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Nāgārjuna

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Nāgārjuna nella iconografia cinese, da notare la uṣṇīṣa che emerge dalla testa.
Ritratto di Nāgārjuna nella iconografia tibetana. Il filosofo buddhista è protetto da un nāga e con la caratteristica uṣṇīṣa posta in cima alla testa. Nāgārjuna possiede questo "segno" del Buddha in quanto, secondo la tradizione, avendo egli insegnato la dottrina della vacuità (śunyātā), avrebbe messo in moto il secondo giro della Ruota del Dharma (dharmacakra). Da notare, inoltre, che le mani sono nel "gesto di avviamento della ruota della dottrina" (dharmacakrapravartamudrā): pollice e indice della mano destra formano la ruota, mentre il dito medio della mano sinistra la mette in moto.
Nāgārjuna in un dipinto tibetano
(SA)

« na saṃsārasya nirvāṇāt kiṃcid asti viśeṣaṇam
na nirvāṇasya saṃsārāt kiṃcid asti viśeṣaṇam
nirvāṇasya ca yā koṭiḥ koṭiḥ saṃsaraṇasya ca
na tayor antaraṃ kiṃcit susūkṣmam api vidyate »

(IT)

« Il saṃsāra è in nulla differente dal nirvāṇa.
Il nirvāṇa è in nulla differente dal saṃsāra.
I confini del nirvāṇa sono i confini del saṃsāra.
Tra questi due non c'è alcuna differenza. »

(Nāgārjuna, Mūla-madhyamaka-kārikā, XXV, 19-20)

Nāgārjuna (devanāgarī: नागार्जुन; cinese: 龍樹 pinyin: Lóngshù; coreano: Yongsu; giapponese: Ryūju; tibetano: Klu Sgrub; Andhra, 150 d.C. circa – 250 d.C.) è stato un monaco buddhista indiano, filosofo e fondatore della scuola dei Mādhyamika e patriarca delle scuole Mahāyāna.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Le notizie sulla vita di Nāgārjuna sono piuttosto frammentarie e confuse. Intersecano diverse tradizioni buddhiste e anche diverse tradizioni geografiche. Si ritiene che sia nato nel II secolo d.C., probabilmente nella regione di Andhra (India meridionale) da una famiglia di brahmani. Secondo una tradizione nacque sotto un albero di Terminalia arjuna, fatto che determinò la seconda parte del suo nome, Arjuna. La prima parte, Nāga, lo si deve ad un viaggio che avrebbe condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei nāga, i cobra divini, posto sotto l'oceano per recuperare i Prajñāpāramitāsūtra ad essi affidati dai tempi del Buddha Śākyamuni.

Dal punto di vista storiografico si ritiene che dopo un periodo di studio della letteratura vedica (testimoniato dall'interesse per essa nelle sue opere), si convertì presto al Buddhismo entrando in un monastero. Non si sa con certezza se abbia vissuto a Nāgārjunakonda, a Berar oppure nel Saurashtra.

La tradizione lo vuole abate di Nālandā, ma si ritiene che poi abbia comunque trascorso buona parte della sua vita a Srivapata, in un monastero fatto costruire sulle rive del fiume Krshna dal re suo amico Gautamīputra (della dinastia dei Śatakarṇi), a cui Nāgārjuna indirizzò due epistole (Suhrllekha e Ratnavali) giunte fino a noi.

La sua opera di maestro della scuola dei Mādhyamika, da lui fondata a Nālandā, fu continuata da Āryadeva, suo discepolo diretto nonché successore come abate di Nālandā.

Nāgārjuna è considerato tra i fondatori del Buddhismo Mahāyāna ed è "patriarca" nelle scuole buddhiste cinesi Tiāntái e Chán.

La dottrina[modifica | modifica wikitesto]

Tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. iniziano a comparire dei testi buddhisti in cui questa dottrina religiosa è vigorosamente chiamata a rispettare alcuni insegnamenti che alcuni canoni coevi sembravano non aver sufficientemente considerato. Questi testi, indicati con il nome collettivo di Prajñāpāramitā sūtra (Sutra perfezione della saggezza), furono decisivi per la nascita e la diffusione del Buddhismo Mahāyāna che presto si propagherà per tutta l'India e l'Asia centrale, giungendo infine nell'Estremo Oriente e in Tibet.

