Opera dei pupi

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Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
Opera dei pupi, teatro delle marionette siciliano
UNESCO-ICH-blue.svg Patrimonio immateriale dell'umanità
Pupi, Catania.JPG
StatoItalia Italia
Proclamato nel2001
Inserito nel2008
ListaLista rappresentativa del patrimonio
SettoreArti dello spettacolo
Scheda UNESCO(ENESFR) Opera dei pupi, Sicilian puppet theatre

L'opera dei pupi (opra î pupi a Palermo, opira î pupi a Catania)[1] è il teatro tradizionale delle marionette[2] della Sicilia.

Proclamata dall'Unesco Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità nel 2001, risale al terzo decennio dell’Ottocento[3] e ha riscosso particolare successo presso i ceti popolari, diventando una delle espressioni più significative della memoria storica e dell’identità culturale della Sicilia.

I pupari animano i pupi per rappresentare a puntate delle storie derivate dalla letteratura epico-cavalleresca di origine medievale, con particolare riferimento al ciclo carolingio e, in maniera più limitata, dai romanzi arturiani, così come rielaborati nella Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lodico, «compilazione dei poemi cavallereschi italiani del Rinascimento nei quali la letteratura francese del Medioevo è stata liberamente rimaneggiata»[4]. Pubblicata dal 1858 a dispense, l’opera scritta in prosa riunisce e rielabora i poemi della letteratura colta, tra cui l'Orlando innamorato, l'Orlando Furioso.

Fanno inoltre parte del repertorio tradizionale degli spettacoli anche narrazioni storico-romanzesche, storie di briganti, opere di William Shakespeare, come Romeo e Giulietta e Macbeth, e brevi farse[5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

È difficile stabilire con certezza quando e dove sia nato il teatro dell’opera dei pupi. «Le cronache raccontano che gli iniziatori dell'Opra a Palermo furono don Gaetano Greco (1813-1874) e Don Liberto Canino, mentre a Catania furono don Gaetano Crimi (1807-1877) e il suo antagonista Giovanni Grasso (1792-1863)»[6]. I pupi in paggio (ovvero, senza l’armatura) precedono senz’altro quelli armati e venivano utilizzati per rappresentare alcuni racconti siciliani e le farse, che vengono rappresentate ancora oggi. Dagli studi emerge inoltre che, sin dal Cinquecento, in tutta Europa le storie cavalleresche venivano messe in scena con marionette e nel Settecento spettacoli di questo genere sono attestati anche in Sicilia, a Napoli (dove se ne ha notizia già dalla prima metà del XIX secolo e venivano rappresentati nel teatro di Giuseppina d'Errico chiamata "Donna Peppa"[7]).

Tuttavia, soltanto nei primi decenni dell'Ottocento, in Sicilia, il repertorio cavalleresco ottiene un successo così strepitoso da soppiantare tutti gli altri e determinare una serie di innovazioni tecniche e figurative.

«Ciò avviene, probabilmente, per effetto ritardato dell’interesse preromantico e romantico per il Medioevo. Ma è anche conseguenza di geniali invenzioni tecniche che permettono di dare una straordinaria efficacia al combattimento, che diviene una danza esaltante, ritmata in crescendo dai colpi dello zoccolo calcato dal puparo, tale da sollecitare un’intensa partecipazione psicomotoria nel pubblico, e che rimanda alle danze armate diffuse in tutta Europa. Nell’Ottocento, la prevalenza dei soggetti cavallereschi, la sistemazione canonica del repertorio, l’introduzione delle corazze metalliche che rendono splendenti e fragorosi i pupi, la meccanica particolarmente adatta a rappresentare i combattimenti con le spade determina così la nascita dell’opera dei pupi»[8].

Sono numerosi gli studi dedicati ai pupi siciliani. Ai contributi storicamente fondamentali di Antonino Buttitta, Antonino Uccello, Janne Vibaek, Carmelo Alberti, sono seguite le ricerche più recenti di Ignazio E. Buttitta, Bernadette Majorana, Alessandro Napoli e Rosario Perricone. Non si possono non segnalare inoltre gli studi fondamentali di Giuseppe Pitrè e Sebastiano Lo Nigro[9] e il volume L’Opera dei pupi di Antonio Pasqualino[10] (Sellerio 1977). A questi studi di natura scientifica, si aggiungono infine le narrazioni e memorie curate dagli stessi pupari.

