Museo diocesano (Agrigento)

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ex Museo Diocesano Franco Minissi
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Agrigento
Indirizzo Piazza Don Minzoni
Caratteristiche
Apertura 1962-1963
Chiusura 1963
Una vista dall'interno del museo (2014)

Il Museo diocesano di Agrigento è stato progettato dall'architetto museografo Franco Minissi[1], su commissione dell'allora Vescovo di Agrigento Mons. Giovanni Battista Peruzzo. Realizzato tra il 1958 e il 1963, demolendo il circolo didattico cattolico San Gerlando, il museo viene aperto al pubblico nel '64,[2] ma svolge la propria funzione per un brevissimo periodo, due anni circa, poiché nel '66, a causa della frana verificatasi lungo il versante sud-ovest del centro storico della città, viene precauzionalmente chiuso e la sua collezione collocata nel Museo archeologico di San Nicola e nei locali del vicino Palazzo Arcivescovile.

La storia del museo[modifica | modifica wikitesto]

Il primo ballatoio, si affacciava sul vano in cui era esposto il Sarcofago di Fedra ed Ippolito, il pezzo più famoso della collezione (R. Delogu, Museo Diocesano ad Agrigento, in L'Architettura - cronache e storia, n. 130, Agosto 1966, pp. 243-244).

Il Museo si attesta sul lato nord di Piazza Don Minzoni (all'estremità nord-ovest del centro storico) collocato tra la Cattedrale di San Gerlando[3] e il Seminario Arcivescovile, su un terreno di proprietà della diocesi agrigentina. Proprio in questo luogo, fin dai tempi della Girgenti medievale, cinta da mura, sorgevano infatti i più preziosi ed importanti edifici, simboli di potere.

Nel 1958, per costituire la sede del Museo Diocesano, che doveva custodire il prezioso patrimonio di arti mobili della Cattedrale e Seminario, si decideva di costruire un nuovo edificio sul tratto settentrionale del muro, pur essendo questa area fortemente fragile nella sua conformazione geologica. Del progetto veniva incaricato l'architetto museografo Franco Minissi, che ne avrebbe curato anche la direzione dei lavori.

L'edificio del museo si sviluppa su due piani destinati alle sale di esposizione e un attico arretrato che ospita gli uffici e l'attrezzatura tecnica. Le sale di esposizione sono state concepite secondo un'impostazione spaziale continua e unitaria, in cui i due piani, a mezzo di gallerie pensili e dislivelli interni, si articolano e si modellano in una ininterrotta serie di spazi opportunamente, conformati e proporzionati alle dimensioni del materiale esposto. Le vetrine destinate ai più importanti e preziosi paramenti sacri sono state concepite tenendo presente oltre la necessità della loro osservazione ravvicinata anche il loro effetto scenografico di vista d'insieme. L'edificio è stato studiato in cemento armato a gabbia con solai misti e muri di tamponamento in pietra locale; alla vasta superficie della facciata si è dato il massimo valore espressivo con la sovrapposizione di una massiccia inferriata che, con il suo movimentato disegno realizzato con profili di ferro, assume il carattere di una scultura[4].

In questa opera si è cercato di sfruttare tutte le possibilità architettoniche e tecniche affinché pur nell'osservanza rigida dei più moderni concetti museografici, venisse realizzata la maggior fusione possibile tra scatola muraria ed il suo prezioso contenuto.Realizzato tra il 1958 e il 1963, il museo viene aperto al pubblico nel '64, ma svolge la propria funzione per due anni circa, quando nel '66 viene precauzionalmente chiuso, e la sua collezione collocata (in maniera provvisoria, ma che poi risulterà purtroppo definitiva per qualche decennio, oggi ancora in parte) nel Museo archeologico di San Nicola e nei locali della vicina Cattedrale. Questa data segna l'inizio di una intensa campagna di studi effettuati sul sottosuolo del versante nord-ovest del centro storico agrigentino, messa in moto con gli avvenimenti franosi, oltre che con le analisi condotte dalla Commissione Grappelli dal nome del coordinatore, Provveditore alle OO.PP. Ing. Giorgio Grappelli[5], nominata dal Ministero dei LL.PP. e di cui facevano parte autorevoli personalità quali l'ing. Arrigo Croce e il prof. Roberto Pane. Seguivano una serie di rapporti atti a definire il modello geologico, le cause dei dissesti ed infine le soluzioni, spesso progetti di consolidamento rimasti su carta, solo in parte realizzati, come quelli della Società Anonima Fondedile[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A Minissi si deve inoltre il restauro del complesso della chiesa e del convento di San Nicola ad Agrigento ed il restauro e la sopraelevazione della copertura delle capriate cinquecentesche nella Cattedrale di San Gerlando, sostituita successivamente. Per un completo approfondimento sulla figura dell'architetto si veda il testo di B. Vivio, Franco Minissi. Musei e restauri. La trasparenza come valore, Gangemi, Roma 2010
  2. ^ Per un approfondimento sul progetto del Museo Diocesano cfr. R. Delogu, Museo Diocesano ad Agrigento, in L'Architettura - cronache e storia, n. 130, Agosto 1966, pp. 243-244; cfr. anche Ananke, 44, 2004, pp. 76-77.
  3. ^ P. Di Franco, Un secolo di restauri nella Cattedrale di Agrigento (1860-1960), Agrigento 2016.
  4. ^ Sistema Archivistico Nazionale, scheda sul Museo Diocesano http://www.architetti.san.beniculturali.it/web/architetti/progetti/scheda-progetti?p_p_id=56_INSTANCE_hIz4&articleId=16534&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&viewMode=normal&ambito=progetti&groupId=10304
  5. ^ La frana di Agrigento. Relazione tecnica della commissione Grappelli, in “Città Spazio”, a. I, n. 1-2, aprile 1968
  6. ^ La Società Anonima Fondedile lavorò, a partire dal 1970 e per dieci lunghi anni, all'esecuzione di sottofondazioni all'interno del Duomo e lungo il suo perimetro Nord, eseguendo i reticoli di Pali Radice brevettati dall'Ing. Ferdinando Lizzi. Si confronti G. Carbonara (a cura di), Restauro e cemento in Architettura, AITEC, Roma 1981-84 (2 voll.), pp. 342-343; cfr. anche F. LIZZI, Il consolidamento del terreno e dei fabbricati: cause dei dissesti, criteri d'intervento, casistica, Flaccovio, Palermo 1989.

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