Partito Democratico (Stati Uniti d'America)

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Partito Democratico
(EN) Democratic Party
US Democratic Party Logo.svg
PresidenteTom Perez
SegretarioJason Rae
VicepresidenteKeith Ellison
StatoStati Uniti Stati Uniti
Sede430 South Capitol St. SE,
Washington D.C., 20003
Fondazione8 gennaio 1828 (190 anni fa)
IdeologiaModerna

Fazioni interne

Storica

Fazioni interne

CollocazioneModerna

Storica

Affiliazione internazionaleAlleanza Progressista[49][50]
Seggi Camera
227 / 435
 (2018)
Seggi Senato
44 / 100
 (2018)
Seggi Camere statali
2314 / 5411
 (2018)
Seggi Senati statali
809 / 1972
 (2018)
Organizzazione giovanileGiovani Democratici d'America
Iscritti44 706 349 (2017)
Colori     Blu[51]
Sito webdemocrats.org

Il Partito Democratico (in inglese: Democratic Party) è uno dei due principali partiti politici contemporanei degli Stati Uniti insieme al Partito Repubblicano. Ha come origine il Partito Democratico-Repubblicano, fondato da Thomas Jefferson, James Madison e altri influenti anti-Federalisti nel 1792. Fondato col nome moderno nel 1828 dai sostenitori di Andrew Jackson, il partito è il più antico del mondo tra quelli attivi.[52]

Dopo la spaccatura dei Democratici-Repubblicani nel 1828 si è posizionato alla destra del Partito Repubblicano nelle questioni economiche e sociali,[53] per poi spostarsi più a sinistra con il New Deal («nuovo corso») sebbene fino agli anni sessanta del Novecento molti Democratici del Sud di destra e conservatori erano ancora favorevoli alla segregazione razziale. La filosofia attivista a favore della classe lavoratrice di Franklin Delano Roosevelt chiamata liberalismo (in realtà un'unione del liberalismo sociale e del progressismo) ha infatti rappresentato gran parte del programma del partito sin dal 1932.

La coalizione del New Deal di Roosevelt controllò spesso il governo nazionale fino al 1964 e il movimento per i diritti civili degli anni sessanta lo confermò nel centro-sinistra mentre i Repubblicani si spostarono sempre più a destra, facendogli tuttavia perdere parte dei consensi negli Stati meridionali e perdendo le successive due elezioni presidenziali. A partire dagli anni novanta per provare a vincere le elezioni dopo dodici anni il partito ha approvato il programma del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton della più centrista terza via, cui anche il presidente Barack Obama ha aderito come Nuovo Democratico.

Il Partito Democratico detiene la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, conquistata nelle elezioni di metà mandato del 6 novembre 2018.

Struttura del partito[modifica | modifica wikitesto]

L'asinello Democratico

Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Democratico non ha forme di iscrizione a livello nazionale e l'unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all'atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta). Tale dichiarazione in alcuni Stati federati è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse).

A livello locale il Partito Democratico ha comunque partiti affiliati (uno per ogni Stato federato), ciascuno dei quali può prevedere forme di adesione di vario tipo, ma in generale l'appartenenza a un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. L'unico organismo centrale al vertice del partito è il Comitato nazionale democratico, che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell'operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali e può appoggiare ufficialmente la campagna elettorale di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature.

Il suo simbolo informale è l'asinello con i colori statunitensi, la cui origine è da trovarsi in una vignetta satirica del 1837 che dipingeva Andrew Jackson come un Balaam moderno sul dorso di un'asinella, insinuandolo come sciocco e ignorante. In seguito rivendicarono con orgoglio questo simbolo, che rimase popolare per oltre un secolo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito Democratico ha origine dallo storico Partito Democratico-Repubblicano (inizialmente chiamato Partito Repubblicano essendo il termine «democratico» utilizzato principalmente dai suoi avversari per accusarlo di simpatie verso la rivoluzione francese), fondato da Thomas Jefferson nel 1792. Questo partito propugnava una democrazia di piccoli proprietari terrieri indipendenti (soprattutto i nuovi pionieri dell'Ovest) e per questo avversava il potere centrale, visto come fautore degli interessi del capitale finanziario della Nuova Inghilterra, sostenuto dal Partito Federalista. Per questo il partito si fece sostenitore di una maggiore autonomia degli Stati federati rispetto alle decisioni di Washington e trovò sostegno anche presso i latifondisti schiavisti del Sud. In tal modo il partito era anche il maggiore sostenitore dello schiavismo.

Con la scomparsa del Partito Federalista negli anni successivi, il Partito Democratico-Repubblicano acquisì un vero monopolio sulla vita politica statunitense vincnedo tutte le elezioni presidenziali dal 1800 al 1824, tanto da dare vita a una sorta di regime monopartitico e per fare politica a livello nazionale era di fatto obbligatorio farne parte.

In breve tempo però comparve al suo interno una corrente erede dei Federalisti e degli interessi degli Stati del Nordest che finì col prendere il controllo del Partito Democratico-Repubblicano. La reazione degli Stati del Sud e dell'Ovest trovò il proprio capo partito in Andrew Jackson, che pose la propria candidatura autonoma alle elezioni presidenziali del 1828. Il Partito Democratico-Repubblicano si divise in due: da una parte i sostenitori di Jackson e dall'altra coloro che sostennero la candidatura di John Quincy Adams, subito indicati come Repubblicani Nazionali e che fondarono il Partito Repubblicano Nazionale, noto anche come il Partito Anti-Jacksoniano.

Le elezioni furono comunque vinte da Jackson con il 56% dei voti contro il 43,6% a favore di Adams.

Dalla nascita al contrasto Nord-Sud[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la vittoria i sostenitori di Jackson (primo fra tutti Martin Van Buren) diedero vita al moderno Partito Democratico (che assunse ufficialmente tale nome nel 1844) mentre gli sconfitti formarono il Partito Repubblicano Nazionale. I Democratici continuavano a sostenere gli interessi sia dei coltivatori indipendenti e dei nuovi Stati dell'Ovest, quanto dei ricchi latifondisti del Sud. Dall'altra parte i Repubblicani Nazionali rappresentavano il capitalismo finanziario e l'industrializzazione.

Non mancava comunque tra i Democratici una componente operaia nelle città del Nord sempre in contrasto con lo strapotere dell'alta borghesia. Peraltro lo stile di Jackson una volta rieletto presidente alle elezioni presidenziali del 1832 divenne sempre meno rispettoso di quei diritti degli Stati federati per difendere i quali il Partito Democratico era sorto, portando alcuni Democratici a unirsi ai Repubblicani Nazionali nel Partito Whig, poi confluito nel moderno Partito Repubblicano.