L’opera dei pupi ha attraversato nel corso del tempo alcuni periodi di grave crisi: Giuseppe Pitrè alla fine dell’Ottocento ne registrò il declino; una nuova crisi risale agli anni Trenta del Novecento e fu dovuta alla diffusione del cinematografo; la più recente, e ancora più incisiva, è quella degli anni Cinquanta-Sessanta quando i quartieri popolari delle città iniziarono a svuotarsi e la cultura tradizionale cominciò ad essere rifiutata dai ceti popolari, anch’essi raggiunti dalle nuove forme di benessere economico di era consumistica. Nonostante questi periodi di difficoltà, l’opera dei pupi viene ancora oggi praticata da diverse compagnie isolane di antica o più recente storia e attira nuove frange di pubblico manifestando una rinnovata vitalità.

La proclamazione dell’opera dei pupi siciliani[11] come “Capolavoro UNESCO del patrimonio orale e immateriale dell’umanità” nel 2001, su candidatura supportata dall'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari[12], ha fortemente contribuito a rilanciare l’attenzione sull’opera dei pupi. Prima pratica italiana ad ottenere questo importante riconoscimento, nel 2008, l'opera dei pupi è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, in seguito alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003.

Il pupo e il puparo: caratteristiche generali[modifica | modifica wikitesto]

Dotati di una ossatura di legno, i pupi sono provvisti di vere e proprie armature, riccamente decorate e cesellate, e variano nei movimenti in base alla “scuola” di appartenenza, palermitana, catanese. Esse differiscono per alcuni aspetti della meccanica e figurativi e per alcuni soggetti.

In generale, l’ossatura è composta da un busto di legno, al quale si collegano le gambe, che fanno un movimento pendolare. Vengono mossi con fili e ferri. Il ferro cosiddetto principale, a cui sono fissati i fili utilizzati per manovrare gli arti, attraversa la testa e la unisce al busto. L’estremità superiore del ferro ha la forma di un uncino: esso viene usato per appendere il pupo, anche quando è sul palco, e, se inclinato, per far muovere la marionetta.

Dal punto di vista figurativo, genericamente si possono distinguere i personaggi con l'armatura (armati) e quelli senza (in paggio) le cui caratteristiche rispondono ad un complesso codice iconografico. Le armature e i costumi delle marionette seguono la moda romantica ottocentesca di rappresentare il Medioevo.

Tra i personaggi armati, si possono distinguere gli eroi cristiani e quelli saraceni. I guerrieri cristiani hanno volti gentili e tratti simmetrici, indossano un gonnellino (chiamato a Palermo faroncina e a Catania vesti) e presentano gli emblemi del casato su elmo, corazza e scudo permettendo al pubblico affezionato di riconoscere i personaggi. I saraceni, hanno tratti del viso più marcati; indossano spesso pantaloni e turbante e le loro armature sono decorate con mezze lune e stelle. Tra i personaggi in paggio, si distinguono i personaggi comici: a Catania il più noto è Peppininu, maschera popolare che fa da scudiero ad Orlando e Rinaldo; a Palermo, Nofrio e Virticchio si esibiscono invece nelle farse, di tono licenzioso e buffo, che spesso chiudevano la rappresentazione e che risalgono alle vastasate[13], rappresentazioni comiche derivate dalla Commedia dell’Arte.

Il puparo - detto anche “oprante”, “teatrinaro” e, a Napoli, “pupante” - gestisce il teatro, cura lo spettacolo e anima i pupi dando suggestioni, ardore e pathos alle scene epiche rappresentate; dipinge le scene e i cartelli, talvolta costruisce i pupi (in particolare, il termine puparo indica il costruttore dei pupi anche se oggi è utilizzato in senso più generico)[14]. I pupari sono custodi di un vasto patrimonio di storie, codici performativi e tecniche costruttive che ancora oggi si tramandano oralmente di maestro in allievo.

