Pellicola fotografica

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Medio e piccolo formato a confronto

La pellicola fotografica è il supporto, di natura chimica, utilizzato, da più di 100 anni, nelle fotocamere analogiche, per imprimere immagini. Nonostante un breve periodo di disuso, con l'utilizzo sempre più ampio della fotografia digitale, il supporto analogico è tornato in auge in tutte le sue varianti, dal piccolo al grande formato, invertibili istantanee e negative.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il supporto di base più comune è un sottile nastro di materiale naturale trasparente, triacetato di cellulosa o sintetico, cioè di poliestere a cui è sovrapposto uno strato antialone per evitare riflessi interni. Gli strati successivi consistono in una emulsione di micro cristalli di alogenuro d'argento dispersi uniformemente in gelatina animale o in tempi più recenti in gelatina sintetica. La sensibilità alla luce è data dai cristalli di alogenuro, prodotto combinando il nitrato d'argento con sali di alogenuri alchilici (cloro, bromo e iodio) e può essere variata modificando le dimensioni dei cristalli.

Nelle pellicole bianco/nero è presente un solo strato di emulsione fotosensibile, mentre nelle pellicole a colori sono necessari tre diversi strati, sensibili alle diverse frequenze di luce visibile per formare l'immagine finale, utilizzando la sintesi cromatica sottrattiva. Questi strati sono disposti uno sopra l'altro e resi sensibili ai colori con delle molecole organiche chiamate sensibilizzatori spettrali. Partendo dal basso, il primo strato è sensibile al rosso, il secondo al verde e il terzo al blu. Tra il verde e il blu è presente uno strato filtro di colorante giallo per evitare il passaggio del blu verso gli strati inferiori.

L'emulsione per usi fotografici è particolarmente tarata per la luce visibile, ma è anche sensibile all'infrarosso, all'ultravioletto, ai raggi X e ai raggi gamma. Per applicazioni scientifiche (fotografia notturna, radiografia e gammagrafia, film-badge, ecc.) si producono pellicole tarate per lo specifico campo di applicazione.

Quando la pellicola viene sottoposta ad un'esposizione controllata di luce attraverso l'obiettivo di una fotocamera, si imprime su di essa una immagine non visibile della scena ripresa (in pratica una "attivazione" dei cristalli proporzionale al numero di fotoni ricevuti), chiamata immagine latente.

È quindi necessario applicare alla pellicola trattamenti chimici in soluzione acquosa, per ottenere la rivelazione di una immagine visibile e insensibile ad ulteriori esposizioni alla luce, mediante i processi di sviluppo e fissaggio.

L'immagine rivelata è costituita da finissimo particolato di argento metallico (nel caso del B/N), ma con i toni chiaro/scuro invertiti; è formata invece da tre strati sovrapposti di coloranti complementari ai colori primari originali (nel caso del colore). Per tale motivo in entrambi i casi la pellicola uscita dal trattamento chimico è definita negativa.

Classificazione e caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

La pellicola fotografica esiste in due tipologie: negativi o invertibile. La prima restituisce una immagine in negativo, quindi é stampata su carta fotografica per ottenere l'immagine positiva, mentre nella pellicola invertibile o diapositiva il processo di sviluppo fotografico chiamato inversione trasforma direttamente l'immagine in positivo , da proiettare o stampare.

Caratteristiche delle pellicole sono sensibilità, grana, latitudine di posa, risolvenza e contrasto. Le pellicole a colori sono tarate per una determinata temperatura di colore, normalmente luce diurna (o fonti comparabili, come flash elettronici o flash a lampadine azzurrate). Per l'utilizzo con fonti luminose diverse dalla luce naturale si usano apposite pellicole tarate per lampada al tungsteno o lampada fluorescente; alternativamente si utilizzano filtri fotografici di conversione, per l'uso di un tipo di pellicola con diverso tipo di luce.