Negli anni successivi i due partiti si alternarono al governo mentre la questione della schiavitù creava divisioni sempre più forti, tanto che l'ala antischiavista del Nord dei Democratici provocò una scissione dando vita al Partito del Suolo Libero (in inglese: Free Soil Party).

La guerra di secessione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1854 sulle ceneri del Partito Whig nacque il moderno Partito Repubblicano con un programma apertamente e risolutamente antischiavista. Mentre il Paese marciava verso la guerra civile, i Democratici si spaccarono tra membri del Sud difensori intransigenti dell'economia schiavistica e membri del Nord non antischiavisti, ma disponibili a compromessi soprattutto sull'assetto da dare ai nuovi Stati che sarebbero nati all'Ovest.

La presenza di due diversi candidati per i Democratici (uno del Nord e uno del Sud) favorì il successo del candidato Repubblicano Abraham Lincoln alle elezioni presidenziali del 1860 che diventò presidente senza praticamente ottenere voti negli Stati del Sud. A causa del programma abolizionista del Partito Repubblicano questa divisione sfociò nella guerra di secessione americana.

Durante la guerra nel Nord il partito si divise tra pacifisti e sostenitori della guerra contro il Sud che accettarono di appoggiare Lincoln. Tra questi vi fu Andrew Johnson, che fu vicepresidente e succedette a Lincoln dopo la sua morte per assassinio nel 1865. Nell'immediato dopoguerra la vita politica degli Stati Uniti fu comunque monopolizzata dai Repubblicani, che sospesero temporaneamente dall'Unione alcuni Stati del Sud e ammisero al voto gli ex schiavi di colore, per cui il Partito Democratico fu per qualche tempo fuori gioco. Johnson accusò il Partito Repubblicano di avere dissolto l'Unione invece di restaurarla e di avere «assoggettato dieci Stati, in tempo di pace, al dispotismo militare e alla supremazia negra». Nel Sud molti membri del Partito Democratico appoggiarono le attività del Ku Klux Klan.

Quando l'occupazione militare del Sud terminò in seguito alle oscure manovre che accompagnarono le elezioni presidenziali del 1876 (vinte dal Repubblicano Rutherford Hayes) negli ex Stati Confederali, il predominio dei Democratici conservatori del Sud fu assoluto e la segregazione razziale venne nuovamente introdotta in tutti gli Stati del Sud (vedi Profondo Sud) e diversi altri.[54]

La rinascita dei Democratici[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni ottanta dell'Ottocento il partito aumentò i propri voti grazie all'apporto di gruppi eterogenei dal Sud all'Ovest fino a gruppi operai nelle città industriali del Nord, tanto che spesso era determinante nell'orientare il voto l'appartenenza religiosa in quanto i protestanti di origine britannica o nordeuropea tendevano a schierarsi per i Repubblicani, laddove i cattolici (in questo periodo soprattutto di origine irlandese) erano prevalentemente Democratici.

Alle elezioni presidenziali del 1884 per la prima volta dopo ventotto anni un Democratico ottenne la presidenza. In questo periodo la principale causa di contrasto tra i due partiti fu data dal tema del protezionismo, che i Democratici (dominati dalla loro ala più conservatrice e liberista, rappresentata da Grover Cleveland e noti come Bourbon Democrat) avversavano. Tuttavia Cleveland perse il controllo del partito nel 1896 a vantaggio dell'ala populista.

L'era Wilson[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1896 cominciò un periodo nuovo nella storia politica degli Stati Uniti in quanto la presidenza fu mantenuta ininterrottamente dal Partito Repubblicano, eccettuata l'epoca di Woodrow Wilson. In questo periodo infatti l'enorme successo dell'industrializzazione, che si espanse sempre più da Est a Ovest, favorì il Partito Repubblicano che dell'industria era sempre stato sostenitore e di conseguenza uno Stato federato come la California divenne stabilmente Repubblicano.

Proprio questa modernizzazione però favorì la vittoria di Wilson in quanto in occasione delle elezioni presidenziali del 1912 l'ala di sinistra dei Repubblicani costituì il Partito Progressista, candidando il popolare ex presidente Theodore Roosevelt, che ottenne più voti del candidato ufficiale Repubblicano.

Di conseguenza i Democratici mantenendo compatto il proprio voto riottennero la presidenza. Wilson era un conservatore che fece però passare leggi progressiste, come quella sull'antimonopolio e la riforma costituzionale che diede il voto alle donne, senza tuttavia promuovere i diritti dei neri.

Wilson è noto per la sua decisione di far partecipare gli Stati Uniti alla prima guerra mondiale e per i suoi Quattordici punti con cui proponeva una sistemazione del dopoguerra che tenesse conto del diritto di ogni popolo all'autodeterminazione. Non riuscì peraltro a convincere il Congresso ad approvare l'adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni appena costituita.

Dopo la sua seconda presidenza il predominio Repubblicano riprese alle elezioni presidenziali del 1920.

Il New Deal di Roosevelt[modifica | modifica wikitesto]

La crisi del 1929 fu l'evento epocale che trasformò completamente la vita politica statunitense e lo stesso Partito Democratico. L'elezione di Franklin Delano Roosevelt (lontano parente dell'ex presidente Theodore Roosevelt) nel 1932 e la sua politica del New Deal trasformarono i Democratici nel partito di sinistra degli Stati Uniti. L'ala più conservatrice del partito cercò di contrattaccare, ma le condizioni economiche del Paese in quegli anni rendevano popolare presso strati sociali amplissimi la politica di Roosevelt basata sull'aumento della spesa pubblica.

Dopo il 1934 Roosevelt accentuò la componente di sinistra della sua politica e da quel momento il Partito Democratico si legò definitivamente ai sindacati e a gruppi sociali svantaggiati come gli ebrei e gli stessi afroamericani che fino a quel momento votavano (se votavano) per i Repubblicani. Tuttavia nel Congresso molti Democratici più conservatori (soprattutto del Sud) finirono con l'allearsi ai Repubblicani per bloccare le riforme più coraggiose di Roosevelt. Negli Stati Uniti infatti la disciplina di partito è molto più debole che nei parlamenti europei e da allora il binomio presidente progressista e Congresso conservatore rimase una costante della politica statunitense.

È proprio dalla presidenza Roosevelt che il Partito Democratico è divenuto il partito della spesa pubblica e della protezione dei diritti civili delle minoranze, oltre che dei ceti intellettuali.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la morte di Roosevelt nel 1945 la presidenza toccò al vicepresidente Harry Truman, la cui politica anticomunista provocò la scissione di un nuovo Partito Progressista a opera dell'ex vicepresidente Henry A. Wallace che non ebbe però grande successo. Inoltre i Democratici persero le elezioni congressuali del 1946.