Per promuovere gli spettacoli, venivano esposti fuori dai teatri i cartelli, oggi utilizzati per decorare le pareti dei teatri. Dipinti con colori vivaci, rappresentano i diversi episodi del ciclo carolingio e informavano a che punto della narrazione si era arrivati.

Pupi, cartelli, scene e oggetti scenici costituiscono il mestiere della compagnia, ovvero quell'insieme di oggetti necessari alla messa in scena dello spettacolo.

Spettacolo della compagnia di Opera dei pupi Siciliani “G. Canino” di Salvatore Oliveri di Alcamo, in scena a Mazara del Vallo

Trasmissione del patrimonio[modifica | modifica wikitesto]

I pupari, che compongono la comunità patrimoniale dell’opera dei pupi, sono depositari di un vasto e complesso patrimonio che ancora oggi si trasmette oralmente da maestro ad allievo, sia in seno alla famiglia, sia al di fuori. Un patrimonio che include le storie rappresentate e le modalità di rappresentazione, i codici performativi (es. codice sonoro, codice cinesico); le tecniche di costruzione delle marionette e di pittura di scene e cartelli. La trasmissione di tale patrimonio avviene in seno alle compagnie e ai laboratori artigianali primariamente attraverso l’ascolto e l’osservazione del maestro da parte del giovane apprendista.

Nel contesto tradizionale, la trasmissione di questo patrimonio immateriale era facilitata dalla fruizione serale e quotidiana dello spettacolo: andando a teatro sera per sera, si potevano ascoltare e guardare ogni giorno le storie rappresentate e i maestri all’opera e si assicurava così il ricambio generazionale e la perpetuazione dei saperi.

Nonostante la crisi di metà secolo scorso abbia provocato una significativa irregolarità degli spettacoli (non più rappresentati quotidianamente), anche oggi la trasmissione di questo patrimonio avviene secondo le modalità tradizionali. Al fine di rafforzare il processo di trasmissione del vivo patrimonio dell'opera dei pupi siciliani e di rispondere efficacemente alle sfide del nuovo millennio, nel 2018 le compagnie dei pupari si sono riunite nella “Rete italiana di organismi per la tutela, promozione e valorizzazione dell'opera dei pupi”[15].

I paladini, con al centro la principessa Angelica e Carlo Magno
I paladini, con al centro la principessa Angelica e Carlo Magno

I personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Tra i personaggi principali dell'epopea cavalleresca dell'opera dei pupi vi sono i paladini, al servizio dell'imperatore Carlo Magno, la principessa Angelica, alcuni saraceni, nemici dei paladini, e il traditore Gano:

L'opera dei pupi in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Riconosciuto dall’Unesco Capolavoro orale e immateriale dell’umanità nel 2001, il Teatro dell’opera dei pupi siciliani presenta due diverse varianti: la scuola “palermitana”, nella Sicilia occidentale, e quella “catanese”, nella Sicilia orientale.

L’opera dei pupi della Sicilia Orientale[modifica | modifica wikitesto]

Lo stile “catanese” dell’opera dei pupi caratterizza la Sicilia orientale, in particolare le province di Catania, Messina e Siracusa. Lo scheletro dei pupi catanesi presenta un’imbottitura che contribuisce a rendere le marionette più pesanti. Alti fino a cm. 110-130, raggiungono un peso di circa 30 chili. Se sono guerrieri, tengono quasi sempre la spada in pugno per via dell’assenza del filo che collega il ferro di manovra all’elsa della spada. Le gambe non articolate permettono di scaricare sul palcoscenico il notevole peso dei pupi senza rischiare che le gambe si pieghino e di agevolarne la manovra che è eseguita dai manianti (manovratori). Essi operano da un ponte rialzato (scannappoggiu), posizionato dietro il fondale e questa posizione determina la ridotta profondità del palcoscenico a vantaggio di una maggiore larghezza. Da dietro le quinte, i parraturi (parlatori) e una parratrici (parlatrice) improvvisano i dialoghi drammatici o leggono le diverse parti da un copione disteso, rispettivamente dei personaggi maschili e di quelli femminili. La regia è di solito affidata a uno dei parlatori che impartisce istruzioni ai manianti.

