Parco delle Incisioni rupestri di Grosio

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Il parco delle Incisioni rupestridi Grosio è un parco archeologico nella località Dosso dei Castelli, nei comuni di Grosio e di Grosotto, in Valtellina (provincia di Sondrio). È stato istituito nel 1978 grazie a una donazione degli immobili da parte della marchesa Margherita Pallavicino Mossi Visconti-Venosta. Il parco organizza attività didattiche e divulgative, visite guidate e la pubblicazione di testi scientifici.

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

"Oranti Saltici" sulla Rupe Magna

A seguito dell’importante scoperta delle incisioni rupestri effettuata da Davide Pace nel 1966 e grazie alla donazione dei terreni e dei resti medievali da parte della marchesa Margherita Pallavicino Mossi Visconti-Venosta, nel 1978 è stato istituito il parco delle Incisioni Rupestri di Grosio al fine di salvaguardare e valorizzare il ricco patrimonio archeologico, storico-architettonico e paesaggistico del Dosso dei Castelli e di Dosso Giroldo.

Il Dosso dei Castelli è dominato da due castelli: il Castel Vecchio risalente al X-XI sec. ed il Castel nuovo edificato nel XIV sec. Di grande rilevanza è anche il sistema di terrazzamenti con le tradizionali murature a secco che circondano la collina. Speciale ed unica è la cosiddetta Rupe Magna, un’estesa roccia che conserva più di 5.000 figure incise dal IV al I millennio prima di Cristo. Il parco è attualmente gestito dal Consorzio turistico Media Valtellina, (fino allo scorso anno la gestione era affidata ad un consorzio di enti locali (Comuni di Grosio e di Grosotto, Provincia di Sondrio e Comunità Montana di Tirano) e svolge la propria attività in stretta relazione con i programmi di ricerca e di tutela della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Como, Lecco, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.

La Rupe Magna[modifica | modifica wikitesto]

La Rupe Magna

La Rupe Magna è la più estesa roccia alpina incisa dall’uomo. Nei suoi 84 metri di lunghezza e 35 di altezza ospita più di 5.000 incisioni collocate cronologicamente tra la fine del Neolitico (IV millennio a.C.) e l’Età del Ferro (V sec. a.C.). La grande varietà dei temi raffigurati (antropomorfi oranti, armati e lottatori, animali, figure geometriche, coppelle e oggetti) lascia percepire come si potesse svolgere la quotidianità protostorica valtellinese. La pratica di incidere la roccia permane anche in età storica, due croci sono evidenti testimonianze della religiosità cristiana. Uno scavo archeologico condotto negli anni ’90 nell'interno del Castello Nuovo ha portato alla luce i resti di un insediamento sviluppatosi nell'età del Bronzo e nell'età del Ferro (metà II- fine I millennio a.C.). I reperti associati alle varie fasi protostoriche mostrano la presenza, in questo comprensorio dell'estrema Lombardia nord-occidentale, di aspetti culturali del tutto peculiari, caratterizzati da alterni rapporti ora con l'area transalpina dell'alta valle del Reno (Grigioni), ora con l'area sudalpina delle Alpi centro-orientali (Trentino-Alto Adige).

Castello Vecchio (di San Faustino)[modifica | modifica wikitesto]

Il Castello Vecchio di San Faustino.

Realizzato per volere del Vescovo di Como attorno al X-XI secolo sull'estremità meridionale del Dosso dei Castelli, grazie anche alla strategicità del luogo rivestì una considerevole importanza all’interno della Pieve di Mazzo dalla quale dipendeva. Era importante per il controllo del fondovalle, del passo del Mortirolo e dello sbocco della Val Grosina, naturalmente protetto dalle impervie sponde rocciose del colle e, a valle, attorniato dai corsi d’acqua Roasco e Adda. I resti murari conservati permettono il riconoscimento del perimetro del castello e di alcune strutture ad esso pertinenti. La relativa angustia del fabbricato, quasi “costretto” a seguire la morfologia dell’altura, fa pensare più che a un’opera difensiva vera propria ad una prestigiosa affermazione di potere del feudatario cui pertinevano Grosotto e Grosio. Appare per la prima volta in un documento del 1150 appartenente alla curia comense, con il nome di “Castrum Groxii”. Una campagna di scavi ha riportato alla luce nuove ipotesi sul perimetro e il ruolo storico del Castello di San Faustino, infatti si è potuto notare che verso Nord le strutture sembrano allargarsi, quasi volessero abbracciare l’intero colle. È probabile che il castello fosse in origine molto più ampio di quanto attualmente si percepisca, un vero e proprio villaggio fortificato sul modello del castrum altomedievale, circondato da un muro di fortificazione esteso ad inglobare l’intero dosso. La chiesa dedicata ai santi Faustino e Giovita sarebbe probabilmente preesistente al castello stesso, venendo successivamente in esso inglobata e trasformata in cappella castrense. La dedicazione ai due martiri bresciani sarebbe legata all’esistenza di legami economici e culturali intercorrenti tra la Valtellina e la Valcamonica. La costruzione più antica (VI sec. d.C.), individuata durante gli scavi archeologici del 2000, corrisponde ad un primitivo saccello funerario che inglobava due tombe scavate nella roccia interpretabili come sepolture privilegiate. Con l’abbandono del castello da parte dei Venosta presumibilmente avvenuto attorno alla fine del XVI secolo iniziò anche per la chiesetta una lenta ma inesorabile decadenza.

