Omnibus (1937)

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Omnibus
Stato Italia
Lingua Italiano
Periodicità Settimanale
Genere Stampa nazionale
Formato Nordic (400 x 560 mm)[1] a sei colonne. Foliazione: 16 pagine
Fondazione aprile 1937
Chiusura febbraio 1939
Sede Via del Sudario, 28 - Roma
Editore Rizzoli e Mondadori[2]
Direttore Leo Longanesi
 

Omnibus. Settimanale di attualità politica e letteraria fu un settimanale d'informazione italiano fondato nel 1937 da Leo Longanesi, che lo guidò lungo tutto il corso della sua breve vita. Uscirono 95 numeri, fino al 29 gennaio 1939.

Considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani, «Omnibus» aprì la strada a quello che divenne il popolare genere del rotocalco.

Scelta del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il pronome latino omnibus ("per tutti", dativo plurale di omnis) potrebbe oggi far pensare all'idea di uno sguardo al passato, o della rievocazione dei tempi andati, per esempio quelli di Roma antica. Al contrario, il vocabolo all'epoca era in uso. L'omnibus, infatti, era un veicolo pubblico motorizzato (ma in origine trainato da cavalli) che trasportava esclusivamente le persone con i loro bagagli personali. In francese la voiture omnibus era il "veicolo per tutti", per cui la scelta del nome della rivista è rivelatrice del programma del suo direttore: Omnibus si rivolgeva - come il mezzo di locomozione pubblica - alla generalità dei lettori, senza nicchie di utenza o steccati di pubblico.

Inoltre il rivolgersi a tutti significava uscire dal mondo chiuso in se stesso di "Strapaese", il movimento culturale cui Longanesi aveva fino ad allora aderito[3].

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Fin dal 1935 Leo Longanesi iniziò a progettare un giornale illustrato d'informazione stampato in rotocalco. Chiese un'autorizzazione personale a Benito Mussolini, che ottenne nel gennaio 1936 ad una condizione: la nomina di Tomaso Monicelli come amministratore. Longanesi trovò un editore nel milanese Angelo Rizzoli, all'avanguardia nei macchinari per la stampa. L'editore milanese, infatti, aveva già introdotto le macchine a rotocalco nelle proprie tipografie. Rizzoli, che non credeva fino in fondo nel successo della rivista, non consentì però a Longanesi di organizzare una redazione[3]. Longanesi dovette quindi affidarsi a collaboratori esterni. Scelse Mario Pannunzio (27 anni) e Primo Zeglio (31 anni, uno in meno di Longanesi) per la critica cinematografica, mentre affidò ad Arrigo Benedetti (coetaneo di Pannunzio) la critica letteraria.

Il giornale, quando nacque, ebbe due editori: Rizzoli e Mondadori. Il fatto, abbastanza insolito, sembra fosse dovuto alle pressioni del regime[3]. Dopo soli sei mesi di coabitazione, comunque, la sinergia si sciolse e Rizzoli rimase l'editore unico del settimanale.

Contenuti della rivista[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero uscì il 3 aprile 1937 a Roma al prezzo di 1 lira. Composto di sedici pagine, il formato era di cm 55,5 x 40; la pagina era divisa in sei colonne.
Il debutto fu un successo: vennero vendute 42.000 copie[3]. Longanesi (che curò la fattura della rivista ma non vi scrisse direttamente) diede un taglio completamente nuovo ed innovativo all'offerta informativa, con inchieste ed articoli storici e politici, abbinando anche saggi di cultura letteraria (racconti a puntate, poesie, dibattiti). Longanesi scelse personalmente il carattere tipografico Bodoni. Il formato della rivista, inusuale per l'Italia, il Nordic (400 x 560 mm), rendeva «Omnibus» simile ai quotidiani, che all'epoca adottavano il formato lenzuolo, leggermente superiore[1].
Ogni articolo era corredato da grandi fotografie, molto più nitide di quelle che apparivano sugli altri settimanali grazie alla stampa in rotocalco. Le fotografie non avevano solo lo scopo di accompagnare l'articolo, ma rafforzavano e ampliavano i contenuti[4]. Le fotografie venivano realizzate da Cesare Barzacchi su soggetti scelti da Longanesi, la cui abilità nell'uso delle fonti iconografiche era un punto di forza del giornale.

