Oclocrazia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

L'oclocrazia (dal greco antico: ὄχλος, óchlos, "moltitudine, massa" e κράτος, krátos, "potere") si configura come uno stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse[1].

Le fonti classiche[modifica | modifica wikitesto]

Il termine oclocrazia è formulato per la prima volta nelle Storie di Polibio[2], specificamente fra i frammenti del Libro VI. La discussione dello storico greco si inserisce in una più ampia disamina della sua teoria ciclica delle forme di governo. Così si esprime infatti l'autore:

Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza [...], essi stimano più di ogni altra cosa l'uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell'abitudine, l'uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia [...].

(Polibio, Le Storie, libro VI, cap. 9, nella traduzione italiana di Carla Schick, Mondadori 1955, vol.II, p. 98).

Il termine ricorre soltanto 3 volte nell'intero corpus polibiano, una sola volta in quello Plutarcheo (nel De Unius in republica dominatione, capitolo I), e nelle Historie Romanae di Cassio Dione (libro 44°, cap. 2). Non sembrano esserci altre occorrenze nel corpus classico. In epoca moderna Rousseau cita il termine ne "Le Contrat Social", riferendosi alla degenerazione della democrazia, nel caso di dissoluzione dello Stato (Cap. X, Libro III).

Come si può vedere già nel breve inciso polibiano, l'oclocrazia è considerata come uno stadio di degenerazione della democrazia. Risulta inequivocabile che il potere del Popolo, da intendersi originariamente a guisa di corpo politico unitario, dotato di un'autocoscienza storica, si tramuti ora in potere dell'ochlos, ossia di una moltitudine atomizzata, priva di una Weltbild, preda degli intenti dominanti di demagoghi che ne orientano a privati fini le opinioni. La massa pertanto si illude di esercitare liberamente la propria funzione, quando invece è diventata "strumento animato" di una o più persone, tipicamente, nella formulazione Polibiana, di alta estrazione censitaria. Essi trovano il compiacimento della massa, anche distribuendo denaro. Il "popolo" (ormai disintegrato) diventa così corrotto, cessando così di essere un popolo libero.

Nella filosofia politica[modifica | modifica wikitesto]

Si comprende pienamente la precipuità e imprescindibilità della demagogia come strumento delle oclocrazie, in ossequio al malsano quanto sistematico rifiuto di una democrazia che, in quanto tale, si esercita invece attraverso l'acceso confronto, anche polemico e tensorio, fra argomenti, fondate elucidazioni (logoi) e visioni del mondo. La deriva possibile del ritorno ad un bieco stato di disgregazione sociale, sembrerebbe essere mitigata solo da un altrettanto forte regime tirannico.

È reso chiaro all'analisi storica come la nascita delle oclocrazie rappresenti il fallimento dell'idea di libertà, constantemente minacciata e affondata dall'ignoranza e dal vile conformismo del genere umano, che portano in grembo quella bonheur végétative di tocquevilliana memoria. La libertà, tendente a configurarsi come "idea regolativa", perciò sempre in fieri, reca con sé infatti l'onere di un intrepido ed impavido agire morale nel mondo, essendo senza di esso destinata a rimanere mera illusione; la deriva populista (e il "populismo", parola peraltro abusata odiernamente, andrebbe invece più precisamente inteso proprio nel solco semantico dell'oclocrazia) trasforma la libertà in una mera bandiera propagandistica, agitata all'occorrenza e tesa ad alimentare l'ipocrisia della società e delle sue convenzioni.

Nella storia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

L'assonanza dello spettro concettuale proprio dell'oclocrazia polibiana con il pensiero di Tocqueville in tema di dittatura della maggioranza è stata utilizzata per descrivere l’antipolitica nel XXI secolo[3]: essa opera "quando lo stato è in balìa della voluttà delle masse"[4] ed è stata definita una pratica in cui "la democrazia si trasmuta in un rito collettivo di punizione e di espiazione"[5]; in Italia ciò farebbe "rivivere un nuovo capitolo di quella che Piero Gobetti, a proposito del fascismo, chiamava autobiografia di un popolo"[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sapere.it, oclocrazìa - Sapere.it, su www.sapere.it. URL consultato il 25 febbraio 2018.
  2. ^ (IT) oclocrazia in "Dizionario di Storia", su www.treccani.it. URL consultato il 25 febbraio 2018.
  3. ^ Massimiliano Pari, Trump? È la democrazia, bellezza!, ItaliaOggi, 27 novembre 2016.
  4. ^ Alberto Brambilla, IL FONDATORE DELLA CASALEGGIO & C. CONTRO LA DEMOCRAZIA DIRETTA, OPACT, 14 dicembre 2016.
  5. ^ Marco Cianca, Se la politica di oggi si riduce a una continua campagna elettorale, Corriere della sera, 20 dicembre 2016, secondo cui "gli alfieri dell’antipolitica, che ormai si è fatta a sua volta politica (...) danno voce alla pancia del Paese. Sono contro l’Europa, contro le banche, contro ogni forma di establishment, contro l’ondata immigratoria. Potrebbero persino allearsi, in nome di quell’oclocrazia, il governo delle plebi, che è stata evocata in questi giorni citando Polibio".
  6. ^ Ibidem.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]