Parthènope

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Parthenope (storia))

1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia di Napoli.

Parthenope
Nome originale Παρθενωπη
Cronologia
Fondazione VIII secolo a.C. (intorno al 740 a.C, poco dopo la fondazione di Cuma)
Rifondazione VI secolo a.C. col nome di Neapolis, dopo la battaglia di Aricia nel 520-507 a.C.
Localizzazione
Stato attuale Italia Italia
Località Napoli
Coordinate 40°50′N 14°15′E / 40.833333°N 14.25°E40.833333; 14.25Coordinate: 40°50′N 14°15′E / 40.833333°N 14.25°E40.833333; 14.25
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Parthenope
Parthenope
Topografia antica dell'area

Parthènope (in greco antico: Παρθενωπη)[1] era una città della Magna Grecia situata lungo la costa occidentale del mar Tirreno, tra il Vesuvio e l'area vulcanica dei Campi Flegrei. Venne rifondata come Neapolis alla fine del VI secolo a.C.[2][3]

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome Partenope, che significa “verginale”, fu scelto per identificare una delle sirene che erano adorate nella Magna Grecia. Una di queste, in particolare, era venerata presso Sorrento alla “Punta Campanella” dove si ergono dal mare tre scogli isolati, “Li Galli”, che simboleggiavano il terrore dei naviganti, in quanto spesso causa di naufragi, tanto da essere soprannominati sirenussai[4]. Secondo Norman Douglas il sacello sireneo sarebbe insito nel nome della città di Massa Lubrense delubrum che significa “i beni del tempio”[5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio dove sorse questa colonia greca, fu abitato fin dall'epoca preistorica e protostorica. Tracce di frequentazione neolitica, come Serra d'Alto, sono state rinvenute in piazza Santa Maria degli Angeli (cioè tra l'acropoli e la necropoli di Parthenope, la parte interna - opposta al mare - della collina di Pizzofalcone[6]), ove è noto anche un interessante livello dell'Eneolitico Antico e un altro del Bronzo Antico\Medio; l'Enolitico Medio, tipo Gaudo, è noto più all'interno dai vecchi rinvenimenti di Materdei, mentre il Bronzo Medio Iniziale è presente fuori dal territorio di Parthenope, a piazzale Tecchio[7], che si può considerare l'inizio dell'area flegrea (e anche in altri siti minori). Infine il Bronzo Finale è noto da rinvenimenti archeologici nell'area più a valle, presso l'attuale area costiera del porto[8].

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

La città di Parthenope ebbe la sua fondazione ad opera dei Cumani[2].

I reperti archeologici[3][9] fanno risalire il periodo di fondazione al terzo quarto dell'VIII secolo a.C.[6][10], coevo dunque alla fondazione di Cuma.

L'insediamento, sorto in posizione particolarmente favorevole su di uno sperone roccioso circondato su tre lati dal mare, nacque probabilmente[3] in una logica di approdi e capisaldi cumani (epineion).[3] Esso permetteva un controllo diretto ed efficiente di tutti quei traffici via mare, in maniera particolare di quelle rotte tirreniche in direzione degli empori minerari toscani e laziali. Parthenope, oltremodo, consentiva anche un approdo protetto e ben fornito per tutte quelle navi che facevano rotta per l'Iberia, la Sardegna e le Baleari.[11]

A valle, nell'attuale piazza del Municipio, era situato il porto: locazione che rimarrà invariata anche con la rifondazione della città.[12]

Parthenope seppe prematuramente differenziarsi dalla metropolis Cuma, la sua città madre, ed assumere una posizione competitiva rispetto ad essa.[13]

La rifondazione come Neapolis[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Napoli.

Neapolis, ossia "città nuova" (in greco antico Νεάπολις), venne fondata, senza tema di errare, dai Cumani. Tale responsabilità di fondazione è asserita unanimemente da Strabone, Velleio Patercolo, Scimno di Chio, Lutazio e Tito Livio. Autori che da un lato rientrano in un'ottica cumana, dipendendo da fonti cumane, Patercolo, Strabone e Pseudo-Scymno, e dall'altro rientrano in un'ottica neapolitana, dipendendo da fonti neapolitane, Livio e Lutazio[2].

I ritrovamenti archeologici dimostrano che il pianoro di Neapolis era diffusamente frequentato almeno dalla metà del VI secolo a.C.[14] e che la "città nuova" sia da ricondurre alla fine dello stesso[13][3]. La città si estendeva nel pianoro compreso tra le attuali chiese di Sant'Aniello a Caponapoli (p.zza Cavour), dei SS. Apostoli (San Lorenzo) e di Santa Maria Egiziaca (Forcella).

