Palazzo Serpini Salvetti Paletta Dai Pre

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Palazzo Serpini Salvetti Paletta Dai Prè è un palazzo privato veronese della fine del Quattrocento. Il portale che si affaccia su stradone Arcidiacono Pacifico, risale alla prima costruzione ed è attribuito a Domenico da Lugo. Il palazzo è stato interamente trasformato dal proprietario settecentesco Pietro Antonio Serpini e ultimamente (2007-2012) è stato completamente restaurato dalla nuova proprietà. Circa la situazione del palazzo, la descrizione più accurata resta quella contenuta nel Catastico di Saverio Dalla Rosa, (1803), di commissione municipale, pubblicato nel 1996 (1):

"Palazzo Serpini, ora Salvetti al Duomo, la Porta della Casa è d'intaglio finissimo in pietra dura. Questa casa dal genio felice del fu Sig. Pietro Antonio Serpini fu riempita di cose belle e rare appartenenti alle bell'Arti. Di eguale inclinazione, e di eguali modi, ce ne vorrebbero molti nelle Città ed allora fiorirebbero le Arti senz'altri aiuti che le occasioni di operare, e l'emulazione furono i motivi per i quali vi riuscirono tanti talenti e tanti celebrati Maestri né secoli passati. Vediamo l'Arte d'intagliare in Rame altrove tanto coltivata, ad essere sublimata a si alto segno dal genio, e dallo sforzo di tanti Artisti solo perché dalle stampe ora si fa ricerca grande a prezzi incredibili. E giacché di stampe è caduto il parlare, accenneremmo, che in questa Casa se ne trovano raccolte oltre tre milla dè più celebri antichi, e moderni incisori, disposte in libri, e classificate si, che coll'inventario alla mano si può in un punto se siavi la tale Stampa di quell'Autore, incisa da quell'Incisore; e colla stessa facilità trovarla nel libro segnato al suo numero, come si farebbe d'una parola in un Dizionario. Non è certo in Verona, chi abbia una raccolta di così pregevoli Stampe in un numero così grande, e così ben disposte, e così scielte. Libri di tal sorte dovrebbero essere il Mobile di un'accademia di Pittura e Scultura, giacché la raccolta delle Stampe è la Biblioteca dè Pittori, come quella dè Libri Scientifici è il pascolo dei letterati. Le opere dè trapassati sono di jus comune ai viventi, e ai posteri. Basta saperle leggere. Evvi ancora in questa Casa un bel gabinetto pieno di disegni originali di vari autori, e di alcune opere di Scoltura, tra le quali un Cristo alla Colonna del Marinali. Un S. Sebastiano legato all'Albero assai bello di Francesco Zoppi. Sulla Scala principale v'è il Soffitto a fresco con Venere e Giunone di Giambettino Cignaroli. Il Soffitto della Sala a fresco, ed altri due nelle camere contigue, di Giorgio Anselmi. E delli due gran quadri. L'Ifigenia al Sagrifizio di Pietro Rotari. L'altro con altra Istoria di Carlo Salis. Altro soffitto a fresco in altra camera di Domenico Pecchio. Altro Soffitto ad oglio di Giovambattista Zelotto."

Le raccolte delle stampe è oggi completamente dispersa. Si sono rintracciati recentemente tre disegni provenienti dalla raccolta, ora conservati nei Cabinet des Dessins del museo di Louvre(2). Si conosce anche un dipinto di Ciro Ferri, allievo di Pietro da Cortona, proveniente da Palazzo Serpini e ora al museo di Castelvecchio a Verona (3). Diego Zannandreis, ne "Le vite dei pittori, scultori e architetti veronesi", 1891., ricorda ancora nel palazzo opere di Tommaso Porta, Innocenzo Bellavite, Angelica Le Gru, Sebastiano Lazzari.

Resta il soffitto di Giambettino Cignaroli sulla scala. Il disegno si conserva a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana, nei Codici Taverna, che raccolgono la documentazione grafica completa dell'opera del pittore. Nel salone principale le grandi tele con il Sacrificio d'Ifigenia di Pietro Rotari (1707-1762) e Achille trascina il Corpo di Ettore"' di Carlo Salis (1688-1763) sono incorniciati da architetture dipinte a quadratura (4). Entrambi i pittori erano allievi di Antonio Balestra, il caposcuola riconosciuto di gran parte del Settecento veronese. Le due enormi tele, che costituiscono il capolavoro per entrambi i pittori, furono eseguite sicuramente prima del 1752, data della partenza di Rotari per Vienna, senza più ritorno a Verona. Della tela di Rotari resta il disegno preparatorio alla Bibliothèque Municipale di Rouen, in Francia, ancora inedito ma di prossima pubblicazione. Nello stesso salone, tra le architetture dipinte, compaiono una serie di affreschi monocromi, con scene ispirate all'Iliade e all'Eneide, di Giorgio Anselmi, eseguite, secondo quanto dichiara lo stesso pittore nella biografia riportata da Diego Zannandreis, nel 1765. Il soffitto ad affresco di Anselmi, raffigura il “Trionfo di Giunone ed Atena”. Un altro soffitto ad affresco di Anselmi, in una sala che dà su Via Arcidiacono Pacifico, raffigura in ovale “Il Tempo e la Vanità”. Dagli ultimi lavori di restauro, sono tornati alla loro originaria bellezza. Il terzo soffitto di Anselmi ricordato da Dalla Rosa, dipinto a olio (5), così come i soffitti che Dalla Rosa attribuiva a Pecchio e a Zelotti. La parete decorata a tempera nella cosiddetta “Sala da pranzo” su Via Arcidiacono Pacifico, risale alla prima metà del sec. XIX.

All'ingresso del piano nobile un piccolo soffitto raffigurante il “Merito eterno”, con una sola figura, è attribuito ancora, ma senza documentazione, a Pietro Rotari. Le sculture e gli stucchi dello scalone sono attribuiti a Lorenzo Muttoni, ma la statua più importante, raffigurante Apollo, sembra spettare invece a Gaetano Cignaroli, nipote di Giambettino. Nel salone su Via Barchetta, che costituisce una parte aggiuntiva dell'antico palazzo quattrocentesco, il soffitto ad olio, che raffigura un'allegoria della fortuna su tavola sembra risalire al primo Seicento. Le otto nature morte con fiori e frutta alle pareti, dipinte su tela, sembrano costituire invece una tipologia d'insieme abbastanza rara, se non unica a Verona. Sembrano effettivamente spettare tutte alla stessa mano, quella del parmigiano Felice Biagi o Felice dei fiori, lungamente attivo a Verona a partire dalla fine del Seicento a caposcuola poi di tutti gli specialisti del genere attivi in città nel Settecento. Gli altri affreschi e statue, pur di valore artistico spesso anche più considerevole, non sono neppure ipoteticamente stimabili in quanto non si possono immaginare staccati dal contesto del palazzo.