Palazzo Sparapani

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1leftarrow.pngVoce principale: Pievefavera.

Vista del Palazzo Sparapani nel Castello di Pievefavera

Il Palazzo Sparapani si trova all’ingresso del Castello di Pievefavera, nel comune di Caldarola; affacciato sulla valle del Chienti, verso nord-ovest.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Il Palazzo Sparapani è composto da un complesso di edifici che comprendono: il Palazzo, la Cappella privata, il Torrione, l'edificio con le stanze per la servitù e con sottostanti ex-stalle, depositi e l'antico frantoio oleario. Si trova all'interno del terzo girone delle mura del Castello. Il documento del Vescovo Guido del 1263, che conferma il diritto di patronato su Pievefavera ai Varano e la giurisdizione civile del Pievano sul Castro Plebis (Faveria), è il punto di partenza certo per la storia della struttura castellana. Angelo Bittarelli, nel suo libro, fa ipotesi sul probabile sviluppo del castello che partendo dal girone che comprende la chiesa, nella parte più alta dell'insediamento, ha avuto l'espansione verso valle, per gironi successivi. Da un'analisi della tipologia costruttiva degli edifici, lo sviluppo urbano, ad ogni modo, deve essere avvenuto in periodo non troppo lungo. Solo due corpi del sistema di difesa dimostrano, per tipologia formale e costruttiva, che la loro creazione è avvenuta in un'epoca "più moderna", e sono i due torrioni, presenti uno addossato all'abside della Chiesa, e l'altro collegato al Palazzo Sparapani. Nel borgo fortificato la muratura di pietra locale a faccia vista si presenta tutta secondo forme "trecentesche"; mentre il Palazzo e gli edifici che prospettano sullo stesso slargo, si distinguono perché intonacati e impreziositi da fasce marcadavanzale e da cornici alle finestre. Gli echi urbani portati dagli antichi proprietari dei Palazzo hanno segnato questo spazio e sono ancora ostentati con aristocratica ariosità. Alla fine del Ducato dei Da Varano il Palazzo passò ai marchesi Sparapani di Camerino e da ricerche d’archivio è rilevabile come la nobile famiglia, nel Seicento, oltre al palazzo, fosse proprietaria di gran parte del territorio circostante in parte coltivato, in parte con bosco o con ulivi, e nel Settecento passò all’erede di quella, la marchesa Margherita Sparapani Gentili, divenuta a Roma la moglie del marchese Giuseppe Boccapadule, con un matrimonio bianco che aveva consentito ad Alessandro Verri di diventare senza alcun rischio il fedele compagno, il devoto servitore e l’inseparabile amico della colta nobildonna La corrispondenza di Alessandro con il fratello Pietro e quella con il segretario e maestro di casa della marchesa Boccapadule, l’abate Domenico Genovesi, permettono di conoscere le vicende dei due soggiorni che il conte Verri, insieme con la Marchesa e la sua numerosa servitù, trascorse nel Palazzo di Pievefavera tra il 1794 e il 1795: il primo, dal 22 maggio al 19 settembre 1794, appendice, del soggiorno di un anno trascorso fra Camerino e Civitanova, e il secondo nell’estate del 1795, fra il 6 di giugno e il 15 ottobre, seguito al viaggio compiuto dal settembre 1794 all’aprile 1795 in compagnia della Marchesa nell’Italia del Nord e a Milano, dove Alessandro aveva potuto rivedere dopo tanti anni i suoi familiari: viaggio noto grazie al diario che ne tenne la Marchesa.

Gustosissima è la descrizione che Alessandro fece al fratello Pietro nella lettera che gli scrisse da Pievefavera il 24 agosto 1795:

« L’olio vi è buono … Un boccone poi stupendo in questa Provincia dell’Umbria [sic] sono le starne, ed i tordi, selvaggiume [sic] che prospera nelle montagne, ed ha un sapore delizioso. Il tordo specialmente è così grasso e così fragrante di ginepro che quando vi penso soffro i principj di deliquio a’ quali è soggetto Trufaldino [sic][1] sentendo menzionare maccaroni. ... Dove stiamo male, specialmente dopo aver passato l’inverno in Milano, è a butirro il quale di rado è fresco, e sempre è mal fatto. È molto quando è soffribile. Si supplisce con lo strutto, che qui è come una eccellente manteca, e talvolta coll’olio. Abbiamo pesce dell’Adriatico da qui distante circa 30 miglia, molto buono. La neve adunata in due gran fosse coperte da una capanna, ancora dura e si danno limonee e rinfreschi non mai gustati da questo Pievano[2] e Capellano[3], i quali formano questo Clero. I contadini, come vi ho detto, sono la maggior parte possidenti, vanno scalzi, uomini e donne, fuori che alla festa, e lavorano molto, quantunque alcuni sieno benestanti. Ognuno ha o un giogo di buoj o una vacca, qualche pecora, qualche majale, somaro, mulo, cavalla, cosicché in tutto qui siamo 180 persone e le bestie sono più di 400. I danni che producono sono notabili perché vanno a pascolare ne’ campi altrui, né mai qui si è potuto introdurre l’uso de’ guardiani, da noi detti Campari, perché non se n’è trovato mai un solo onest’uomo, anzi tutti fanno il ladro o lo lasciano fare a chi li regala. Il contadino qui ha le facoltà della mente ottuse, non ve n’è che un solo in questa Pieve e suo territorio che sappia leggere e scrivere. Occorrendo, ho fatto io il Segretario di questa comunità scrivendo per essa, e lo stile chiaro e coerente al senso comune ha fatta maraviglia a chi ha ricevuta la lettera. Sono anche obbligato dalla umanità a dar la china per febbri intermittenti, a fare un collirio per gli occhi di cui ho molta esperienza favorevole, ed anche qui confermata, a sanare tagli di falce ed altri accidenti campestri, quando sia fresca la ferita, con la miglior acqua vulneraria cioè con lo spirito di vino ben puro e sflemmato, del che pure ne ho continua esperienza. Vengono a consultarmi dalle vicinanze e se volessi imposturare potrei in questo ristretto Teatro far le parti di Mesmer e Cagliostro. Sono monocolo in terra di ciechi. Volendo poi qui fare le bravure del nostro Giorgio Guelfi, quand’era altro uomo, cioè di scavar tesori o rispondere con cabale o dare i numeri del Lotto, si potrebbe abusare al sommo la debolezza di questa gente idiota, e molto più delle Terre vicine, e singolarmente di Caldarola, luogo di quasi tremila abitanti...[4]»