La fondazione di Neapolis si colloca nell'ambito del clima di stasis vigente a Cuma per tutta la parabola di Aristodemo[13]. Risultato delle staseis è forse, in primo luogo, la distruzione di Parthenope menzionata da Lutazio: è probabile appunto che l'insediamento fin da allora fungesse da rifugio per le fazioni "perdenti".[3] Il momento decisivo corrisponde all'instaurazione della Tirranide di Aristodemo, dopo la battaglia di Aricia. La tradizione ricorda dell'espulsione forzata degli oligarchi che trovarono rifugio a Capua. È probabile che in questa circostanza essi abbiano deciso di dare spazio alla Nea Polis.[3] Ad ogni modo è certo che la fondazione o meglio rifondazione (urbem restituisse)[15] della città sia avvenuta per mano di oligarchi mossi dalla volontà di dar vita ad una "seconda Cuma", del tutto somigliante alla città dalla quale provenivano; lo confermano a sufficienza ad esempio il prosieguo di culti come quello di Demetra e la fedele ripresa dell'organizzazione in fratrie.[3]

Neapolis, caso unico nel mondo greco, fu costituita nello stesso territorio della madre patria. Effettivamente il territorio venne suddiviso, a nord i grandi proprietari terrieri e a sud questo insediamento che nacque con una notevole vocazione mercantile incentivata dal porto.[16]

Parthenope nelle fonti storiche[modifica | modifica wikitesto]

Di Parthenope non fanno espresso accenno le fonti che fanno riferimento ad un punto di vista cumano. Per quanto riguarda la prospettiva neapolitana, ne parlano sia Lutazio, sia Tito Livio. Quest'ultimo in particolare si riferisce ad essa chiamandola Palepolis (città vecchia).[2]

Lutazio[modifica | modifica wikitesto]

Lutazio ne parla quando narra della storia e delle vicende di Neapolis. Egli riportò che alcuni Cumani oppositori, allontanatisi dalla loro patria, fondarono una città chiamata Parthenope, dal nome della sirena che era lì sepolta. Tuttavia, una volta che l'insediamento vide una maggiore frequentazione a causa della sua felice posizione, Cuma decise di distruggerla. Per questo atto i Cumani subirono una punizione divina e per ordine di un oracolo furono costretti a reistituire la città e ad assumersi il compito di encomiare i Sacra per la Sirena Parthenope[2]. Per questo rinnovamento posero alla città il nome di Neapolis (nuova città).

Gli studi di questa sorgente storica inducono a captare una comprovata tradizione neapolitana che mostra una marcata analogia fra il culto della Sirena e l'esistenza del sito[2]. Oltremodo in tutto il resoconto si evince una marcata polemica anticumana: il ripercorrere di tutte quelle vicende passate induce ad affermare che le disposizioni di tali fonti siano da constatare nelle trascorse relazioni tra Cuma e Neapolis, non nel II secolo a.C. Come si vedrà dall'opposta tradizione cumana, tali critiche nacquero quando le due città si ritrovarono scisse in particolar modo su quel diverso interfacciarsi nei confronti dei Sanniti e dei Campani (periodo che riguarda la fine del V secolo a.C.)[2]. A questo lasso di tempo risale quindi quel particolar modo di ripercorrere il passato di Neapolis.

Tito Livio[modifica | modifica wikitesto]

Livio ne riferisce quando parla dell'assedio posto a Neapolis, nell'ambito delle guerre sannitiche. All'inizio di tale racconto viene delineata una breve descrizione sulla nascita di Neapolis: c'erano due urbes, Palepolis la città vecchia e Neapolis quella nuova, poste a poca distanza tra loro, abitate dal medesimo popolo e costituenti un'unica civitas.

Gli avvenimenti che conducono alla dedizione romana e all'allontanamento dei Sanniti ingannati, si riferiscono soltanto ad una di queste[2] e si tratta di quella lì dove agiscono i principes civitatis (Charilaus e Nymphius), dove si sono installati i Sanniti e i Nolani, dove vengono lasciati entrare i Romani; ci si riferisce dunque alla Neapolis, con la quale sarà tuttavia stabilito il foedus Neapolitanum.

