Noesi

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Il concetto di noesi (in greco νόησις) risale alla filosofia di Aristotele e Platone, per il quale essa rappresenta la facoltà della conoscenza intuitiva e prediscorsiva.

Per conoscenza noetica, Platone intende il grado più alto della conoscenza razionale o scientifica, ossia quella filosofica, che ha come oggetto le idee-valori. Si identifica come intuizione intellettiva immediata delle idee, raggiungibili solo con l'intellezione (nòesis) e collocate quindi al di sopra del pensiero logico-dialettico (diànoia).

Per Platone, la noetica è l'atto di concepire attraverso il pensiero; per Aristotele, l'atto stesso di comprensione concettuale.[1]

Questo concetto assume una valenza centrale nel pensiero fenomenologico di Husserl, per il quale la noesi rappresenta l'esperienza vissuta nel suo insieme, dal punto di vista soggettivo, ovvero l'insieme degli atti di comprensione rivolti verso l'oggetto dell'esperienza, quale la percezione, l'immaginazione, il ricordo.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Francesco Adorno, nell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, afferma che l'origine etimologica del termine νόυς, normalmente tradotto con "intelletto", deriva dal verbo "noein" (νοεῖν), che in Omero ha il significato di "annusare" (ἐνόησεν), e solo successivamente passerà ad indicare la capacità di legare intellettualmente i concetti. Il passo a cui si riferisce Adorno è contenuto in Odissea XVII 300-302: «là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, come sentì (ἐνόησεν) vicino Odisseo, mosse la coda».

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Noetica e semiotica nell'apprendimento della matematica
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