Palazzo Sclafani

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Palazzo Sclafani
Palermo-Palazzo-Sclafani-bjs-01.jpg
Facciata di palazzo Sclafani
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Sicilia Sicilia
Località Palermo
Coordinate 38°06′44.87″N 13°21′24.42″E / 38.112464°N 13.356783°E38.112464; 13.356783Coordinate: 38°06′44.87″N 13°21′24.42″E / 38.112464°N 13.356783°E38.112464; 13.356783
Informazioni
Condizioni In uso
Le bifore.

Il Palazzo Sclafani è un edificio storico ubicato sul Piano di Palazzo in prossimità del Palazzo dei Normanni a Palermo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Epoca aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Costruito in posizione privilegiata dal feudatario Matteo Sclafani, conte di Sclafani e Adernò, una porzione d'edificio si affaccia sulla piazzetta dirimpetto alla chiesa di San Giovanni Decollato. I lavori ebbero inizio nel 1330, come testimonia una targa marmorea, in seguito ad una sfida sorta col cognato Manfredi Chiaramonte, un frammisto tra scommessa e provocante competizione.[1] Manfredi, esponente di spicco della fazione latina, fu promotore della costruzione del Palazzo Chiaramonte o Hosterium Magnum in contrapposizione allo Sclafani che, nonostante vantasse discendenza normanna, parteggiava per la fazione catalana. Morto Matteo Sclafani nel 1354, la potente e ricca famiglia si estinse per mancanza di eredi maschi, nonostante i tre matrimoni contratti, i figli legittimi e naturali. La lotta per la successione fra i vari generi durò 43 anni, pertanto il grande palazzo fu confiscato nel 1400 e assegnato ad una nobile famiglia spagnola.

Il 4 gennaio 1430 con la finalità di accorpare gran parte dei numerosi piccoli ospedali cittadini, tutti di estrazione e pertinenza religiosa, fu istituita un'apposita commissione sotto l'egida del sovrano Alfonso V d'Aragona e dell'arcivescovo Ubertino de Marinis, il compito fu affidato a Giuliano Majali, esponente dell'Ordine benedettino dell'abbazia di San Martino alle Scale.[2] Per l'associazione in un'unica grande struttura fu identificato l'abbandonato e centralissimo palazzo degli Sclafani, per incuria destinato a rovina irreversibile.[1] L'edificio apparteneva a Sancio di Rodorico de Lyori, visconte di Gagliano, gentiluomo residente in Spagna, pertanto fisicamente impossibilitato a verificare e curare con continuità le condizioni statiche e d'agibilità dell'immobile. Il nobile, considerata la destinazione d'uso, si accontentò volentieri della cifra stimata dalla commissione come titolo di risarcimento.[3] Per gli adeguamenti l'aspetto originario fu stravolto nel 1435 quando nelle sue strutture s'insedio definitivamente l'Ospedale Civico o Ospedale Grande e Nuovo.

Epoca contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1832 dopo i moti, le proteste e tutta una serie di insurrezioni cittadine, l'aggregato fu parzialmente trasformato in caserma. Dopo i disordini provocati dai moti di Palermo del 1848, palazzo Sclafani fu dichiarato bene demaniale, l'amministrazione dell'Ospedale ne mantenne il possesso fino al 1852, quando l'istituzione ospedaliera fu definitivamente trasferita nei locali della casa gesuitica di San Francesco Saverio fino all'8 settembre 1943, allorquando l'intero complesso della compagnia di Gesù fu raso al suolo durante un'incursione aerea nel contesto dei bombardamenti cittadini della seconda guerra mondiale.

Palazzo Sclafani fu destinato a gendarmeria. L'amministrazione militare ne fece il proprio quartiere di truppa riconfigurandone e alterandone ulteriormente gli ambienti.

Recenti rilevamenti e scavi archeologici eseguiti nel cortile del palazzo, hanno riportato alla luce interessanti vestigia delle antiche mura cittadine riferibili all'epoca araba, è stata riporta alla luce una piccola parte, consistente nell'angolo di un peristilio, di una Domus di età romana.

Stile[modifica | modifica wikitesto]

La facciata presenta alte arcate intrecciate che includono eleganti bifore di derivazione normanna che creano un raffinato disegno prodotto dall'alternarsi di tarsie bicrome: conci di tufo e tessere di lava. La leggiadra decorazione del terzo ordine è arricchita da piccoli rosoni multiformi riproducenti spesso motivi a girali, essi sono presenti ai vertici delle ogive e agli incroci degli archi. Il portale d'ingresso in stile gotico è sormontato da un'edicola con arco trilobato e ancora più in alto, dall'aquila che ghermisce fra gli artigli una lepre, opera dello scultore Bonaiuto Pisano.[4]

L'edicola reca su stemmi marmorei, elementi molto ricorrenti su tutti i portali, prospetti e ambienti del palazzo, le armi e le insegne di casa Sclafani raffiguranti due gru che si affrontano,[4] gli stemmi della Città di Palermo, del Regno di Sicilia e del Regno d'Aragona.[4] La facciata sud in marmo con armi della Casa d'Aragona[5] reca nel cantonale meridionale la ruota degli esposti.[6] Il cortile interno presenta colonne tramutate nel 1778 in pilastri con 16 archi, un secondo ordine parzialmente ricostruito con logge ad arco ad ogiva, al centro è documentata una fonte,[7] resti arabi e d'epoca romana sono stati rinvenuti durante le campagne di scavi e di restauri.