Nel 1948 Truman fu eletto alla presidenza nonostante la temporanea scissione dei Democratici del Sud con il Partito Democratico per i diritti degli Stati federati (i cosiddetti Dixiecrat, noti per il loro razzismo), riproponendo poi una linea politica analoga a quella di Roosevelt per quanto riguardava la politica interna, ancora una volta contrastata dal Congresso. Nel 1952 il Partito Repubblicano candidò con successo un eroe di guerra, l'ex generale Dwight Eisenhower, ma il Partito Democratico mantenne il controllo del Congresso (che i Democratici avevano riconquistato nel 1948) in un quadro di sostanziale collaborazione bipartitica.

Nel 1960 il Partito Democratico riconquistò la presidenza con John Fitzgerald Kennedy, che inaugurò una politica di fermezza, ma anche piuttosto flessibile, nei confronti dell'Unione Sovietica e di appoggio al movimento per i diritti civili all'interno, seguita ancora più decisamente dopo la sua morte in un attentato dal suo successore Lyndon B. Johnson, che nel 1964 varò la legge sui diritti civili che poneva fine alle discriminazioni razziali. In seguito Johnson approvò molte riforme sociali (la cosiddetta grande società), ma la continuazione della guerra del Vietnam gli fece perdere consensi e non si candidò per un secondo mandato.

La trasformazione del partito[modifica | modifica wikitesto]

L'avvicinamento dei neri ai Democratici era incominciato già all'epoca di Roosevelt e questo fatto portò a un progressivo abbandono del partito da parte dei Democratici del Sud, i quali però solo negli anni ottanta sarebbero passati massicciamente ai Repubblicani. In generale in questo periodo gli abitanti bianchi del Sud continuarono a votare per i Democratici nelle elezioni locali e in quelle per il Congresso (in cui molti Democratici del Sud erano conservatori), ma ad abbandonare il partito o a favore dei Repubblicani o di candidati del Sud indipendenti alle elezioni presidenziali. Il partito si spaccò però ancora più gravemente in seguito alla politica di Johnson di intervento in Vietnam, tanto da spingerlo ad abbandonare l'idea di ricandidarsi. Il candidato che avrebbe potuto ricompattare il partito, Robert Kennedy (fratello dell'ex presidente John Fitzgerald Kennedy), fu a sua volta assassinato e sostituto da Hubert Humphrey. Le elezioni presidenziali del 1968 furono quindi vinte dal Repubblicano Richard Nixon anche a causa della nuova scissione di una parte dei Democratici del Sud che diedero vita al Partito Indipendente Americano. La base elettorale del Partito Democratico si spostò sempre più verso il Nord.

Da Carter a Clinton[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni di Nixon pur avendo perso la presidenza il Partito Democratico mantenne un saldo controllo sul Congresso, dove i Democratici del Sud mantenevano la loro autonomia rispetto alla linea liberale del partito. Grazie allo scandalo Watergate che aveva funestato il secondo mandato alla presidenza di Nixon fu Jimmy Carter, un Democratico del Sud e sostenitore dei diritti civili, a divenire presidente nel 1976.

La politica di Carter fu a sostegno dei diritti civili all'interno, ma anche all'estero, dove si presentò come mediatore in numerose crisi internazionali mentre in politica economica fu di fatto l'anticipatore della linea economica più liberista di Ronald Reagan. I suoi insuccessi in politica estera (Iran e Afghanistan) favorirono però la vittoria del suo avversario Repubblicano alle elezioni presidenziali del 1980. Negli anni ottanta i Democratici persero tutte le elezioni presidenziali e molti loro elettori, in particolare appartenenti alla classe media, votarono per i Repubblicani (i cosiddetti Democratici di Regan, che continuavano a sostenere il loro partito al Congresso, dove infatti i Democratici mantennero la maggioranza).

Di fatto molti programmi di assistenza sociale furono mantenuti in vita nonostante l'abbassamento delle tasse, provocando così un forte aumento del debito pubblico. In politica estera invece la linea dei Democratici non era molto diversa da quella di Reagan, se non per lo stile meno aggressivo. È a questo punto che il partito si sposta più al centro divenendo ancora più di prima un partito pigliatutto.

L'era Clinton[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni presidenziali del 1992 dopo dodici anni di presidenza Repubblicana fu eletto Bill Clinton, un presidente Democratico che in sintonia con l'allora nuova impostazione centrista del partito contenne la spesa pubblica e sotto di lui gli Stati Uniti conobbero una delle fasi di maggiore crescita economica della loro storia mentre in politica estera scelse una linea di intervento sia diplomatico sia armato, anche in aree non considerate vitali per gli interessi del suo Paese (come in Jugoslavia). Del resto Clinton dovette fare i conti con una maggioranza Repubblicana alla Camera dei rappresentanti e al Senato mentre forze tradizionalmente Democratiche come i sindacati persero sempre più peso nel Paese.

In effetti una delle caratteristiche più evidenti nella situazione politica degli Stati Uniti in quegli anni fu un generale calo della partecipazione dei cittadini alle urne (alle elezioni presidenziali del 1996 in cui Clinton si confermò ci fu un calo del 6,2% che portò l'affluenza a meno del 50%) e un peso determinante della capacità di raccogliere fondi da parte di partiti e uomini politici, fattori che spiazzarono l'ala più a sinistra del partito.

Da Gore a Obama[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni presidenziali del 2000 i Democratici hanno candidato l'ex vicepresidente di Clinton Al Gore contro il Repubblicano George W. Bush. Gore è stato sconfitto in parte per il relativo successo del candidato dei Verdi Ralph Nader e in parte per le regole elettorali che lo hanno beffato nonostante avesse ottenuto più voti dell'avversario e che hanno provocato molte polemiche. Dopo questa sconfitta sul filo di lana il Partito Democratico ha faticato a riprendersi anche per il nuovo clima creato dagli attentati dell'11 settembre, che hanno favorito il compattarsi dell'opinione pubblica intorno al presidente Bush. Solo dopo alcuni anni i Democratici hanno fatto sentire la loro voce critica su certi aspetti della cosiddetta guerra al terrorismo di Bush, oltre che sulla politica economica, soprattutto per l'aumento della disoccupazione e il drastico peggioramento del debito pubblico. Ciononostante anche il candidato alle elezioni presidenziali del 2004 John Kerry è stato battuto.

Alle elezioni di metà mandato del 2006 il Partito Democratico conquistò 229 seggi alla Camera, guadagnandone 29 e riprendendone il controllo dopo dodici anni. Nancy Pelosi divenne il presidente della Camera nel gennaio 2007 (Pelosi fu la prima donna e il primo politico italo-americano a ricoprire tale carica, terza nella linea di successione presidenziale). Anche al Senato il Partito Democratico divenne il partito di maggioranza guadagnando sei seggi per un totale di 49 seggi in mano ai Democratici, come quelli controllati dal Partito Repubblicano, più due senatori indipendenti, ovvero Joseph Lieberman (eletto nella lista Connecticut for Lieberman dopo aver perduto la candidatura a causa delle sue posizioni moderate e vicine all'amministrazione Bush) del Connecticut e l'indipendente di sinistra Bernie Sanders del Vermont, entrambi partecipanti alle riunioni del Partito Democratico.

