Museo regionale della Ceramica

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Museo regionale della ceramica di Deruta
Chiostro del Museo(1).jpg
Ubicazione
StatoItalia Italia
LocalitàDeruta
IndirizzoLargo San Francesco
Caratteristiche
TipoArti applicate
Istituzione1898
Apertura1998
Sito web

Coordinate: 43°01′41.66″N 12°25′47.07″E / 43.02824°N 12.429742°E43.02824; 12.429742

Il Museo regionale della ceramica di Deruta è il più antico museo italiano per la ceramica. La sua fondazione risale al 1898 grazie al notaio derutese Francesco Briganti che ebbe l'idea di istituire un "Museo artistico pei lavoranti in maiolica".[1] Il titolo, già presente nel primo catalogo museale redatto da Angelo Micheletti[2] nel 1900 recava in se' i fini che l'istituzione culturale avrebbe dovuto perseguire: non solo luogo di conservazione e cultura ma anche modello espositivo utile alla maestranze.

Sede[modifica | modifica wikitesto]

Il museo ha sede presso il complesso conventuale di San Francesco, situato nel centro storico di Deruta prospiciente il palazzo comunale.[3] La storia del convento, sin dalla sua fondazione, si lega inevitabilmente alla vita urbana e agli avvenimenti nella città e nell'area circostante. Le notizie storiche a disposizione sono tratte principalmente dall'opera di Giuseppe Fabretti (1787-1868) e più precisamente dal suo manoscritto Memorie ecclesiastiche di Deruta.[4] Quasi certamente fondato nel 1008[5], all'inizio appartenne ai monaci benedettini ed era intitolato a Santa Maria de' Consoli. In un documento[6] del 1040 riportato nel Chronicon Farfense[7] di Gregorio da Catino, l'edificio viene annoverato tra i beni dell'Abbazia di Farfa per passare poi sotto la giurisdizione del monastero di San Pietro di Perugia.[8] Successivamente, la tradizione vuole che intorno alla metà del XIII secolo, passò al Beato Egidio d'Assisi.[9] che lo cedette ai frati minori francescani fino alla sua soppressione, nel XIX secolo. Nel 1290 il convento derutese è elencato tra i luoghi per cui il Comune di Perugia elargiva delle elemosine.[10] Più tardi, all'inizio del XIV secolo il complesso fu definitivamente intitolato a San Francesco d'Assisi poiché nel Provinciale vetustissimum figura come facente parte della "Provincia S.Francisci"[11] con il toponimo "Dirutam". Come si evince dallo Statuto di Deruta in lingua volgare del 1465, il convento e la comunità dei Minori entrarono a pieno nella vita quotidiana cittadina e nell'organizzazione dei suoi aspetti civili e religiosi. I frati avevano l'obbligo di suonare le campane del convento per l'apertura e la chiusura delle porte d'ingresso al "castrum".[12] Il complesso conventuale, in particolar modo la chiesa ed il chiostro, presentano molteplici tracce di dipinti con cui si era soliti affrescare i conventi. Di rilievo artistico è l'affresco ubicato presso l'ingresso del Museo (già porta d'ingresso al convento); l'affresco, attribuibile ad un pittore della scuola umbra del Trecento rappresenta la Vergine in trono con il Bambino in atto di benedire il genuflesso committente raccomandato da un santo vescovo (di quest'ultimo non vi è più traccia). Dal 1998, dopo un'opera di restauro, il complesso architettonico di San Francesco è stato destinato a definitiva sede museale. Il progetto di restauro e allestimento è stato redatto dagli architetti Mario Manieri Elia, Enrico Da Gai, Maria Margarita Segarra Lagunes e Giovanni Manieri Elia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'atto di nascita del Museo è conservato in un altare laterale della Chiesa di San Francesco per volere di Angelo Micheletti, primo conservatore del Museo. Il Museo si richiamava ai Musei di Arti applicate che, dopo la nascita del South Kensington Museum[13] nel 1857 si diffusero rapidamente in tutta Europa. La collezione originaria, inizialmente esposta nel palazzo municipale, consisteva in circa centottanta opere, alcune riproduzioni ad acquerello di Alpinolo Magnini e frammenti ceramici provenienti da scavi locali. La maggior parte delle opere fu frutto di donazioni e/o depositi tanto è che il museo derutese si è configurato sin dall'inizio come museo "evergetico" (evergetismo). Nel 1962 si aggiunsero oltre quattromila opere del campionario di fabbrica del CIMA (Consorzio Italiano Maioliche Artistiche) e Società Maioliche Deruta. Negli anni ottanta e novanta del XX secolo assistiamo ad un ulteriore incremento delle opere grazie all'acquisizione rispettivamente della collezione Leonardo Pecchioli e Milziade Magnini. Le acquisizioni più recenti hanno invece cercato di colmare carenze morfologiche e stilistiche della produzione derutese soprattutto di epoca rinascimentale.

Percorso espositivo[modifica | modifica wikitesto]

Il percorso di visita, frutto del progetto museografico curato da Giancarlo Bojani e Giulio Busti, consente di esplorare la storia della tradizione ceramica derutese grazie all'esposizione di seimilacinquecento opere organizzate su quattro livelli espositivi (inclusi i depositi) distribuiti su una superficie di duemilaseicento . La collezione museale è ordinata in un percorso cronologico ed alcune sezioni tematiche che indagano lo sviluppo e l'evoluzione della tradizione ceramica dal Medioevo al Novecento.

