Palazzo dei Capitani del Popolo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Palazzo dei Capitani del Popolo
Ascoli01.jpg
Facciata di Palazzo dei Capitani su Piazza del Popolo
Ubicazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of arms of Marche.svgMarche
LocalitàAscoli Piceno
IndirizzoPiazza del Popolo
Coordinate42°51′16.2″N 13°34′30.72″E / 42.8545°N 13.5752°E42.8545; 13.5752Coordinate: 42°51′16.2″N 13°34′30.72″E / 42.8545°N 13.5752°E42.8545; 13.5752
Informazioni
CondizioniIn uso
CostruzioneXIII secolo[1] su costruzioni precedenti
Ricostruzione1518-46
StileRinascimentale
Realizzazione
ProprietarioComune di Ascoli Piceno
Proprietario storicoLegati pontifici

Il Palazzo dei Capitani del Popolo è uno degli edifici storici più noti di Ascoli Piceno.
Con la sua medioevale torre merlata si eleva a fianco dello storico Caffè Meletti, nel cuore del centro cittadino, affacciato sul "salotto buono" di Piazza del Popolo.

Affresco del 1490, posto sulla parete interna della loggetta di destra del palazzo, attribuito a Pietro Alemanno. Il dipinto ritrae san Giacomo della Marca ed i simboli che appartengono alla sua identificazione iconografica. Il santo francescano stringe nella mano sinistra il trigramma di Cristo e nella mano destra un libro, probabilmente la Sacra Bibbia, con appoggiata un'ampolla contenente il Sangue di Cristo.[2][3]
Stemma dei Guiderocchi, una delle nobili famiglie ascolane che assediarono il Palazzo dei Capitani nel 1535
Architrave dell'ingresso alle prigioni epigrafato con fregi, simboli araldici e data 1393.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le vicende di questo imponente palazzo, simbolo del potere politico,[4] racchiudono gran parte delle fasi salienti della vita amministrativa, pubblica e sociale ascolana attraverso i secoli.

Fu eretto fra la metà del XIII ed il XIV secolo quando Ascoli raggiunse la sua massima espansione commerciale ed il Palazzo del Comune era diventato inadeguato per le nuove esigenze che si erano man mano costituite.[1] Sul finire del XIII secolo[5] fu la sede del Capitano del popolo, figura istituzionale delle amministrazioni locali di epoca medioevale, che rivestiva la carica di capo delle milizie ed esercitava il potere legislativo. In seguito, ospitò anche i Podestà che avevano i poteri esecutivi, giudiziari e di polizia.[1] In alcuni documenti è definito come “Palactium Populi” ed individuato come la sede dei deputati dei ceti artigiani. Quando Ascoli divenne un libero comune la sua rappresentanza popolare divenne maggiore ed il palazzo fu individuato col nome di “Palactium Communis et Populi” o “Communis Antianorum”.

Nell'anno 1482[5] il Consiglio degli Anziani abbandonò la sede del Palazzo dell'Arengo ed avviò lavori di rinnovamento ed ampliamento del fabbricato. Questa nuova fase edilizia subì, tuttavia, un rallentamento per mancanza di fondi tra il 1484 ed il 1514, quando Ascoli si trovò impegnata a combattere la guerra contro la città di Fermo.[5] Nel XVI secolo, tra il 1518 ed 1520, il palazzo si configurò nella sua forma attuale, al tempo dei papi Giulio II e Leone X che elargirono 1100 ducati per la realizzazione del prospetto posteriore.[5]

Nel Natale del 1535[1] alcuni rivoltosi appartenenti alle nobili famiglie ascolane, Guiderocchi, Malaspina e Parisani, si asserragliarono all'interno del fabbricato rendendolo scenario di tragici eventi. L'allora commissario pontificio Giovan Battista Quieti fece appiccare il fuoco all'edificio, per porre fine alla rivolta. Il palazzo bruciò per due lunghe giornate. I danni furono incalcolabili e gli Anziani deliberarono i nuovi, necessari interventi di restauro. A questo evento seguì una nuova ristrutturazione nel 1536.[1]

Nel 1564 divenne la sede dei Governatori Pontifici[1] e gli Anziani, dopo una secolare permanenza, furono costretti ad abbandonarlo. I Legati di Roma vi rimasero fino al 1860. Nel 1866, con la Legge del 7 luglio, il complesso monumentale divenne proprietà dello Stato.[6] Da allora il palazzo conobbe solo passaggi di proprietà, nell'anno 1875 passò dallo Stato alla Provincia e da questa, nel 1902, al Comune.[6] Durante il ventennio mussoliniano fu sede del Partito Nazionale Fascista e fu chiamato “Casa del Littorio”, in seguito fu sede del Comando di Liberazione.[6]