A determinare il successo del Partito Democratico fu anche la decisione del partito di presentare candidati con idee conservatrici nei seggi fino ad allora controllati da Repubblicani. Nel 2006 il partito riprese la maggioranza delle cariche di governatore (in 28 Stati federati su 50). Il gruppo Democratico alla Camera elesse come presidente di maggioranza Steny Hoyer (carica a cui era anche candidato John Murtha, appoggiato da Nancy Pelosi e favorevole a un ritiro immediato dall'Iraq, ma che era stato coinvolto in un affare di corruzione negli anni ottanta). Al Senato il presidente della maggioranza fino al gennaio 2015 fu Harry Reid, primo mormone a raggiungere tale carica. Alle elezioni presidenziali del 2008 i Democratici nel convegno nazionale candidarono Barack Obama, il quale vinse contro il Repubblicano John McCain nel 2008 e contro Mitt Romney alle elezioni presidenziali del 2012.

A causa dell'impopolarità della riforma sanitaria (rinominata Obamacare dai Repubblicani) e di altre contestate misure economiche prese dell'amministrazione Obama i Democratici persero la maggioranza alla Camera nelle elezioni di metà mandato del 2010, pur mantenendo quella del Senato. La situazione rimase pressoché simile anche nelle elezioni congressuali del 2012, ma nelle elezioni di metà mandato del 2014 i Repubblicani conquistarono anche il Senato mentre ai Democratici rimasero 44 senatori più due indipendenti. Nell'autunno del 2015 dopo sette anni di presidenza Obama le sconfitte a livello statale e federale per i Democratici sono state molto ingenti e in termini numerici dal 2009 includono 12 seggi di governatori persi, 69 seggi alla Camera, 14 seggi al Senato e 910 seggi persi alle legislature statali. Alle elezioni presidenziali del 2016 il duo Democratico Hillary Clinton-Tim Kaine è stato sconfitto dalla coppia presidenziale Repubblicana Donald Trump-Mike Pence per 232 grandi elettori a 306, pur prevalendo nel voto popolare (situazione analoga alle elezioni del 2000 dove Gore perse contro Bush). A seguito di questo risultato i Democratici si sono ritrovati per la prima volta in dodici anni (dal 2004) fuori della Casa Bianca e in minoranza in entrambi i rami del Congresso. Inoltre a livello dei singoli Stati federati il Partito Democratico ha perso i governi di Missouri, New Hampshire e Vermont, pur riuscendo a conquistare la Carolina del Nord. Nelle elezioni di metà mandato del 2018 i Democratici hanno riconquistato il controllo della Camera dopo otto anni, oltre a sette governatorati di diversi Stati federati.

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

Originariamente il partito si trovava alla destra di quello Repubblicano, promuovendo ideologie conservatrici (vedi tradizionalismo) e avanzando idee come il bimetallismo, la democrazia jacksoniana e i diritti degli Stati federati, oltre al liberalismo (nel senso classico del termine) su cui gli Stati Uniti furono fondati. È a partire dai primi decenni del Novecento che l'ideologia principale dei Democratici si è spostata verso quella odierna, ossia un liberalismo che unisce il liberalismo sociale e il progressismo. Ciononostante rimangono comunque correnti interne più conservatrici e centriste come la terza via, oltre a libertariani (geolibertariani e libertariani di sinistra), populisti di sinistra e socialdemocratici.

Correnti interne[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Correnti del Partito Democratico (Stati Uniti d'America).
  • Democratici progressisti (progressive Democrats) e liberali (liberals): sono l'ala sinistra del Partito Democratico, eredi della nuova sinistra e del liberalismo sociale. Molti di loro sono i cosiddetti liberali statunitensi, che tendono a unire la cultura socioliberale e quella progressista. Si battono per i diritti civili, la legalizzazione dell'aborto, il pluralismo culturale e i matrimoni gay. Prediligono inoltre la diplomazia al fine di evitare conflitti armati e rappresentano la maggioranza del partito. Uno storico esponente fu Ted Kennedy.
  • Democratici libertariani (libertarian Democrats): rappresentano la parte libertariana del partito e si professano liberisti in campo economico e libertari in campo sociale, dato che si battono come i progressisti per i diritti civili, ma anche per la legalizzazione delle droghe leggere. A livello individuale sono prettamente liberali e propugnano una visione laica dello Stato con la separazione di questo dalla Chiesa.
  • Democratici moderati (moderate Democrats): sono i cosiddetti centristi (centrists) o Nuovi Democratici (New Democrats), in quanto si rifanno al centrismo e alla terza via. Tra questi vi sono importanti personaggi quali i presidenti Bill Clinton e Barack Obama.
  • Democratici conservatori (conservative Democrats): rappresentano la destra del partito, eredi delle posizione di conservatorismo sociale. Durante gli anni si sono spostati verso posizioni più liberali e vengono perciò etichettati come centristi quando comparati con i conservatori Repubblicani, ma decisamente conservatori se paragonati ai Democratici liberali o progressisti.

Il Comitato nazionale democratico[modifica | modifica wikitesto]

Il Comitato nazionale democratico (Democratic National Committee) è l'organo politico di direzione. È responsabile dello sviluppo e della promozione della piattaforma programmatica, coordina la raccolta fondi e la strategia elettorale e organizza il comitato nazionale.