A Catania, il repertorio includeva anche: Erminio della Stella d’Oro, Guido di Santa Croce, Uzeta il Catanese, Farismane e Siface, Tramoro di Medina e Guelfo di Negroponte. A questi cicli si aggiunge il Belisario di Messina, storia rappresentata a Messina, «che marca una peculiarità specifica della città dello stretto rispetto alla tradizione catanese dell’Opera dei Pupi»[16].

Nell’opera dei pupi di scuola catanese, lo spettacolo era accompagnato dalla musica di un’orchestrina che includeva strumenti a plettro e, talvolta, una fisarmonica e qualche strumento a fiato. Oggi, si tende a ricorrere alla musica registrata.

A Catania i cartelli sono dipinti a tempera su carta da imballaggio e raffigurano la scena più importante dell’episodio serale. Sul cartello veniva appuntato con degli spilli il ricordino, un foglio rimovibile che riportava i tratti salienti della vicenda.

Gli stili di Siracusa ed Acireale[modifica | modifica wikitesto]

Varianti stilistiche della tradizione della Sicilia orientale dell’opera dei pupi sono quella di Acireale e quella di Siracusa.

Ad Acireale si riscontra un diverso sistema di manovra, secondo cui i pupi vengono mossi da un ponte più alto del boccascena posto davanti al fondale. Anche i pupi presentano qualche differenza: hanno dimensioni più ridotte e i ferri di manovra principale e del braccio destro sono molto lunghi e presentano entrambi un uncino all’estremità superiore. Ad Acireale, come a Palermo, il parlatore presta la sua voce sia ai personaggi maschili che a quelli femminili.

«A Siracusa, negli storici teatri della famiglia Puzzo, i pupi, per dimensioni, peso, sistema di manovra e repertorio simili a quelli catanesi, presentavano però le gambe con lo snodo al ginocchio per quello che riguarda i pupi in paggio»[17].

La comunità patrimoniale[modifica | modifica wikitesto]

«Attualmente sono cinque le famiglie di pupari nella Sicilia orientale depositarie del patrimonio orale e immateriale dell’opera dei pupi nonché di beni materiali (pupi, cartelli, scene, attrezzature sceniche, etc.) sia storici che in uso per la realizzazione degli spettacoli»[18]:

  • Marionettistica Fratelli Napoli di Napoli Fiorenzo (Catania)
  • Associazione “La compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri” (Siracusa)
  • Associazione culturale “Opera dei pupi messinesi Gargano” (Messina)
  • Associazione Opera dei Pupi Turi Grasso (Acireale)
  • Antica Compagnia Opera dei Pupi Famiglia Puglisi (Sortino)
Teatro della compagnia di Opera dei pupi Siciliani “G. Canino” di Salvatore Oliveri di Alcamo
Teatro della compagnia di Opera dei pupi Siciliani “G. Canino” di Salvatore Oliveri di Alcamo

L’opera dei pupi della Sicilia Occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Lo stile “palermitano” dell’opera dei pupi caratterizza la Sicilia occidentale e in particolare le province di Palermo, Agrigento e Trapani. I pupi palermitani sono alti circa cm. 90 e pesano tra i 5 e i 10 chili. Le gambe possono eseguire un movimento pendolare, hanno le ginocchia articolate e possono sguainare e riporre la spada nel suo fodero grazie a un filo che attraversa la mano destra collegando il ferro di manovra all'elsa della spada.

A Palermo, i pupari si dispongono ai lati del palcoscenico (per questo motivo il teatro è più profondo che largo) e, nascosti dalle quinte laterali, operano sullo stesso piano delle marionette, stendendo le braccia. Il maestro puparo si trova dietro la quinta destra (la sinistra degli spettatori), dirige lo spettacolo, manovra le marionette, improvvisa i dialoghi prestando la voce a tutti i personaggi (anche femminili) e realizza gli effetti sonori e di luci.