Nel Buddhismo Mahāyāna è cruciale la figura del bodhisattva, colui che, pur essendo in grado di raggiungere il nirvāṇa , rimanda tale realizzazione per aiutare gli altri esseri senzienti a liberarsi. Il bodhisattva acquisisce una serie di perfezioni (pāramitā), che comprendono la purificazione dalle passioni, l'esercizio delle virtù morali (prima fra tutte la dāna, la "generosità") e l'acquisizione della consapevolezza della vacuità (sans. śunyātā) insista in ogni manifestazione del reale.

La vacuità (śunyātā) è la categoria fondamentale dei Prajñāpāramitāsūtra e della filosofia di Nāgārjuna.

Nelle dottrine del Buddhismo dei Nikāya, che precedettero l'opera di Nāgārjuna e che rifiutavano la canonicità dei Prajñāpāramitāsūtra, è presente l'idea del pratītyasamutpāda, per il quale nessun fenomeno (dharma) ha una esistenza in sé, in quanto ogni fenomeno emerge solo grazie ad altri fenomeni che lo hanno preceduto: esiste A solo in quanto è esistito un non-A. Questa realtà dei fenomeni posta su un piano temporale di impermanenza (anitya) conservava, per le scuole del Buddhismo dei Nikāya (anche se con delle differenze fondamentali ad esempio tra i Vibhajyavāda e i Sarvāstivāda), una stabilità temporale immediata, ovvero una identità precisa.

Per Nāgārjuna, il Buddha Śākyamuni aveva invece indicato, oltre l'impermanenza temporale, un'ulteriore qualità nella natura dei fenomeni: essi sono vuoti (śūnya) anche di una stessa loro identità (niḥsvabhāvatā). in quanto dipendono uno dall'altro sia sul piano temporale che in quello del presente, dell'immediato: esiste A solo in quanto esiste anche un non A[1].

Quindi tutti i fenomeni (dharma) sono privi di identità, sono vuoti di identità, in quanto non sono inscindibili, non risultano indipendenti, uno dall'altro. Tutti i dharma, secondo la lettura dell'insegnamenti del Buddha da parte di Nāgārjuna, sono vuoti: poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente, si può dire che tutto ciò che esiste è "vuoto". Ma se la dottrina dello śunyātā denuncia il mondo come irreale, al contempo è evidente che esso esista e non sia un puro miraggio. Né si può sostenere che esso sia al contempo "reale" e "irreale", o né "reale" e né "irreale". Da qui il modo di procedere dialettico negativo del filosofo indiano come "tetralemma" (catuṣkoṭi), intento a demolire ogni elaborazione concettuale su qualsivoglia "realtà", ivi comprese quelle enunciate dalle dottrine buddhiste: non è A; né non-A; né A-e-non A; né non-A-né-non-A. Quindi la dottrina dello śunyātā, non è nemmeno indicabile come "nihilismo" avendo la dichiarata pretesa di negare anche quella dimensione.

L'esperienza dello śunyātā, ovvero la demolizione delle elaborazioni concettuali sarebbe, per il filosofo indiano, il cuore dell'insegnamento del Buddha, la via che porta alla liberazione. La vacuità, infatti, non può essere conosciuta con il pensiero ordinario (o convenzionale).

Gran parte dell'opera di Nāgārjuna consiste pertanto in una critica raffinata delle diverse dottrine che sottintendono l'esistenza dei fenomeni in quanto tali, o la loro semplice negazione, e che vengono per questo ridotte all'assurdo (prasaṅga).

Da parte sua, Nāgārjuna non presenta alcuna dottrina, poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione filosofica. L'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se la vacuità viene entificata. La vacuità richiede, ed è, la rinuncia a ogni opinione.

