il 6 febbraio 1944. Soggetto alla correttezza di queste informazioni, sia la data di morte oppure il luogo dell'omicidio non è corretto.
  8. ^ a b c Centro di documentazione ebraica contemporanea: e.
  9. ^ Zita Dazzi: "Dal sacrificio dei miei nonni ebrei ho imparato a resistere al male", La Repubblica, 19 gennaio 2018
  10. ^ A.N.P.I.: Pietre d’Inciampo in Zona 3, 19 gennaio 2018
  11. ^ Anna Cirillo: Così morì lo studente Enzo, La Repubblica, 30 gennaio 2005
  12. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Coen, Dante, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 5 giugno 2017.
  13. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Coen, Ornella, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 5 giugno 2017.
  14. ^ a b c Milano Today: Sfregiata la pietra d'inciampo di Angelo Fiocchi in viale Lombardia a Milano, 23 gennaio 2018
  15. ^ a b c d Carlo Galante: [Perseguitati perchè ebrei. La triste storia dei Reinach.], consultato il 7 giugno 2018
  16. ^ CLAIMS RESOLUTION TRIBUNAL: In re Holocaust Victim Assets Litigation Case No. CV96-4849, consultato il 7 giugno 2018
  17. ^ Chi era costui?: Scheda Antonio De Giorgi, consultato il 7 giugnio 2018
  18. ^ a b c d e f g h i j k l A.N.P.I.: Pietre d'inciampo - Varzi, consultato il 5 giugno 2018
  19. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Fano, Cesare, su digital-library.cdec.it. URL consultato l'8 giugno 2017., con un ritratto
  20. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Usigli, Silvia, su digital-library.cdec.it. URL consultato l'8 giugno 2017.
  21. ^ Corriere della Sera (Milano): Sfregiata la pietra d’inciampo di Angelo Fiocchi, 23 gennaio 2018
  22. ^ Pietre d'inciampo Milano: 12. Raffaele GILARDINO, consultato il 1 giugno 2018
  23. ^ Pietre d'inciampo Milano: Giuseppe LENZI, consultato il 2 giugno 2018
  24. ^ Chi era costui?: Scheda Romeo Locatelli (Omero), consultato il 2 giugnio 2018
  25. ^ le Pietre d'Inciampo: Romeo Locatelli: i documenti, con due fotografie, consultato il 2 giugnio 2018
  26. ^ R.it: Memoria, 26 nuove pietre di inciampo per le vittime della Shoah. Sala: "Milano libera e antifascista", 15 gennaio 2018
  27. ^ Katharina Kniefacz, Herbert Posch: Otto Popper1915 - 1944, Room of Names, The Deceased of KZ Mauthausen, consultato il 1 giugno 2018
  28. ^ Jean Blanchaert: GIUSEPPE GRANDI 1886 Il custode di Lanzo d'Intelvi, Gariwo, la foresta dei Giusti, Milano 28 gennaio 2013
  29. ^ Liliana Picciotto, Il libro della memoria, Milano, Mursia, 2001.
  30. ^ CDEC: Segre, Alberto, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 29 luglio 2017.
  31. ^ Chi era costui?, su chieracostui.com. URL consultato il 29 luglio 2017.
  32. ^ Dettaglio decorato Segre Sig.ra Liliana, su quirinale.it. URL consultato il 29 luglio 2017.
  33. ^ Chi era costui?: Augusto Silla Fabbri, consultato il 26 maggio 2018
  34. ^ Pietre d'inciampo Milano, cartella stampa: Augusto SILLA FABBRI, consultato il 26 maggio 2018
  35. ^ Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura: Attilio Emilio Mena, a cura degli studenti delle classi quinte dei Licei dell’Istituto “Madonna della Neve” di Adro, consultato il 5 gennaio 2018
  36. ^ Brescia oggi: Attilio Mena non si piegò: a Dachau pagò con la vita, 13 gennaio 2015
  37. ^ Cooperativa Cattolica Democratica di Cultura, Mario Ballerio, a cura degli studenti della classe 5ª T del Liceo delle Scienze Umane “Veronica Gambara” di Brescia, anno scolastico 2012-’13, consultato il 17/01/2018
  38. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Roberto Carrara, a cura degli studenti della classe 5ª T del Liceo delle Scienze Umane “Veronica Gambara” di Brescia, anno scolastico 2012-’13. Consultato il 17/01/2018
  39. ^ Liberamente tratto da Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Angelo Cottinelli, Vincenzo Cottinelli, anche a nome dei fratelli Antonio e Alessandro, autunno 2012. Consultato il 17/01/2018
  40. ^ Memorie d'inciampo: Ricordo di Guido e Alberto Dalla Volta, su arteinmemoria.it. URL consultato il 3 febbraio 2017.
  41. ^ Dalla Volta, Alberto, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 25 febbraio 2018.
  42. ^ Dalla Volta, Guido, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 25 febbraio 2018.