Sala didattica[modifica | modifica wikitesto]

L'itinerario di visita apre con una sezione, denominata sala didattica, dedicata alle tecniche di lavorazione della ceramica. Il termine "ceramica" indica un oggetto realizzato con diverse tipologie di argilla consolidate attraverso specifici processi termici. La tipologia ceramica più diffusa a Deruta è la maiolica.

Etimologia del termine maiolica

Il termine maiolica deriva con tutta probabilità dall'isola ispanica di Maiorca; Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutt' Italia parla di "....vasi di majorica per che primieramente fu riportata quest'arte nell'isola di majorica et quivi portata...", anche se è Dante Alighieri ad associare per la prima volta il termine maiolica all'isola ispanica; più precisamente nella Divina Commedia al XXVIII canto dell'Inferno vv 82-84, il poeta fiorentino parla dell'isola di Maiorca:.."Tra l'isola di Cipri e di Maiolica non vide mai si fallo Nettuno...". Occorre tuttavia precisare che con il termine maiolica nel Cinquecento si era soliti indicare la produzione a lustro (tecnica).

Tecnica dello spolvero

Lo "spolvero" è una modalità decorativa mutuata dall'arte pittorica; consiste in un disegno traforato su una carta trasparente da trasferire sulla superficie da decorare grazie ad un sacchetto di polvere di carbone che viene battuto sulla carta forata adagiata sul manufatto. Tale tecnica riduce gli errori del disegno a mano libera e consente la produzione in serie degli stessi soggetti decorativi.

Principali tecniche di lavorazione della tradizione ceramica derutese

Maiolica[modifica | modifica wikitesto]

La maiolica è un prodotto ceramico poroso a pasta colorata. Dopo la prima cottura, intorno ai mille gradi, si ottiene il "biscotto" noto comunemente con il termine di terracotta; dopo la decorazione, spesso ottenuta con la "tecnica dello spolvero", il manufatto subisce una seconda cottura ad una temperatura di circa novecentoventi gradi.

Lustro[modifica | modifica wikitesto]

La maiolica a lustro, tecnica di derivazione araba, è un prodotto ceramico caratterizzato da riflessi metallici ed iridescenti. Tale tipologia inizia a diffondersi nella produzione italiana alla fine del XV secolo; il primo documento di cultura materiale che ne attesta l'esistenza è una targa rettangolare a bassorilievo con al centro San Sebastiano, datata 1501, attualmente conservata nel Victoria and Albert Museum. Il lustro ha l'aspetto di una patina dorata o color rubino, che viene applicata sulla maiolica mediante una terza cottura (piccolo fuoco) in una camera da forno detta muffola in atmosfera riducente; la complessità della tecnica era tale che "...spesse volte, di 100 pezzi di lavori, a ffatiga ven ne sono 6 buoni"...[14]

Ceramica ingobbiata, graffita e invetriata[modifica | modifica wikitesto]

Tale tipologia ceramica viene prodotta anche a Deruta nel XV secolo; consiste nel rivestire la superficie "a crudo" dell'oggetto con un'argilla bianca finissima denominata ingobbio su cui viene successivamente incisa la decorazione; per tale motivo è nota anche come ceramica invetriata e graffita.

Sala arcaica[modifica | modifica wikitesto]

Nella sala arcaica è possibile apprezzare la prima tipologia ceramica realizzata in Italia, detta maiolica arcaica, ed una serie di frammenti ceramici, frutto di scavi locali occasionali, che consentono di documentare l'arte derutese in un ampio arco temporale (dal XIII al XVIII secolo). Un'importante documentazione d'archivio fa risalire l'inizio della produzione locale al periodo tardo-medievale. Il documento risale al 1282, anno in cui i massari di Perugia ricorsero a un vasaio derutese per una fornitura di brocche e gavatelli per la festa di Sant'Ercolano.[15] La maiolica arcaica è caratterizzata da forme molto semplici di tipo utilitario come brocche, vasi e catini. La terminologia usata per descrivere tale produzione non presenta grandi problemi trattandosi di recipienti di uso domestico e quotidiano. Caratteristiche di tale vasellame sono, inoltre, la foggiatura al tornio, in un'unica soluzione, senza rifinitura finale e uno smalto sottile tendente al grigio dato a risparmio nelle sole parti riservate alla decorazione. Lo stile si diffonde nell'Italia centro-settentrionale e specialmente in Umbria dalla seconda metà del XIII fino alla prima metà del XV secolo. Le tipologie decorative peculiari di tale stile sono di tipo vegetale, come le foglie trilobate, lanceolate e cuoriformi, con motivi a corda, a treccia e a nodi; non mancano, tuttavia, decori geometrici e geometrico-floreali e talvolta raffigurazioni zoomorfe e sacre. Le opere sono spesso dipinte su fondo a graticcia. La tavolozza cromatica risulta quanto mai limitata; i colori utilizzati dai vasai sono il bruno, realizzato con ossido di manganese, e il verde con ossido di rame, da cui deriva il tipico colore "verde ramina". La sala, infine, conserva numerosi frammenti che consentono di conoscere forme e stili della tradizione locale.

Sezione dei pavimenti[modifica | modifica wikitesto]

La sezione espositiva si compone di due sale, una dedicata al pavimento della Chiesa di San Francesco di Deruta e l'altra al pavimento proveniente dalla Cappella di Palazzo dei Priori e a quello della Rocca Paolina di Perugia.