Nel 1820, alla sua morte, la marchesa lasciò erede il marchese Urbano Del Drago Biscia, patrizio romano.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Attigua alla porta castellana nord vi è la cappella privata con il Torrione che la sovrasta.[1] Immediatamente dopo il varco nella cinta muraria, segnato da un elegante portale, con stemma in arenaria, si trova l'ingresso del Palazzo Sparapani.

Alcuni dei sistemi difensivi del castello nei secoli sono entrati a far parte della zona residenziale del palazzo, fra questi, sopra la porta nord, ed è ancora visibile la nicchia con volta in muratura dove era alloggiata la saracinesca di chiusura del Castello, così come il Torrione nord-ovest, a pianta poligonale che ora è coperto con tetto in legno e presenta le merlature chiuse con infissi .

In un edificio staccato dagli altri, la Famiglia Rosi, a fine Ottocento, aveva costruito il frantoio oleario, contravvenendo ai dettami della Bolla Papale che dall'inizio del secolo XVII aveva concesso esclusivamente alla Parrocchia il beneficio di possedere un frantoio per la lavorazione delle preziose olive di Pievefavera.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Per Truffaldino, celebre e troppo noto personaggio della Commedia dell’arte
  2. ^ Don Sebastiano Merli (informazione tratta dall'Archivio Parrocchiale di Pievefavera)
  3. ^ Don Catervo Pontoni (informazione tratta dall'Archivio Parrocchiale di Pievefavera)
  4. ^ da Nicola Raponi, Alessandro Verri a Pievefavera (1793-1795) : allarmi rivoluzionari e scoperta di un tranquillo rifugio nella provincia romana, Estratto da: Archivio storico lombardo : giornale della Società storica lombarda, Milano, Cisalpino, 2007

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bernardino Feliciangeli, Di alcune rocche dell’Antico Stato di Camerino, Ancona 1904, ristampa anastatica Sala Bolognese, 1983.
  • Lorenzo Di Biagi, Caldarola e le sue frazioni, Tolentino, 1983.
  • Angelo Antonio Bittarelli. Pievefavera, Romana e medievale, Camerino, Biemmegraf, 1987.
  • Rossano Cicconi, Spigolature dall’Archivio notarile di Caldarola, 1989.
  • aa.vv., La Provincia di Macerata Ambiente Cultura Società, Amm.ne Prov.le di Macerata, 1990.
  • Barbara Alfei, Valentino Lampa, Loredana Camacci Menichelli; Coroncina. Varietà di olivo marchigiana fra natura e storia, Tolentino, tipografia Lineagrafica, maggio 1999.
  • A. Giulini, Milano e il suo territorio nel diario di una dama romana del Settecento, in Archivio Storico Lombardo XLIV, Milano, 1917.
  • F. Novati, A. Giulini, E. Greppi, G. Seregni, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, 12 volumi, Milano, L. F. Cogliati, Milesi & figli, Giuffrè, 1910-1942.
  • Nicola Raponi, Alessandro Verri e il Trattato di Tolentino, in Quaderni del Bicentenario 2, Tolentino, 1997, pp. 125-132
  • Fabio Tarzia, Libri e rivoluzioni. Figure e mentalità nella Roma di fine ancien régime, Milano, Franco Angeli, 2000. ISBN 88-464-2156-6 scheda online capitoli online
  • Marina Pieretti, Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli. Ritratto di una gentildonna romana (1735-1820), in “Rivista storica del Lazio”, XIII-XIV, Roma, 2001. scheda online
  • Grazietta Butazzi Moda e Lumi. Il ritratto della marchesa Margherita Gentili Sparapani Boccapaduli di Laurent Pécheux, in Roma Moderna e Contemporanea, anno X, n°1/2 gennaio-agosto 2002, p. 231 scheda online
  • Fernando Mazzocca, Enrico Colle, Stefano Susino, Il Neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova, Milano, SKIRA, 2002.
  • Isabella Colucci, Il salotto e le collezioni della Marchesa Boccapaduli, Quaderni storici, N. 2, agosto 2004, pp. 449-494 scheda online
  • Nicola Raponi, Il mito di Bonaparte in Italia. Atteggiamenti della società milanese e reazioni nello stato romano, Studi Storici Carocci, 2005, ISBN 978-88-430-3374-4
  • Nicola Raponi, Alessandro Verri a Pievefavera (1793-1795) : allarmi rivoluzionari e scoperta di un tranquillo rifugio nella provincia romana, Estr. da: Archivio storico lombardo : giornale della Società storica lombarda, Milano, Cisalpino, 2007. scheda online
  • Marina Pieretti, Il Viaggio d’Italia di Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli, in "Scritture di donne - La memoria restituita", Atti del convegno, Roma, 23-24 marzo 2004, a cura di Marina Caffiero e Manola Ida Venzo, marzo 2007, ISBN 978-88-8334-209-7 - scheda online

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]