  43. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Emilio Giuseppe Falconi, a cura degli studenti delle classi 5ª Liceo Scientifico Marketing e 5ª Liceo Europeo Linguistico Moderno Istituto “Giovanni Piamarta” di Brescia, anno scolastico 2012-’13. Consultato il 17/01/2018
  44. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Severino Fratus, a cura di studenti delle classi 5ª H, 5ª F, 5ª D, 5ª C del Liceo Scientifico “Nicolò Copernico” di Brescia, anno scolastico 2012-’13. Consultato il 17/01/2017
  45. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Alessandro Gentilini, a cura degli studenti dell'ISS “Andrea Mantegna” di Brescia. Consultato il 07/01/2017
  46. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Ubaldo Migliorati, A cura degli studenti Camilla Castiello, Barbara Martinelli, Giulia Nicolini e della prof.ssa Teresina Galloncelli del Liceo classico “Arnaldo da Brescia”. Consultato il 17/01/0218
  47. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Domenico Pertica, a cura degli studenti della classe 5ª T del Liceo delle Scienze Umane “Veronica Gambara” di Brescia, anno scolastico 2012-’13. Consultato il 17/01/2018
  48. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Rolando Petrini, a cura degli studenti Gloria Barbieri, Carolina Guerini e Martina Scotti della classe 4M linguistico del Liceo “Luzzago” di Brescia. Consultato il 17/01/2018
  49. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Pietro Piastra, a cura delle studentesse Chiara Balzi, Clara Karaj, Carlotta Lazzari, Erica Sentimenti , Lorena Spada, Federica Tonello, Sara Vukman dell’Istituto “ITC Abba-Ballini” di Brescia. Consultato il 17/01/2018
  50. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Federico Rinaldini, a cura degli studenti Stefania Bertoni e Alberto Pozzi delle classi 5A e 5B del Liceo classico “Cesare Arici” di Brescia. Consultato il 17/01/2018
  51. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Silvestro Romani, A cura degli studenti della classe 3A del Liceo delle Scienze umane (corso serale) “Veronica Gambara” di Brescia. Consultato il 17/01/2018
  52. ^ Memorie d'inciampo: Ricordo di Andrea Trebeschi, su arteinmemoria.com. URL consultato il 3 febbraio 2017 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  53. ^ Memorie d'inciampo: Ricordo di Enrico Brognoli, consultato al 28 dicembre 2017
  54. ^ Yad Vashem: ALFREDO RUSSO, consultato 1 agosto 2017
  55. ^ GardaPost: Gardone ricorda Alfredo Russo, 9 gennaio 2016, consultato 1 agosto 2017
  56. ^ Prassede Gnecchi: Alfredo Russo, Cooperativa cattolico-democratica di cultura, consultato 3 agosto 2017
  57. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Arturo Soliani, a cura di Prassede Gnecchi
  58. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Umberto Soliani a cura di Prassede Gnocchi
  59. ^ CDEC Digital Library: Arditi, Davide, consultato 1 agosto 2017
  60. ^ a b Prassede Gnecchi: Rivka Jerochan e Davide Arditi, Cooperativa cattolico-democratica di cultura, consultato 12 settembre 2017
  61. ^ CDEC Digital Library: Jerchan, Rivka, consultato 1 agosto 2017
  62. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Angelo Pelotti, a cura degli alunni e delle alunne delle classi quinte della Scuola Primaria A. Moro, q.re Sacro Cuore, Primo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  63. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Celestino Bolis, cura degli studenti della classe III E della Scuola Secondaria di primo grado e delle classi IV e V della Scuola Primaria di S. Pancrazio, Primo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  64. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Battista Fumagalli, a cura del “Gruppo di lavoro Pietre d’inciampo” della Comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  65. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Remo Del Ton, a cura degli studenti della classe III C, Scuola Secondaria di primo grado M. L. King, Secondo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  66. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Francesco Giovanessi, a cura degli studenti della classe III C della Scuola Secondaria di primo grado Enrico Fermi, Primo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  67. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Mario Guarienti, a cura degli studenti della classe III B, Scuola Secondaria di primo grado M. L. King, Secondo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  68. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Carlo Marella, a cura degli studenti della classe III A, Scuola Secondaria di primo grado M. L. King, Secondo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  69. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Amelio Reggio, a cura del “Gruppo di lavoro Pietre d’inciampo”, Istituto di Istruzione Superiore G. Falcone di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  70. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Mario Ruggeri, a cura delle classi Terze della Scuola Secondaria di primo grado dell’Istituto Ancelle della Carità di Palazzolo sull’Oglio. Consultato il 30/01/2018
  71. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Renzo Sacerdoti, a cura degli studenti della classe V G del Liceo delle Scienze Umane dell’Istituto di Istruzione Superiore C. Marzoli di Palazzolo sull’Oglio e dei nipoti di Renzo Sacerdoti, Gianfranco Lovisolo, figlio di Dina Sacerdoti e Marina Levi, figlia di Bruna Sacerdoti. Consultato il 30/01/2018
  72. ^ Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 2015.
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  76. ^ Stanza di nomi, I morti del KZ Mauthausen: Spartaco Belleri 1920 - 1945, consultato al 31 luglio 2017 (con un ritratto)
  77. ^ Memorie d'inciampo: Giovanni Francesco Colosio, 11 gennaio 2014, consultato al 31 luglio 2017
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  79. ^ Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, Mario Pozzi, a cura degli studenti delle classi 3ª C e 3ª D della Scuola secondaria di primo grado “G. La Pira” di Sarezzo. Consultato il 30/01/2018
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  86. ^ Comune di Milano: Milano è memoria: Pietre d'inciampo, 19 gennaio 2018

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