Trattamento spinto[modifica | modifica wikitesto]

È possibile, entro certi limiti, esporre una pellicola ad una sensibilità diversa da quella nominale. Con una tecnica chiamata trattamento spinto o "tiraggio" (push processing in inglese), si espone la pellicola come se avesse una sensibilità superiore, ottenendo una immagine sottoesposta, che in fase di sviluppo richiede un aumento del tempo e/o della temperatura del trattamento per compensarne la scarsa esposizione. Questo procedimento aumenta il contrasto e la grana, ma permette comunque di fotografare anche in condizioni precarie di luce in cui si sarebbe rinunciato a "scattare". Viceversa, utilizzando il trattamento di sviluppo con tempi adeguati , si sovraespone deliberatamente in ripresa, con la conseguente riduzione del tempo di sviluppo. In questo caso il contrasto e la saturazione dei colori diminuiscono, in base alla scelta di stile del fotografo scelta .

Pellicole istantanee[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1948 la Polaroid Corporation commercializzò un sistema (fotocamere e pellicole "abbinate") che permetteva di ottenere una immagine positiva in B/N entro qualche minuto dalla esposizione. Tale sistema fornisce immagini singole di piccolo formato quadrato (con negativo usa e getta non ristampabile), grazie a un film-pack checontiene sia la pellicola negativa che la carta destinata a divenire il positivo, ed una fialetta di reagenti chimici di sviluppo e trasferimento a contatto d'immagine. Negli anni sessanta la Polaroid introdusse il film-pack a colori, e poi nel 1972 il sistema SX-70, basato su una fotocamera automatica SLR ripiegabile e una nuova pellicola a colori in cui negativo, positivo e reagenti erano tutti contenuti nella copia positiva espulsa dalla fotocamera. Sul finire degli anni settanta anche la Kodak introdusse un sistema simile (Kodak Instant) basato su fotocamere e pellicole proprietarie che fornivano immagini rettangolari di piccolo formato anziché quadrate, ma Polaroid ravvisò alcune violazioni di brevetto e citò in giudizio Kodak. Dopo aver perso la battaglia dei brevetti, Kodak abbandonò il business Instant il 9 gennaio 1986. Oggi sono prodotte da Imposible Project e Fuji.

Difetto di reciprocità (Effetto Schwarzschild)[modifica | modifica wikitesto]

Il rapporto di reciprocità, definito come la relazione tra diaframma, tempo di esposizione e velocità della pellicola, era lineare tranne che nelle situazioni in cui il tempo di esposizione era particolarmente breve o molto lungo. Nelle pellicole bianco e nero gli elementi sensibili presenti sulla pellicola non reagivano allo stesso modo e possono provocare una risposta alla luce insufficiente. Questo problema, chiamato difetto di reciprocità, poteva essere corretto variando l'esposizione e compensando la risposta insufficiente.

Il difetto di reciprocità era noto come "effetto Schwarzschild" in quanto il matematico ed astrofisico Karl Schwarzschild fu in primo a descriverlo.

Nelle pellicole a colori la risposta alla luce è diversa per ogni livello di materiale fotosensibile, quindi si incorre in dominanti di colore che si possono correggere con l'utilizzo di appositi filtri. Il problema é presente anche nelle riprese con flash, che portavano a immagini con dominanza tendente al ciano. Queste soluzioni sono illustrate all'interno dei manuali tecnici delle pellicole. Ad esempio, una pellicola 50 ISO, richiede una compensazione dell'esposizione quando si utilizzava un tempo di 4 secondi o superiore. La compensazione necessaria nel caso di esposizione di 4 secondi é di 1/3, quindi la pellicola deve essere esposta per circa 5,2 secondi.

Questo difetto è importante nella fotografia astronomica, in quanto la necessità di lunghe esposizioni portava al limite la risposta della pellicola. Per aumentare la sensibilità della pellicola e rendere la risposta alla luce più lineare nel tempo, è possibile immergere la pellicola nel gas "forming gas" a 30/40 °C sottovuoto, per diverse ore. Deve essere mantenuta sotto zero ed estratta, utilizzata e sviluppata in brevissimo tempo.

Formati[modifica | modifica wikitesto]

Le pellicole fotografiche sono commercializzate in apposite confezioni a tenuta di luce.