La disposizione delle rubriche rimase pressoché invariata dal primo all'ultimo numero[1]:

  • Politica estera: «Guerra e pace» (pagina 2);
  • Letteratura: «Il sofà delle muse» (pagina 7, tenuta da Arrigo Benedetti);
  • Cinema: «Giorno e notte» (pagina 9, a cura di Mario Pannunzio);
  • Prose e concerti a Roma: «Giallo e rosso», suddivisa in: «Palchetti romani» (teatro) di Alberto Savinio e «Il sorcio nel violino» (musica) di Bruno Barilli (pagina 11);
  • Corsi e valute: «Mercurio».

Vi era poi la rubrica a scadenza non fissa «Il Demone quotidiano», che raccoglieva scritti sopra le righe e ironici. In ogni numero comparivano inoltre i graffianti e divertenti disegni di Mino Maccari. Gli altri autori delle vignette satiriche furono: Amerigo Bartoli, Bernardo Leporini e Giuseppe Novello[1]. Inoltre, la fantasia del direttore, unita alla sua verve polemica ed alla sua acuta intelligenza, originò quelle famose "fotografie innovative e provocatorie" che ispirarono tutta la stampa d'informazione italiana del dopoguerra. Nel 1938, dopo un anno di vita, il settimanale sfiorò la tiratura di 100.000 copie[3].

«Omnibus» pubblicò i più recenti scrittori statunitensi, come Ernest Hemingway (tradotto da Elio Vittorini). Attraverso il settimanale di Longanesi gli italiani colti conobbero Erskine Caldwell, David H. Lawrence, Dashiell Hammett, James Cain, Joseph Roth e John Steinbeck. Alcuni di essi furono tradotti per la prima volta in Italia.

La chiusura[modifica | modifica wikitesto]

«Il sorbetto di Leopardi»

Sulle esatte ragioni del decreto ministeriale di chiusura di «Omnibus» esistono tre versioni alternative[5].

Secondo la prima, Savinio, nel suo articolo, sosteneva che la morte di Leopardi, avvenuta a Napoli il 14 giugno 1837, fosse stata causata dalla dissenteria, dovuta a «gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati», che quasi quotidianamente amava gustare al Caffè d’Italia (chiuso nel 1936). Aver offerto un'immagine così prosaica della massima gloria poetica nazionale avrebbe provocato la reazione del regime.

Secondo la seconda versione, l'argomento dissenteria era stato maliziosamente accostato da Savinio ad una notizia vera, cioè la chiusura - pochi mesi prima - del Caffè Gambrinus (famoso caffè napoletano dove si recava spesso)[6], perché poco puliti nel confezionamento dei gelati. Il federale di Napoli ritenne l'articolo offensivo per il buon nome della città e fece pressioni sul ministro affinché prendesse provvedimenti.

Secondo la terza versione, la malizia di Savinio era nel commento finale dell'articolo ("l'aria di Napoli è fatale ai bei caffè, come le rose sono velenose agli asini"), successivo all'accostamento dissenteria-Gambrinus: esso avrebbe lasciato intendere che la chiusura del famoso locale fosse stata conseguenza di una lagnanza del prefetto, che risiedeva al piano superiore[7].

« Prego V.E. Disporre che settimanale “Omnibus” edito da Rizzoli-Milano sospenda sue pubblicazioni per revoca riconoscimento del gerente responsabile Leo Longanesi causa atteggiamento tenuto periodico in questi ultimi tempi. »
(Telegramma del Ministro della Cultura Popolare al Prefetto di Milano. Roma, 2 febbraio 1939.)

Longanesi aveva assunto nei confronti del regime una posizione che veniva percepita come troppo indipendente e autonoma. L'occasione per un intervento diretto del Ministero della Cultura Popolare venne da un articolo di Alberto Savinio, apparso a pag. 4 sul numero del 28 gennaio 1939[8]. L'articolo, dedicato alla celebrazione a Napoli di Giacomo Leopardi, nel 102º anniversario della morte, era intitolato «Il sorbetto di Leopardi»[9]. Giudicato irriverente, costò l'ordine di sospensione a tempo indeterminato delle pubblicazioni[10].