Lo spettacolo veniva accompagnato dalla musica di uno o più violini che, alla fine dell’Ottocento, furono sostituiti dal pianino a cilindro, ancora oggi utilizzato.

I cartelli palermitani, dipinti a tempera su tela, sono divisi in diversi riquadri, in genere otto, denominati “scacchi”. Ogni scacco, spesso sottotitolato, corrisponde a uno degli episodi del lungo ciclo carolingio. Un foglio che riportava la scritta “oggi” veniva fissato sullo scacco relativo allo spettacolo della sera mostrando a che punto del ciclo si era arrivati.

La comunità patrimoniale[modifica | modifica wikitesto]

«Attualmente sono otto le compagnie di pupari di scuola palermitana depositarie del patrimonio orale e immateriale dell’opera dei pupi nonché di beni materiali (pupi, cartelli, scene, attrezzi, etc.) sia storici che in uso per la realizzazione degli spettacoli»[19]:

Palermo:

  • Associazione culturale Agramante di Vincenzo Argento
  • Associazione culturale “Franco Cuticchio”
  • Associazione Culturale Marionettistica Popolare Siciliana di Angelo Sicilia
  • Associazione culturale teatrale Carlo Magno di Vincenzo Mancuso
  • Associazione Figli d’Arte Cuticchio
  • Associazione opera dei pupi Brigliadoro di Salvatore Bumbello
  • Compagnia TeatroArte Cuticchio di Girolamo Cuticchio

Alcamo:

  • Associazione Culturale Opera dei pupi Siciliani “G. Canino”

Successiva diffusione dell’opera dei pupi[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente, L’opera dei pupi si diffuse in Campania e in Puglia, i cui pupi presentano stessa meccanica e caratteristiche figurative.

I pupi in Campania, dotati di uno scheletro di legno imbottito, sono alti cm. 110 e pesano circa kg. 20. Le gambe sono semi articolate. Presentano un unico ferro di manovra in quanto entrambe le braccia sono manovrate con dei fili. I pupanti manovravano le marionette da un ponte rialzato posto dietro il fondale e prestavano la voce ai pupi leggendo da un copione posto su un leggio scorrevole.

Come a Catania, la posizione dei pupanti determina una maggiore larghezza del palcoscenico e una ridotta profondità.

Oltre alle Storie guerresche, che comprendono il Ciclo dei Paladini, il Guerrin Meschino e il Palmerino d’Ulivo, a Napoli venivano rappresentate anche vicende storico-romanzesche, storie di banditi e le Storie dei guappi.

A Napoli, i cartelli sono dipinti a tempera con colori pastello su carta da imballaggio o su tela e raffigurano una sola scena su cui veniva apposto un foglio che riassumeva la vicenda del giorno.

Tra le compagnie campane più famose si segnalano quelle di Angelo Buonandi, dei Corelli, dei Di Giovanni, di Alfredo Farina e dei Verbale.

Musei e collezioni di Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Se lo spettacolo è il momento di messa in atto del patrimonio orale e immateriale dei maestri pupari, gli oggetti dell’opera dei pupi (pupi, fondali e cartelli, etc.) costituiscono altresì un patrimonio prezioso di beni tangibili capace di restituire la storia dell’opera dei pupi, le diverse fasi che ha attraversato, le innovazioni, i talenti artigiani che l’hanno animata. Tra i musei più rappresentativi e le collezioni dei mestieri di singole famiglie di pupari, si segnalano:

Nei media[modifica | modifica wikitesto]

Numerose sono le apparizioni cinematografiche dell’opera dei pupi nonché i film documentari prodotti. Di seguito un elenco non esaustivo:

Apparizioni e rivisitazioni cinematografiche:

Film documentari:

  • Nasce un paladino, regia di Roberto Andò e Rita Cedrini, 1983;
  • Per filo e per segno, regia di Roberto Andò, 1990;
  • In viaggio con i Pupi, regia di Maurizio Sciarra, 2008;
  • Prove per una tragedia siciliana, regia di Roman Paska, 2009;
  • L'Infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l'Opera dei Pupi, regia di Matilde Gagliardo e Francesca Milo, 2014;
  • Pupi a 360 gradi, regia di Alessandra Grassi, 2018;
  • Cùntami, regia di Giovanna Taviani, 2021;
  • Pupus, regia di Miriam Cossu Sparagano Ferraye, 2021.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R. Perricone, I ferri dell'Opra. Il teatro delle marionette siciliane, in G. Liotta G., G. Azzaroni G. (a cura di), «Antropologia e Teatro», n. 4, Dipartimento delle Arti - Alma Studiorum - Università di Bologna, Bologna, 2013, pp. 210-234. Consultato ad aprile 2022.
  2. ^ La marionetta si distingue dal burattino per essere governata dall'alto tramite fili e/o ferri e solitamente raffigura esseri umani interi; il burattino invece viene mosso dal basso, direttamente dalle mani dell'operatore che si infilano nelle vesti e solitamente raffigura esseri umani a mezzo busto. L'esempio tipico di quest'ultimo è Gioppino, burattino bergamasco. Cfr. M. Calì, Burattini e marionette tra Cinquecento e Seicento in Italia, Edizioni Junior, Azzano San Paolo, 2002.
  3. ^ R. Perricone (a cura di), Piano delle misure di salvaguardia dell'opera dei pupi siciliani, Edizioni Museo Pasqualino, 2021, p. 33.
  4. ^ R. Perricone, I ferri dell'Opra. Il teatro delle marionette siciliane, op. cit., p. 211.
  5. ^ A. Pasqualino, L'opera dei pupi, Palermo, Sellerio, 1977 (ed. 2008), p. 17.
  6. ^ R. Perricone, I ferri dell'Opra. Il teatro delle marionette siciliane, op. cit., p. 216.
  7. ^ Associazione Corelli, Compagnia Corelli - Un po’ di storia, su pupicorelli.com, 2018. URL consultato il 10 aprile 2019./
  8. ^ Antonio Pasqualino, I pupi siciliani, Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, Palermo, 1975, p. 16.
  9. ^ Sergio, Sebastiano Lo Nigro - Favola e verità dei pupi siciliani. URL consultato il 14 febbraio 2018.
  10. ^ Antonio Pasqualino, su museodellemarionette.it.
  11. ^ L'opera dei pupi siciliani sul sito dell'Unesco, su ich.unesco.org.
  12. ^ L'Associazione per la conservaizione delle tradizioni popolari, su museodellemarionette.it.
  13. ^ Cfr. A. Pasqualino, A teatro con i vastasi, in H. Festing Jones, Un inglese all'opera dei pupi, a cura di A. Carapezza, A. Pasqualino, Sellerio, Palermo, 1987, pp. 75-87.
  14. ^ Cfr. A. Pasqualino, I pupari e i costruttori dei pupi, in AA. VV., Le forme del lavoro. Mestieri tradizionali in Sicilia, Libreria Dante, Palermo, 1990, pp. 387-404.
  15. ^ La “Rete italiana di organismi per la tutela, promozione e valorizzazione dell'opera dei pupi” riunisce ad oggi 13 famiglie e compagnie di pupari siciliani. Formalmente costituita nel 2018 è stata riconosciuta dal Ministero della Cultura quale organismo rappresentativo dell’Opera dei pupi. Soggetto referente della Rete è l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari territoriale riconosciuto dal Ministero della Cultura quale organismo competente in materia di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e del teatro dell'opera dei pupi siciliani. Cfr. R. Perricone (a cura di), Piano delle misure di salvaguardia, op. cit., p. 22-23.
  16. ^ Cfr. https://www.operadeipupi.it/archivio/#/operadeipupi, consultato il 23 aprile 2022.
  17. ^ Associaizone per la conservazione delle tradizioni popolari, L'opera dei pupi, su operadeipupi.it. URL consultato il 02/05/2022.
  18. ^ R. Perricone (a cura di), Piano delle misure di salvaguardia, op.cit., p. 50.-51
  19. ^ R. Perricone (a cura di), Piano delle misure di salvaguardia, op. cit., pp. 50.-51.