Presidenti del comitato nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Tom Perez, presidente in carica del Comitato nazionale democratico
Nome Periodo Stato
Benjamin F. Hallett 1848–1852 Massachusetts
Robert Milligan McLane 1852–1856 Maryland
David Allen Smalley 1856–1860 Vermont
August Belmont 1860–1872 New York
Augustus Schell 1872–1876 New York
Abram Stevens Hewitt 1876–1877 New York
William H. Barnum 1877–1889 Connecticut
Calvin Stewart Brice 1889–1892 Ohio
William F. Harrity 1892–1896 Pennsylvania
James K. Jones 1896–1904 Arkansas
Thomas Taggart 1904–1908 Indiana
Norman E. Mack 1908–1912 New York
William F. McCombs 1912–1916 New York
Vance C. McCormick 1916–1919 Pennsylvania
Homer Stille Cummings 1919–1920 Connecticut
George White 1920–1921 Ohio
Cordell Hull 1921–1924 Tennessee
Clem L. Shaver 1924–1928 Virginia Occidentale
John J. Raskob 1928–1932 New York
James A. Farley 1932–1940 New York
Edward J. Flynn 1940–1943 New York
Frank C. Walker 1943–1944 Pennsylvania
Robert E. Hannegan 1944–1947 Missouri
James Howard McGrath 1947–1949 Rhode Island
William M. Boyle 1949–1951 Missouri
Frank E. McKinney 1951–1952 Indiana
Stephen Mitchell 1952–1955 Illinois
Paul M. Butler 1955–1960 Indiana
Henry M. Jackson 1960–1961 Washington
John Moran Bailey 1961–1968 Connecticut
Larry O'Brien 1968–1969 Massachusetts
Fred R. Harris 1969–1970 Oklahoma
Larry O'Brien 1970–1972 Massachusetts
Jean Westwood 1972 Utah
Robert S. Strauss 1972–1977 Texas
Kenneth M. Curtis 1977–1978 Maine
John C. White 1978–1981 Texas
Charles T. Manatt 1981–1985 California
Paul G. Kirk 1985–1989 Massachusetts
Ron Brown 1989–1993 New York
David Wilhelm 1993–1994 Ohio
Debra DeLee 1994–1995 Massachusetts
Chris. Dodd 1995–1997 Connecticut
Donald Fowler 1995–1997 Carolina del Sud
Roy Romer 1997–1999 Colorado
Steven Grossman 1997–1999 Massachusetts
Ed Rendell 1999–2001 Pennsylvania
Joseph Andrew 1999–2001 Indiana
Terry McAuliffe 2001–2005 Virginia
Howard Dean 2005–2009 Vermont
Tim Kaine 2009–2011 Virginia
Debbie Wasserman Schultz 2011–2016 Florida[55]
Donna Brazile 2016–2017 Louisiana
Tom Perez 2017–in carica Maryland

Storia elettorale[modifica | modifica wikitesto]

Nelle elezioni congressuali[modifica | modifica wikitesto]

Camera dei rappresentanti Presidente Senato
Anno Seggi +/– Seggi +/– Anno
1950
235 / 435
Red Arrow Down.svg 28 Harry Truman
49 / 96
Red Arrow Down.svg 5 1950
1952
213 / 435
Red Arrow Down.svg 22 Dwight D. Eisenhower
47 / 96
Red Arrow Down.svg 2 1952
1954
232 / 435
Green Arrow Up.svg 19
49 / 96
Green Arrow Up.svg 2 1954
1956
234 / 435
Green Arrow Up.svg 2
49 / 96
Straight Line Steady.svg 0 1956
1958
283 / 435
Green Arrow Up.svg 49
64 / 98
Green Arrow Up.svg 15 1958
1960
262 / 435
Red Arrow Down.svg 21 John Fitzgerald Kennedy
64 / 100
Straight Line Steady.svg 0 1960
1962
258 / 435
Red Arrow Down.svg 4
66 / 100
Green Arrow Up.svg 2 1962
1964
295 / 435
Green Arrow Up.svg 37 Lyndon B. Johnson
68 / 100
Green Arrow Up.svg 2 1964
1966
248 / 435
Red Arrow Down.svg 47
64 / 100
Red Arrow Down.svg 4 1966
1968
243 / 435
Red Arrow Down.svg 5 Richard Nixon
57 / 100
Red Arrow Down.svg 7 1968
1970
255 / 435
Green Arrow Up.svg 12
54 / 100
Red Arrow Down.svg 3 1970
1972
242 / 435
Red Arrow Down.svg 13
56 / 100
Green Arrow Up.svg 2 1972
1974
291 / 435
Green Arrow Up.svg 49 Gerald Ford
60 / 100
Green Arrow Up.svg 4 1974
1976
292 / 435
Green Arrow Up.svg 1 Jimmy Carter
61 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1976
1978
277 / 435
Red Arrow Down.svg 15
58 / 100
Red Arrow Down.svg 3 1978
1980
243 / 435
Red Arrow Down.svg 34 Ronald Reagan
46 / 100
Red Arrow Down.svg 12 1980
1982
269 / 435
Green Arrow Up.svg 26
46 / 100
Straight Line Steady.svg 0 1982
1984
253 / 435
Red Arrow Down.svg 16
47 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1984
1986
258 / 435
Green Arrow Up.svg 5
55 / 100
Green Arrow Up.svg 7 1986
1988
260 / 435
Green Arrow Up.svg 2 George H. W. Bush
55 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1988
1990
267 / 435
Green Arrow Up.svg 7
56 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1990
1992
258 / 435
Red Arrow Down.svg 9 Bill Clinton
57 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1992
1994
204 / 435
Red Arrow Down.svg 54
48 / 100
Red Arrow Down.svg 9 1994
1996
206 / 435
Green Arrow Up.svg 2
45 / 100
Red Arrow Down.svg 3 1996
1998
211 / 435
Green Arrow Up.svg 5
45 / 100
Straight Line Steady.svg 0 1998
2000
212 / 435
Green Arrow Up.svg 1 George W. Bush
50 / 100
Green Arrow Up.svg 5[56] 2000
2002
204 / 435
Red Arrow Down.svg 8
49 / 100
Red Arrow Down.svg 1 2002
2004
202 / 435
Red Arrow Down.svg 2
45 / 100
Red Arrow Down.svg 4 2004
2006
233 / 435
Green Arrow Up.svg 31
49 / 100
Green Arrow Up.svg 4[57] 2006
2008
257 / 435
Green Arrow Up.svg 24 Barack Obama
57 / 100
Green Arrow Up.svg 8[57] 2008
2010
193 / 435
Red Arrow Down.svg 64
51 / 100
Red Arrow Down.svg 6[57] 2010
2012
201 / 435
Green Arrow Up.svg 8
53 / 100
Green Arrow Up.svg 2[57] 2012
2014
188 / 435
Red Arrow Down.svg 13
44 / 100
Red Arrow Down.svg 9[57] 2014
2016
194 / 435
Green Arrow Up.svg 6 Donald Trump
46 / 100
Green Arrow Up.svg 2[57] 2016
2018
227 / 435
Green Arrow Up.svg 33 Donald Trump
44 / 100
Red Arrow Down.svg 2[57] 2018

Nelle elezioni presidenziali[modifica | modifica wikitesto]