A Palepolis invece avevano sede gli organi di delegazione[17]. Quindi è quest'ultima a ricevere i Feziali, la dichiarazione di guerra da parte di Roma e i presidi sanniti e nolani, i principes di Neapolis stipulano trattative a nome dei Palepolitani, nei confronti di questi ultimi e dei Sanniti si acclama la vittoria[2]. Palepolis quindi assume accezione sia di città vecchia planimetricamente distaccata da quella nuova sia di abitato che designa la civitas nella sua interezza. In riferimento a ciò il vocabolo Palaepolitani lo si riscontra anche nei Fasti trionfali.

A quest'ultimo proposito è doveroso pertanto rimarcare certi aspetti. La collettività neapolitana, come si intuisce in Livio, nasce in coabitazione con vecchi residenti: una zona antica quindi ed una più recente inseritasi in un secondo momento[18]. Non si riscontrano di conseguenza cancellazioni fisiche o aggregazioni topografiche ma epoikia come accostamento. Ciò è sottinteso anche nella fonte straboniana.

Tuttavia Livio e i Fasti non fanno mai accenno al vecchio nome della Palepolis (Parthenope)[2]. Ciò è da riscontrare nel modo in cui tale vicenda venne giostrata e riferita dai Romani.

In tale episodio storico si riscontra una certa magnanimità nei confronti di Neapolis (lo dimostrano l'atteggiamento di Quinto Publilio Filone e il foedus Neapolitanum). Nel racconto dionigiano i Sanniti occupano Neapolis con astuzia ed angherie[2]. Un fattore che è presente anche nella fonte liviana: la presenza dei presidi sanniti e nolani era stata alquanto pesante, la preferenza verso la controparte romana è mostrata da Charilaus come fatto positivo sia per i Palepolitani sia per il popolo romano, la rottura dell'amicizia con Roma era stato per quest'ultimo un comportamento azzardato, il generale Filone è descritto come disponibile a riconoscere tali interpretazioni delle vicende, l'assunto di una capitolazione della città per causa sannita è pressoché rifiutato, la natura del foedus è presentata come un riconoscimento per la buona condotta tenuta dai Neapolitani.

È in tale ambito quindi che deve essere ricercato l'appello ai Palepolitani ed il silenzio sul vecchio nome della Palepolis: riportare quest'ultima piuttosto che Neapolis, affermando che questo era l'allora centro precursore del comando, voleva dire considerare la maggior importanza del vecchio centro, al fine indi di far cadere su quest'ultimo e non su Neapolis, tutto il marcio del caso. Nell'ambito dello stesso criterio, omettere Parthenope voleva dire non rammentare che la sede del culto di tutta la civitas faceva testa alla Palepolis e conseguentemente incrinare completamente l'intervento filoneapolitano, il quale si aveva intenzione di avvalorare.

Strabone[modifica | modifica wikitesto]

Strabone ne dà soltanto un'idea bensì anonimamente, nel passo in cui parla di Neapolis. Quest'ultima venne fondata per mano cumana e ribadì il proprio nome con la venuta degli epoikoi Ateniesi e Pithecusani. In tale luogo si trovava la tomba della Sirena Parthenope e per via di un oracolo si commemorava per lei un agone ginnico. Dopo tale periodo la cittadinanza di Neapolis, scissa in due schieramenti, aprì le porte ad una parte dei nemici Campani e fu obbligata a trattarli come i loro più diretti congiunti, mentre i cumani, veri parenti dei neapolitani, furono del tutto ripudiati.

La prospettiva è senza dubbio solo quella della città Calcidese. Cuma, fondatrice dell'insediamento, sì sentì profondamente tradita da Neapolis che, al fine di salvaguardare la propria incolumità e sovranità, decise di aprire le porte ai terribili antagonisti dei Cumani. Questi ultimi infatti, come rammenta sempre Strabone, conquistarono Cuma con angherie e terribili devastazioni[2]. È alquanto evidente il nesso polemico all'alleanza con la popolazione osca (verificatasi nello stesso periodo del crollo di Cuma) e che ad esprimesi sono i Cumani ancora arrabbiati per quello che gli è successo. A tal punto si comprendono dunque vari fatti: la motivazione di una determinata modalità percorsa nel descrivere le vicende passate del sito, il grado temporale della fonte immesso nel geografo in oggetto, le generalità di quest'ultima.

