Obelischi egizi di Benevento

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Coordinate: 41°07′53.82″N 14°46′37.72″E / 41.131618°N 14.777144°E41.131618; 14.777144

1leftarrow blue.svgVoce principale: tempio di Iside (Benevento).

L'obelisco integro
L'obelisco mutilo

Gli obelischi egizi di Benevento sono due monumenti realizzati sotto l'imperatore romano Domiziano per essere eretti, fra l'88 e l'89 d.C., ai due lati dell'ingresso del nuovo tempio di Iside della città sannita[1]. Le loro iscrizioni in geroglifici sono l'attestazione più esplicita dell'esistenza di tale tempio che sia giunta ai giorni nostri.

Cenni storici e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Del più noto dei due obelischi si sa che nel 1597, durante il pontificato di papa Clemente VIII e il vescovato di Massimiliano Palombara, esso fu posto davanti al duomo di Benevento, coronato con una palla di bronzo con una croce e dedicato alla Vergine[2]. Rimosso nel 1867 in occasione dell'allargamento del corso Garibaldi, nel 1872 fu riposizionato nella piccola piazza Emilio Papiniano, ove si trova tuttora, installato sopra un piedistallo recante un'iscrizione in latino e greco. Nel 1892 fu rinvenuto nei giardini di palazzo De Simone un ulteriore frammento di obelisco: l'archeologo Almerico Meomartini lo riconobbe come parte alta del monumento di piazza Papiniano, con la quale risultavano complete le sue iscrizioni.[3]

L'altro obelisco è identico al primo per materiale, forme e iscrizioni, ma si conserva solo per circa due terzi della sua altezza. Esso rimase a lungo nel cortile del palazzo arcivescovile, e lo stesso Meomartini alla fine del XIX secolo lo fece trasportare nel Museo del Sannio.[4] Oggi è esposto nell'ala del museo dedicata al tempio di Iside, distaccata presso il Museo d'arte contemporanea Sannio. Secondo la testimonianza dello storico beneventano Enrico Isernia, un'altra parte di tale obelisco fu recuperata dal crollo della basilica di San Bartolomeo e murata nel nuovo edificio[5].

Gli obelischi sono in granito rosso e la loro altezza totale era di poco più di 3 m. Il corpo principale di entrambi si appoggia su una base a forma di tronco di piramide, più spessa. Le iscrizioni si estendono su tutte le quattro facce dei monumenti.[6]

A Benevento è stato trovato anche un frammento di un ulteriore piccolo obelisco tardo (II-IV secolo d.C.), coperto da geroglifici di fantasia a puro scopo decorativo.[7]

Le iscrizioni[modifica | modifica wikitesto]

I geroglifici dei due obelischi

Le iscrizioni degli obelischi di Benevento sono state tradotte da più studiosi; le versioni riprese più comunemente sono quelle dell'egittologo tedesco Adolf Erman[8] e del collega italiano Ernesto Schiaparelli[9], entrambe pubblicate nel 1893 allorché uno dei due obelischi poté essere letto per intero. Di seguito la versione italiana della traduzione di Erman:

«I. «Horus, il forte giovane che conquista con potenza, l'aureo Horus «ricco di anni», forte in vittoria, re dell'Alto e del Basso Egitto, Autokrator Kaisaros, figlio di Re, Domiziano, che viva eternamente. Portato dal Regno e dalle terre straniere dei nemici alla sua residenza, la capitale Roma».

II. «La grande Iside, la Madre del Dio, Sothis, signora delle stelle, signora del cielo, della terra e del mondo sotterraneo. Egli innalzò un obelisco di granito per (lei) e per gli dei della sua città di Benevento, per la salvezza e il ritorno in patria del Signore dei Due Paesi, Domiziano, che viva eternamente. Il suo bel nome (è) Lucilio ..... (?). Che gli venga data una lunga vita con gioia».

III. «Nell'anno ottavo sotto la maestà del «forte toro», re dell'Alto e del Basso Egitto, signore di due paesi, «figlio del signore della vita, amato da tutti gli dei», figlio di Re, signore delle corone, Domiziano, che viva eternamente. Uno splendido palazzo venne costruito per la Grande Iside, signora di Benevento, e per le divinità paredre. Un obelisco di granito venne eretto da Lucilio ..... (?) per la salvezza e prosperità del Signore dei Due Paesi».

IV. «La Grande Iside, Madre degli dei, occhio del sole, signora del cielo e signora di tutti gli dei. Questo monumento fece (egli) a lei e agli altri dei della sua città di Benevento per la salvezza e il ritorno in patria del figlio di Re, signore delle corone, Domiziano, che viva eternamente. Il suo nome Lucilio ..... (?). Gli venga data gioia, vita, salvezza, salute!».»

