Peste del 1630 a Busto Arsizio

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Il parco Ugo Foscolo che sorge dove venne organizzato il lazzaretto nel 1630.

La peste del 1630 che colpì le più grandi città italiane, fece sentire i suoi effetti anche nella città lombarda di Busto Arsizio. L'epidemia giunse in un momento terribile per la città, in quanto l'anno prima il territorio bustese aveva visto le scorribande di soldati mercenari tedeschi e polacchi, che lasciarono gravi danni e morti. Un'altra conseguenza di queste scorrerie, fu una carestia talmente diffusa che si faticava a trovare cibo anche se si era disposti a pagarlo a caro prezzo.

La peste cominciò a diffondersi nel territorio milanese nel 1630 e colpì dapprima la città di Saronno, da dove poi si diffuse fino a raggiungere Busto Arsizio, nonostante le porte Milanese e Pessina fossero presiedute e quelle di Savico e di Sciornago fossero state chiuse[1]. Le misure sanitarie tardarono ad arrivare, in quanto i medici non diagnosticarono casi di peste, probabilmente per ignoranza o per evitare di creare il panico tra la popolazione. Così i sanitari si limitarono a mandare i malati nelle Case Herme dei soldati, dove venivano medicati e mantenuti dalla comunità[1]. Il contagio si diffuse rapidamente e si arrivò a toccare i quattrocentocinquanta decessi in tre mesi.

Fu dunque ordinato l'acquisto di un terreno poco fuori le mura cittadine, presso la porta Milanese, dove sorge l'attuale parco Ugo Foscolo, che venne adibito a lazzaretto dopo la benedizione solenne del 12 aprile 1630 da parte del Prevosto Armiraglio, e fu dedicato a San Gregorio.[2]

Il 18 aprile dello stesso anno, il borgo di Busto Arsizio venne posto in quarantena per volere del conte Claudio Rasino di Borsano e del Capitano Giovan Battista Ferraro, incaricati dal Tribunale di Sanità di Milano[1].

I medici e i chirurghi chiamati in città per fermare l'epidemia, non trovarono una cura al morbo, e addirittura alcuni di loro finirono per essere contagiati. Vennero assoldati dei monatti, profumatamente pagati dalla comunità, per trasportare morti e malati; ma questi si rivelarono una ulteriore calamità per i cittadini, in quanto ricattavano i familiari delle vittime della peste e chiedevano di essere pagati con considerevoli forme per recitare delle preghiere prima di gettare i corpi nelle fosse comuni. Ai monatti era fatto obbligo di vestire un abito celeste e di portare un campanello che segnalasse la loro presenza in modo che il popolo potesse evitarli e non essere contagiato.

Tra le conseguenze della peste, oltre alla morte di centinaia di persone, vi furono ingenti danni economici a causa dei traffici commerciali interrotti e dell'abbandono dei campi e delle produzioni di filo di ferro e di cotone, così come l'allevamento del baco da seta.

Dai borghi vicini giunsero aiuti sotto forma di cibo, denaro e materiale medico per la cura degli appestati. Giunsero aiuti anche dal cardinale e arcivescovo di Milano Federico Borromeo. Nel giugno del 1630 le autorità iniziarono a bruciare gli indumenti e gli effetti personali delle persone infette, e a disinfettare le case con il fuoco e la calce.

Madonna dell'Aiuto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Madonna dell'Aiuto (Busto Arsizio).
Raffigurazione della Madonna dell'Aiuto (con la mano destra alzata) vicino all'ospedale di Busto Arsizio

Durante la pestilenza, venne organizzata una processione per portare in tutte le vie del borgo la statua della Madonna venerata nella chiesa di Santa Maria di Piazza. Secondo la tradizione questa statua alzò la mano destra come per arrestare il morbo e da quel momento la peste cessò. Oggi la Madonna dell'Aiuto è venerata dai bustocchi come loro protettrice.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Carla Castellanza, Storia della Peste (PDF), su comune.bustoarsizio.va.it. URL consultato il 4 dicembre 2011.
  2. ^ La peste nera del 1630 a Busto Arsizio (PDF), su univa.va.it. URL consultato il 24 febbraio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Bertolli, Umberto Colombo, Giovanni Battista Lupi, La peste del 1630 a Busto Arsizio, Comune di Busto Arsizio, 1990.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]