Nel 1968 sono stati eseguiti gli interventi di riconsolidamento condotti dalla Soprintendenza per i Beni ambientali e Architettonici delle Marche.[6] Fra il 1980 e il 1987, è stato completato il progetto per il recupero dell'intero complesso. Attualmente, il palazzo è adibito a sede dell'Assessorato alla Cultura e, nella Sala della Ragione, si tengono le riunioni della Giunta comunale. Altri ambienti del fabbricato sono destinati ad ospitare mostre temporanee.[7]

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo non fu costruito ex novo, ma si preferì accorpare «almeno due edifici risalenti al XII secolo come testimonia la torre gentilizia incorporata»,[1] Le costruzioni, che insistevano su fabbriche di epoca romana,[5] furono assemblate tra loro con la realizzazione di un'unica nuova facciata che avanzò di qualche metro verso la pavimentazione della piazza.[1] Come molti grandi complessi monumentali anche questo fabbricato è stato sottoposto a vari interventi edilizi che hanno generato l’accostamento di archi, loggette e frontoni.[1] Nella porzione centrale della facciata si apre il l’importante portale eseguito da Lazzaro di Francesco detto il Ferrone, sormontato dal monumento dedicato a papa Paolo III. Ai fianchi del principale varco d’ingresso vi sono due bassi arconi sormontati da due loggette con bifore risalenti al XV secolo. La porzione più alta del prospetto si connota per la presenza delle 7 finestre del XVI secolo e per i due balconcini angolari disposti su mensole.[1] A destra del portale vi è un blocco di travertino, probabilmente l’antico architrave dell’ingresso alle prigioni, sul quale è scalpellata una lunga epigrafe corredata da fregi e simboli araldici. La lettura dell'iscrizione documenta che nel 1393 le attribuzioni del Capitano del popolo e del Podestà fossero concentrate in un'unica persona. «T(em)P(o)RE NOBILIS VIRI JACOBI DE FORTIGUERRIS DE PISTORIO HON (orabilis) CAP(ita)N(ei) CO(mmun)IS ET P(o)P(u)LI CIVIT(atis) EXC(u)LI AC VICE POT(est)ATIS HEC PORTA F8a)C8T)A FUIT SUB AN(n)O D(omi)NI MCCCLXXXXIII IND(ictione) I°»[1]

Nell'anno 1482 furono avviati lavori di rinnovamento ed ampliamento del fabbricato con l'allungamento di 6 metri del lato sud, la costruzione di nuove volte ed il restauro del terzo piano utilizzato come dimora del Capitano.[5]

Nel XVI secolo il palazzo si configurò nella sua forma attuale. Il Consiglio Generale deliberò nel 1518 la sistemazione della facciata posteriore su via del Trivio per uniformare le diversità delle strutture edilizie. I papi Giulio II e Leone X elargirono 1100 ducati per la realizzazione del nuovo prospetto. L'opera fu affidata a «Simon Mucciarelle, Ser Jacobus Cornillis e Magister Cola de Amatrice».[1] L'incarico fu portato a termine da Cola dell'Amatrice che, tra il 1518 e il 1520, ideò il disegno della facciata posteriore caratterizzata dai portali in travertino e dalle finestre aggettanti, e da Cornili come si apprende dalle iscrizioni incise nel secondo e nel terzo soffitto.[1] Le opere murarie furono eseguite dai soci ed imprenditori comaschi Giovanni di Guglielmo detto Bozo, scalpellino, ed Antonio Bellicino, muratore.[1]

A seguito dell'incendio del 1535, negli anni compresi tra il 1549 ed il 1551, Camillo Merli si occupò di un nuovo intervento edilizio e disegnò e costruì, all'interno del palazzo, lo scalone ed il cortile di gusto rinascimentale del vano centrale elevando con 3 ordini di loggiati sovrapposti, sostenuti da eleganti colonne in travertino.[1][5]

Nel 1546, Lazzaro di Francesco, detto Ferrone, insieme con alcuni maestri lombardi terminò il portale principale. Tra il 1547 ed il 1549[1] vi fu una nuova configurazione della facciata principale con l’aggiunta del monumento dedicato a papa Paolo III che gli ascolani eressero in segno di riconoscenza al pontefice che aveva ristabilito la pace interna e restituito alla giurisdizione della città 11 castelli.[1] L’effigie fu scolpita dal maestro fiorentino Simone Cioli.[1][5] Alla base della statua si legge l’epigrafe: «PAVLO III PONT. MAX OB SADATOS CIVIVM TVMVLTVS STATVAM HANC ASCVLUM PACE FRVENS EREXIT KAL.MARTI MDXLIX» [1] Negli anni compresi tra il 1549 ed il 1551, Camillo Merli si occupò di un nuovo intervento edilizio e disegnò e costruì, all'interno del palazzo, lo scalone ed il cortile di gusto rinascimentale del vano centrale elevando 3 ordini di loggiati sovrapposti, sostenuti da eleganti colonne in travertino.[1][5]

La torre[modifica | modifica wikitesto]