Per le pellicole piane:

  • scatole contenenti pellicole di grande formato per uso professionale, da caricare una alla volta in camera oscura nei telai porta pellicola delle fotocamere da studio;
  • caricatori contenenti più pellicole sovrapposte di medio formato (film-pack), da inserire direttamente nella fotocamera in piena luce (ad es. Polaroid).

Le pellicole piane per utilizzo nelle fotocamere a banco ottico si definivano lastre, con riferimento agli albori della fotografia, in cui il supporto dello strato fotosensibile era una lastra di metallo o di vetro.

Per le pellicole a nastro (dette anche "in striscia"):

  • cassette contenenti due bobine (cedente e ricevente) di facile inserimento ed estrazione dalla fotocamera, pensate per un'utenza popolare (ad es. 110, 126.);
  • cartucce contenenti la sola bobina piena, destinate (almeno fino all'avvento delle fotocamere superautomatiche), ad un'utenza in grado di "caricare e scaricare" correttamente la pellicola (ad es. 135);
  • rullini contenenti la pellicola in spire strettamente avvolte, con carta di protezione al retro per tutta la lunghezza (ad es. 120) o anche soltanto la protezione di un nastro leader, formante le spire più esterne (ad es. 220). Più critici da manipolare e destinati prevalentemente a professionisti ed utenti esperti, in possesso di fotocamere "medio formato".

Le pellicole in striscia 135 si potevano anche acquistare a metraggio in barattoli metallici, realizzando un discreto risparmio. Era una pratica limitata ai dilettanti meglio attrezzati, in quanto necessitava una camera oscura e una certa abilità manuale per le operazioni di taglio della pellicola e l'inserimento nelle cartucce. Pratica poco diffusa tra i professionisti, per i quali l'affidabilità del lavoro era preponderante rispetto al risparmio conseguibile.

Le pellicole in striscia possono essere prive di perforazioni (l'avanzamento e il corretto distanziamento dei fotogrammi é affidato ai meccanismi della fotocamera), oppure dotate di una singola perforazione per fotogramma (foro di registro per il corretto distanziamento) e trascinamento a cura della bobina ricevente. La pellicola 135, di derivazione cinematografica, dispone invece di ben 16 perforazioni per fotogramma, in cui inseriscono i denti del rullo della fotocamera che effettua il trascinamento e il distanziamento.

La classificazione per formato si basa sulla dimensione del fotogramma.

Limitandoci ad elencare e descrivere solo i formati che hanno avuto una rilevanza significativa per durata e diffusione nel corso del secolo XX (particolarmente a partire dagli anni '20), nel seguito sono indicati, nell'ordine: nome del formato - fattore di forma del contenitore - larghezza della pellicola in mm - dimensioni del fotogramma in mm - numero max. di fotogrammi ottenibili - note esplicative (in parentesi).