Opere documentate[modifica | modifica wikitesto]

Ospedale Civico[modifica | modifica wikitesto]

Altrimenti noto come Ospedale Grande e Nuovo. La commissione formata da Pietro Pollara, procuratore dell'arcivescovo Ubertino de Marinis, i rettori della Compagnia di Santa Maria di Candelora stanziata nell'Ospedale di San Bartolomeo, il rettore dell'Ospedale di San Giovanni dei Tartari fra Giuliano Majali e i nobili Francesco Ventimiglia, Arduino Geremia, Pietro Afflitto e Guglielmo Sciabica, accorpò più sedi in un'unica istituzione.

...

Gli atti della convenzione del 4 gennaio 1430[26] furono registrati il 3 settembre 1431[27] riconosciuti con bolla pontificia di Papa Eugenio IV. L'ospedale e in particolare le gancie di San Giovanni dei Lebbrosi e di San Bartolomeo furono esenti da dazi e gabelle.[28]

In seguito Ferdinando II d'Aragona e Papa Innocenzo VIII aggregano l'abbazia di San Filippo di Fragalà e l'abbazia di Santa Maria di Maniace con le rispettive dipendenze, pertinenze e rendite il 12 aprile 1491.[29] La grancia di San Giovanni dei Lebbrosi è aggregata dopo la cacciata dei Cavalieri Teutonici avvenuta nel 1492.[29]

Nel 1504 è aggregata l'abbazia di Santo Spirito da re Ferdinando II d'Aragona e garantite le rendite dei feudi di Altoplano (Altavilla Milicia ?), Baucina, Randino, Rassino, Catuso.[29]

Un rappresentante sedeva in Parlamento in qualità Pari Ecclesiastico e Abate Commendatario.[30]

Dopo tre sevoli la ducea di Bronte dipendente dall'abbazia di Santa Maria di Maniace fu ceduta a Horatio Nelson da Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1800 per la difesa della Sicilia dall'invasione francese. Nel medesimo anno furono aggregate le rendite delle chiese di San Michele Arcangelo e di San Sebastiano.[31]

Il Trionfo della Morte[modifica | modifica wikitesto]

Parte dell'affresco del Trionfo della Morte.

Nel XV secolo, fra le decorazioni del cortile interno del palazzo spiccava l'affresco raffigurante il Trionfo della Morte. Staccato nell'ultimo dopoguerra, il dipinto è attualmente esposto nella Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis nel contesto dell'allestimento effettuato da Carlo Scarpa nel 1954, recentemente sottoposto al restauro curato dall'Istituto superiore per la conservazione ed il restauro.

Sconosciuto è l'autore, la cui cultura è un groviglio di componenti ispaniche, fiamminghe ed italiane. Al centro della composizione, sotto la figura della Morte che cavalca uno scheletrico destriero, giacciono otto cadaveri, ciascuno colpito da una freccia dell'implacabile sterminatrice. Gli zoccoli anteriori e posteriori del cavallo delimitano con precisione la zona occupata dai corpi degli otto sventurati, fra i quali si identificano, dai copricapi e dalle corone, due pontefici (o un papa ed un antipapa), un vescovo ed un re.

Il tema della Morte a cavallo discende dall'Apocalisse tradizionalmente attribuita a Giovanni Evangelista: "E apparve un cavallo verdastro, il cui cavaliere aveva nome Morte; l'Inferno lo seguiva; gli fu data potestà di portare lo sterminio" (6,8). Subito prima aveva fatto irruzione un cavaliere con arco su un cavallo bianco: "E vidi apparire un cavallo bianco, il cui cavaliere aveva un arco" (6,2). Il pittore del Trionfo della Morte sembra aver fuso le due iconografie. L'intenzione dell'artista è evidentemente di sottolineare che la morte non risparmia i potenti: ineluttabile e imprescindibile, svincolata dal censo, condizione o ragione sociale.

Si trattava di un motivo diffuso anche nella letteratura e in particolare risultano congeniali alcuni versi del Triumphus Mortis di Francesco Petrarca che descrive "piena di morti tutta la campagna" e commenta: "Ivi eran quelli che fur detti felici, / pontefici, regnanti, imperadori / or sono ignudi, miseri e mendici. / U' sono or le ricchezze? U' son gli onori? / e le gemme e gli scettri e le corone, / e le mitre e li purpurei colori?".

Sul lato sinistro le figure di alcuni storpi o mendicanti e forse di umili eremiti, in atto d'impetrare l'umano e divino soccorso. Sono anch'esse in numero di otto e la loro condizione sociale si contrappone, evidentemente, a quella degli otto potenti annientati dalla morte.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]