Pietà (Sebastiano del Piombo)

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Pietà
Sebastiano del piombo, pietà.jpg
AutoreSebastiano del Piombo
Data1516-1517 circa
Tecnicaolio su tavola
Dimensioni225×260 cm
UbicazioneMuseo civico, Viterbo

La Pietà è un dipinto a olio su tavola (190x245 cm) di Sebastiano del Piombo, databile al 1516-1517 circa e conservato nel Museo civico di Viterbo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'opera è una delle più antiche testimonianze della collaborazione tra Michelangelo e Sebastiano del Piombo ed era destinata alla chiesa di San Francesco di Viterbo. Commissionata da Giovanni Botonti, chierico di camera, la pala fruttò all'artista grande notorietà, segnando l'inizio della sua feconda collaborazione con Michelangelo.

Al Buonarroti è infatti riferita da Vasari l'esecuzione del cartone, come sembrano confermare l'esistenza di studi preparatori e la consistenza del disegno sottostante il dipinto, visto con le radiografie.

Recentemente è stato individuato nel paesaggio in notturna una veduta di Viterbo compresi gli impianti termali di Santa Maria in Silice e il Bulicame che, secondo Dante Alighieri sono il varco di accesso agli Inferi. Anche Michelangelo Buonarroti venne a Viterbo in quegli anni a curarsi il mal della pietra; in quella circostanza ritrasse l'impianto termale del Bacucco in un foglio ora conservato a Lilla (Alessi).

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

In un paesaggio notturno, che Vasari attribuì completamente a fra' Sebastiano, si trovano le due figure monumentali e isolate di Maria e Gesù morto, disteso ai suoi piedi. L'impostazione patetica della Vergine, che stringe i pugni e guarda verso il cielo, l'attenzione alle volumetrie e all'anatomia rimandano invece alla lezione di Michelangelo.

Il bellissimo corpo di Cristo in particolare, risaltato dal contrasto con il sudario bianco, spicca come nodo della composizione, alla base della piramide che ha il vertice nella testa di Maria, molto mascolina. Pienamente compiuta appare la sintesi tra l'espressività delle figure umane ispirata da Michelangelo e l'uso del colore e del paesaggio tipicamente veneti.

Nonostante il paesaggio lunare, con fini accordi cromatici, le figure principali sono illuminate frontalmente in maniera tradizionale. L'ambientazione notturna, così rara e cruciale per i futuri sviluppi dell'arte italiana, era dettata da necessità legate a una corretta lettura del testo biblico, e ad esigenze narrative, per isolare il corpo morto di Cristo dalla sfondo e amplificarne il dramma. Traspare nel dipinto, certamente il capolavoro di Sebastiano, spoglio, severo e quasi arcaico, «la solitudine senza speranza che separa la Madre impietrita e il Figlio morto, ed entrambi da un Dio Padre addirittura nullificato dall'audacissima idea [...] di prolungare oltre il momento evangelico della morte sulla croce le tenebre sul mondo» (Rosci).

Più che alla tradizionale iconografia della Vesperbild, il pittore sembra essersi qui indirizzato verso un tipo di spiritualità più vicina agli agostiniani, tanto che si parla piuttosto di Andachtbild, ossia di "immagine per la preghiera".

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
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