(Riportato in Müller, p. 14)

La sintassi molto indiretta e alcuni altri dettagli lasciano ritenere che l'iscrizione geroglifica, benché opera di scribi egiziani, sia frutto della traduzione di un testo in greco, magari redatto in ambiente alessandrino.[10] Del testo è opportuno sottolineare gli attributi che divinizzano esplicitamente Domiziano, accostandolo ad un faraone, ancor più che sull'obelisco dell'Iseo Campense eretto pochi anni prima; l'ampio ventaglio di sfaccettature con cui viene descritta la stessa dea Iside, a testimonianza del fenomeno per cui tendeva ad assimilare i caratteri di molte divinità diverse; e il fatto che ci si riferisca a lei come «signora di Benevento», lasciando intendere che quello di Iside era, già prima dell'intervento di Domiziano, un culto molto sentito in città.[11]

Il nome del dedicante[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio dei geroglifici. In secondo piano sono due finestre dell'ex seminario arcivescovile

Non è chiaro come debba essere il letto il nome di colui che fece erigere gli obelischi auspicando la salvezza di Domiziano che, presumibilmente, al momento era impegnato nella campagna di Dacia o nel sedare la ribellione di Lucio Antonio Saturnino, governatore della Germania Superior. Inizialmente, nell'opera di Jean-François Champollion e di Luigi Maria Ungarelli, tale nome è stato letto come Lucilio Rufo; tuttavia, è più probabile che sia avvenuta qualche alterazione durante la traslitterazione del nome del personaggio, che si sarebbe chiamato Rutilio Lupo.[12]

In effetti la presenza, e anzi la concentrazione, della gens Rutilia a Benevento risulta da più iscrizioni, compresa una fatta incidere proprio da un Rutilio Lupo. Si è suggerito che colui che commissionò gli obelischi fosse Marco Rutilio Lupo, un legatus della legione XIII Gemina, oppure un omonimo personaggio che fu prima prefetto dell'annona (fra il 103 e il 111) e poi prefetto d'Egitto (113-117, sotto Traiano).[13] È plausibile comunque che fosse un beneventano abbiente o potente, tanto da poter far arrivare i due obelischi dall'Egitto.[14]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Müller, p. 15; Torelli, p. 186; Pirelli 2006, pp. 132-133.
  2. ^ Giovanni De Nicastro, Benevento Sacro, a cura di Gaetana Intorcia, Benevento, Stabilimento Lito-Tipografico Editoriale De Martini, 1976, p. 69.; De Lucia, p. 16.
  3. ^ Meomartini, pp. 485-486; De Lucia, pp. 16, 70; Müller, n. 278 a p. 77. Müller riporta il 1869 come anno della rimozione dell'obelisco dalla piazza del duomo, ma le fonti che cita non riportano tale datazione.
  4. ^ Meomartini, p. 485; Müller, n. 277 a p. 76.
  5. ^ Enrico Isernia, Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894, I, Benevento, A. D'Alessandro e Figlio Editori, 1895, p. 110. URL consultato il 17 maggio 2017.
  6. ^ Müller, nn. 278-279 alle pp. 77-78.
  7. ^ Müller, n. 265 a p. 62.
  8. ^ (DE) Adolf Erman, Obelisken roemischer Zeit, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abteilung, Roma, Loescher, 1893, pp. 210-218. URL consultato il 17 maggio 2017.
  9. ^ Schiaparelli
  10. ^ Vergineo 2011, pp. 64-65; Schiaparelli, p. 274.
  11. ^ Müller, p. 15; Torelli, p. 189; Pirelli 2006, pp. 131-132; Vergineo 2011, p. 65.
  12. ^ Müller, p. 15 e nota 13 a p. 34.
  13. ^ Müller, p. 15; Torelli, pp. 187-188; Pirelli-Iasiello, p. 379.
  14. ^ Sirago 1992, p. 75.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ernesto Schiaparelli, Benevento. Antichità egizie scoperte entro l'abitato, in Notizie degli scavi di antichità, Roma, Reale Accademia dei Lincei, 1893, pp. 267-274. URL consultato il 18 maggio 2017.
  • Almerico Meomartini, Degli obelischi di Benevento, del dio Apis e del tempio d'Iside, in I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento, Benevento, Tipografia di Luigi De Martini e figlio, 1889, ISBN non esistente. URL consultato il 17 maggio 2017.
  • Salvatore De Lucia, Passeggiate beneventane, Benevento, G. Ricolo editore, 1983.
  • Hans Wolfgang Müller, Il culto di Iside nell'antica Benevento, in Saggi e studi del Museo del Sannio, traduzione di Silvio Curto e Donatella Taverna, Benevento, Officina grafica Abete, 1971.
  • Vito Antonio Sirago, Il Samnium nel mondo antico 5. Domiziano e il Tempio Isiaco di Benevento, in Samnium, 1-4, Benevento, 1992, pp. 70-81.
  • Marina R. Torelli, Benevento romana, Roma, «L'Erma» di Bretschneider, 2002, ISBN 8882652092.
  • Rosanna Pirelli e Italo M. Iasiello, L'Iseo di Benevento, in Ermanno A. Arslan (a cura di), Iside. Il mito il mistero la magia, Milano, Electa, 1997, pp. 376-380.
  • Rosanna Pirelli, Il culto di Iside a Benevento, in Stefano De Caro (a cura di), Egittomania. Iside e il mistero, Mondadori Electa, 2006, pp. 128-143.
  • Giovanni Vergineo, Il tempio di Iside a Benevento: l'architettura e gli arredi, l'architettura attraverso gli arredi, in Estrat Crític, vol. 2, nº 5, 2011, pp. 62-75, ISSN 1887-8687 (WC · ACNP).

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