Il Buddha Śākyamuni aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda"). Interpretando questo aspetto del messaggio del Buddha, Nāgārjuna sottopone a critica tutti i concetti centrali del Buddhismo operando la distinzione - importante per tutto il Buddhismo Mahāyāna - tra due verità: quella relativa (sans. saṃvṛti- satya) e quella assoluta (paramartha satya) che il buddhista "abbraccia" quando mette in moto la Ruota della Legge, fino a quel momento il buddhista conosce solamente le "Quattro nobili verità" (sans. catvāri-ārya-satyāni), ma non le abbraccia, illudendosi che esistano davvero, in questo modo infatti aderisce solo alla "verità relativa" del mondo.

La totalità delle scuole mahāyāna e mahāyāna-vajrayāna inseriscono Nāgārjuna tra i loro patriarchi fondatori. Egli è considerato come colui che, avendo insegnato la dottrina della vacuità (śūnyatā), ha messo in moto il secondo giro della Ruota del Dharma (dharmacakra). Per questa ragione nella iconografia buddhista mahāyāna è rappresentato con la protuberanza cranica (uṣṇīṣa) uno dei Trentadue segni maggiori di un Buddha.

Le opere[modifica | modifica wikitesto]

Delle oltre cinquanta opere che le varie tradizioni buddhiste attribuiscono a Nāgārjuna, gli storici ritengono probabilmente autentici solo dodici trattati e quattro inni. Tra questi si possono segnalare:

  • Mūla-madhyamaka-kārikā (conosciuto anche come Madhyamaka-kārikā, Prajñāmamūlamadhyamakakārikā o Madhyamaka-śāstra, cin. 中論 Zhōnglùn, giapp. Chūron, tib. dBu-ma rtsa-ba'i thsig le'ur byas-pa shes-rab ces-bya-ba, Le stanze del cammino di mezzo), composta in 448 strofe divise in 27 sezioni, è una critica serrata agli Abhidharma delle scuole del Buddhismo dei Nikaya.
  • Vigrahavyāvartanī (Lo sterminio degli errori).
  • Śunyātāsaptati (Le settanta stanze sulla vacuità).
  • Yuktiṣāṣṭika (Sessanta stanze sulla coerenza).
  • Vaidalyaprakaraṇa (Commento al Vaidalyasutra).
  • Suhṛllekha (Lettera amichevole).
  • Catuḥstava (Quattro inni).
  • Rajaparikatharatnamala (La ghirlanda preziosa dei consigli al Re).
  • Pratītyasamutpādahṝdayakārika (Gli elementi della Coproduzione condizionata).
  • Bodhicittavivaraṇa (Trattato sulla mente illuminata).
  • Bodhisaṃbhāra (I requisiti per l'illuminazione).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Così Kajyama Yuichi «Nagarjuna, however, introduces into that theory the concept of mutual dependency. Just as the terms long and short take on meaning only in relation to each other and are themselves devoid of independent qualities (longness or shortness), so too do all phenomena (all dharmas) lack own being (svabhava).» in Encyclopedia of Religion Usa, Macmillan, 2004, pag. 5552.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nagarjuna - Kaysang Gyatso, La preziosa ghirlanda - Il cantico delle quattro consapevolezze'. Roma, Ubaldini Editore, 1976.
  • Christian Lindtner. Nagarjuniana: Studies in the Writings and Philosophy of Nagarjuna. Denmark, Akademisk Forlag, 1982.
  • Emanuela Magno. Nagarjuna. Logica, dialettica e soteriologia. Milano, Mimesis Edizioni 2013.
  • T.V.R. Murti. La filosofia centrale del Buddhismo. Roma, Ubaldini Editore, 1983.
  • Karl H. Potter. Buddhist Philosophy from 100 to 350 A.D.. Encyclopedia of Indian Philosophies. Vol. 8 Delhi, Motilal Banarsidass, 1999.
  • Li Rongxi; Albert A. Dalia (2002). The Lives of Great Monks and Nuns, Berkeley CA: Numata Center for Translation and Research, pp. 21–30
  • Paul Williams. Mahayana Buddhism: The Doctrinal Foundations. London, Routledge, 1989. Trad.it.: Buddhismo Mahayana. Roma, Ubaldini, 1990.

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