Pavimento della Chiesa di San Francesco di Deruta[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Pavimento della Chiesa di San Francesco di Deruta.

Il pavimento venne ritrovato a Deruta nel 1902 nella Chiesa di San Francesco, durante i lavori di ripavimentazione. Secondo Milziade Magnini[16] doveva trattarsi di un pavimento di una cappella mortuaria appartenuta alla Compagnia del Rosario e della Morte che, prima di trasferirsi nel complesso francescano[17], occupò la Chiesa pievana di Sant'Angelo. Il pavimento è costituito da mattonelle a forma di stella ad otto punte che si alternano ad altre a forma di croce obliqua ed infine da mattonelle rettangolari e quadrate con funzioni di cornice. Le mattonelle a stella presentano motivi decorativi a figure sacre e profane (profeti, muse, divinità olimpiche, santi, figure allegoriche, profili maschili e femminili); quelle a croce sono per lo più decorate ad arabeschi e girali. Il pavimento è eseguito in policromia con una netta prevalenza di toni azzurrati; su un riquadro rettangolare, posto sul lato destro, è possibile leggere la data 1524. Con tutta probabilità l'iscrizione sigla l'anno in cui è stato eseguito il capolavoro, ascrivendolo ad uno dei momenti più vitali della produzione ceramica derutese. La qualità dell'esecuzione pittorica, l'uso dei colori e l'impianto decorativo permettono di relazionare le mattonelle, direttamente o no, a due opere firmate dal pittore derutese Nicola Francioli detto "Co", identificato dagli studiosi Giulio Busti e Franco Cocchi. Il Co, possibile contrazione di Nicola, viene collocato in una delle famiglie più antiche di vasai derutesi. Il soprannome Co e l'assenza di altri autori che nel periodo possano essere identificati con tale monosillabo, hanno condotto gli studiosi ad identificare uno degli autori del pavimento proprio con Nicola Francioli, citato nei documenti d'archivio tra il 1513 ed il 1565.

Pavimento della Cappella dei Priori di Perugia[modifica | modifica wikitesto]

Le mattonelle esposte fanno parte del pavimento della Cappella dei Priori e con tutta probabilità sono pervenute a Deruta nel 1907 in occasione della “Mostra di Antica Arte Umbra” allorquando erano ancora attribuite a botteghe derutesi. L'intero pavimento fu commissionato al vasaio perugino Giacomo di Marino, soprannominato Cavalla, tra il 1450 e il 1455. Le mattonelle sono decorate in stile severo con una prevalenza di motivi gotico-floreali, anche se non mancano elementi di novità quali l'angelo svolazzante, che anticipa un gusto sempre più rinascimentale.

Pavimento della Rocca Paolina di Perugia[modifica | modifica wikitesto]

Il pavimento, proveniente dalla Rocca Paolina, fortilizio costruito da Antonio da Sangallo il Giovane nel 1540, fu eseguito, per volere di Papa Paolo III Farnese, ad Urbino, Gubbio e Deruta. La parte più consistente del pavimento esposto presenta motivi decorativi con trofei e strumenti musicali realizzati nel Ducato di Urbino, nel 1543.

Sala del rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Sala del rinascimento

La produzione rinascimentale derutese viene introdotta da uno stile decorativo definito dal ceramologo inglese Bernard Rackam petal back[18], in quanto caratterizzata da decorazioni a forma di petalo sul verso dell'opera. Tale denominazione fu data dal Rackam ad un gruppo di maioliche da lui studiato, caratterizzato sul retro proprio da un motivo a grandi “petali” trasversalmente striati in arancio e blu[19]. I vasai derutesi acquisiscono anche la tecnica del lustro, stile decorativo che domina l'intera produzione rinascimentale; la tecnica viene sperimentata su forme nuove, quali vasi biansati su alto piede e piatti da pompa[20]. La sala è ricca di esemplari pregevoli eseguiti con tale tecnica. La produzione policroma del periodo è caratterizzata da una divisione dello spazio pittorico in cui le parti centrali, destinate a raffigurazioni, sono circondate da spazi decorativi con ornati ad arabesco, a corona di spine, ad embricazioni e a girali fioriti; nelle parti figurative prevalgono ritratti di belle donne spesso affiancati da cartigli in cui vengono riportati motti, sentenze o più semplicemente il nome della donna ritratta e l'aggettivo "bella". Il genere è riconducibile alle “coppe amatorie”[21]. Le coppe amatorie, maioliche prodotte prevalentemente nel centro Italia tra il Quattrocento e Cinquecento, venivano offerte all'innamorata per celebrare momenti importanti quali il fidanzamento, il matrimonio, il parto, ma anche feste e balli, da qui anche la denominazione di “ ballate”. Sebbene il genere rimanda alla forma della coppa, svariate sono le tipologie morfologiche utilizzate dai vasai: piatti, anfore, vasi, bacili e scodelle. Tra le coppe amatorie una riflessione a parte merita l'impagliata o impalliata[22], composizione di sette o otto maioliche (tazza da zuppa, da brodo, tagliere o piatto, portauova, saliera, etc.) a formare un portapranzo completo, il quale veniva regalato alla partoriente per consumare il suo desinare. L'etimologia del nome ha un'origine prettamente popolare; con l'espressione “impagliata” si definiva in passato colei che, avendo da poco partorito, era solita riposare su un letto di paglia, detto paglione[23]. La sala ospita un'inedita collezione di fuseruole, piccole perline in maiolica da donare all'innamorata. I piccoli pesi "d'amor", venivano utilizzati come contrappeso per la filatura della lana; bilanciando il fuso, il filato risultava essere più uniforme. Sulla parte globulare della pittola[24], erano impresse le iniziali dell'innamorata o il suo nome e spesso a seguire la lettera "B", che sta per "bella". La particolarità dell'oggetto e del suo uso sono stati apprezzati in tutto il mondo, tant'è che alcune fuseruole derutesi (in un numero di quindici sono esposte al British Museum. A contribuire al successo della maiolica derutese nel secolo d'oro interviene anche il cosiddetto stile istoriato. Le maioliche istoriate sono contraddistinte da un tipo di pittura che riguarda l'intera superficie dell'oggetto. Le opere riproducono, soprattutto, scene di ispirazione mitologica o sacra. Gli artisti, su richiesta di una committenza erudita, attingono a testi letterari, quali le Metamorfosi di Ovidio, le Deche di Tito Livio” o l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Nella tradizione "istoriata" derutese, si ricorda il grande piatto apodo attribuito alla bottega di Giacomo Mancini detto "El Frate" della seconda metà del Cinquecento. L'opera presenta i colori tipici della tradizione rinascimentale derutese; toni aranciati affiancano il blu cobalto, il giallo ferraccia, il verde ramina e il bruno di manganese. Tale piatto sembra rappresentare la scena di una conversione, il paesaggio in cui è ambientata rappresenta un corso d'acqua nel quale si gettano uccelli di varie specie. In lontananza si apre la veduta di un piccolo villaggio turrito, la cui rappresentazione è frequente nelle maioliche umbre. La fonte letteraria da cui l'autore trae ispirazione non è stata però ancora individuata.