Si evince un vero e proprio occultamento delle vicende passate del sito: queste ci sono state se Neapolis, di fondazione cumana, si chiamò proprio "città nuova" ma dei suoi trascorsi e di come venisse chiamata antecedentemente, non si parla che in maniera quasi impercettibile. Il nome del sito fu dovuto all'arrivo di nuovi coloni, non ad una rifondazione come atto riparativo ad una punizione divina (la pestilenza), il responso sacro affiancò la seguente ricostituzione e si riferì esclusivamente all'agone ginnico in onore della Sirena, non certo alla fondazione in sé per la quale si riporta solamente che si verificò per mano cumana[2]. L'inciso di Strabone nel suo intrigo lo si decifra dunque raffrontandolo con quello lutaziano, giacché in una prospettiva neapolitana ne rivolta l'organizzazione mostrando il sito nato come Parthenope e non Neapolis, scaturito non da una iniziativa di Cuma, ma a causa di un gruppo di Cumani oppositori e presentando la città madre non sotto una luce benevola, ma sotto una luce alquanto infida e rancorosa[2]. Se il nome di Parthenope non compare in questa sede è solo a causa delle tendenze centrifughe della fonte, a cui Strabone è rimasto semplicemente congruente.

Parthenope e i Rodii[modifica | modifica wikitesto]

Oltre al riquadro precedente, che riguarda fonti di ottica neapolitana o cumana, esiste un'attestazione straboniana che riconduce piuttosto a fonti rodie. Il geografo, nel rievocare la grandezza di Rodi, parla delle fondazioni di Parthenope, Elpie e Rhodos.

L'informazione a proposito di Parthenope è come al solito soltanto ribadita da Stefano Bizantino alla sezione Parthenope, invece, come è stato riportato precedentemente Parthenope ritorna come fondazione cumana nelle fonti di ottica neapolitana accolte da Lutazio. L'informazione su Rhodos, invece, si ripresenta nello scritto Pseudo Scymno. Infine, per quanto concerne Elpie, oltre alla notizia ripetuta anche qui da Stefano Bizantino, si ricorda che Vitruvio, per quanto concerne l'oppidum Salapia vetus fece presente che quest'ultimo venne fondato da Diomede di ritorno da Troia o, come stilarono alcuni, grazie ad un Elpias rodiese.

Da ciò si evince che le tre fondazioni rodie appaiono tali solamente per la tradizione in oggetto. Esse risalgono a prima dell'istituzione delle Olimpiadi (776 a.C.)[2], il che significa almeno al IX secolo a.C.: epoca di fondazioni mitiche piuttosto che concrete. In maniera significativa, tutti e tre gli insediamenti fanno riferimento ad una eponimia o ad un eponimo (Parthenope sta al nome di una sirena, Elpie a quello del suo fondatore Elpias e Rhodos si riferisce alla ninfa eponima di Rodi, sua metropolis). Neanche in una delle località in oggetto le rivendicazioni rodie trovano attestazioni archeologiche. Per questo motivo vengono ritenute delle ideazioni di una tradizione improntata verso una maiorem gloriam di quelle terre.

Miti e leggende su Parthenope[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Mito di Parthenope.

Nell'Alessandra di Licofrone, Parthenope e le sue sorelle (Leucosia e Ligea) morirono per l'insensibilità di Ulisse alla magia del loro canto essendosi esse gettate nel mare che ne trasportò, in vari luoghi, i corpi. Parthenope giunse sul luogo dove sarebbe sorta Neapolis[13].

Apollonio Rodio riferisce che Orfeo, traversando il Mediterraneo, trasse la lira e cantò meglio di loro per impedire ai propri commilitoni di cadere vittime dell'inganno delle sirene che si mutarono in rocce; solo uno dei marinai cercò di seguirle, scampando la morte grazie all'intervento fortuito di Afrodite[19]. L'argonauta, al fine di ringraziare adeguatamente l'eroico atto, decise di fondare un piccolo villaggio laddove fosse sbarcato, chiamandolo col proprio nome “Falero”. Secondo un'altra versione l'uomo, mentre era in viaggio verso Cuma con la sua famiglia, perse la figlia Parthenope in mare, laonde conservarne imperituro ricordo, conferì alla zona il nome proprio della fanciulla[20].