  • Minox: cassetta in plastica a due bobine - 9,5 - 8x11 - 50 - (pellicola non perforata - formato raro, usato da microcamere high-end: Minox e Yashica Atoron).
  • 16mm: cassetta in plastica a due bobine - 16 - 10x14 - 24 - (pellicola non perforata - formato raro usato da Minolta, Rollei, Edixa, ed altre microcamere).
  • 110: cassetta in plastica a due bobine - 16 - 13x17 - 20 - (pellicola monoperforata con carta di protezione numerata sul dorso - formato universale lanciato da Kodak nei primi anni '70, ha contribuito a rendere popolari le microcamere (in precedenza prodotti di nicchia), ma nei due decenni successivi ha perso progressivamente mercato con l'affermarsi delle compatte superautomatiche a pellicola 135).
  • 126: cassetta in plastica a due bobine - 35 - 28x28 - 20 - (pellicola monoperforata con carta di protezione numerata sul dorso - formato universale lanciato da Kodak nei primi anni '60 col logo Instamatic e divenuto presto molto popolare nel campo delle fotocamere low-end, nei decenni successivi il successo è andato scemando per la concorrenza dapprima del formato 110 e poi delle nuove compatte a pellicola 135).
  • APS: cartuccia in plastica ad una sola bobina - 24 - 17x30 - 40 - (pellicola monoperforata predisposta per registrazione ottico/magnetica di dati ed image-cropping direttamente in ripresa - formato universale lanciato a metà anni '90 dal consorzio Advanced Photo System, ha avuto modesta diffusione e scarsa durata commerciale, a causa del sopravvenuto boom della fotografia digitale).
  • 135: cartuccia metallica ad una sola bobina - 35 - 24x36 - 36 - (pellicola pluriperforata - formato universale lanciato negli anni '20 dalla Leica, è stato, (assieme al formato 120), il formato più diffuso e longevo, conosciuto anche come 35 mm o "piccolo formato" - Alcune fotocamere, dette "mezzoformato", erano costruite per ricavare fotogrammi verticali 24x18, consentendo il raddoppio dell'autonomia della pellicola).
  • 120: pellicola avvolta su rocchetto in plastica - 62 - 55x55 - 12 - (pellicola non perforata con carta protettiva sul dorso - formato universale conosciuto come 6x6 o "medio formato", tipico delle fotocamere professionali TLR (ad es. Rolleiflex ) o SLR (ad es. Hasselblad) - a seconda della macchina usata, poteva fornire fotogrammi 6×4,5 (55 mm × 41 mm); 6×6 (55 mm × 55 mm); 6×7 (55 mm × 65 mm); 6×8; 6×9; e i panoramici 6×12 e 6×17. Il numero di fotogrammi ottenibili dipendeva dalla lunghezza dello stesso rispetto alla lunghezza fissa della pellicola).
  • 220: pellicola avvolta su rocchetto in plastica - 62 - 55x55 -24 - (pellicola non perforata dotata solo di un nastro leader protettivo. L'eliminazione della carta protettiva su tutta la lunghezza del film, consentiva di avvolgere sullo stesso rocchetto del formato 120 una lunghezza doppia di pellicola e di inserirla nelle stesse fotocamere, ottenendo un raddoppio dell'autonomia rispetto a tutti i formati di fotogramma ottenibili dal 120).
  • 127: pellicola avvolta su rocchetto metallico - 46 - 40x40 - 12 - (pellicola non perforata, con carta protettiva recante la numerazione fotogrammi per due differenti formati "nativi", denominati 4 x 4 e 4 x 6 (misure convenzionali in cm). Nel corso degli anni sono apparse fotocamere in grado di impressionare ulteriori formati di fotogramma: 4 x 3 e 4 x 4,5. Come per gli altri formati su rullo (120 e 220), il numero di fotogrammi ottenibili dipendeva dall'estensione del fotogramma rispetto alla lunghezza fissa della pellicola.
  • Disc: pellicola piana di forma circolare - n.a. - 10x8 -15 - (contenuta in una custodia tipo floppy disk, fu lanciata da Kodak nel 1982, ma posta fuori produzione 17 anni dopo, a causa dello scarso successo riscosso sia presso gli utenti che presso i laboratori di trattamento. Veniva usata in apposite fotocamere compatte, di ridotto spessore).

Conservazione[modifica | modifica wikitesto]

La conservazione delle pellicole non esposte richiedeva temperature inferiori a 15 °C per l'uso nel medio periodo, inferiori a 0 °C per l'utilizzo nel lungo periodo, e ciò evitava il naturale degrado degli alogenuri che portavano a dominanti cromatiche o variazioni della sensibilità. Per le pellicole esposte erano sufficienti temperature inferiori a 25 °C per il medio periodo e inferiori a 10 °C per il lungo periodo, sempre con umidità compresa tra il 30% e il 50%.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le immagini latenti delle fotografie erano inizialmente impressionate utilizzando supporti di rame, vetro o metallo cosparsi di soluzioni fotosensibili di nitrato d'argento. Nel 1871, Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1 e della pellicola avvolgibile, sulla quale il materiale fotosensibile era cosparso su carta che nel 1891 fu sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica.

Produttori[modifica | modifica wikitesto]

I principali produttori di pellicole fotografiche sono:

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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