Sezione delle targhe votive[modifica | modifica wikitesto]

Deruta si distingue particolarmente nel variegato quanto complesso panorama della produzione di maioliche devozionali. Sin dal XVI secolo, gli artigiani derutesi hanno realizzato numerose formelle devozionali dedicate alla Madonna ed ex-voto in particolare per il Santuario della Madonna del Bagno nel quale ve ne sono conservate circa settecentottantadue[25] per lo più prodotte dal XVII al XX secolo. Nella sezione museale delle targhe non mancano, tuttavia, esempi di opere devozionali provenienti dalle chiese derutesi. Gli ex-voto sono tutti eseguiti in policromia; non sorprende la quasi completa assenza di realizzazioni a lustro. L'enorme richiesta porta gli artigiani a produrre opere tecnicamente non accurate; lo stile è frettoloso e riassuntivo, espresso con un tratto abile e preciso, ma estremamente veloce. Le formelle hanno prevalentemente forma rettangolare, raramente esagonale; i colori usati per le decorazioni e le figurazioni testimoniano un largo uso del giallo, dell'arancio e del verde ramina, non manca tuttavia l'impiego del bruno manganese e del blu-verde. Nel loro schema più tipico e stereotipato, le targhe raffigurano centralmente l'evento negativo da cui, il protagonista dell'atto devozionale è riuscito a scampare; in alto, a sinistra, è presente l'immagine della Madonna alla quale è attribuito l'intervento risolutore. Le circostanze della situazione "di rischio" e della sua positiva risoluzione vengono ribadite dall'acronimo: "P.G.R.", "Per Grazia Ricevuta"; non manca però l'uso della variante "V.F.G.A.", che sta per "Voto Fecit Grazia Abet", ossia "ho fatto il voto, ho ricevuto la grazia". È facile comprendere come le mattonelle votive siano una esaustiva documentazione della religiosità popolare, delle oggettive condizioni di vita e della cultura materiale, e delle trasformazioni socio-antropologiche in relazione al passare del tempo. Nella produzione derutese ha avuto particolare successo anche il genere devozionale caratterizzato da forme rettangolari, modellate a bassorilievo, realizzate per stampatura, con al centro la Madonna rappresentata a mezzo busto con Gesù Bambino sulle ginocchia. Il modello stilistico è una copia fedele dell'opera in marmo realizzata dallo scultore fiorentino Benedetto da Maiano[26]. È complesso datare con precisione questo corpus di opere anche se è ipotizzabile un ridotto arco temporale tra l'opera di Maiano ed il genere derutese. Quindi, il corpus risalirebbe all'inizio del XVI secolo; l'unica targa datata conosciuta risale al 1636. Le principali iconografie esposte nella sezione sono la Madonna del Buon Consiglio, la Madonna della Stella, la Madonna dei Sette Dolori e la Madonna del Rosario. Nel XVII secolo le targhe devozionali sono firmate. Tra le fabbriche attive nel periodo si ricorda quella di Gregorio Caselli, autore della targa raffigurante una Madonna datata 1749.