A sinistra del prospetto principale si evidenzia la torre gentilizia del XIII secolo riadattata a campanile.[1][8] Il manufatto si eleva da una pianta quadrata e presenta monofore in asse, cornici marcapiano, merlatura e cuspide.[1]

Nella porzione della sommità della costruzione sono presenti due campane. Antonio Rodilossi le descrive e le indica di diversa grandezza. La maggiore ha il nome di Pacifica ed è stata rifusa nell'anno 1547 dal maestro Giovanni Antonio di Pietro da Cremona. Nella porzione più alta ed esterna della campana vi è un'iscrizione in lode ed onore della Vergine e Cristo Re, mentre nella parte inferiore si trovano modellate le figure di sant'Emidio, gli stemmi di Paolo III e i sei gigli della famiglia Farenese. L'altra, più piccola, fu furtivamente portata via dalla città di Fermo dagli ascolani.[1]

L'interno[modifica | modifica wikitesto]

All'interno del palazzo vi sono: la Sala della Ragione, la Sala dei Savi, la Sala degli Stemmi, la Sala Massy, due gallerie espositive ed un chiostro.

Sala della Ragione[modifica | modifica wikitesto]

Questa sala è l'ampio spazio dell'ala nord del palazzo che fu la sede del Consiglio dei Centoed oggi Sala della Ragione.[5] Fu rinnovata nel 1482 e nella nicchia, della parete nord, è ancora visibile l'affresco del XV secolo che alcuni attribuiscono a Pietro Alemanno.[5] Nel cartiglio superiore si trova la data 24 febbraio 1484, data di esecuzione, e il nome di sei Anziani coevi. Nel cartiglio inferiore si legge: Odi la parte et l'occhio a la ragione deriza e se me voli in libertate manten te in caritate et unione.
Nel suo controsoffitto furono messi dodici pannelli dipinti su legno nei secoli XVIII e XIX.

Sala degli Stemmi[modifica | modifica wikitesto]

Al terzo piano c'è la Sala degli Stemmi, che prende il nome dalla fascia affrescata che corre lungo le quattro pareti. I dipinti riproducono emblemi e stemmi gentilizi, corredati dei nomi e dall'indicazione degli anni di servizio di molti Governatori pontifici dell'Ottocento.

Sala dei Savi[modifica | modifica wikitesto]

Detta anche Sala inferiore, fu ristrutturata ed arredata e dall'architetto Vicenzo Pilotti nel 1938.

Area archeologica[modifica | modifica wikitesto]

L'area archeologica interna si apre nello spazio del piano terreno del palazzo. Si visita seguendo un percorso costituito da una passerella che ricalca il perimetro degli scavi e che consente di vedere l'insieme delle strutture di ambienti sovrapposti, risalenti al periodo repubblicano, all'era imperiale e all'epoca medievale.[9][10][11]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w A. Rodilossi, Ascoli Piceno città d'arte, op. cit., pag. 106.
  2. ^ Luigi Pellegrini e Roberto Paciocco, I francescani nelle Marche: secoli XIII-XVI, Editore Silvana, anno 2000.
  3. ^ L'affresco misura m. 128 x 42. Scheda sull'iconografia di San Giacomo della Marca - Dal sito: sangiacomodellamarca.net URL consultato il 13 giugno 2012.
  4. ^ I luoghi del potere, su comuneap.gov.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  5. ^ a b c d e f g h i j k V. Borzacchini, Il Palazzo dei Capitani del Popolo: il restauro di un edificio – il recupero della storia di una città, art. cit., p. 22.
  6. ^ a b c d V. Borzacchini, Il Palazzo dei Capitani del Popolo: il restauro di un edificio – il recupero della storia di una città, art. cit., p. 23.
  7. ^ Ad Ascoli Piceno un edificio ricco di storia e cultura: Palazzo dei Capitani del Popolo, su visitascoli.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  8. ^ Palazzo dei Capitani del Popolo, su comuneap.gov.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  9. ^ Area Archeologica del Palazzo dei Capitani, su comuneap.gov.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  10. ^ Area archeologica Palazzo dei Capitani - Ascoli Piceno, su culturaitalia.it. URL consultato il 13 novembre 2016.
  11. ^ Itinerari archeologici ad Ascoli Piceno: Palazzo dei Capitani, su visitascoli.it. URL consultato il 13 novembre 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giambattista Carducci, Su le memorie e i monumenti di Ascoli nel Piceno, Saverio del Monte, 1853, ristampa anastatica di Arnaldo Forni Editore, Fermo, pp. 194–196;
  • Antonio Rodilossi, Ascoli Piceno città d'arte, "Stampa & Stampa" Gruppo Euroarte Gattei, Grafiche STIG, Modena, 1983, pag. 106;
  • Valerio Borzacchini, Il Palazzo dei Capitani del Popolo: il restauro di un edificio – il recupero della storia di una città in Flash Ascoli - mensile di vita Picena, N. 72, anno 1984, pp. 20 – 24;

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]