Anno Candidato Voti % Voti elettorali % +/– Risultato
1828 Andrew Jackson 642 553 55,97
178 / 261
68,20 Green Arrow Up.svg 178 Vittoria
1832 Andrew Jackson 701 780 54,23
219 / 286
76,57 Green Arrow Up.svg 41 Vittoria
1836 Martin Van Buren 764 176 50,83
170 / 294
57,82 Red Arrow Down.svg 49 Vittoria
1840 Martin Van Buren 1 128 854 46,81
60 / 294
46,81 Red Arrow Down.svg 110 Sconfitta
1844 James Knox Polk 1 339 494 49,54
170 / 275
61,81 Green Arrow Up.svg 110 Vittoria
1848 Lewis Cass 1 223 460 42,49
127 / 290
43,79 Red Arrow Down.svg 43 Sconfitta
1852 Franklin Pierce 1 607 510 50,84
254 / 296
85,81 Green Arrow Up.svg 127 Vittoria
1856 James Buchanan 1 836 072 45,28
174 / 296
58,78 Red Arrow Down.svg 80 Vittoria
1860 Stephen A. Douglas 1 380 202 29,46
12 / 303
29,46 Red Arrow Down.svg 162 Sconfitta
1864 George McClellan 1 812 807 44,95
21 / 233
8,93 Green Arrow Up.svg 9 Sconfitta
1868 Horatio Seymour 2 706 829 47,34
80 / 294
27,21 Green Arrow Up.svg 59 Sconfitta
1872 Horace Greeley[58] 2 834 761 43,78
169 / 352
18,75 Red Arrow Down.svg 11 Sconfitta
1876 Samuel Tilden 4 286 808 50,92
184 / 369
49,86 Green Arrow Up.svg 115 Sconfitta[59]
1880 Winfield Scott Hancock 4 444 976 48,21
155 / 369
42,01 Red Arrow Down.svg 29 Sconfitta
1884 Grover Cleveland 4 914 482 48,85
219 / 401
54,61 Green Arrow Up.svg 64 Vittoria
1888 Grover Cleveland 5 534 488 48,63
168 / 401
41,90 Red Arrow Down.svg 51 Sconfitta[60]
1892 Grover Cleveland 5 556 918 46,02
277 / 444
62,39 Green Arrow Up.svg 109 Vittoria
1896 William Jennings Bryan 6 509 052 46,71
176 / 447
39,37 Red Arrow Down.svg 101 Sconfitta
1900 William Jennings Bryan 6 370 932 45,52
155 / 447
34,68 Red Arrow Down.svg 21 Sconfitta
1904 Alton Brooks Parker 5 083 880 37,59
140 / 476
29,41 Red Arrow Down.svg 15 Sconfitta
1908 William Jennings Bryan 6 408 984 43,04
162 / 483
33,54 Green Arrow Up.svg 22 Sconfitta
1912 Woodrow Wilson 6 296 284 41,84
435 / 531
81,92 Green Arrow Up.svg 273 Vittoria
1916 Woodrow Wilson 9 126 868 49,24
277 / 531
52,17 Red Arrow Down.svg 158 Vittoria
1920 James Cox 9 139 661 34,15
127 / 531
23,92 Red Arrow Down.svg 150 Sconfitta
1924 John W. Davis 8 386 242 28,82
136 / 531
25,61 Green Arrow Up.svg 9 Sconfitta
1928 Al Smith 15 015 464 40,80
87 / 531
16,38 Red Arrow Down.svg 49 Sconfitta
1932 Franklin Delano Roosevelt 22 821 277 57,41
472 / 531
88,89 Green Arrow Up.svg 385 Vittoria
1936 Franklin Delano Roosevelt 27 747 636 60,80
523 / 531
98,49 Green Arrow Up.svg 51 Vittoria
1940 Franklin Delano Roosevelt 27 313 945 54,74
449 / 531
84,56 Red Arrow Down.svg 74 Vittoria
1944 Franklin Delano Roosevelt 25 612 916 53,39
432 / 531
81,36 Red Arrow Down.svg 17 Vittoria
1948 Harry Truman 24 179 347 49,55
303 / 531
57,06 Red Arrow Down.svg 129 Vittoria
1952 Adlai Stevenson II 27 375 090 44,33
89 / 531
16,76 Red Arrow Down.svg 214 Sconfitta
1956 Adlai Stevenson II 26 028 028 41,97
73 / 531
13,75 Red Arrow Down.svg 16 Sconfitta
1960 John Fitzgerald Kennedy 34 220 984 49,72
303 / 537
56,42 Green Arrow Up.svg 230 Vittoria
1964 Lyndon B. Johnson 43 127 041 61,05
486 / 538
90,33 Green Arrow Up.svg 183 Vittoria
1968 Hubert Humphrey 31 271 839 42,72
191 / 538
35,50 Red Arrow Down.svg 295 Sconfitta
1972 George McGovern 29 173 222 37,52
17 / 538
3,16 Red Arrow Down.svg 174 Sconfitta
1976 Jimmy Carter 40 831 881 50,08
297 / 538
55,20 Green Arrow Up.svg 280 Vittoria
1980 Jimmy Carter 35 480 115 41,01
49 / 538
9,11 Red Arrow Down.svg 248 Sconfitta
1984 Walter Mondale 37 577 352 40,56
13 / 538
2,42 Red Arrow Down.svg 36 Sconfitta
1988 Michael Dukakis 41 809 074 45,65
111 / 538
20,63 Green Arrow Up.svg 98 Sconfitta
1992 Bill Clinton 44 909 806 43,01
370 / 538
68,77 Green Arrow Up.svg 259 Vittoria
1996 Bill Clinton 47 401 185 49,24
379 / 538
70,45 Green Arrow Up.svg 9 Vittoria
2000 Al Gore 50 999 897 48,38
266 / 538
49,44 Red Arrow Down.svg 113 Sconfitta[61]
2004 John Kerry 59 028 444 48,27
251 / 538
46,65 Red Arrow Down.svg 15 Sconfitta
2008 Barack Obama 69 498 516 52,93
365 / 538
67,84 Green Arrow Up.svg 114 Vittoria
2012 Barack Obama 65 915 795 51,06
332 / 538
61,71 Red Arrow Down.svg 33 Vittoria
2016 Hillary Clinton 65 844 610 48,18
227 / 538
42,19 Red Arrow Down.svg 105 Sconfitta[62]

Membri del Partito Democratico presidenti degli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

  1. Andrew Jackson (1829–1837)
  2. Martin Van Buren (1837–1841)
  3. James Knox Polk (1845–1849)
  4. Franklin Pierce (1853–1857)
  5. James Buchanan (1857–1861)
  6. Grover Cleveland (1885–1889)
  7. Grover Cleveland (1893–1897)
  8. Woodrow Wilson (1913–1921)
  9. Franklin Delano Roosevelt (1933–1945)
  10. Harry Truman (1945–1953)
  11. John Fitzgerald Kennedy (1961–1963)
  12. Lyndon B. Johnson (1963–1969)
  13. Jimmy Carter (1977–1981)
  14. Bill Clinton (1993–2001)
  15. Barack Obama (2009–2017)