Sala del compendiario[modifica | modifica wikitesto]

Il primo studioso che utilizzò il termine compendiario fu Gaetano Ballardini nel 1929; il termine, in precedenza, era stato usato dagli archeologi per definire un tipo di pittura di età imperiale. Il compendiario è un genere riassuntivo che porta a rappresentazioni leggere e stilizzate. I “bianchi” sono le tipologie decorative più diffuse dello stile compendiario. A Deruta, uno dei precursori dei bianchi fu forse Nicola Francioli[27]. La superficie bianca, corposa e coprente, per via di uno smalto più spesso rispetto al passato, permette di coprire il biscotto conferendo alla maiolica brillantezza e luminosità; nella tecnica produttiva si preferisce aumentare lo spessore dello smalto piuttosto che incrementare la quantità di stagno. A caratterizzare lo stile dei bianchi contribuisce anche una tavolozza parca di colori: giallo, blu e ocra. Che Deruta abbia avuto un ruolo importante nella diffusione di tale genere decorativo lo testimonia una saliera, datata 1625, esposta al Plymouth City Museum e recante le insegne araldiche di Enrichetta Maria, che proprio nel 1625 sposò re Carlo I d'Inghilterra. Dall'istoriato di Giacomo Mancini, sembrano invece derivare le interpretazioni compendiarie che si attestano a Deruta tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento. Nella Sala sono esposte due coppe ad alto piede attribuite alla bottega di El Frate; le opere rivelano particolare pregio pittorico ed iconografico. La prima, proveniente dalla collezione Pecchioli, è dedicata al mito di Piramo e Tisbe e raffigura Tisbe sconvolta nel momento in cui scopre Piramo suicida; l'altra è dedicata all'allegoria della Fortuna, rappresentata da una figura femminile in equilibrio su una sfera che galleggia sull'acqua. Simile iconografia è presente nel pavimento del Duomo di Siena, il cui disegno fu commissionato al Pintoricchio. Il genere compendiario, presente per tutto il Seicento, s'indirizza progressivamente verso figurazioni rapide, appena tratteggiate. Si aggiungono così ai Bianchi altri due sottogeneri decorativi: gli stili "a grottesche" e "calligrafico".

Sala delle grottesche e del calligrafico[modifica | modifica wikitesto]

Sala delle grottesche e del calligrafico

La sala offre una nutrita raccolta di maioliche eseguite in stile compendiario "a grottesche" e "calligrafico". Il motivo decorativo "a grottesche" di tipo compendiario si afferma nella produzione derutese a partire dalla prima metà del XVII secolo, anche se non mancano, tuttavia, opere rinascimentali con tali motivi decorativi. Il termine "grottesca", sconosciuto all'estetica antica, è stato coniato dagli uomini d'arte del XV secolo per definire i sistemi decorativi rinvenuti sulle pareti e sulle volte della Domus Aurea, il Palazzo di Nerone costruito a Roma tra il 64 e il 68 d.C. Lo stesso impianto stilistico viene utilizzato da Raffaello per dipingere le stanze vaticane. Sovente lo stile, infatti, viene definito "raffaellesco". La forte diffusione delle "grottesche" nel Cinquecento porta i maestri vasai ad applicare tale motivo decorativo sulle maioliche, sfruttando la versatilità dello stile. Candelabre estrose e mascheroni, putti alati, canefore, creature marine, antologie faunistiche immaginarie e trofei d'armi compongono in quel periodo la variegata e ricercata decorazione che caratterizza ancora oggi la produzione derutese. Più tardo, ma anch'esso di fattura seicentesca è il decoro "calligrafico" in monocromia turchina o verde, che pare voler imitare la minutissima decorazione vegetale e zoomorfa della maiolica di Delft, a sua volta interprete della porcellana orientale e delle ceramiche del Medio Oriente.

Sala del Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Sala del settecento

La prima parte della collezione della sala del Settecento è dedicata ad un gruppo di piccoli piatti portauovo con saliera su cui, spesso, appaiono stemmi nobiliari come nel caso del piatto portauovo con lo stemma della famiglia Ranieri di Perugia. Nella sala non mancano piccole sculture dipinte, chiamate anche plastiche, prodotte tra la seconda metà del XVI e la prima metà del XVIII secolo. A completare la sezione, infine, un nucleo di saliere, contenitori porta-sale a forma di piccole architetture a cofanetto e a forma di drago decorate in policromia e anche a lustro; la vaschetta porta-sale risulta esigua rispetto all'architettura sottostante; tale dicotomia formale contribuisce a sottolineare la preziosità del sale, e di conseguenza la parsimonia con cui utilizzarlo. La restante parte della collezione è dedicata alla produzione settecentesca. Lo stile predominante è quello della monocromia blu con motivi a lambrique, decorazioni policrome con fiori a mazzetto ed ornati rococò. Tra le opere spicca una vaschetta da lavabo raffigurante il ciclo della vita in otto medaglioni risparmiati su tondi a embricazioni, motivo decorativo mutuato dalla produzione rinascimentale. L'opera, della prima metà del XVIII secolo, è da attribuirsi a un autore noto con il nome di Maestro del Servizio Cresimbene.