Castello Nuovo (Visconteo)[modifica | modifica wikitesto]

Castello Nuovo (Visconteo)

Voluto dai Visconti per meglio rispondere a precise esigenze strategiche, il Castello Nuovo del passo di Grosio è uno degli esempi meglio conservati e più interessanti di architettura castellana di tutta la provincia di Sondrio.

Notevole la grandezza della costruzione, non certo destinata ad accogliere la popolazione locale, e la complessità dello schema difensivo, caratterizzato da una doppia cortina di mura, testimoniato anche dalla presenza di un poderoso donjon, ovvero una torre interna fortificata alla quale veniva affidata l'estrema difesa del castello. Ricoprì un ruolo fondamentale nel 1376 quando l’esercito Visconteo calò su Bormio sottomettendola a Milano. Seguì una progressiva decadenza, ma verso la fine del 1400, Ludovico il Moro ne restituì l’importanza dovuta organizzando una valida difesa per contrastare l’imminente invasione dell’esercito Grigionense. Nel 1526, il Governo delle Tre Leghe ormai nuovo signore della Valtellina, ne ordinò lo smantellamento insieme a tutte le fortificazioni esistenti in Valle. La fortificazione fu nuovamente riattata nel corso della Guerra di Valtellina (1620-1639) e, in particolare, durante la campagna condotta dal Duca di Rohan nel 1635.

Patrimonio culturale-paesaggistico[modifica | modifica wikitesto]

Accanto all’importanza archeolgica dell’area sulla sommità della collina, anche i pendii del Dosso dei Castelli rappresentano un perfetto esempio della tradizione locale Valtellinese di costruire sistemi di terrazzamenti con murature a secco per la coltivazione della vite. Le terrazze del Dosso dei Castelli di Grosio sicuramente non sono state ricavate prima dell’edificazione del Castello Vecchio, nell’ X-XI secolo, molto probabilmente anche dopo l’anno 1200. Dal 2013 la Fondazione Fojanini si prende cura di questo patrimonio culturale e paesaggistico. Le terrazze sono state ripulite dalla vegetazione cresciuta nelle ultime decadi con l’obbiettivo di coltivare nuovamente la vite nel territorio cosi recuperato. Poiché la Valtellina divenne nel tempo un’area di coltivazione quasi esclusivamente per il vino rosso, in questi terrazzamenti recuperati sono stati piantati cinque differenti tipi di uva bianca, all’interno di un progetto di ricerca. In particolare sono coltivati i tipi Muscaris, Johanniter, Aromera, Bronner and Sauvigner Gris.

Nel 2017 è stata ottenuta la prima produzione di vino ottenuto da queste uve.

Ambiente[modifica | modifica wikitesto]

II parco delle Incisioni Rupestri di Grosio è inserito in un contesto ambientale e paesaggistico di grande bellezza e di notevole interesse naturalistico. Dal colle della Rupe Magna il panorama è dominato da maestosi alberi di castagno, che caratterizzano da secoli il paesaggio montano della Valtellina ed hanno rappresentato una fondamentale risorsa per la popolazione, fornendo cibo e materie prime. Nelle immediate vicinanze del passo si possono osservare anche fenomeni naturali particolari, quali quello del cosiddetto "bosco ripariale". Nei pressi della Rupe Magna e sulla sua stessa superficie rocciosa è facile osservare la presenza di specie vegetali che possono sopravvivere anche in presenza di terreni poco profondi ed in un contesto climatico anche molto caldo e secco. Nelle fratture o nelle piccole cavità della roccia albergano muschi e licheni (molto nocivi per la conservazione delle incisioni rupestri). Sono poi diffuse alcune specie di graminacee, di piante grasse del genere Opuntìa e cespugli di Timo Serpillo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

D. Pace, Petroglifi di Grosio (1972).

D. Pace, Svillupo dell’investigazione archeologica nel sistema petroglifico di Grosio (1974).

D. Pace, Petroglifi dei colli di Grosio (1977).

A. Arcà, A. Fossati, E. Marchi, E. Tognoni, Rupe Magna. La roccia incisa più grande delle Alpi, in: Quaderni del Parco delle incisioni rupestri di Grosio 1(1995).

R. Poggiani Keller, Grosio (So), Dosso dei Castelli e Dosso Giroldo. Un insediamento protostorico sotto i castelli e altri resti dell’età del Bronzo e del Ferro, in: Quaderni del Parco delle incisioni rupestri di Grosio 2 (1995).

R. Poggiani Keller, Atti del II convegno archeologico provinciale. Grosio 20 e 21 ottobre 1995, in: Quaderni del Parco delle incisioni rupestri di Grosio 3 (1999).

C. Rodolfi, B.Ciapponi Landi, Il Parco delle incisioni rupestri di Grosio (n.d.).

G. Antonioli, La storia dei castelli di Grosio nell’analisi delle fonti documentarie (2001).

R. Poggiani Keller, C. Liborio, M.G. Ruggiero, Guida all’Antiquarium del Parco delle Incisioni Rupestri di Grosio (2008).

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