Bibliografia essenziale[modifica | modifica wikitesto]

  • Studi scientifici
    • Carmelo Alberti, Il teatro dei pupi e lo spettacolo popolare siciliano, Milano, Mursia, 1977, SBN IT\ICCU\RLZ\0004803.
    • Antonino Buttitta, Cultura figurativa popolare in Sicilia, S. F. Flaccovio, Palermo, 1961, SBN IT\ICCU\SBL\0246827.
    • Antonino Buttitta (a cura di), Le forme del lavoro. Mestieri tradizionali in Sicilia, Flaccovio, Palermo, 1988, ISBN 88-7804-019-3, SBN IT\ICCU\CFI\0098085.
    • Gabriella D'Agostino, Arte popolare in Sicilia. Le tecniche i temi i simboli, Catalogo della mostra di Siracusa, Santa Maria di Montevergine 26 ottobre 1991- 31 gennaio 1992, Palermo, S. F. Flaccovio editore, 1991.
    • Giuseppe Guarraci, Pupi e pupari a Siracusa: 1875-1975, Editrice meridionale, Roma, 1975, OCLC 876640874.
    • Giusto Lodico, Storia dei paladini di Francia, Editore Giuseppe Leggio, Palermo, 1858-1860.
    • Bernadette Majorana, Pupi e attori ovvero l’Opera dei pupi a Catania Storia e documenti, Roma, Bulzoni editore, 2008, ISBN 9788878703148, SBN IT\ICCU\UTO\1008608.
    • Antonio Pasqualino, Come si costruisce un pupo, in Quaderni del circolo semiologico siciliano: Atti del II Congresso internazionale di studi antropologici, n. 12-13, Palermo, 1980, pp. 533-553.
    • Alessandro Napoli, Il racconto e i colori. «Storie» e «cartelli» dell’Opera dei pupi catanese,, Palermo, Sellerio, 2002, ISBN 8838916780, SBN IT\ICCU\RAV\0958646.
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    • Antonio Pasqualino, Le vie del cavaliere dall’epica medievale alla cultura popolare, Milano, Bompiani, 1992, ISBN 8845218724, SBN IT\ICCU\RAV\0188432.
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    • Fortunato Pasqualino, Il teatro con i pupi siciliani, Cavallotto Editore, Catania, 1980, SBN IT\ICCU\PAL\0060142.
    • Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, in Biblioteca delle tradizioni popolari, Voll. 1-2, Libreria L. Pedone Lauriel di Carlo Clausen, Palermo, 1889, SBN IT\ICCU\CSA\0020057.
    • Rosario Perricone, I ferri dell'Opra. Il teatro delle marionette siciliane, in Giovanni Azzaroni, Giuseppe Liotta (a cura di), Antropologia e Teatro, n. 4, Bologna, Dipartimento delle Arti - Alma Studiorum - Università di Bologna, 2013, pp. 210-234.
    • Massimo Calì, Burattini e marionette tra Cinquecento e Seicento in Italia, Edizioni Junior, Azzano San Paolo, 2002, SBN IT\ICCU\RAV\0834826.
    • Rosario Perricone (a cura di), Piano delle misure di salvaguardia dell'opera dei pupi siciliani, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo, 2021, ISBN 9791280664105, SBN IT\ICCU\PAL\0351452.
    • Giovanna Parrino, Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, a cura di Selima Giuliano, Orietta Sorgi, Janne Vibaek, Regione Siciliana - CRicd (Centro Regionale per l'inventario, la catalogazione e la documentazione), Palermo, 2011, SBN IT\ICCU\PA1\0024574.
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  • Pubblicazioni della e sulla comunità patrimoniale Et al.
    • G. Arcidiacono, L'opera dei pupi in Sicilia, Lussografica, Caltanissetta, 2016.
    • C. Coco, Nuovo repertorio per l'opera dei pupi, Vol.II; Edizioni Youcanprint, 2013.
    • C. Coco, I pupi siciliani nella letteratura, nel teatro, nel cinema nella TV e nella musica, Screenpress, 2012.
    • Valentina Venturini (a cura di), Dal Cunto all'opera dei pupi: il teatro di Cuticchio, Audino, 2003, ISBN 8886350813, SBN IT\ICCU\UFE\0684863.

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