Collezione Magnini[modifica | modifica wikitesto]

Collezione Magnini

La sala è dedicata alla più grande collezione presente nel Museo e formata in gran parte da Milziade Magnini, medico derutese nato nel 1883 e scomparso nel 1951. Magnini collezionò oltre mille esemplari in maiolica provenienti da Deruta e da altri centri di produzione ceramica italiani, in particolare Grottaglie e Laterza. Fu una personalità di spicco per l'Italia della prima metà del XX secolo. A Taranto, in cui per anni svolse la professione di medico come primario nell'ospedale cittadino, esiste un palazzo a lui intitolato: Palazzo Magnini. La collezione fu acquistata nel 1990 dal Comune di Deruta con il contributo di diversi enti. Originariamente, collocata all'interno della Fabbrica Grazia in Deruta, la collezione-Museo aveva un preciso scopo didattico, quale quello di concorrere alla formazione delle maestranze anche attraverso lo studio dei modelli garantendo una produzione di qualità ed ingegno. La sala è allestita con le vetrine originali che il medico derutese fece realizzare negli anni trenta del XX secolo. Con l'acquisizione della collezione sono anch'esse diventate parte integrante dell'arredo museale, essendo di per sé opere di gran pregio artistico. La raccolta conserva diverse opere del Settecento. Tale peculiarità ha permesso agli studiosi di analizzare lo stile coevo, poco noto e controverso. Da tali analisi è emerso che la produzione dell'epoca risulta ancora di una certa consistenza e qualità mentre forme e decori appaiono coerenti al gusto dell'epoca. La risistemazione della collezione nel 1998, nell'attuale sede museale, ha tenuto conto dei fini che lo stesso Magnini voleva perseguire ovvero offrire una veduta d'insieme, il più possibile esaustiva, della storia della maiolica italiana.

Sezione della farmacia[modifica | modifica wikitesto]

Lo spazio espositivo con cui si conclude il percorso museale è allestito sul modello di un'antica farmacia. La collezione ospita i contenitori farmaceutici prodotti da diverse botteghe italiane dal XV al XIX secolo. La ceramica costituisce, sin dall'antichità, il materiale d'elezione per la conservazione di sostanze medicinali. La tesi è avvalorata dagli innumerevoli reperti archeologici ritrovati nei secoli. Si conosce, a tal proposito la data di un reperto ceramico riferibile all'utilizzo farmaceutico proveniente dall'Antico Egitto: il vaso di KHA databile verso il 2000 a.C.[28] Le tecniche di lavorazione, e più precisamente l'invetriatura a cui è sottoposta, conferiscono all'oggetto maiolicato la caratteristica di evitare la dispersione per evaporazione delle sostanze volatili dei prodotti in esso conservate. Nella storia della ceramica derutese i corredi farmaceutici rappresentano una produzione consistente e precoce documentata sin dalla metà del Quattrocento. I primi esemplari da farmacia prodotti dalle botteghe locali furono gli albarelli. Tale tipologia ceramica ebbe notevole diffusione nelle manifatture italiane ed europee. L'origine del vocabolo va ricercata nella lingua iraniana e più precisamente nella parola "al-barani", ossia contenitore per droghe[29]. L'albarello è un vaso di forma cilindrica, ristretto e scanalato sul collo per consentirne la chiusura ermetica con un foglio di carta o pergamena stretta con un legaccio; la sezione centrale è concava per renderne più agevole la presa; l'interno dell'oggetto è liscio e di solito è verniciato per evitare che tra i pori si possano produrre evaporazioni della sostanza conservata. Anticamente la funzione d'uso dell'albarello era molto variabile e poteva contenere erbe, minerali o preparati galenici semi-solidi. Grazie a tale versatilità è tra le tipologie più utilizzate nella storia della farmacia. Nei corredi farmaceutici non mancano altre forme quali, pillolieri, orci, giare, bottiglie e versatori. Nella sezione tematica del Museo di particolare rilievo sono le opere dell'antica farmacia Caraffa (ex spezieria Spagnoli)[30] acquisite nel 2003 dalla famiglia Cherubini; le opere dell'acquisizione Cherubini sono tutte databili prima del 1767 e realizzate nella fabbrica derutese di Gregorio Caselli.

Sezione dei depositi[modifica | modifica wikitesto]

Area museale dei depositi

L'area è organizzata in quattro livelli espositivi in cui trovano collocazione circa cinquemila opere.

Nell'area dei depositi è presente una sezione archeologica le cui opere provengono da scavi locali come quelle appartenute ad Alessandro Piceller che le donò al Museo nel 1900 ed un nucleo di ceramiche apule della Collezione Magnini. Il nucleo espositivo più consistente è rappresentato dal campionario di fabbrica del Consorzio Italiano Maioliche Artistiche (CIMA) costituitosi nel 1925 e in cui confluirono la Società Maioliche Deruta, la Salamandra di Perugia, la Società Anonima Zulimo Aretini, la Società ceramica umbra, ex fabbrica Rubboli, la Maioliche Santarelli e le Maioliche Matricardi di Ascoli Piceno. Nell'area dedicata al campionario CIMA si distinguono oggetti in ceramica confezionati con le uova pasquali della Perugina, una serie di targhe con soggetti folcloristici realizzate dal tirolese Alberto Stolz e dall'artista sarda Lety Loy; non mancano sculture e bassorilievi come quelle realizzate dallo scultore siculo Gaetano Magazzù. Preziosi contributi vengono anche dallo scultore toscano Ruffo Giuntini, autore di opere plastiche a smalto opaco e da Ernesto Nino Strada. Negli anni Quaranta Enrico Ciuti realizzò una linea produttiva per il Consorzio che fu presentata alla terza Triennale di Milano. Di particolare rilievo artistico è il nucleo di opere realizzate dall'artista ucraino David Zipirovic che lavora a Deruta dal 1922 o 1923[31] al 1927. Nell'area dei depositi è infine presente una sezione di ceramiche contemporanee raggruppate grazie a varie edizioni del Premio Deruta e della mostra mercato Multiplo d'Artista in cui spiccano nomi come Giulio Turcato, Piero Dorazio, Carla Accardi, Edgardo Abbozzo e Mario Schifano.