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Ellen Grigsby, Analyzing Politics: An Introduction to Political Science, Cengage Learning, 2008, pp. 106–107, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the United States, the Democratic Party represents itself as the liberal alternative to the Republicans, but its liberalism is for the most the later version of liberalism—modern liberalism». «Negli Stati Uniti il Partito Democratico si presenta come un'alternativa liberale ai Repubblicani, ma il suo liberalismo è per la maggior parte la versione successiva del liberalismo: il liberalismo moderno».
  2. ^ (EN) N. Scott Arnold, Imposing Values: An Essay on Liberalism and Regulation, Oxford University Press, 2009, ISBN 0-495-50112-3.
  3. ^ (EN) President Obama, the Democratic Party, and Socialism: A Political Science Perspective, The Huffington Post, 29 giugno 2012. URL consultato il 9 gennaio 2015.
  4. ^ a b (EN) John Hale, The Making of the New Democrats, New York City, Political Science Quarterly, 1995, p. 229.
    «[...] Democrats in Congress are roughly split into liberal and centrist wings». «Nel Congresso i Democratici sono divisi approssimativamente in ali liberali e centriste».
  5. ^ (EN) Paul Starr, Center-Left Liberalism, Princeton University, 2012. URL consultato il 9 giugno 2014.
  6. ^ (EN) Shaila Dewan e Anne E. Kornblut, In Key House Races, Democrats Run to the Right, in The New York Times, 30 ottobre 2006. URL consultato il 28 gennaio 2017.
  7. ^ (EN) Susan Davis, U.S. House has fewer moderate Democrats, in USA Today, 2 febbraio 2012. URL consultato il 23 luglio 2014.
  8. ^ (EN) Aaron Blake, Why the Blue Dogs' decline was inevitable, in The Washington Post, 25 aprile 2012. URL consultato il 23 febbraio 2016.
  9. ^ (EN) Bob Benenson e David R. Tarr, Elections A to Z, SAGE Publishing, 3 luglio 2012. URL consultato il 14 agosto 2014.
  10. ^ (EN) Paul Kane, Blue Dog Democrats, whittled down in number, are trying to regroup, in The Washington Post, 15 gennaio 2013. URL consultato il 23 luglio 2014.
  11. ^ (EN) Russell Newquist, Trump Has Captured the Blue Dog Vote, su russelnewquist, 17 febbraio 2016. URL consultato l'8 novembre 2018.
  12. ^ (EN) Terry Michael, Reclaiming our Jeffersonian liberal heritage, with a back to the future re-branding of the Democratic Party, su terrymichael.net, 4 luglio 2006. URL consultato il 22 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 21 luglio 2011).
  13. ^ (EN) Freedom Democrats, su democraticfreedomcaucus.org, Democratic Freedom Caucus. URL consultato il 22 giugno 2011.
  14. ^ (EN) Another approach: The Democratic Freedom Caucus, su freeliberal.com, Free Liberal, 14 aprile 2005. URL consultato il 22 giugno 2011.
  15. ^ (EN) The Progressive Promise, su cpc-grijalva.house.gov. URL consultato l'8 novembre 2018.
  16. ^ (EN) Molly Ball, The Battle Within the Democratic Party, in The Atlantic, 23 dicembre 2013. URL consultato il 28 gennaio 2017.
  17. ^ (EN) Vinson Cunningham, Will Keith Ellison Move the Democrats Left?, in The New Yorker, Condé Nast, 19 febbraio 2017. URL consultato il 14 marzo 2018.
  18. ^ (EN) Amitai Etzioni, The Left's Unpopular Populism, in The Atlantic, 8 gennaio 2015. URL consultato l'8 novembre 2018.
  19. ^ (EN) Zachary A. Goldfarb, Politics More liberal, populist movement emerging in Democratic Party ahead of 2016 elections, in The Washington Post, 30 novembre 2013. URL consultato l'8 novembre 2018.
  20. ^ (EN) Waleed Shahid, America in Populist Times: An Interview With Chantal Mouffe, in The Nation, 15 dicembre 2013. URL consultato l'8 novembre 2018.
  21. ^ (EN) Ira Katznelson, Considerations on Social Democracy in the United States, in Comparative Politics, 1978, p. 77.
    «In complementary fashion, the American Left (with politics ranging from the liberal wing of the Democratic party leftward) has rather consistently aspired to make American politics receptive to the proposals and practices of European social democrats». «In modo complementare la sinistra statunitense (con una politica che va dall'ala liberale del Partito Democratico più di sinistra) ha aspirato piuttosto costantemente a rendere la politica statunitense ricettiva alle proposte e alle pratiche dei socialdemocratici europei».
  22. ^ a b (EN) Jonah Levy, The State After Statism: New State Activities in the Age of Liberalization, Florence, Harvard University Press, 2006, p. 198, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the corporate governance area, the center-left repositioned itself to press for reform. The Democratic Party in the United States used the postbubble scandals and the collapse of share prices to attack the Republican Party[.] [...] Corporate governance reform fit surprisingly well within the contours of the center-left ideology. The Democratic Party and the SPD have both been committed to the development of the regulatory state as a counterweight to managerial authority, corporate power, and market failure». «Nell'area del governo societario il centro-sinistra si è riposizionato per premere per la riforma. Negli Stati Uniti il Partito Democratico ha usato gli scandali successivi alla bolla finanziaria e il crollo dei prezzi delle azioni per attaccare il Partito Repubblicano. La riforma del governo societario si adatta sorprendentemente bene ai contorni dell'ideologia di centro-sinistra. Il Partito Democratico e l'SPD [il Partito Socialdemocratico di Germania] sono stati entrambi impegnati nello sviluppo dello Stato regolatorio come contrappeso all'autorità manageriale, al potere aziendale e al fallimento del mercato».
  23. ^ Syed Ali Raza, Social Democratic System, Global Peace Trust, 2012, p. 91.
  24. ^ (EN) Josh Delk, Clinton: Being a capitalist 'probably' hurt me with Dem voters, in The Hill, 2 maggio 2018. URL consultato il 4 maggio 2018.
  25. ^ (EN) Gabriel Debebedetti, Poll: Majority of Democrats say socialism has 'positive impact', in Politico, 22 febbraio 2016. URL consultato il 4 maggio 2018.
  26. ^ (EN) Democrats more divided on socialism, YouGov, 28 gennaio 2016. URL consultato il 4 maggio 2018.
  27. ^ (EN) Tim Marcin, Democrats Want a Socialist to Lead Their Party More Than a Capitalist, in Newsweek, 28 giugno 2017. URL consultato il 4 maggio 2018.