La mano pesante del regime non si fece sentire solo nel gennaio 1939: nel complesso, tutta la breve esistenza di «Omnibus» fu difficile. Gino Visentini, allievo di Longanesi, ricorda:

« Non era facile fare un settimanale così, con alle spalle il Ministero della Cultura Popolare e con Longanesi che non voleva mai la retorica […] Purtroppo dovendo concedere qualcosa alla propaganda e al Minculpop (perché «Omnibus» non era un giornale minore come «L'Italiano», ma era venduto), Longanesi era sempre sotto pressione. Quella che trovava difficile da neutralizzare era la guerra continua sotterranea che tanti gli facevano e che gli procurava tutte le settimane minacce di soppressione. Ogni tanto veniva convocato d'urgenza e doveva andare al Ministero […] In ogni modo per quasi due anni riuscì a superare tutti gli ostacoli[11], anche perché tutti sapevano che poteva andare dal Duce e, parlando con lui, poteva bloccare tutte le manovre e le calunnie. Poi improvvisamente arrivò la fine. »
(C. Pizzinelli, Parliamo di Longanesi, Roma, 1988. P. 80.)

Il 2 febbraio, il giorno stesso del ricevimento del telegramma, Longanesi scrisse una lettera al ministro Alfieri, cui chiese di rivedere il provvedimento. Seguirono due lettere a Mussolini, senza esito.

Lo stesso ministro Alfieri ricevette, il giorno dopo la sospensione di «Omnibus», un telegramma del podestà di Napoli (Giovanni Orgera) che esprimeva “il ringraziamento della città per il vostro energico rapido salutare provvedimento”.

Firme[modifica | modifica wikitesto]

Per decisione dell'editore, «Omnibus» non ebbe una redazione con giornalisti contrattualizzati a tempo pieno. Leo Longanesi si avvalse quindi di una schiera di collaboratori:

Indro Montanelli firmò un articolo per il settimanale come inviato nella Spagna sconvolta dalla guerra civile. Il pezzo (pubblicato il 7 agosto 1937), irriverente verso il regime fascista, costò a Montanelli l'espulsione dall'Albo dei giornalisti per disfattismo.

Autori italiani pubblicati[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Barbara Cinelli et alii, Arte moltiplicata. L'immagine del '900 italiano nello specchio dei rotocalchi, Bruno Mondadori, 2014, p. 330.
  2. ^ Mondadori fu co-editore della rivista solo per i primi sei mesi.
  3. ^ a b c d e Gabriele Nicolussi, “L'undicesimo comandamento: credi ma disubbidisci!” «Omnibus» (1937-1939) di Leo Longanesi, tesi di laurea, Università di Trento, a.a. 2007/2008.
  4. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, Venezia 2002, p. 37.
  5. ^ Massimo Emanuelli, 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale, Greco & Greco, Milano, 2004, pag.16
  6. ^ Paolo Monelli, Roma 1943, A. Mondadori, 1948.
  7. ^ A lui si sarebbe riferito il commento dell'articolo di Savino e proprio di questo il prefetto si sarebbe lagnato con Mussolini, ottenendo la chiusura del giornale: cfr. Eugenio Marcucci, Giornalisti grandi firme: l'età del mito, Rubettino, 2005, pagina 272.
  8. ^ M. Gatta, Amaro gelato di Leopardi, in Il Sole 24 ore.
  9. ^ Pietro Albonetti, Corrado Fanti, Longanesi e italiani, Edit Faenza, 1997.
  10. ^ Luigi Cortesi, La Campania dal fascismo alla Repubblica: Società e cultura, Volume 2, Editore Regione Campania, Comitato per le celebrazioni del XXX anniversario della Resistenza, 1977.
  11. ^ Nella campagna antiebraica lanciata dal regime nel 1938, il periodico rimase in disparte. Longanesi tenne lontano dalla campagna razzista del regime anche l'altro periodico da lui diretto, «L'Italiano».
  12. ^ Comparvero tutti nella prima raccolta di racconti di Buzzati, I sette messaggeri (1942). Lo strano viaggio di Domenico Molo nella raccolta si intitola Il sacrilegio.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Pagine scelte[modifica | modifica wikitesto]