Sala dei Maestri del Novecento e delle terrecotte[modifica | modifica wikitesto]

Sala delle terrecotte

La sala espone alcune maioliche dei più significativi artisti dei primi due decenni del XX secolo: Angelo Micheletti, Alpinolo Magnini, Ubalda Grazia e David Zipirovic. Tali personaggi, dopo un secolo di impoverimento quale fu l'Ottocento, riprendono la grande tradizione della maiolica, non solo nella copia, ma anche nell'interpretazione dei motivi decorativi classici, soprattutto rinascimentali. Inoltre, particolare fortuna ha la pittura su maiolica ispirata ai grandi pittori del passato quali Michelangelo, Perugino, Pinturicchio e Luca Signorelli. Di particolare interesse sono gli esemplari di ceramica popolare prodotti a Deruta e nella vicina Ripabianca nel XVI secolo. Tale tipologia di vasellame, impiegata in ambito domestico, è costituita da terrecotte con invetriatura trasparente e con decorazioni eseguite a pennello con ingobbio e a volte arricchite con verde ramina e bruno di manganese.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Busti G., Cocchi F., Un Museo lungo un secolo, giornale di mostra, Perugia, Futura, 2006.
  2. ^ ... "Angelo Micheletti (Perugia 1855 - Deruta 1901) fu medico comunale, da artista dilettante, si dedicò nel 1893 alla riproduzione delle antiche ceramiche.." in Busti G., Cocchi F., Un Museo lungo un secolo, Giornale di mostra, Perugia, 2006.
  3. ^ Palazzo dei Consoli.
  4. ^ Il manoscritto costituisce il terzo tomo del progetto originario del Fabretti sulle "Memorie di Deruta" ed è oggi conservato presso la Biblioteca Augusta di Perugia; disponibile anche nella Biblioteca digitale/Biblioteca Augusta di Perugia Archiviato il 3 luglio 2013 in Internet Archive..
  5. ^ Bianconi, 1889, p.15, n.4.
  6. ^ "...in comitatu perosino monasterium Sanctae Mariae in Diruta...", in Liber Largitorius.
  7. ^ Balzani U., Chronicon Farfense, II, Roma 1903, p.107, nota 2.
  8. ^ Nico Ottaviani, 1982, p. XXI, n.46 e Riccardi, ms., seconda metà del XVI secolo., V, PP.703-704.
  9. ^ "...et circa hunc annum 1263, seu paulante, superstite adhuc beato Aegidio, datus est Minoritis locus Dirutae..." in Wadding 1625-1654.
  10. ^ Regni C., I registri finanziari del Comune di Perugia.
  11. ^ Pellegrini, 1984, p.300.
  12. ^ ...sia tenuto anchora ciaschun portonaro chiudere la porta della quale è portonaio ogne sera incontinente pò il terzo sono della canpana la quale se sona per la guardia di notte né debia epsa aperire quella notte per fine al matutino della chiesa di frati Minore...", in Statuto, Nico Ottaviani, 1982, pp.88-89.
  13. ^ Dal 1899 il Museo è noto con il nome di Victoria and Albert Museum
  14. ^ Conti G., Piccolpasso Cipriano. Li tre libri dell'arte del vasaio, Firenze, 1976.
  15. ^ Silvestrelli M.R., Super aquis habendis in civitate. L'acquedotto di Montepacciano e la Fontana Maggiore, in Santini C., "Il linguaggio figurativo della Fontana Maggiore di Perugia", Perugia 1996.
  16. ^ “In Deruta, nell'antica Chiesa di San Francesco, attigua all'omonimo convento, cinque anni or sono, mentre riparavasi il pavimento attuale e rimovevasi il sottosuolo vennero casualmente alla luce delle mattonelle maiolicate sparse qua e là in maniera disordinata [...]. In questo pavimento v'è una ricca composizione, v'è fusione assai curiosa di profano, di mistico, di allegorico, che intuona con i più grandi lavori decorativi dell'arte italiana del 500 [...]. Ed il nostro artista chiese al mondo delle favole l'aiuto necessario per riuscire più attraente, più efficace, e riunì, quasi direi, in una collezione di piccoli quadri, costituiti dalle mattonelle a stella, quelle figure che più simboleggiavano le tendenze non solo artistiche, ma scientifiche religiose e sociali del tempo suo e l'incorniciò con le mattonelle a croce, dove la parte ornamentale è ampiamente svolta [...]. Questo pavimento che potrei senza azzardo chiamare l'opera più fine che sia uscita dalle fabbriche derutesi, dà nuovo lustro all'antica arte ceramica italiana, che lasciò ovunque le orme della sua grandezza [...]”. In Milziade Magnini, Esposizione di Perugia. Un pavimento di maiolica derutese, in Arte, n. X, Roma, 1907.
  17. ^ La cappella probabilmente era adiacente all'angolo sinistro dell'ingresso della Chiesa di San Francesco.
  18. ^ B. Rackam , "A new chapter in the history of Italian Maiolica", in The Burlington Magazine CXLV, N° XXVII, 1915, pp. 28-35.