  28. ^ (EN) About the Third Way, Democratic Leadership Council, 1º giugno 1998.
  29. ^ (EN) What Third Way? Clinton, New Democrats, and Social Policy Reform (PDF), 2002. URL consultato l'8 novembre 2018.
  30. ^ (EN) John Hood, Meet the New House Centrists, in National Review, 6 dicembre 2006. URL consultato l'8 novembre 2018.
  31. ^ (EN) Niall Stanage, Centrist Dems ready strike against Warren wing, in The Hill, 2 marzo 2015. URL consultato l'8 novembre 2018.
  32. ^ (EN) Alex Brown, United House Democrats Return to Squabbling Ways, in The Atlantic, 4 marzo 2015. URL consultato l'8 novembre 2018.
  33. ^ (EN) Molly Ball, The Battle Within the Democratic Party, in The Atlantic, 28 gennaio 2017. URL consultato il 18 novembre 2018.
  34. ^ (EN) Karl Rove, 1896, William McKinley Defeats William Jennings Bryan: The Gold Standard vs. Bimetallism – Guest Essayist: Karl Rove, Constituting America, 27 aprile 2016. URL consultato il 7 gennaio 2018.
  35. ^ a b c (EN) Roger Chapman, Culture Wars: An Encyclopedia, 2010, p. 136.
  36. ^ a b c (EN) Arthur M. Schlesinger Jr., The Age of Jackson, Little Brown, 1953.
  37. ^ (EN) Peter Baker, Jackson and Trump: How Two Populist Presidents Compare, in The New York Times, 15 marzo 2017. URL consultato il 29 giugno 2018.
  38. ^ (EN) Mary Kate Blaine, Rise of the Populists and William Jennings Bryan, su gilderlehrman.org. URL consultato il 29 giugno 2018.
  39. ^ (EN) Peter Feuerherd, Huey Long: A Fiery Populist Who Wanted to Share the Wealth, JSTOR, 15 settembre 2017. URL consultato il 29 giugno 2018.
  40. ^ John D. Buenker, John C. Boosham e Robert M. Crunden, Progressivism (1986).
  41. ^ Alabama Bourbons, Encyclopedia of Alabama.
  42. ^ Ohio Copperhead History, Ohio History Central.
  43. ^ Scott E. Buchanan, Dixiecrats, New Georgia Encyclopedia.
  44. ^ Jean H. Baker, Affairs of Party: Political Culture of Northern Democrats in the Mid-nineteenth Century, p. 152, 1983.
  45. ^ (EN) Arnold N. Scott, Imposing Values: Liberalism and Regulation, Oxford University Press, 7 aprile 2011, ISBN 978-0-19-970529-0. URL consultato il 27 novembre 2015.
    «[...] the left-of-center in the traditional political spectrum [...] is represented by the Democratic Party in the United States». «Il centro-sinistra del tradizionale spettro politico negli Stati Uniti è rappresentato dal Partito Democratico».
  46. ^ (EN) Carol Doherty, 7 things to know about polarization in America, Pew Research Center, 12 giugno 2014. URL consultato il 13 novembre 2015.
  47. ^ (EN) Peter Wehner, Have Democrats Pulled Too Far Left?, in The New York Times, 27 maggio 2015. URL consultato il 13 novembre 2015.
  48. ^ Collocazione storica: Fonti: (EN) Arthur M. Schlesinger Jr., The Age of Jackson, Little Brown, 1953. (EN) Theodore Caplow, Howard M. Bahr, Bruce A. Chadwick e John Modell, Recent Social Trends in the United States, 1960–1990, McGill-Queen's Press, 1994, p. 337. (EN) John Hale, The Making of the New Democrats, New York City, Political Science Quarterly, 1995, p. 229.
    «[...] Democrats in Congress are roughly split into liberal and centrist wings». «I Democratici nel Congresso sono divisi approssimativamente in ali liberali e centriste».
    (EN) Shaila Dewan e Anne E. Kornblut, In Key House Races, Democrats Run to the Right, in The New York Times, 30 ottobre 2006. URL consultato il 28 gennaio 2017. (EN) Roger Chapman, Culture Wars: An Encyclopedia, 2010, p. 136. (EN) Alan Abramowitz, Partisan Polarization and the Rise of the Tea Party Movement (PDF), Department of Political Science Emory University, 2011. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) Molly Ball, The Battle Within the Democratic Party, in The Atlantic, 23 dicembre 2013. URL consultato il 6 novembre 2018. (EN) Andrew Gelman, The Twentieth-Century Reversal: How Did the Republican States Switch to the Democrats and Vice Versa? (PDF), American Statistical Association, 2014. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) Matt Grossman e David Hopkins, The Ideological Right vs. The Group Benefist Left: Asymmetric Politics in America (PDF), Università statale del Michigan, 2014. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) James A. Haught, How Democrats and Republicans switched beliefs, in Houston Chronicle, 15 settembre 2016. URL consultato l'11 novembre 2018.
  49. ^ (EN) Parties & Organisations, Alleanza Progressista. URL consultato il 6 novembre 2018.
  50. ^ (EN) Expected Participants, Alleanza Progressista, 9 marzo 2017. URL consultato il 6 novembre 2018.
  51. ^ Altri tipi di colore blu includono uno più scuro che viene usato nelle mappe elettorali come questa o quest'altra e uno più chiaro, ma comunque più scuro del colore ufficiale del partito, usato in altre mappe elettorali come questa.
  52. ^ (EN) Witcover, cap. 1, p. 3, 2003.
  53. ^ (EN) Kenneth Janda, Jeffrey Berry, Jerry Goldman, The Challenge of Democracy: American Government in Global Politics, Cengage Learning, 2011.
  54. ^ (EN) Bruce Bartlett, Wrong on Race, Palgrave Macmillan, 2008.
  55. ^ (EN) Breaking News: Debbie Wasserman Schultz Elected DNC Chair, su Democrats.org (archiviato il 2 agosto 2013).
  56. ^ Il vicepresidente degli Stati Uniti e presidente del Senato Dick Cheney aveva il voto decisivo, dando di fatto ai Repubblicani una maggioranza.
  57. ^ a b c d e f g Non sono inclusi due indipendenti che si riuniscono con i Democratici.
  58. ^ Il Partito Democratico non presentò alcuna candidatura e sostenne Greeley della fazione liberale dei Repubblicani così da impedire la vittoria del più radicale Repubblicano Ulysses S. Grant, tentativo rivelatosi vano.
  59. ^ Sebbene Tilden avesse vinto la maggioranza del voto popolare, il Repubblicano Rutherford Hayes vinse la maggioranza di voti del collegio elettorale.
  60. ^ Sebbene Cleveland avesse vinto la maggioranza del voto popolare, il Repubblicano Benjamin Harrison vinse la maggioranza di voti del collegio elettorale.
  61. ^ Sebbene Gore avesse vinto la maggioranza del voto popolare, il Repubblicano George W. Bush vinse la maggioranza di voti del collegio elettorale.
  62. ^ Sebbene Clinton avesse vinto la maggioranza del voto popolare, il Repubblicano Donald Trump vinse la maggioranza di voti del collegio elettorale.

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