Altre tradizioni ricollegano Parthenope al rituale di passaggio tra la vita e la morte. Ovidio racconta che le sirene non furono solo dei mostri ma che in principio erano delle ancelle di Persefone, dea degli inferi e che, in seguito al suo rapimento da parte di Plutone, ottennero il permesso di cercarla nelle profondità della terra, cioè nella “ctonia” e che da qui furono ricacciate in mare con l'ordine di ricevere i naviganti sfortunati, di incantarli con melodie incantevoli e di introdurli presso di lei[21].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si presume, secondo la pronuncia di Erasmo, che la pronunzia corretta sia Partènope ovvero con l'accento sulla seconda sillaba, cfr. Partenone.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Lombardo M. e Frisone F., Colonie di colonie: le fondazioni sub-coloniali greche tra colonizzazione e colonialismo. Atti del Convegno Internazionale di studi, Lecce 22-24 giugno 2006, Congedo ed., Galatina 2010 ISBN 978-88-8086-699-2.
  3. ^ a b c d e f g h Daniela Giampaola (Sopraintendenza archeologica di Napoli e Caserta), Bruno D'Agostino, Noctes Campanae, Luciano Ed., Napoli 2005.
  4. ^ Eduardo Federico, 15 (PDF), Università di Napoli Federico II, pp. 255-290.
  5. ^ N. Douglas, Biglietti da visita, Milano, Adelphi, 1983.
  6. ^ a b Paestum (PDF), Ministero dei Beni Culturali, 2011.
  7. ^ Tecnoin.it
  8. ^ Mediterranee.revues.org
  9. ^ I reperti archeologici di Parthenope consistono in una necropoli ritrovata in via Giovanni Nicotera e in vari gruppi di materiali di abitato, tra i quali si ricordano quelli rinvenuti in piazza Santa Maria degli Angeli e al borgo Santa Lucia. Questi ultimi in particolare assumono uno spiccato rilievo nella cronologia dell'insediamento: si riscontra del materiale databile alla fase di passaggio tra l'VIII e il VII secolo a.C. e alla fase di passaggio tra il VII e il VI secolo a.C. Altri oggetti si dividono nello scorrere del VI secolo, arrivando fino al suo termine. Il termine più vicino riguarda del materiale databile al primo momento del V secolo a.C. In seguito ad una interruzione che si riferisce alla prima metà di quest'ultimo, lo scarico ha dato un numero limitato di oggetti che riguardano la seconda metà del V fino al III secolo a.C.
  10. ^ I ritrovamenti di piazza Santa Maria degli Angeli e la nuova data di fondazione di Parthenope
  11. ^ Brevissima Storia di Napoli, dalle origini al periodo Svevo, su Academia.edu.
  12. ^ Fedeo.unina.it
  13. ^ a b c d Luca Cerchiai, Meta ton enchorion men enaumachesan. Neapolis e la seconda battaglia di Cuma, su Academia.edu, Università degli Studi di Salerno. URL consultato il 12 maggio 2015.
  14. ^ Un tratto di fortificazione messo in luce in vico Soprammuro a Forcella, datato alla fine del VI - inizi V secolo a.C., una testina votiva tardo-arcaica rinvenuta nell'area dell'antica acropoli a Sant'Aniello a Caponapoli, un frammento di coppa attica a figure nere nell'area di San Domenico Maggiore, frammenti di impasto, di bucchero, di una kotyle corinzia rinvenuti nella zona di San Marcellino, ecc. dimostrano tutti che il pianoro di Neapolis era diffusamente frequentato già dalla metà del VI secolo a.C. Questi e altri materiali ancora sono esposti nella sezione "Neapolis" del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (da: Daniela Giampaola, Francesca Longobardo "Napoli greca e romana tra Museo Archeologico e centro antico", Electa Napoli, Napoli 2000).
  15. ^ Storiamillenaria.net
  16. ^ Napoli.repubblica.it
  17. ^ In essa risiedeva la res Neapolitana, la summa rei Graecorum
  18. ^ Tito Livio, De urbe condita, VIII, 22, 5
  19. ^ Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 890-912.
  20. ^ Lazzarini A. (1998) Neapolis: civiltà, tradizioni, miti e leggende di Partenope, Napoli, Tavernier Ed., p. 104 ISBN non esistente.
  21. ^ Ovidio, Metamorfosi, V, 51.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M. Lombardo e F. Frisone, Colonie di colonie. Le fondazioni sub-coloniali greche tra colonizzazione e colonialismo. Atti del Convegno Internazionale di studi, Lecce, 22-24 giugno 2006, Galatina 2010
  • Daniela Giampaola (Sopraintendenza archeologica di Napoli e Caserta), Bruno D'Agostino, Noctes Campanae, Napoli, Luciano Editore, 2005

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]