  19. ^ Fiocco C. e Gherardi G. in Faenza Bollettino del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, LXIX, 1983, 1-2, pp. 91-92.
  20. ^ Piatti di grandi dimensioni con decori celebrativi.
  21. ^ “…al buon tempo di Deruta appartengono le coppe amatorie, che erano un dono che l'innamorato offriva alla Signora del suo cuore, il marito alla sposa, l'amico all'amica in giorni di festa… ”, ij De Mauri, 1899, p. 71.
  22. ^ "...ebbero puranco i nostri antichi una sorta di rifornimenti fatti apposta per le puerpere, e consistevano in certi grandi vasi di disegni bellissimi, e si presentavano al letto delle impagliate, e si disfacevano in sette o otto pezzi, ognuno dei quali differente dall'altro di figura e grandezza ornavano e servivano la piccola mensa delle medesime…" in G.B. Passeri, Istorie delle pitture in majolica fatte in Pesaro e né luoghi circonvicini, Venezia, 1758.
  23. ^ F. Briganti, Le coppe amatorie del secolo XVI nelle maioliche di Deruta, Perugia, 1903. p. 6.
  24. ^ "...nelle nostre campagne codeste fuseruole sono dette pittole… significa il moto rotatorio impresso al fuso per attorcigliare le fibre tessili..." in: Bellucci G. Usi Nuziali nell'Umbria, Perugia, 1895.
  25. ^ La numerazione degli ex-voto si riferisce al rilievo effettuato nell'agosto del 2010
  26. ^ L'opera dello scultore fiorentino è oggi conservata nella collezione Blumenthal di New York
  27. ^ La nobildonna Pellina Montemelini avanza nel 1550 un'istanza al Collegio del Cambio di Perugia in cui reclama la consegna da parte di Nicola Francioli di una "…infrescatora de terra grande, quattro scodellini, con loro orelli, uno piattello……coloriti bianchi con arme in essi…".ACP, Libro degli Uditori, 391, c.105v. La fonte archivistica è emersa dalle ricerche d'archivio di Lidia Mazzerioli e Clara Menganna
  28. ^ Santiago Sanmartìn Mìguez J., Ceràmica Farmacèutica en las boticas compostelanas, Edicios do Castro, Coruña, 1998.
  29. ^ Lòpez Campuzano J., Ceràmica Farmacèutica, Navarra, 1994, p.45.
  30. ^ Francesco Spagnoli ricordato in alcuni documenti archivistici come "bravissimo speziale derutese" lasciò disposizioni testamentarie per la cessione dell'attività ad Eusebio Caraffa.
  31. ^ La data più precoce che appare sulle sue opere derutesi è del 1923.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bojani G.., a cura di, Il lavoro ceramico, Milano, Electa Editori Umbri Associati, 1998. ISBN 88-435-7056-0
  • Busti G. e Cocchi F., Museo Regionale della Ceramica di Deruta - Ceramiche di Deruta dei secoli XVII e XVIII, Milano, Electa Editori Umbra Associati, 2008.
  • Busti G. e Cocchi F., Bianchi in Umbria, in De Pompeis V., La Maiolica Italiana di Stile Compendiario, I bianchi, Torino, Umberto Allemandi, 2010. ISBN 978-88-422-1862-3.
  • Busti G. e Cocchi F., La ceramica umbra al tempo di Perugino, Milano, Silvana Editoriale, 2004. ISBN 88-8215-684-2.
  • Busti G. e Cocchi F., Fatto in Deruta, Ceramiche tradizionali di Deruta, Perugia, Futura, 2001.
  • Busti G. e Cocchi F., Dulce est Amare, Ceramiche tradizionali di Deruta a soggetto amoroso, Perugia, Futura, 2004.
  • Busti G. e Cocchi F., Maestri Ceramisti e Ceramiche di Deruta, Firenze, Arnaud, 1997.
  • Busti G. e Cocchi F., Dolce Ceramica, Maioliche CIMA per le confezioni di lusso Perugina 1920-1950, Perugia, Gramma, 1999.
  • Fiocco C. e Gherardi G., Ceramiche Umbre dal Medioevo allo Storicismo, Parte Prima, Faenza, Litografie Artistiche Faentine, 1988.
  • Caruso N., Dizionario illustrato dei materiali e delle tecniche ceramiche, Hoepli, Milano, 2006. ISBN 88-203-3603-0.
  • Nico Ottaviani M.G., Statuto di Deruta in volgare dell'anno 1465, Firenze, La nuova Italia, 1982. ISBN 88-221-0006-9.
  • Pellegrini L., Insediamenti francescani nell'Italia del Duecento <<Studi e ricerche>>, ed. Laurentianum, Roma, 1984.
  • Roncalli F., Museo Regionale della Ceramica di Deruta - Ceramica greca, italiota ed etrusca. Terrecotte, lucerne e vetri di Deruta dei secoli XVII e XVIII, Milano, Electa Editori Umbra Associati, 2008.
  • Santantoni Menichelli A., a cura di, Ex Voto, Arte e Fede nel Santuario della Madonna del Bagno in Casalina, Perugia, Fabrizio Fabbri Editori, 2010. ISBN 978-88-96591-43-7.
  • Segarra Lagunes M. M., Il Complesso conventuale di San Francesco a Deruta in Busti G. e Cocchi F., Museo Regionale della Ceramica di Deruta - Ceramiche policrome, a lustro e terrecotte di Deruta dei secoli XV e XVI. Milano, Electa Editori Umbri Associati. 1999.

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