Oclocrazia

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L'oclocrazia (dal greco antico: ὅχλος, óchlos, moltitudine o massa, e κρατία, kratía, potere) si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della Pόlis (se si intendesse declinarne il significato in una moderna estensione, dello Stato) è alla mercé di volizioni delle masse.

Le fonti classiche[modifica | modifica wikitesto]

Il termine ὀχλοκρατία è formulato per la prima volta nelle Storie di Polibio, specificamente nel capitolo 4^ che compare fra i frammenti del Libro VI. La discussione dello storico greco si inserisce in una più ampia disamina della sua teoria ciclica delle forme di governo. Così si esprime infatti l'Autore:

πρώτη μὲν οὖν ἀκατασκεύως καὶ φυσικῶς συνίσταται μοναρχία, ταύτῃ δ᾽ ἕπεται καὶ ἐκ ταύτης γεννᾶται μετὰ κατασκευῆς καὶ διορθώσεως βασιλεία. μεταβαλλούσης δὲ ταύτης εἰς τὰ συμφυῆ κακά, λέγω δ᾽ εἰς τυραννίδ᾽, αὖθις ἐκ τῆς τούτων καταλύσεως ἀριστοκρατία φύεται. καὶ μὴν ταύτης εἰς ὀλιγαρχίαν ἐκτραπείσης κατὰ φύσιν, τοῦ δὲ πλήθους ὀργῇ μετελθόντος τὰς τῶν προεστώτων ἀδικίας, γεννᾶται δῆμος. ἐκ δὲ τῆς τούτου πάλιν ὕβρεως καὶ παρανομίας ἀποπληροῦται σὺν χρόνοις ὀχλοκρατία.

(Historiae. Polybius, Leipzig, Teubner 1893, libro VI, cap.4, sezione 7-10). Il grassetto è nostro.

Il termine ricorre soltanto 3 volte nell'intero corpus Polibiano, una sola volta in quello Plutarcheo (nel De Unius in republica dominatione, capitolo I), e nelle Historie Romanae di Cassio Cocceiano (libro 44^, cap. 2). Non sembrano esserci altre occorrenze nel corpus classico.

Come si può vedere già nel breve inciso polibiano, l'oclocrazia è considerata come uno stadio di degenerazione della democrazia. Risulta inequivocabile che il potere del Popolo, da intendersi originariamente a guisa di corpo politico unitario, dotato di un'autocoscienza storica, si tramuti ora in potere dell'ochlos, ossia di una moltitudine disordinata e senza identità, preda degli intenti demagogici di capi che ne orientano ai propri fini le opinioni ed i desideri. La massa pertanto si illude di esercitare liberamente la propria funzione, quando invece è diventata "strumento animato" di una o più personalità, tipicamente di alta estrazione censitaria, che la "seducono" anche distribuendo denaro e beni materiali di ogni genere. Il "popolo" (ormai disintegrato) diventa così corrotto, avido, spasmodico nella soddisfazione dei propri impulsi più atavici ed egoistici, cessando così di essere un popolo libero. Riportiamo il brano di riferimento:

[...] Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza [...], essi stimano più di ogni altra cosa l'uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell'abitudine, l'uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia [...].

(Polibio, Le Storie, libro VI, cap. 9, nella traduzione italiana di Carla Schick, Mondadori 1955, vol.II, p.98).

Si comprende pienamente la precipuità ed imprescindibilità della demagogia come strumento delle oclocrazie, in ossequio al malsano quanto sistematico rifiuto di una democrazia che, in quanto tale, si esercita invece attraverso il confronto, anche polemico e tensorio, fra argomenti, fondate elucidazioni (logoi) e visioni del mondo differenti. La deriva possibile e nefasta del ritorno ad un bieco tribalismo, sembrerebbe essere mitigata solo da un altrettanto ignobile regime tirannico.

E' reso chiaro alla analisi storica come la nascita delle oclocrazie rappresenti il fallimento dell'idea di libertà, constantemente minacciata ed affondata dall'ignoranza, dalla vile ipertrofia egoica del genere umano, che portano in grembo quella "bonheur végétative" di Tocquevilliana memoria. La libertà reca con sé infatti l'onere della conoscenza e dell'estremo coraggio, e senza di questi, essa è destinata a rimanere mera illusione; una bandiera propagandistica agitata all'occorrenza e tesa ad alimentare l'ipocrisia della società e delle sue convenzioni.

Altre fonti[modifica | modifica wikitesto]

J.J.Rousseau ne "Le Contrat Social" cita il termine riferendosi alla degenerazione della democrazia, nel caso di dissoluzione dello Stato (Cap X, Libro III).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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