Museo della miniera di zolfo di Cabernardi

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Museo della Miniera di Zolfo di Cabernardi
Ubicazione
StatoItalia Italia
LocalitàSassoferrato
Indirizzovia Contrada Nuova 1 - Cabernardi
Caratteristiche
Tipominerario
Sito web

Coordinate: 43°30′24.69″N 12°51′58.05″E / 43.506858°N 12.866124°E43.506858; 12.866124

Il Museo della Miniera di Zolfo di Cabernardi di Sassoferrato (AN) è situato nei pressi dell'ex miniera di zolfo gestita dalla società Montecatini, uno dei più importanti centri minerari d'Europa. Conserva foto, documenti e attrezzi da lavoro che ricostruiscono la storia economica e sociale del territorio.

L'esposizione comprende anche minerali, Pane e zolfo un prezioso documentario del regista Gillo Pontecorvo, realizzato grazie all'allora sindaco di Pergola Galliano Binotti, e un modellino automatizzato che illustra il funzionamento dei pozzi di estrazione e dei depositi.

Strettamente correlata al museo è prevista la costituzione del Parco Museo Minerario delle miniere di zolfo delle Marche.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Cabernardi è una frazione di Sassoferrato nata intorno al 1826. Secondo la tradizione fu fondata da quattro fratelli il più anziano dei quali Bernardo diede nome al paese; gli altri Crociano, Massimo e Martino a tre quartieri. La popolazione odierna è di trecento unità, ma grande prosperità e floridezza fu raggiunta a metà del secolo precedente quando, grazie all'attività estrattiva, solo le persone lavoranti in miniera, raggiunsero le duemilaquattrocento unità.

L'attività estrattiva inizio' a funzionare intorno al 1860 quando – così racconta la leggenda - un contadino cercando di abbeverare le bestie su una pozza d'acqua, si accorse che queste non bevevano e che l'acqua era maleodorante.

In un primo momento chiamo' il parroco e questi a sua volta chiamo' un esperto che decreto' l'esistenza di una falda di minerale. Prese avvio così, nel podere del contadino, l'estrazione dello zolfo; prima con l'amministrazione da parte della famiglia tedesca Buhl - Deinhard, poi con la "Società Miniere Solfare Trezza e Albani ed infine nel 1917 con la Società Montecatini.

Secondo esperti il minerale si formo' nel Miocene, circa sette milioni di anni fa, quando in seguito all'abbassamento del livello marino inizio' la deposizione gessoso - solfifera. Gli strati di questa deposizione si trovano a Cabernardi in senso subverticale e ciò spiega lo sviluppo della miniera in profondità.

Il giacimento solfifero fu molto importante per la popolazione del luogo, poiché riusci' per circa novant'anni a dare benessere e prosperità. La miniera rappresentava l'unico modo - nella zona - di lavorare e guadagnare decorosamente. Lo zolfo, una volta estratto dalla miniera, veniva raffinato o con il metodo del calcarone, o con quello dei forni Gill. Il primo consisteva nel riempire una specie di fornace conica inclinata, con pezzi di minerale misto a “ganga" (roccia).Si procedeva collocando alla base del cono pezzi di maggiore dimensione e si continuava con quelli più piccoli fino al riempimento. Ultimata la carica si dava fuoco al tutto. Alcuni giorni dopo - ma il periodo variava a seconda della grandezza del calcarone - incominciava a colare il minerale. In questo modo si otteneva una prima raffinazione dello zolfo. Purtroppo il fumo, derivante dalla combustione (anidride solforosa), era talmente nocivo che nel raggio di vari km la vegetazione era pressoché inesistente. La società amministratrice dell'industria zolfifera fu costretta a rimborsare i contadini danneggiati.

Il secondo metodo, quello dei forni Gill, rappresenta un perfezionamento del calcarone: la combustione invece di avvenire in una sola fornace veniva prima in una cella e poi nelle altre, dove i gas caldi venivano fatti passare. Lo zolfo liquido veniva colato in appositi stampi quadrati, i cosiddetti "pani", i quali venivano in parte mandati all'estero e in parte inviati, tramite teleferica, alla vicina raffineria di Bellisio.

Prima dell'avvento della Montecatini, che fece della miniera una vera e propria industria, la discesa nel sottosuolo avveniva in maniera rudimentale. Con l'apertura di due pozzi - di cui uno ancora visibile - e l'installazione di argani a vapore, gli operai migliorarono di molto le loro condizioni lavorative, soprattutto perché‚ furono adottati gli impianti di aerazione.

Nelle gallerie infatti i minatori dovevano difendersi dal grisou (combinazione di gas metano con ossigeno), dal gas solfidrico e dal calore che sprigionavano le rocce. L'ossigeno all'interno della miniera veniva utilizzato non solo dagli uomini, ma anche dagli animali e dalle lampade.

La ventilazione artificiale permetteva non solo di lavorare meglio spendendo meno fatiche, ma anche di evitare esplosioni, purtroppo frequenti nel sottosuolo. Era sufficiente che l'aria della miniera contenesse una percentuale di grisou (dal 5 al 14%) affinché, con lo scoppio di una mina o l'accensione di una lampada, succedesse l'irreparabile. Anche con l'arrivo dell'elettricità il tasso di gas nel sottosuolo continuava ad essere misurato con una lampada a benzina; quando questa si spegneva  segnalava la mancanza di ossigeno.

Il procedimento dell'estrazione non era semplice: una volta individuata una falda di minerale, era necessario tracciare nel sottosuolo una galleria centrale e a scopo precauzionale lasciare delle colonne o pilastri di sostegno al fine di evitare il franamento del sotterraneo. A mano a mano poi venivano abbattuti con il martello pneumatico per prelevarne lo zolfo e al loro posto venivano inserite delle ripiene o brusaie intrise d'acqua. Il minerale veniva caricato nei vagoni e portato alla discenderia o pozzo da dove veniva trasportato dall'argano a vapore. Di questa macchina restano parti di corda del sostegno delle gabbie.

Nel 1952 ci fu una grande agitazione sindacale e l'occupazione della miniera. I minatori protestarono per impedire ottocentosessanta licenziamenti e la liquidazione dell'industria zolfifera. Gli occupanti, circa duecento, restarono nel sottosuolo a cinquecento metri di profondità per quaranta giorni. Quando uscirono furono tutti licenziati. A nulla valsero gli sforzi del segretario generale della C.G.I.L., Giuseppe Di Vittorio, tesi a salvare i loro posti di lavoro.

Prima della chiusura definitiva (5 maggio 1959), furono collocati in pensione circa cento operai e più di trecento furono trasferiti. Solo una piccola parte rimase a Cabernardi per assicurare la chiusura dell'impianto, mentre gli altri vennero licenziati.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lauretta Angelini et al., Cristalli nella nebbia : minatori a zolfo dalle Marche a Ferrara, Ferrara, Effegi studio, 1996, pp. 232.
  • Bruno Fabbri e Alida Gianti, La miniera di zolfo di Cabernardi-Percozzone, Sassoferrato, Istituto internazionale di studi piceni, 1993, pp. 171.
  • Pierpaolo Mattias, Giuseppe Crocetti e Attilio Scicli, Lo zolfo nelle Marche : giacimenti e vicende, Roma, Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, 1995, pp. 193.
  • Giuseppe Paroli e Don Dario Marcucci, Cabernardi: la miniera di zolfo, Sassoferrato, Garofoli, 1992, pp. 169.
  • Giorgio Pedrocco, Un mondo cancellato : miniere e minatori a Cabernardi, Fano, Editrice Fortuna, 1995, pp. 113.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]